Onore al compagno Bersani

salvador-allende1Bene. Nel giorno (nei giorni..) in cui viene politicamente giubilato, dopo miriadi di insulti da parte di Grillo e di derisione da parte dei giornali della destra, nei giorni del patetico disprezzo espresso dai giornaloni di confindustria e di via Solferino che anelano l’ammucchiata per salvare i loro interessi, abbandonato da tanti dei suoi stessi “compagni” del PD e dai conformisti di merda che ammorbano questo paese, io che non conto un cazzo, che non sostengo affatto il suo partito, nè molte cose da lui dette o fatte (o non fatte) in passato, mi inchino al Bersani POLITICO di questo turbolento periodo post elezioni: onore al compagno Bersani.

Paolo Soglia

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Grillo, i 5Stelle e il “Leniperonismo”

escu-p-y-e-pjOgni giorno si dibatte su un’uscita (infelice) di qualche “cittadino” a 5 Stelle o dei commissari politici messi a controllare le uscite dei medesimi.
Ovviamente ci sono in quel movimento anche altre posizioni molto meno “infelici”, o addirittura condivisibili, ma in questo momento non fanno notizia.
Se ci togliamo per un attimo dalla cronaca e analizziamo il fenomeno politico si possono fare altre considerazioni.
Qual’è lo scopo ultimo che si prefiggono Grillo e Casaleggio e che sottende tutto il loro lavoro, dai primi meet-up all’attuale forma partito rappresentata dall’M5S?
Anche qui non c’è mistero: le tesi sono pubbliche e ribadite in ogni occasione.
Grillo e Casaleggio si presentano come movimento “rivoluzionario”. La loro ambizione politica non è la conquista del Governo all’interno dell’attuale sistema parlamentare ma l’abbattimento di questo sistema di rappresentanza e la sua sostituzione con una forma nuova di “democrazia”, in cui la delega non è più conferita a un partito e al suo ceto politico e “incarnata” nella figura del rappresentante eletto nelle fila di quel partito.
L’abbattimento della delega verrebbe sostituita dalla cosiddetta “democrazia della rete”, attraverso una particolare piattaforma di voto on line, in cui ogni individuo avrà l’opportunità di esprimersi e di votare ogni singolo provvedimento o azione e che in tempo reale determinerà l’espressione di una “maggioranza di fatto” su ogni singolo punto. Questa maggioranza tuttavia varierà continuamente essendo slegata da un concetto di appartenenza e di adesione valoriale a una formazione politica.
Per fare questo Grillo e Casaleggio si propongono non come “leader del partito” ma come “garanti del processo” e ovviamente non sentono alcun bisogno di prassi elettive che li legittimi a essere loro, e non altri, i “garanti”..

Da un punto di vista storico politico le analogie più immediate (ma anche le differenze) sono con il “leninismo”, prassi dell’agire politico che avevo già evocato al tempo delle famose espulsioni dei “giovani comandanti” (Favia, Salsi, Tavolazzi, etc) all’epoca del blitz in cui Grillo/Casaleggio blindarono le liste ai militanti della prima ora, considerati più fedeli e affidabili.
Ma qui iniziano anche le differenze. Per un leninista classico alla testa di tutto c’è “il Partito” (Comunista). Il Partito agisce costituendo un’avanguardia, un cuneo, formato da rivoluzionari di professione che rispondono solo ed esclusivamente al Partito stesso.
L’avanguardia è formata da quadri preparati politicamente, che possono agire indifferentemente sia sul micro (lavoro politico di base, organizzazione delle cellule e dei militanti) sia in un contesto più ampio, parlamentare, per sfruttare le contraddizioni intrinseche della democrazia rappresentativa borghese. Ma sono sempre pronti all’opzione rivoluzionaria, compresa quello che prevede la conquista violenta del potere e l’instaurazione della “dittatura del proletariato”.

