Post mortem

Il Manifesto è clinicamente morto diverso tempo fa. Attualmente è in coma vegetativo, intubato: le funzioni vitali sono assicurate solo dalle iniezioni sempre più rare portate in dote dalla legge editoria.
Non mi interessa disquisire dell’abbandono di Rossanda o di D’Eramo e di Vauro, dei torti e le ragioni, dei vecchi e dei giovani. Valutare queste cose dall’esterno è sempre molto difficile e si può spesso avere una percezione distorta.
Dispiace che una storia coraggiosa, anche a tratti “gloriosa”, possa finire in lite di condominio peraltro con la casa già pignorata, ma tant’è.
Aldilà del danno in sé che la sparizione di una testata comporta, credo che il caso “Manifesto” sia emblematico anche per un altro motivo: è la dichiarazione di resa di un sistema che a un certo punto ha pensato di sopravvivere “socializzando le perdite”.
Quando è nata l’attuale legge editoria (oltre trent’anni fa…) si voleva sostenere i giornali cooperativi e no-profit, gli editori puri, i produttori di contenuti non commerciali, aiutandoli a colmare il gap che esisteva (ed esiste) con l’editoria commerciale, in particolare per quanto riguarda la raccolta pubblicitaria.
Obiettivo nobile, non fosse che col tempo il fondo è diventato una vera e propria mangiatoia utilizzata da quasi tutti i partiti per foraggiare amici e amici degli amici, ben distante da quello per cui era nato: finti giornali (o finte radio) di finti partiti, finte cooperative, finte fatturazioni, finte copie stampate e distribuite, finti bilanci per ottenere contributi veri, calcolati negli anni in miliardi di euro. Oltretutto il sistema si è blindato: potevano beneficiarne solo coloro che ne erano già fruitori.
L’esplosione dell’editoria on line, la crisi della carta stampata, hanno determinato il tracollo del sistema, accelerato anche dagli scandali e dalle ruberie. L’unica cosa che mi sento di rimproverare, senza alcuna acrimonia, ai compagni del Manifesto, è quella di non aver voluto leggere per tempo questa situazione e di non aver fatto quasi nulla per cambiarla: anzi, nella pervicace e disperata ricorsa alla sopravvivenza hanno fatto di tutto per perpetuarla.
Si sono così persi anni nel tentativo di riempire il pozzo senza fondo dei contributi diretti all’editoria, nel cercare di difendere il “diritto soggettivo” al contributo – a prescindere – senza cercare di immaginare altre strade che portassero a forme nuove e aperte di sostegno al pluralismo dell’informazione: forme democratiche, inclusive e rigidamente rispettose dei principi etici, oltrechè di quelli legali, connessi all’uso del denaro pubblico.
Al Manifesto non hanno mai rubato intendiamoci. Ma sono stati per un pezzo una delle poche foglie di fico in mezzo a un mare di letame.
Ora correre ai ripari è troppo tardi e anche i rapporti umani, i legami, l’intero impianto di quel progetto sembrano essere venuti meno. Il finale di partita rischia di essere impietoso: mi auguro che in ogni caso tutti, giovani e vecchi, fondatori e non, vecchie e nuove glorie, comunisti e post, amici ed ex amici, possano almeno condividere l’orgoglio di aver fatto parte di quell’avventura editoriale assolutamente straordinaria (se non unica) per l’editoria del nostro paese.
“Allez en avant, et la foi vous viendra”.

Paolo Soglia

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Le querele alla Gabanelli, atti terroristici al diritto all’informazione

La querela con richiesta danni per milioni di euro è il miglior sistema d’intimidazione terroristica al giornalismo d’inchiesta. In alcune giurisdizioni chi sporge querela senza alcuna prova, con chiaro intento di minaccia al diritto all’informazione, rischia una pena che può arrivare al doppio della cifra richiesta a titolo di risarcimento. In Italia querelare anche senza fondato motivo invece non costa nulla. Male che vada il giudice ti da torto, quindi se hai risorse e buoni avvocati diventa una forma di pressione indebita e di intimidazione. Milena Gabanelli, dopo la minaccia di querela annunciata da parte di Antonio Di Pietro (che per il momento si limita all’invettiva), ha ricevuto notifica della querela con richiesta danni per 35 milioni di euro da parte di Ilaria Sbressa, amministratore delegato dell’emittente tv Abc. I danni sarebbero stati causati dal servizio andato in onda lo scorso 17 novembre.
Nel servizio si parlava della presunta attività di lobby presso istituti finanziari ed enti pubblici esercitata a favore di Ilaria Sbressa da Antonio Cannalire, uomo di fiducia del banchiere Massimo Ponzellini, manager dell’Impregilo e presidente della Banca Popolare di Milano arrestato sei mesi fa e accusato di infedeltà patrimoniale e associazione a delinquere.
Nel 2011 a “Vieni via con me” la Gabanelli aveva fatto l’elenco delle richieste danni ricevute: ”Operatore telefonico H3G: 137 milioni; Nagib Sawiris (wind) 10 milioni; Cesare Geronzi 10 milioni; Mario Ciancio Sanfilippo 10 milioni, Salvatore Ligresti 5 milioni; Antonio Angelucci 20 milioni; Antonio Angelucci 3 milioni; Fondazione San Raffaele della famiglia Angelucci 5 milioni; Fondazione San Raffaele della famiglia Angelucci 10 milioni; Tosinvest della famiglia Angelucci 6 milioni; Libero (della famiglia Angelucci) 5 milioni; Stefano Ricucci 10 milioni; il re della carne Cremonini 12 milioni; Fabrizio Bona (Wind) 5,5 milioni; avv. Luca Ponti 1 milione; Romano Marabelli (ministero della Salute) 250.000 mila euro; Ernesto Ferlenghi (dell’Eni) 500 mila euro; Luca Simoni – ex direttore cassa risparmio S. Marino 1 milione; Giuseppe Nucci manager della Sogin 225 mila euro; Societa’ sanmarinese Karnak lascia decidere al tribunale l’importo; ex assessore Mario Di Carlo lascia decidere al tribunale l’importo”.
“Di Silvio Berlusconi – che ha minacciato querela dopo l’inchiesta sulle ville di Antigua – siamo in attesa di ricevere notifica. Il totale, per ora – concluse la Gabanelli – è di 251 milioni di euro”. 

