Grillo, i 5Stelle e il “Leniperonismo”

escu-p-y-e-pjOgni giorno si dibatte su un’uscita (infelice) di qualche “cittadino” a 5 Stelle o dei commissari politici messi a controllare le uscite dei medesimi.
Ovviamente ci sono in quel movimento anche altre posizioni molto meno “infelici”, o addirittura condivisibili, ma in questo momento non fanno notizia.
Se ci togliamo per un attimo dalla cronaca e analizziamo il fenomeno politico si possono fare altre considerazioni.
Qual’è lo scopo ultimo che si prefiggono Grillo e Casaleggio e che sottende tutto il loro lavoro, dai primi meet-up all’attuale forma partito rappresentata dall’M5S?
Anche qui non c’è mistero: le tesi sono pubbliche e ribadite in ogni occasione.
Grillo e Casaleggio si presentano come movimento “rivoluzionario”. La loro ambizione politica non è la conquista del Governo all’interno dell’attuale sistema parlamentare ma l’abbattimento di questo sistema di rappresentanza e la sua sostituzione con una forma nuova di “democrazia”, in cui la delega non è più conferita a un partito e al suo ceto politico e “incarnata” nella figura del rappresentante eletto nelle fila di quel partito.
L’abbattimento della delega verrebbe sostituita dalla cosiddetta “democrazia della rete”, attraverso una particolare piattaforma di voto on line, in cui ogni individuo avrà l’opportunità di esprimersi e di votare ogni singolo provvedimento o azione e che in tempo reale determinerà l’espressione di una “maggioranza di fatto” su ogni singolo punto. Questa maggioranza tuttavia varierà continuamente essendo slegata da un concetto di appartenenza e di adesione valoriale a una formazione politica.
Per fare questo Grillo e Casaleggio si propongono non come “leader del partito” ma come “garanti del processo” e ovviamente non sentono alcun bisogno di prassi elettive che li legittimi a essere loro, e non altri, i “garanti”..

Da un punto di vista storico politico le analogie più immediate (ma anche le differenze) sono con il “leninismo”, prassi dell’agire politico che avevo già evocato al tempo delle famose espulsioni dei “giovani comandanti” (Favia, Salsi, Tavolazzi, etc) all’epoca del blitz in cui Grillo/Casaleggio blindarono le liste ai militanti della prima ora, considerati più fedeli e affidabili.
Ma qui iniziano anche le differenze. Per un leninista classico alla testa di tutto c’è “il Partito” (Comunista). Il Partito agisce costituendo un’avanguardia, un cuneo, formato da rivoluzionari di professione che rispondono solo ed esclusivamente al Partito stesso.
L’avanguardia è formata da quadri preparati politicamente, che possono agire indifferentemente sia sul micro (lavoro politico di base, organizzazione delle cellule e dei militanti) sia in un contesto più ampio, parlamentare, per sfruttare le contraddizioni intrinseche della democrazia rappresentativa borghese. Ma sono sempre pronti all’opzione rivoluzionaria, compresa quello che prevede la conquista violenta del potere e l’instaurazione della “dittatura del proletariato”.