E’ ovvio che le mutate condizioni storiche nelle democrazie occidentali rendono il paradigma leninista puro del tutto impraticabile. Dunque Grillo/Casaleggio ne hanno sì mantenuto alcuni tratti, ma hanno modellato il loro movimento rivoluzionario su schemi nuovi e adatti ai tempi.
Prima di tutto è scomparsa l’avanguardia e sono scomparsi i “quadri”.
Nell’ideologia del M5S, ogni individuo che si attiva rappresenta una cellula a sé stante, del tutto impreparato politicamente, che agisce sul suo territorio in modo autonomo ma viene controllato attraverso la rete con i vincoli posti dal “Non Statuto” e soprattutto dal giudizio dei “Garanti” che in qualsiasi momento possono ritirargli questa delega, delegittimarlo agli occhi degli altri militanti o addirittura inibirlo e espellerlo attraverso il divieto dell’uso del marchio 5Stelle.
L’M5S dunque, da questo punto di vista, è molto distante da un modello “leninista” e assomiglia, se proprio dobbiamo fare un paragone storico, al “Peronismo” argentino movimento capostipite di ogni espressione politica definita (da allora) “Populista”.
Non è un caso che attraverso la figura carismatica di Peron si formò un soggetto politico nuovo che mescolava socialismo, protezionismo statalista (nazionalizzazione di molte industrie e intervento pubblico in economia), patriottismo, autoritarismo ma anche tratti di fascismo, in particolare per quanto riguardava l’assunzione dal fascismo italiano del modello del “corporativismo” in economia. Il tutto senza rinunciare formalmente al modello democratico di sovranità popolare basato sul voto e sul suffragio universale.
Per ironia della sorte i Peronisti si definivano “Giustizialisti”. Vi ricorda qualcosa?
Anche il peronismo populista tendeva ad abolire, di fatto, la schematizzazione classica di suddivisione in “destra” e “sinistra”. Il partito giustizialista comprendeva l’alta borghesia e l’intellettualità, ma anche le classi operaie e lavoratrici inquadrate nel modello corporativo e soprattutto  i “descamisados”: quel sottoproletariato che fu poi la vera potenza d’urto del primo peronismo. E difatti i peronisti che sussumevano e interiorizzavano gran parte delle precedenti tradizioni politiche si divisero poi nell’ala di destra, conservatrice e parafascista e in quella socialista-nazionalista. L’originalità del modello peronista ha prodotto odi e sostegni trasversali sia alla destra che alla sinistra e in un mondo diviso in blocchi, appoggi o contrapposizioni trasversali sia all’est che all’ovest, a seconda dei tempi e delle condizioni politiche.

Veniamo a noi.
In questo quadro è ovvio che il gioco che si gioca in Parlamento, la formazione del Governo, le formalità della democrazia rappresentativa liberale (o borghese) non interessano per nulla a Grillo e Casaleggio. Anzi, costituiscono il modello da abbattere “dall’interno” (la scatoletta di tonno).
Ma Grillo e Casaleggio se da un lato incassano una rendita politica enorme usando il modello “peronista populista”, devono però governare internamente il movimento usando il più “spietato” leninismo. L’assenza dell’avanguardia e dei quadri di rivoluzionari di professione di provata fede permette al movimento di espandersi con incredibile velocità e trasversalità, arruolando continuamente nuove forze (in modo interpartitico e interclassista), creando così costantemente nuove “cellule” M5S, il tutto utilizzando sostanzialmente un modello in franchising (uso del marchio condizionato alle esigenze e alle direttive della Ditta).
L’unica contrapposizione forte è quella intergenerazionale: così come la spina dorsale del peronismo erano i “descamisados”, nel grillismo sono le giovani generazioni precarizzate e digitalizzate il vero motore propulsore.
La presenza massiccia di giovani e di persone politicamente impreparate rende però le truppe grilline assolutamente inaffidabili quando si tratta di giocare su più piani, compreso quello delicato della rappresentanza parlamentare, dove il controllo di Grillo/Casaleggio e dello “staff” diventa labile per via dell’autonomia degli eletti e per le continue scelte a cui i parlamentari sono sottoposti e a cui non possono sottrarsi.
Per Grillo/Casaleggio dunque l’unica via è l’isolamento del proprio gruppo parlamentare, a cui deve essere consentita solo l’attività “giustizialista”: dai controlli dei conti pubblici a quello delle caramelle, ma a cui è preclusa qualsiasi interlocuzione con le altre forze in campo e men che meno un appoggio al Governo.