dati: www.ossigenoinformazione.it

PAOLO SOGLIA

Grillo il Leninista

Beppe Grillo è un maschilista? Probabilmente si, e non da ora. Basta chiedere alle colleghe giornaliste che avevano a che fare con lui quando faceva il comico e ricordarsi del modo che ha sempre avuto nell’apostrofare le donne.
Dunque anche l’espressione sessista usata nei confronti della consigliera bolognese 5 Stelle Federica Salsi rientra in questa tradizione. Questo aspetto non deve però oscurare il lato politico della questione, cosa che invece sta accadendo, anche perché la lettura tutta personale dello scontro è in questo momento funzionale alla frangia “frazionista” del M5S.
La questione è questa: analizzando l’M5S si può desumere abbastanza facilmente che la sua struttura organizzativa sia assolutamente leninista. Beppe Grillo è il “caro leader”, Casaleggio è “l’ideologo del Partito”. Il primo infiamma le piazze e il secondo tesse le strategie ed è guardiano dell’ortodossia 5 Stelle.
L’applicazione del più rigido leninismo alla nuova forma “liquida” di organizzazione politica basata sul più (apparentemente) orizzontale strumento di comunicazione, il web, ha prodotto risultati eccellenti, addirittura incredibili e infatti i partiti tradizionali si trovano spiazzati e impotenti, senza la capacità reale di contrastare politicamente un fenomeno che li “supera” sia sotto il profilo organizzativo che dal punto di vista ideologico.
Come in tutti i partiti leninisti, una volta usciti dal periodo germinale (piccole cellule sparse sul territorio) ed arrivati i primi successi e le prime conquiste di spazi di potere (consiglieri comunali, regionali, sindaci, etc) il partito comincia a fare i conti col “frazionismo”.
L’area dei “Giovani Comandanti”, che negli anni si è distinta come la più “spietata” nell’esecuzione del progetto 5Stelle, vero “Scudo e Spada del partito”, comincia a battere in testa. Intravede infatti all’orizzonte profilarsi la fine. Il taglio della testa è già stabilito in partenza: due mandati e a casa. Così i “Giovani Comandanti” cominciano a diventare nervosi: vogliono continuare a giocare un ruolo nel partito, ma sono cresciuti troppo, hanno già creato delle loro aree di influenza sul territorio e una loro organizzazione parallela, di fedelissimi e di militanti. Hanno servito il Partito ma ora vorrebbero prendersi il loro spazio nel Partito.
Ovviamente il Partito, ovvero Grillo e Casaleggio, non possono assolutamente accettare di dividere il potere con il ceto politico dei “Giovani Comandanti”, non vogliono creare correnti e leaderini, e debbono quindi contrastare con la massima violenza questo disegno.
La democrazia interna è una colossale balla, uno specchietto per le allodole con cui confondere o blandire i militanti. Quello che è in corso è uno scontro di potere.
Se analizziamo il caso bolognese vediamo che i più fanatici ed esagitati nel propagandare il pensiero di Grillo e del 5stelle, quelli sempre pronti a tutto, dalla denuncia di ogni “misfatto” altrui all’attacco personale frontale, sono proprio i “Giovani Comandanti”.
L’area Favia/Tavolazzi, ora con l’aggiunta della Salsi, è ben più estremista dell’area Piazza/Bugani, i cosiddetti “lealisti”.
Succede che Favia, sapendo di essere vicino all’epurazione rompe gli indugi e attacca con il fuorionda sparando ad alzo zero sul quartier generale.
Favia non può vincere, ma sa che è cresciuto abbastanza per non esser messo fuori con un post come è successo con Tavolazzi. Infatti il suo gesto lo isola ma lo cristallizza nel ruolo dell’oppositore interno. Grillo e Casaleggio non possono espellerlo perchè certificherebbero la scissione dei frazionisti dando loro una visibilità troppo forte a ridosso delle elezioni politiche.
Dunque lo scomunicano e lo mettono in quarantena: Favia è un frazionista e un deviazionista e nessun membro leale al Partito deve avere più rapporti con lui. Resta però formalmente dentro, fino a fine mandato.
