La ricreazione è finita…

ricreazioneCon la nascita del governo Napolitano/Letta/Alfano si chiude una fase storica e ne inizia un’altra.
Congedata la vecchia guardia, messo in sicurezza il Cavaliere, ci si appresta a consegnare agli archivi anche il tanto decantato “bipolarismo”.
Rinasce una post DC. Un grande centro moderato, a predominanza cattolica, con le mani in pasta e rapporti in ogni ganglio del potere: da quello economico finanziario interno e internazionale, alle organizzazioni imprenditoriali, a quelle sindacali.
Cosa differenzia, politicamente e culturalmente, gli ex democristiani Letta e Alfano, Franceschini e Mauro? Poco, certo non di più di quello che distingueva Andreotti da Donat Cattin o Moro da Cossiga. Tra un Lupi di Cielle e un Delrio, cattolico Pd ed ex presidente della onlus “Giorgio La Pira” sicuramente c’è una distanza politica, ma non così incolmabile vista la matrice identitaria comune.
Questo è un governo politico che può marciare molto coeso. E’ un governo politico, che può durare e mettere le basi per future alleanze ancor più durature.
Rispetto alla scelta dei Brunetta e dei D’Alema (che nessuno rimpiange) è la sepoltura molto più abile e definitiva di un vero governo del cambiamento in questo paese.
E’ un governo che non ha nella sua agenda, giocoforza: corruzione, inelegibilità, conflitto d’interessi, lotta all’evasione, incisive azioni antitrust.
E’ un governo che avrà diversi problemi ad affrontare le questioni dei diritti civili, ma che su questo piano accetta la sfida e inserisce un po’ per cosmesi (Cecile Kyenge, senza “portafoglio”) ma anche per sostanza (Bonino, esteri) elementi di contrappeso e di contraddizione interna.
Si smarca così definitivamente dalla Lega, e comincia ad operare per ridurre allo stato testimoniale la sinistra di Sel e i rimasugli di quello che ne rimaneva nel Pd.
La vera battaglia però sarà il logoramento a medio termine dei 5 stelle, che passerà molto probabilmente da una prima serie di provvedimenti sul piano economico per sfilare dal mazzo di Grillo il voto di protesta raccolto nella piccola e media impresa e nelle partite iva massacrate dalla crisi.

Il tanto decantato Pdl + Pd-l evocato da Grillo e cavalcato dai 5 stelle per ergersi come unico dominus dell’opposizione si basava sull’accezione totalmente negativa della classe politica. Non teneva conto, il pover’uomo, che non solo l’avrebbero preso in parola ma che la stessa accezione negativa col tempo può cambiare e con l’amorevole aiuto degli istituti economici internazionali (che agevoleranno l’operazione) si arriverà a trasformare due blocchi politici fintamente contrapposti in un unico soggetto: nuovo, coeso, (molto) moderatamente riformista, a cui basterà ridarsi un minimo di moralità e contegno per far digerire il rospo.
Letta che va a prendersi l’incarico guidando la sua auto è l’immagine simbolo di questa svolta: basta con l’esibizionismo del potere, con l’orgia corruttiva berlusconiana così compiaciutamente ostentata. Corrotti sì, ma con moderazione e senso della misura, democristianamente contriti per le sorti del paese..

I risultati a breve termine saranno, a mio avviso, un completo riallineamento dei parlamentari PD alla nuova linea. Non credo che al dunque ci sarà nemmeno un voto contrario alla fiducia, semmai qualche distinguo contenuto in documenti critici: tutt’al più qualcuno non parteciperà al voto. Pochissimi comunque, e del tutto marginalizzabili.
E a quel punto si risolverà anche il problema delle espulsioni…

Sel e Vendola si troveranno all’opposizione, ma con scarsissimi margini di manovra nell’area dell’ex centrosinistra e con una convocazione a caldo di un’assemblea l’11 maggio a Roma per aprire “il cantiere delle fabbriche di una nuova sinistra di governo” che rischia di non avere altri interlocutori se non se stessi.
Anche Grillo forse ha capito di aver fatto una grossa cazzata: aveva sparigliato le carte proponendo Rodotà, ma poi non ha saputo reggere il gioco e ha sopravvalutato la forza di Bersani all’interno del Pd.
Quando nel marasma generale si è arrivati a Prodi si è incartato: avrebbe dovuto chiedere a Rodotà un passo indietro per appoggiare Prodi e far fallire coi suoi voti il golpe D’Alemiano. Incoronando Prodi avrebbe assunto il ruolo di alfiere dell’antiberlusconismoavendo poi buon gioco a pretendere da Prodi un governo di cambiamento, magari con lo stesso Rodotà dentro come premier o in un ministero chiave.
Ma non l’ha fatto, perchè a far politica di palazzo è un po’ scarsino, e non ha capito bene che da quando è arrivato in Parlamento la piazza non basta più e il gioco è cambiato assai.