E’ ovvio che le mutate condizioni storiche nelle democrazie occidentali rendono il paradigma leninista puro del tutto impraticabile. Dunque Grillo/Casaleggio ne hanno sì mantenuto alcuni tratti, ma hanno modellato il loro movimento rivoluzionario su schemi nuovi e adatti ai tempi.
Prima di tutto è scomparsa l’avanguardia e sono scomparsi i “quadri”.
Nell’ideologia del M5S, ogni individuo che si attiva rappresenta una cellula a sé stante, del tutto impreparato politicamente, che agisce sul suo territorio in modo autonomo ma viene controllato attraverso la rete con i vincoli posti dal “Non Statuto” e soprattutto dal giudizio dei “Garanti” che in qualsiasi momento possono ritirargli questa delega, delegittimarlo agli occhi degli altri militanti o addirittura inibirlo e espellerlo attraverso il divieto dell’uso del marchio 5Stelle.
L’M5S dunque, da questo punto di vista, è molto distante da un modello “leninista” e assomiglia, se proprio dobbiamo fare un paragone storico, al “Peronismo” argentino movimento capostipite di ogni espressione politica definita (da allora) “Populista”.
Non è un caso che attraverso la figura carismatica di Peron si formò un soggetto politico nuovo che mescolava socialismo, protezionismo statalista (nazionalizzazione di molte industrie e intervento pubblico in economia), patriottismo, autoritarismo ma anche tratti di fascismo, in particolare per quanto riguardava l’assunzione dal fascismo italiano del modello del “corporativismo” in economia. Il tutto senza rinunciare formalmente al modello democratico di sovranità popolare basato sul voto e sul suffragio universale.
Per ironia della sorte i Peronisti si definivano “Giustizialisti”. Vi ricorda qualcosa?
Anche il peronismo populista tendeva ad abolire, di fatto, la schematizzazione classica di suddivisione in “destra” e “sinistra”. Il partito giustizialista comprendeva l’alta borghesia e l’intellettualità, ma anche le classi operaie e lavoratrici inquadrate nel modello corporativo e soprattutto  i “descamisados”: quel sottoproletariato che fu poi la vera potenza d’urto del primo peronismo. E difatti i peronisti che sussumevano e interiorizzavano gran parte delle precedenti tradizioni politiche si divisero poi nell’ala di destra, conservatrice e parafascista e in quella socialista-nazionalista. L’originalità del modello peronista ha prodotto odi e sostegni trasversali sia alla destra che alla sinistra e in un mondo diviso in blocchi, appoggi o contrapposizioni trasversali sia all’est che all’ovest, a seconda dei tempi e delle condizioni politiche.

Veniamo a noi.
In questo quadro è ovvio che il gioco che si gioca in Parlamento, la formazione del Governo, le formalità della democrazia rappresentativa liberale (o borghese) non interessano per nulla a Grillo e Casaleggio. Anzi, costituiscono il modello da abbattere “dall’interno” (la scatoletta di tonno).
Ma Grillo e Casaleggio se da un lato incassano una rendita politica enorme usando il modello “peronista populista”, devono però governare internamente il movimento usando il più “spietato” leninismo. L’assenza dell’avanguardia e dei quadri di rivoluzionari di professione di provata fede permette al movimento di espandersi con incredibile velocità e trasversalità, arruolando continuamente nuove forze (in modo interpartitico e interclassista), creando così costantemente nuove “cellule” M5S, il tutto utilizzando sostanzialmente un modello in franchising (uso del marchio condizionato alle esigenze e alle direttive della Ditta).
L’unica contrapposizione forte è quella intergenerazionale: così come la spina dorsale del peronismo erano i “descamisados”, nel grillismo sono le giovani generazioni precarizzate e digitalizzate il vero motore propulsore.
La presenza massiccia di giovani e di persone politicamente impreparate rende però le truppe grilline assolutamente inaffidabili quando si tratta di giocare su più piani, compreso quello delicato della rappresentanza parlamentare, dove il controllo di Grillo/Casaleggio e dello “staff” diventa labile per via dell’autonomia degli eletti e per le continue scelte a cui i parlamentari sono sottoposti e a cui non possono sottrarsi.
Per Grillo/Casaleggio dunque l’unica via è l’isolamento del proprio gruppo parlamentare, a cui deve essere consentita solo l’attività “giustizialista”: dai controlli dei conti pubblici a quello delle caramelle, ma a cui è preclusa qualsiasi interlocuzione con le altre forze in campo e men che meno un appoggio al Governo.

Le forze politiche che si oppongono al Leniperonismo, a sinistra, hanno due strade: chiudersi nel Palazzo e blindarsi in un’alleanza di fatto dei “tutti tranne loro”, agevolando così il lavoro di Grillo/Casaleggio nella strategia di isolamento del proprio gruppo, oppure sfidare continuamente l’M5S su ogni questione, coinvolgendolo in ogni decisione, puntando così a far esplodere la contraddizione tra ala massimalista e ala riformista.
Una contraddizione che però non può che portare all’espulsione dell’ala riformista e alla distruzione della reputazione dei membri ribelli attraverso il linciaggio mediatico via web (misure già evocate dai “garanti” e dall’ala massimalista).