Le forze politiche che si oppongono al Leniperonismo, a sinistra, hanno due strade: chiudersi nel Palazzo e blindarsi in un’alleanza di fatto dei “tutti tranne loro”, agevolando così il lavoro di Grillo/Casaleggio nella strategia di isolamento del proprio gruppo, oppure sfidare continuamente l’M5S su ogni questione, coinvolgendolo in ogni decisione, puntando così a far esplodere la contraddizione tra ala massimalista e ala riformista.
Una contraddizione che però non può che portare all’espulsione dell’ala riformista e alla distruzione della reputazione dei membri ribelli attraverso il linciaggio mediatico via web (misure già evocate dai “garanti” e dall’ala massimalista).

E’ un gioco estremamente pericoloso: la prima strada , quella dell’arroccamento, è quella a cui punta Grillo per arrivare alla sostanziale dissoluzione sistemica dei partiti (che molti peraltro già non rimpiangono..), dandogli anche il tempo di indottrinare e selezionare i quadri intermedi per far crescere il controllo ideologico sul movimento.
L’altra strada è l’unica a mio avviso da percorrere, ma il suo esito non è scontato: non è detto che le due ali si spacchino e non è detto che l’ala riformista abbia la lucidità politica per autorganizzarsi, trasformandosi da semplice diaspora a forza politica autonoma che oltre a confrontarsi in Parlamento mantenga una relazione politica con l’elettorato, portandosi dietro parte della base 5 stelle.
L’ambiguità politica in cui si muove Bersani e la sinistra che in questo momento lo sostiene è proprio questa: dare l’idea di voler semplicemente “scorporare” dei parlamentari, mentre in realtà l’obiettivo dovrebbe essere scindere l’M5S auspicando che nasca un nuovo Movimento smarcato dal controllo di Grillo e Casaleggio. Per deformazione politica data dalla sua storica vocazione egemonica i partiti organizzati della sinistra non sopportano nulla che cresca in modo autonomo e spontaneo, nella presunzione che solo la autoproclamata sinistra (in tutte le sue miriadi di componenti, partiti e partitini) sia in grado di rappresentare la società.
Se quindi questo processo fallisce si può andare a elezioni a breve: il chè rappresenta un vero terno al lotto.
Infatti uno dei rischi concreti è che un processo di sgretolamento veloce e incontrollato porti al crollo della sinistra e alla conseguente vittoria delle destre, con due scenari distinti: il successo elettorale di misura della destra eversivo/berlusconiana, oppure la variante più insidiosa che prevede la definitiva espulsione della sinistra da un partito di massa (processo già avviato dai tempi della costituzione del Pd), con il partito democratico che verrebbe trasformato definitivamente in una formazione neocentrista, moderatamente “liberal” ma molto più apertamente neoliberista.

Paolo Soglia

Donini rilancia il dibattito sul conflitto d’interesse: il suo.