Dunque l’insipenza e gli errori di Bersani alla guida di un Pd già abbondamente in mano ai neo democristiani (ma fintamente spacciato per un partito di sinistra post comunista), unito al massimalismo ingenuo di Grillo e dei 5 stelle, ha prodotto un risultato ben al di sopra le aspettative per chi osteggiava il “governo del cambiamento”, che va oltre il patto di scopo col Pdl per garantire Berlusconi.
Anche Renzi deve stare attento: gli offrono la polpetta avvelenata della segreteria di un partito a pezzi, sapendo bene che i veri giochi si fanno altrove e sarà Letta, molto probabilmente, la stella radiosa del futuro polo neocentrista.

Mai come questa volta c’eravamo andati vicino, mai come questa volta sono stati commessi tanti errori e tutti insieme.
Vent’anni di Berlusconismo per tornare a una Dc riveduta e corretta: un gran bel risultato…

Paolo Soglia

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La carica dei 101 (e di tutti gli altri..)

fuga_320x200101 golpisti del Pd, assieme a molti ignavi e paraculi, dopo aver stracciato il patto con i loro elettori si apprestano a espellere chi non voterà il governo col PdL.
A farne le spese saranno pochi parlamentari, perchè si sa: il coraggio nel Pd non abbonda, e tutti quelli che hanno un po’ di mal di pancia se lo faranno passare in fretta con un alka seltzer.
Dunque la questione è molto semplice: chi terrà la schiena dritta e manifesterà un legittimo dissenso verrà – politicamente parlando – “passato per le armi”.

A chiedere l’esecuzione immediata sono in tanti, in primis ovviamente i golpisti: D’Alema, il gran regista dell’operazione, poi il premier designato Letta (per lesa maestà..) e infine il Renzi, con quest’ultimo che per non passare troppo in fretta dalle rottamazioni alle purghe di staliniana memoria fa la parte del “magnanimo”, il prete che prima dell’estrema unzione veste i panni del “buon pastore” disposto al perdono…

A presenziare alla fucilazione, ovviamente, devono partecipare tutti. Per salvarsi infatti tutti devono sottomettersi al nuovo corso, tutti complici, in particolare chi aveva espresso dubbi: da Serracchiani a Fassina, dai “giovani turchi” ai finti resettatori, quelli che anche qui a Bologna vanno a fare un po’ di vergognino nei circoli del Pd per placare gli animi e assicurarsi un posto al sole.
Ora io mi chiedo, e lo chiedo espressamente agli elettori del Pd: lo permetterete?
Alcuni di voi hanno scritto, altri si son detti sdegnati, altri hanno stracciato le tessere e altri ancora hanno occupato le sedi. Per cosa? Per ratificare la purga del partito nei confronti dei dissidenti?
Dopo avervi tradito, dopo aver affossato ogni speranza di cambiamento e rimesso sul piedistallo Berlusconi, lo permetterete?

Lunedì si voterà la fiducia e vedremo chi avrà la schiena dritta e chi esprimerà il suo legittimo dissenso. Deve però poter agire da uomo libero, in ossequio all’art. 67 della Costituzione*, ed esprimersi  in coscienza rispettando il patto di responsabilità politica fatto con i propri elettori. Senza subire ritorsioni.
Gli altri, i golpisti, si avvalgono anche loro dell’ art. 67:  infatti possono fare un Governo in barba a quanto scritto nel  programma “Italia bene comune” e a quanto detto agli elettori in campagna elettorale, perchè non sono tenuti a rispondere a chi gli ha dato il voto nè a rispettare i patti e quindi possono rimangiarsi tutto senza rimettere il mandato.
Pari e patta.. qui invece siamo al paradosso: i traditori del mandato elettorale si stanno arrogando il diritto di “fucilare” i dissidenti, quelli leali al programma stretto con gli elettori, sulla base della “fedeltà” al Partito…

L’altro giorno era il 25 aprile: ai tempi, i partigiani fucilavano i traditori mentre le dittature fucilavano gli oppositori.. a voi la scelta.

Paolo Soglia

* L’Articolo 67 della Costituzione della Repubblica italiana recita:
« Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato »
Questo articolo della Costituzione italiana fu scritto e concepito per garantire la libertà di espressione più assoluta ai membri del Parlamento italiano eletti alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica. In altre parole, per garantire la democrazia i costituenti ritennero opportuno che ogni singolo parlamentare non fosse vincolato da alcun mandato né verso il partito cui apparteneva quando si era candidato, né verso il programma elettorale, né verso gli elettori che, votandolo, gli avevano permesso di essere eletto a una delle due Camere (divieto di mandato imperativo). Il vincolo che lo lega agli elettori assume, invece, la natura di responsabilità politica.

“Se non dopo ieri, quando?”, una prima riflessione

lettereA tutti gli amici di penna.
Ho letto con grande interesse le vostre mail  relative al ragionamento “Se non dopo ieri.. Quando?” scritto con Mirco Pieralisi, che si aggiungono ai commenti pubblici e privati che sono stati espressi su fb.