E’ un gioco estremamente pericoloso: la prima strada , quella dell’arroccamento, è quella a cui punta Grillo per arrivare alla sostanziale dissoluzione sistemica dei partiti (che molti peraltro già non rimpiangono..), dandogli anche il tempo di indottrinare e selezionare i quadri intermedi per far crescere il controllo ideologico sul movimento.
L’altra strada è l’unica a mio avviso da percorrere, ma il suo esito non è scontato: non è detto che le due ali si spacchino e non è detto che l’ala riformista abbia la lucidità politica per autorganizzarsi, trasformandosi da semplice diaspora a forza politica autonoma che oltre a confrontarsi in Parlamento mantenga una relazione politica con l’elettorato, portandosi dietro parte della base 5 stelle.
L’ambiguità politica in cui si muove Bersani e la sinistra che in questo momento lo sostiene è proprio questa: dare l’idea di voler semplicemente “scorporare” dei parlamentari, mentre in realtà l’obiettivo dovrebbe essere scindere l’M5S auspicando che nasca un nuovo Movimento smarcato dal controllo di Grillo e Casaleggio. Per deformazione politica data dalla sua storica vocazione egemonica i partiti organizzati della sinistra non sopportano nulla che cresca in modo autonomo e spontaneo, nella presunzione che solo la autoproclamata sinistra (in tutte le sue miriadi di componenti, partiti e partitini) sia in grado di rappresentare la società.
Se quindi questo processo fallisce si può andare a elezioni a breve: il chè rappresenta un vero terno al lotto.
Infatti uno dei rischi concreti è che un processo di sgretolamento veloce e incontrollato porti al crollo della sinistra e alla conseguente vittoria delle destre, con due scenari distinti: il successo elettorale di misura della destra eversivo/berlusconiana, oppure la variante più insidiosa che prevede la definitiva espulsione della sinistra da un partito di massa (processo già avviato dai tempi della costituzione del Pd), con il partito democratico che verrebbe trasformato definitivamente in una formazione neocentrista, moderatamente “liberal” ma molto più apertamente neoliberista.

Paolo Soglia

Annunci

3 thoughts on “Grillo, i 5Stelle e il “Leniperonismo”

  1. analisi impeccabile – anche se si potrebbe forse rovesciare il punto di partenza, ovvero la traiettoria del centrosinistra italiano fra la nascita e la fine della II Repubblica: la rinuncia ad esprimere una propria prospettiva, fra vincoli esterni ed emergenze nazionali. Ogni volta che si é trovato con responsabilità di governo, il commissariamento delle politiche economiche in mani tecniche, fino a passare la mano persino sul primo ministro in occasione della nascita del governo Monti. Non sorprende che nel giro di un’elezione il PD passi dal corteggiare i moderati al doversi misurare con i peronisti, stante che tecnocrazia e populismo sono tutt’altro che antitetici, e anzi paiono destinati al matrimonio mano a mano che democrazia e capitalismo divorziano. Il liberalperonismo di M5S si nutre dell’incapacità del PD (per non parlare di formazioni para-giustizialiste e figlie dell’anomalia della II Repubblica come IDV e Rivoluzione Civile) di saper anche solo riferire rispetto agli scenari internazionali che abbiamo davanti, se non per spuntature e smorzature (“serve un pochino piú di lavoro, e far capire ai tedeschi che siamo tutti su un treno che va verso il meno”). Anni di litanie politologiche sull’importanza dell’elettore moderato nel bipolarismo hanno accecato rispetto alla presunta rottura dei presunti enrages populisti. Bersani ha rifiatato tatticamente con i due presidenti delle camere, Renzi ha taciuto qualche giorno: ora il partito di Repubblica é tornato a dar fiato alle trombe sull’imperativo di volti nuovi al comando. In tutto questo sfugge un aspetto fondamentale: con quale prospettiva politica un governo Bersani affronterebbe il quadro delineatosi dopo la crisi cipriota? La crisi é diventata il modo per perpetuare ricette neoliberali che via via nel sud si fanno aggressive e indiscriminate: la risposta quale sarebbe? Finché il PD non entra nella III Repubblica, iniziando a chiamare le cose con il proprio nome, e invece che coltivare come massima ambizione arrivare a essere quello che mette la faccia su rimedi amari (che non rimediano, e infatti gli altri la faccia non ce la mettono), finché non adotta un lessico chiaro e non subalterno liberandosi di complessi di inferioritá da anni 90 in economia e da tatticismi estremi in politica, non puó sperare di raccogliere il consenso necessario ad affrontare la crisi avendo addosso, fra le altre cose, tre italiche piaghe quali tecnocrazia elitista, neopopulismo grillino e patrimonialismo berlusconiamo. La sconfitta della prospettiva di discontinuità e convergenza programmatica con M5S, e il passaggio verso un riposizionamento renziano (ancora più indisponibile a leggere la crisi e a formulare una necessitá di discontinuità strategica), significherebbe per il PD varcare definitivamente la soglia di non ritorno, e porrebbe un grosso interrogativo a tutto ció che si muove attorno alla sinistra in Italia, a partire da SEL. Dunque, leninianamente (e non peronisticamente), che fare? E’ possibile pensare a un processo di sintesi e riaggregazione o si torna a farsi trovare per l’ennesima a braghe calate e divisi lungo due-tre opzioni elettorali che si annullano l’un l’altra? Io credo sarebbe il momento di non disperdere un solo voto dietro un solo distinguo, e per far questo é necessario pensare bene, riprendere la trama che si era allacciata con la primavera dei referendum e che si é dissipata da Vasto in poi, e innervare percorsi di convergenza dove il pensiero rimane lucido, e mi conforta vedere che questo blog si confermi uno dei rari casi