donini--180x140Leggiamo un po’ stupefatti l’intervista sul Corriere di Bologna in cui il segretario dei democratici di Bologna Raffaele Donini annuncia candidamente di aver assunto la direzione di una testata giornalistica locale, nello specifico Radio International.
Ora: vorrei sgombrare subito il campo da possibili e spiacevoli considerazioni personalistiche: considero Donini una brava persona e pur non conoscendolo come giornalista non ho motivi per credere che non possa essere anche un buon direttore. Conosco anche molto bene l’editore di Radio International, Paolo Pedrini, con il quale ho sempre avuto ottimi rapporti.
Ciò detto, credo che il macroscopico conflitto d’interesse in cui si è infilato il segretario cittadino del Pd sia sotto gli occhi di tutti.
Anzi, non di tutti: ancora oggi leggevo (abbastanza incredulo..) i post di molti esponenti Pd che lodavano il segretario che “va a lavorare”, “Perché la politica non deve più essere un mestiere a tempo indeterminato…”
Ebbene: Donini è un funzionario a tempo determinato del partito democratico, regolarmente stipendiato (credo anche che abbia dichiarato che il suo stipendio è attorno ai 3.000 euro, ma potrei sbagliare..) per il lavoro che fa a tempo pieno. Il mandato a cui è stato eletto è temporaneo. Il fatto che Donini svolga un’altra professione retribuita quando avrà finito di fare il segretario (regolarmente retribuito) sarebbe normale e auspicabile.
Che tante persone  invece non comprendano che svolgere contemporaneamente il ruolo di segretario di un partito che governa la città e il direttore giornalistico di una testata comporti un notevole conflitto d’interesse, non è un buon segno.
Incalzato sul problema Donini afferma al Corriere che : «La regola anche con la mia redazione è semplice: non si parla di politica. La radio non segue la cronaca politica. Certo se viene approvata una delibera sui T days ne diamo conto. Ma non seguiamo certo il dibattito quotidiano nel Pd».
Tutto qui: amen. La cosa che sfugge a molti, e a Donini in particolare, è che non sia in discussione la buona fede o meno del soggetto in questione ma, appunto, il “conflitto di interesse” come stato di fatto, indipendentemente che se ne tragga profitto politico o si svolga in modo fazioso la professione giornalistica.
Già il fatto che Donini debba dire che non si occupa di politica come direttore di testata e che, esplicitamente, impedisca alla sua radio di occuparsene denota questa anomalia.
Mi chiedo: impedire a una redazione di occuparsi di politica è una corretta e trasparente scelta editoriale o è una conseguenza dovuta alla presenza del segretario? E se un domani un caso politico investisse il Donini Segretario come si ripercuoterebbe questa cosa nei confronti del Donini Direttore? Avrebbe un peso sulle sue scelte, su quelle dei redattori, su quelle dell’editore? E nel giudizio degli ascoltatori?

Insomma, il problema sussiste quando due attività sono in conflitto oggettivo per i ruoli che si ricoprono in quel momento.
Donini farebbe bene a fare una cosa alla volta e non mettere se stesso e il suo partito in costante imbarazzo rispetto ai molteplici ruoli che svolge in commedia.
Il problema del conflitto d’interesse, in Italia, non è solo un problema giuridico e normativo: è soprattutto un problema culturale. Moltissime persone entrano in uno stato di conflitto d’interesse senza nemmeno rendersene conto e si giustificano col fatto che si ritengono, fino a prova contraria, brave persone.
Ma il conflitto d’interesse non è un giudizio di merito, in cui incorrono solo le persone malvagie quando fanno o non fanno qualcosa: il conflitto d’interesse è uno “stato di fatto”, in cui ci si viene a trovare se si svolgono incarichi oggettivamente incompatibili o suscettibili di problemi di trasparenza, di interesse economico, politico o d’ordine etico e deontologico.

Il tema del rapporto tra politica e comunicazione in questo senso è tra i più delicati e non può essere addossato solo al macroscopico “conflitto vivente” rappresentato da Berlusconi.
Tra gli otto punti di Bersani da portare alle Camere, c’è anche quello del conflitto d’interesse. Si spera che la discussione sia ben più approfondita di quanto sta accadendo ora a Bologna e che prevalga un estremo rigore nel definire i corretti ambiti del “conflitto d’interesse” e le sue molteplici conseguenze .

Paolo Soglia

“Quel referendum non s’ha da fare”

altan_si_no_forse_02Quanto è costato alla collettività il Civis, una scelta di mobilità politicamente dissennata che ha accompagnato diverse amministrazioni, compresa quella in cui era presente come assessore l’attuale Sindaco, e che è stata abbandonata solo dopo che a furor di popolo (e di inchieste giornalistiche…) Merola e l’attuale Giunta hanno compreso che procedere era un suicidio?
Qualcuno ha forse chiesto scusa per i soldi spesi in progettazioni, opere inutili, tram da cambiare e via discorrendo? Macchè. Sono i costi della politica: a volte ci si prende e a volte (troppe..) la si sbaglia.