Con l’operazione Sicilia e il successo elettorale, Grillo e Casaleggio mandano poi un messaggio a tutti i militanti e ai frazionisti emiliani: è il Partito che crea i “Comandanti”, ed è la guida del Partito che li dirige, loro devono uniformarsi alle scelte del Partito e non attentare all’unità del Partito. Solo il Partito è in grado di portare il movimento alla vittoria finale e alla presa del potere. Essere fuori dal Partito significa finire “nella pattumiera della storia”.
Il capolavoro squisitamente leninista di Grillo (ma in realtà di Casaleggio…) consiste però nella dettatura delle regole sulle candidature.
Con un colpo di scena di cui solo i vecchi capi bolscevichi erano capaci, Grillo stralcia completamente dall’agenda 5Stelle la retorica della democrazia diretta e dell’elezione via internet di chiunque abbia i requisiti, dei “cittadini” e di “uno vale uno”. Chiude ogni apertura si proclama “capo del Partito” e blinda il Partito attorno alla vecchia guardia “bolscevica”.
Saranno solo i militanti di provata fede, i combattenti della prima ora, a correre per la nomina alla candidatura parlamentare. Grande mossa, chapeau!
In un sol colpo si sbarazza dei “Giovani Comandanti” (sia frazionisti che lealisti) e taglia le gambe a tutte le manovre “entriste” che già aleggiavano attorno al Partito.
Ma non è tutto: dimostrando un’intelligenza politica che non gli veniva accreditata da nessuno, completa la manovra a tenaglia sull’IDV. Da un lato distrugge l’Italia dei Valori come partito, travolto dalle inchieste e inquinato da un ceto politico corrotto, ma dall’altro accoglie il suo leader storico, Di Pietro, (il principale responsabile del disastro IDV) tra le braccia del Partito 5Stelle. Con questa mossa intende annettere quanto più possibile l’elettorato IDV e al tempo stesso colpire e sotrarre consenso al PD che stoltamente aveva pensato che bastasse isolare Di Pietro, mantenendo il solo Vendola di scorta, per poter così convolare a giuste nozze con Casini. E’ il vecchio, decrepito, piano del Pd che pervicacemente porta avanti da trent’anni senza risultati apprezzabili.
Certo, parte della militanza Grillista non apprezza che il demagogo e incoerente Di Pietro si accasi nel loro Movimento. Ma stiano tranquilli: Di Pietro arriva da transfuga e accetta le condizioni di resa dettate da Grillo (lo scioglimento dell’IDV) e si candida già a essere la vittima della prossima epurazione. Viene tenuto in vita fino a che servirà, quando non servirà più Grillo e Casaleggio gli staccheranno la spina.
Veniamo in conclusione all’episodio di Ballarò.
Espressioni sessiste a parte cosa è successo? E’ successo che la Salsi, evidentemente influenzata e in accordo con l’area frazionista dei “Giovani Comandanti”, ha voluto battere un colpo sfidando Grillo e presentandosi in TV a rappresentare “il Partito”.
Non ne ha fatto parola, nè tantomeno ha concordato la cosa, a quanto risulta, coi suoi colleghi in Comune (i Lealisti) e si è presa la seggiola che Floris aveva in prima istanza offerto ai 5Stelle siciliani, che essendo fedeli a Grillo avevano però rifiutato.
La Salsi, secondo la visione rigidamente e coerentemente leninista che caratterizza il Partito 5Stelle si è dunque posizionata coi frazionisti minando l’unità del Partito e quindi è, oggettivamente, “contro il Partito”.
Grillo, che non è intelligente come Casaleggio, e che rimane sostanzialmente vittima del suo gergo da trivio e della sua mentalità da guitto da palcoscenico, ha commesso un grosso errore. Invece che infliggere la condanna politica in perfetto stile leninista che avrebbe inchiodato la Salsi alla censura dei militanti, accusandola di aver preso per ambizione politica la sedia in Tv che i suoi colleghi vincenti siciliani avevano rifiutato, ha buttato la cosa sul personale, con frasi offensive della dignità della Salsi, come donna e come persona. Questo ha permesso a Salsi e ai Giovani Comandanti di trovare una via d’uscita e di incamerare un momentaneo successo della loro strategia di sopravvivenza, consolidando (per il momento) la loro posizione nella ridotta bolognese assediata.
Fino a quando però non si sa.

Paolo Soglia