    • Son d’accordo Strax, il punto centrale è proprio l’inadeguatezza complessiva del Pd a gestire la fase, aldilà della buona volontà che sta dimostrando Bersani nella contingenza. Purtroppo vedo una strada molto stretta, con tanti “compagni di strada” pronti a sfilarsi. E come dici tu l’afasia di analisi e prospettiva sulla crisi e sulla politica europea é molto grave.

  2. Analisi su cui mi trovo assai d’accordo: ce ne fossero di simili tentativi di interpretare la congiuntura anche se, per quanto riguarda comparazioni storico-politiche, di solito preferisco essere più prudente ancora dei dovuti “distinguo”: spesso le comparazioni di questo genere risultano avere elementi e fattori di diversità che ne annebbiano fortemente l’efficacia analitica. Nello specifico, alla base del peronismo c’è l’apertura dell’arena politica alla partecipazione di settori sociali prima assolutamente assenti dalla scena…qui forse la figura della cosiddetta “casta” non è poi così facilmente collocabile in un parallelo con il ruolo dell’oligarchia “escludente” dell’Argentina post ’30. Così come la congiuntura politico-economica attuale appare idiosincratica con l’assoluto bisogno di industrializzazione di sostituzione delle importazioni con tanto di stato desarrollista di quel periodo. Ma comunque, se ci si riferisce alla forme di policy making e alle terminologie in uso, la suggestione può aiutare alla comprensione del fenomeno.
    Per quanto riguarda le prospettive e il lancinante grido di “che fare”, purtroppo non sono così ottimista: il PD mi sembra molto distante dalle tensioni-pulsioni-passioni che alimentano trasversalmente la voglia di cambiamento. La chiusura della scorsa campagna elettorale, nella nicchia dell’Ambra Jovinelli, a raccontare la supercazzola a poche centinaia di fedeli rampolli, mentre in Piazza San Giovanni si consumava l’apoteosi del rapporto senza filtri tra leader carismatico e massa osannante, ovverosia il rito del “balconazo” a 5 stelle, rappresenta un’immagine fin troppo paradigmatica della crisi politica che attanaglia il centro-sinistra. Concordo con Paolo sulla giustezza della scelta “di fase” di Bersani…by default, mi verrebbe da dire: un governissimo, per quanto mascherato da tecnicismi da para-farmacia, equivarrebbe allo scavarsi la fossa in tempi record. Non fa una grinza l’osservazione di Strax sulla completa riconsiderazione che il PD deve attuare rispetto ad analisi (vivaddio, in un contesto europeo e internazionale), obiettivi, metodologie (soprattutto comunicative) e leadership. L’invio di ragazzotte con la faccia sconosciuta nei salotti dei talk-show, risulta cura omeopatica per gonzi, nel tentativo manifestamente subdolo di dare segni di discontinuità con un passato blindato da nomenklature ora impresentabili. Io non credo che Bersani sia capace di attuare tutto ciò. Vedo invece SEL come opportunità a ricoprire un salvifico ruolo di “svegliabambocci” interno, o – se vogliamo – di area, per far sì che venga intrapreso questo cammino. Che potrebbe comunque dare primi buoni risultati anche a “corto plazo”, dimostrando inequivocabilmente che il work in progress è comunque inequivocabile e inarrestabile, credibile, insomma.
    Salut!
    Camel

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...