Nessuno però che abbia mai fatto ammenda per i soldi, i disagi e il tempo buttato via inseguendo un’idea di mobilità balzana, che prevedeva per una città di quattrocentomila abitanti ben tre sistemi di mobilità differenti (Civis, Metrò e People Mover) tutti rigorosamente diversi tra loro, con tecnologie non intercambiabili, che se fossero stati portati a termine avrebbero avuto lievitazioni di costi di gestione significative da far pagare ogni anno, ovviamente, ai cittadini bolognesi.
Ebbene, a fronte di questi disastri che denotano la mediocrità di una classe politica orientata solo a cogliere l’opportunità del momento o a inseguire un fantomatico finanziamento statale per la “grande opera”, suona piuttosto strano che a diventare pietra dello scandalo sia il Referendum consultivo sul finanziamento pubblico alle scuole private, che i promotori hanno proposto e ottenuto seguendo scrupolosamente le regole, raccogliendo molte più firme del necessario e chiedendo addirittura che per risparmiare venisse accorpato alle politiche.

Le dichiarazioni del Sindaco Merola sui costi eccessivi, oltre che inopportune e lesive del diritto dei cittadini di utilizzare uno strumento previsto dallo Statuto comunale, denotano però un nervosismo che dipende anche da un incartamento politico.
Con la situazione che si è creata e con i nuovi equilibri elettorali che pendono decisamente verso un possibile successo dell’iniziativa referendaria il Pd è nel pallone e il Sindaco non sa più che pesci pigliare.

Perché va detta una cosa, e i lettori è bene che lo sappiano: la questione del sistema integrato pubblico/privato dei finanziamenti alle scuole private, in gran parte cattoliche, non è solo una questione economica e di merito. E’ parte integrante del patto fondativo del Pd, consacrato dalla fusione della componente erede del Pci (Pds/Ds) con la galassia post democristiana (Popolari, Asinello, Margherita, etc).
Il tutto sancito, ai tempi, sotto lo sguardo protettore di Romano Prodi.
Se salta quel patto vanno in pezzi anche molti già precari equilibri all’interno del partito. Per molti dirigenti democratici locali la cui capacità di visione politica e di lettura della società si è “brillantemente” manifestata anche nell’ultima tornata elettorale, quindi,  sarebbe semplicemente meglio rimuovere il problema: non avendo risposte politiche preferiscono ripetere come un mantra che “quel referendum non s’ha da fare”.

Paolo Soglia

Abbiamo un piano..

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Tra poco si voterà la fiducia e il centrosinistra non ha la maggioranza in Senato. Nessun problema, infatti abbiamo un piano, anzi abbiamo diversi piani:

Piano A – Andare alle camere con Bersani e sperare in bene.

Piano B – Sperare che funzioni il piano A.

Paino C – Se Bersani non passa continuare a provare con altri candidati premier finche non si stancano.

Piano D – Chiedere che gli intellettuali facciano un appello affinchè mai e poi mai i 5 stelle votino la fiducia. Primo firmatario Umberto Eco. Non ne ha mai azzeccato uno di appello, vuoi proprio che ci riesca stavolta?

Piano E – La sera prima della fiducia telefonare a tutti i senatori dei 5 Stelle imitando la voce di Casaleggio dicendo: “ho detto che se domani NON votate la fiducia mi dimetto, com’è possibile che non capite mai un cazzo?”.

Piano F –  Mandare in volo gli F35 (destinazione Costarica – resort Ecofeudo) avvertendo Grillo che la parola d’ordine per farli rientrare è “sono assolutamente d’accordo a votare la fiducia”.

Piano G – Denunciare al mondo che non votare la fiducia è il punto G di Grillo.

Piano H – Minacciare la guerra nucleare (metodo Kim Il Sung..).

Piano I –  Andare alle camere e indicare come premier Casaleggio. Non Gianroberto,  ma Ivano Casaleggio (pensionato spi che fa il volontario all’Arci Benassi) sperando che nella confusione passi la fiducia.

Piano L – far finta di niente come in Belgio e andare avanti senza governo.

Paolo Soglia

Grillo ha iniziato una guerra per il potere e per adesso la sta vincendo

animal-farmIeri gran  bordata di Grillo ai giornali: tutti venduti. E alle TV, con tanto di fatwa: son tutti servi dei partiti, bisogna privatizzare due reti Rai e ritirare le concessioni ai privati per ridarle sotto precise condizioni. Dice il “caro fratello” dei 5 stelle:  E’ indispensabile creare una sola televisione pubblica, senza alcun legame con i partiti e con la politica e senza pubblicità. Le due rimanenti possono essere vendute al mercato. E’ necessario rivedere anche i contratti di concessione per le televisioni private e definire un codice deontologico al quale devono attenersi”. (Quale codice? non è dato sapere..)
A seguire l’ennesima stretta sulla libertà di parola ai suoi parlamentari: possono parlare solo i capigruppo Crimi e Lombardi. Gli altri muti: devono tacere perché il nemico li ascolta.
L’attacco alla libertà di stampa e d’espressione arriva dopo il tentativo di abbattere l’art. 67 della Costituzione che difende la libertà di coscienza dei parlamentari, ed è condito dal vaneggiamento su un “governo assoluto”: obiettivo 100%, totale omologazione di tutta la popolazione italiana al grillismo e al verbo nuovo.

C’è da preoccuparsi? Si, parecchio.
E la preoccupazione deriva dal fatto che le tesi di Grillo poggiano su solidissime basi: Grillo attinge a piene mani il suo consenso dalla critica violentissima alla degenerazione della politica e dei centri di potere tradizionali, una degenerazione talmente palese che nessuno può, se non è in malafede, non condividere.
Stessa cosa avviene per i media e l’informazione: la degenerazione del sistema informativo, il suo asservimento e acquiescenza ai poteri che lo alimentano, l’uso strumentale dell’informazione come enorme macchina di delegittimazione e di linciaggio dell’avversario, non li ha inventati Grillo.

Come non ha inventato la lottizzazione alla RAI, i virgolettati travisati, gli abili montaggi manipolatori e tutto il resto, compresa  la derisione o l’occultamento di tutto quello che si muove nella società ma non è approvato e riconosciuto dalle agenzie ufficiali del consenso.
Il passaggio da un giornalismo infamante a un giornalismo lecchino però è altrettanto rapido: molti di quelli che fino a ieri alacremente delegittimavano lui e il suo movimento adesso farebbero a gara a leccargli il culo, magari per accreditarsi un domani pensando a future poltrone.
Il fatto che a tempo di record in RAI sia sorto un “comitato 5 stelle” tra i dipendenti la dice lunga sul trasformismo di questo paese e sull’abitudine a servire il potente di turno..
Certo: mica tutti i giornalisti sono venduti, mica tutti i media sono macchine del fango. Ma è la vibrazione di fondo quella che dà il tono a tutta l’orchestra: si potrebbe dire la stessa cosa per la politica e gli esponenti politici. Mica sono tutti ladri, corrotti e opportunisti. Ma se gran parte della politica si riduce a corruzione e degradazione e se gran parte della popolazione italiana (mica solo Grillo e i grillini..) li percepisce così, a prescindere, ecco che l’equazione si realizza.

L’altra sera sentivo Franco Siddi (presidente FNSI) a Radio Popolare arrampicarsi sugli specchi. Doveva commentare la fatwa di Grillo, ma sentirlo difendere l’Usigrai definendolo un baluardo dell’indipendenza dei giornalisti RAI dall’invadenza dei partiti metteva sinceramente pena: ero in imbarazzo per lui.
In questi anni poi, tanti (ma proprio tanti..), anche quando non hanno direttamente rubato, corrotto o approfittato di entrature politiche per acquisire vantaggi personali a scapito di quelli collettivi, hanno taciuto. Un silenzio assordante, che metto al pari solo a quello attuale di tanti intellettuali senili, osannati da sempre come “libertari”, che adesso si sbracciano con Grillo sui palchi o sulle spiagge mascherate e non trovano una parola, dico UNA, per denunciare – o quantomeno criticare – le derive antilibertarie e regimeggianti di Grillo. Un conformismo della rivolta davvero rivoltante. D’altronde anche a Sartre, ai suoi tempi, veniva difficile criticare Stalin e l’Unione Sovietica, preferendo incensarne solo gli aspetti positivi…
Senza poi parlare dei corifei settuagenari del mondo dello spettacolo o del jet set rampante: Albertazzi, Villaggio, Mina, la Laurito, Ramazzotti, Lapo Elkan e via osannando.

Ma torniamo a noi. Grillo e Casaleggio sfruttano un potenziale di situazione enorme: ogni critica alle loro farneticazioni da regime viene sistematicamente rivoltata contro gli interlocutori accusati di difendere l’esistente e il sistema corrotto e marcio che si vuole abbattere. Le elezioni svolte nel momento di più alta crisi sistemica ed economica del dopoguerra hanno dimostrato che un quarto della popolazione lo ha seguito e altrettanti potrebbero esser pronti a farlo, a dispetto di ogni ragionamento critico o di paventato rischio di deriva autoritaria.
Cercare di “sputtanarlo”, come si usa fare comunemente in questo paese, nel tentativo di dimostrare che essendo tutti delle merde nessuno si può ergere a moralizzatore non funziona, anzi, può rafforzarlo: non saranno le accuse di fascismo né le case in Costarica a fermare il grillismo a cui in tanti sembrano in procinto di abbandonarsi.
In questo contesto difficilissimo Bersani si è mosso in modo intelligente, ma sconta gli errori del passato (anche recentissimo) per essere credibile. Primo fra tutti il fatto che nessuno crede che il Pd avrebbe intrapreso un cammino di cambiamento e discontinuità senza aver il fiato sul collo dei 5 stelle. E anche Sel appare in difficoltà: pur incassando la sterzata a sinistra della coalizione è evidente che gli elettori non hanno creduto che questo potesse avvenire rafforzando Sel e gli hanno preferito Grillo che si opponeva frontalmente al Pd dall’esterno.
Infine nel Pd l’appoggio unanime alla svolta di Bersani appare, ai più, solo un espediente tattico del funzionariato, più che un vero e proprio cambio di linea: molti sembrano acquattati ad aspettare il “cadavere” del segretario scendere dalle scale di Palazzo Madama, per poi vedere cosa fare.

Il paradosso del Pd è che molti di quelli che hanno approvato la linea in Direzione sono già pronti ad appoggiare Renzi che di quella linea è il più fiero oppositore: dunque l’ennesima prova di trasformismo di un ceto politico disposto a tutto pur di perpetuare se stesso.
Servirebbe una forza nettamente più innovatrice e al tempo stesso più autorevole rispetto a quella che sta mettendo in campo ora l’attuale centrosinistra. Servirebbe una linea chiara di discontinuità dal passato che si incarni in nuove facce e nuove parole. Ma per farlo serve tempo e soprattutto occorre “liberare” i parlamentari cittadini eletti coi 5 stelle dall’ammorbante controllo del “caro fratello” e del suo guru. Vendola quando andrà da Napolitano, oltre a confermare l’appoggio scontato al tentativo di Bersani, dovrebbe suggerire al Capo dello Stato, in caso di fallimento della prima ipotesi, un governo civico presieduto da una personalità di indiscussa garanzia (si faceva il nome di Rodotà..) che componga un governo di scopo, aperto nella sua composizione anche a persone molto in gamba (non “personalità”: persone)  che possano far camminare questa voglia di cambiamento andando oltre gli otto punti di Bersani.

Sui nomi e sui contenuti però devono esprimersi anche i parlamentari a 5 stelle. Sicuramente ci sono tanti parlamentari grillini felici di assecodare i “cari fratelli” seguendone diligentemente ogni ordine. Ce ne sono sicuramente altri, che per ora stanno in silenzio, che potrebbero presto aver voglia di affrancarsi: a loro deve essere restituita la parola, vanno assolutamente liberati dal condizionamento di sorveglianza poliziesca e di intimidazione dei “grandi fratelli” Grillo/Casaleggio.  Insomma, bisogna cercar di far vincere quello che c’è di buono in questa (presunta) “rivoluzione” arginando e combattendo i “cari fratelli” che la promuovono e la cavalcano per i loro obiettivi di potere. E avviare la legislatura è l’unico modo per cominciare a provarci.

Paolo Soglia

Oscillazioni

Foucault Pendolo zoomStiamo pericolosamente oscillando tra l’idea di una apertura seria e  non pregiudiziale con gli eletti dell’M5S e una forma di ripulsa e di condanna ad ogni loro azione o parola.
Attenzione: non mi sto riferendo a Grillo o Casaleggio: parlo degli eletti, gente che non conosciamo e che spesso finiscono in pasto ai giornali per una frase o un pezzo di post bloggato qua e là.
Ho letto dell’indignazione per alcuni passi contenuti nel blog della neo capogruppo alla Camera Roberta Lombardi, e anch’io ho avuto un moto di rabbia, però.. Però poi mi sono andato a leggere tutto il suo blog, non solo le quattro righe riprese dai giornali.
Le frasi erano quelle, il contesto complessivo un po’ diverso: non era una parabola agiografica di riabilitazione del fascismo, o lo sbotto di una vecchia nostalgica, così come è stato presentato da alcuni cronisti. Si trattava di frasi ambigue e decontestualizzate, certamente, e anche infelici nella loro sommaria descrizione di una tragedia storica ridotta, in poche righe, a un problema di secondaria importanza. Ma che nella sostanza miravano a dire che gli opposti anatemi ideologici sono, per la scrivente, perlopiù utilizzati come spauracchi per mantenere lo status quo che non fenomeni di reale appartenenza e opposizione sociale. Qui non si tratta di esser d’accordo, e nemmeno di giustificare alcunchè: io stesso alterno momenti di curiosità e di apertura ad altri in cui mi prudono le mani, per dirla con franchezza.
Ma cerchiamo di tener ferma la barra: con queste persone ci vogliamo aprire un confronto vero, aperto, anche duro se è il caso, oppure ci teniamo le nostre certezze e i nostri giudizi basati, spesso, su singole spuntature, mezze frasi scombussolate e astratte dal contesto?
Abbiamo detto loro che ci aspettiamo responsabilità, che proporremo misure che sono le nostre, ma anche le loro, e che non possono tirare i remi in barca e devono accettare il confronto.Bene, questo però comporta che anche noi dobbiamo essere all’altezza della situazione. Bastano già Grillo e Casaleggio a far casino e forse qualcosa di più pericoloso.

Con gli eletti M5S non tiriamo indietro la mano subito dopo avergliela tesa. A prescindere da cosa dice il primo pirla di turno sul suo blog, altrimenti non ne usciamo più.
Se questa è la linea, e io penso sia la linea giusta in questo momento, teniamo botta: credo che ci siano già abbastanza interessi forti alacremente attivi a far saltare il governo di scopo a maggioranza variabile, interessi che vedono come il fumo negli occhi ogni cambiamento reale negli equilibri di potere per riportare tutto su vecchi binari. Poteri a cui va benissimo il governissimo con l’uomo più corrotto del paese che sta sulla piazza da vent’anni e che solo poco fa diceva che il fascismo “ha fatto anche cose buone”, per intenderci.

Perciò non facciamo il loro gioco: sangue freddo e massima determinazione, apertura al dialogo e al confronto finchè ce ne sarà la possibilità: e solo dopo tiriamo le somme.

 Paolo Soglia