Partiamo da un dato:
Per la prima volta da vent’anni non siamo solo di fronte a una sconfitta elettorale o politica del centrosinistra, ma alla definitiva implosione di un modello che (al di là delle intenzioni) nasceva già vecchio: l’ulivo/unione prodiana, maltradotta nel contenitore PD con la simbiosi di tutti i ceti politici preesistenti.
Questo partito non ha solo perso dando negli ultimi giorni la peggiore prova di sè con la lotta tra bande e i killeraggi. Ha perso perchè non è in grado di interpretare la società. Ha assistito impotente per anni all’avanzamento e all’esplosione dell’M5S senza mai fare uno sforzo minimo per capire cosa succedeva: semplicemente negava il fenomeno.
Nè tantomeno ha mai cercato di proporsi come strumento di traduzione politica di un’idea di società, per il semplice fatto che non ha evidentemente – come partito – un’idea di società.
Detto quindi che la crisi del Pd non è episodica e non potrà essere coperta dall’ennesima operazione trasformistica o cambio di marchio, nè dalla rottamazione dell’ennesimo uomo della provvidenza, il problema immediatamente successivo è cosa nascerà dalle macerie.
La riflessione mia e di Mirco è iniziata da lì: a prescindere da quello che farà Sel, Vendola, Barca e altri. Tanto siamo già in questa fase, volenti o nolenti.
La scorciatoia più pericolosa a nostro avviso è quella del nuovo/vecchio partito di sinistra: il classico contenitore dei delusi e degli scontenti, che mette dentro tutto il ceto politico e sindacale transfuga dal Pd e si proponga così al “popolo della sinistra”, con i vecchi riti conosciuti e consolatori e con le stesse ennesime facce, una sorta di refugium peccatoris.
Dinanzi a questa prospettiva noi abbiamo voluto non solo dare un netto altolà, ma anche un percorso alternativo, ovviamente non esaustivo nè tantomeno dettagliato, diciamo anche assai carente dal punto di vista dell’analisi.  Ma almeno abbozzato sì.
C’è una società reale da interpretare, da riconoscere e con cui condividere i bisogni: abbiamo riferimenti valoriali alti e plurali per ancorare queste richieste a una prospettiva politica. La questione comunque è di sostanza, ma è anche di forma.
Nel nostro pezzo evidenziamo come la forma che porta alla costruzione del ragionamento politico, della discussione e condivisione, nella scelta delle persone che vanno poi a rappresentare queste ragioni, non sia un mero problema organizzativo: è sostanza.
Così come è sostanza la lotta al corporativismo e al conservatorismo che alberga in tanti gangli della società e anche della sinistra organizzata.
Dunque quello che a noi interessa è questa prospettiva: la differenza epocale che c’è tra un’operazione di ri-fondazione o ri-costruzione e una rinascita. Per questo parliamo di un partito che non abbia come fondativo il suo identitarismo di sinistra, ma quello laico e costituzionale: non perchè non debba “essere di sinistra”, ma perchè dovrà fare ben di più. Dovrà essere partito di massa, interpretare i bisogni e tradurli in azione politica senza escludere a priori nessuno da questo percorso, ma anzi formarlo a questo percorso.
Detto con franchezza, negli ultimi tempi abbiamo assistito a un dato inequivocabile: gli “interessi” (individuali, collettivi, strutturati, etc) si rivolgevano ai partiti, mentre i “bisogni” (individuali, collettivi, etc) bussavano (e spesso venivano accolti) dai 5 stelle.
A loro modo certo, che magari non ci piace, ma è così.
Con altrettanta franchezza vi dico che ai portatori di questi bisogni individuali e collettivi noi non possiamo dire: “li conosciamo, li abbiamo pure scritti nel nostro dettagliatissimo programma, ma adesso scusate: siamo impegnati nella ricostruzione della sinistra..”.
Vorremmo partire da qui. Il senso del documento è questo.
Visto che l’articolo ha suscitato un po’ di interesse e che le cose vanno avanti velocemente, visto che l’11 maggio Vendola ha annunciato un’assemblea a Roma per aprire “il cantiere delle fabbriche di una nuova sinistra di governo”, sarebbe un bene discuterne anche a Bologna, on line e faccia a faccia.
Stay tuned..
Paolo Soglia

Se non dopo ieri.. Quando?

costituzioneDopo la rielezione di Napolitano, frutto maturo della distorsione oligarchica e autoreferenziale della democrazia italiana,  vista l’esplosione del Pd è necessario uno sforzo che vada al di là della comprensibile indignazione: non è finita solo per il Pd ma anche per tutto quello che gli sta intorno.
Crediamo sia opportuno che anche Sel faccia questa riflessione: ha avuto un ruolo importante in un preciso momento storico e in questi mesi convulsi è stata l’unica forza di sinistra che si è mossa con dignità cercando la strada del cambiamento attraverso l’impresa, rivelatasi impossibile, di un’alleanza di governo.
Ma non basta rimpiangere le occasioni mancate: è finita per tutti.
Ora il problema non è dar vita all’ennesimo partito di resurrezione della sinistra, tirandosi dietro tutta la zavorra dei fallimenti precedenti.
E’ necessario un format di movimento/partito nuovo, che sappia interpretare (e anche imparare) da quello che è accaduto, a cominciare da quello che nato attorno al Movimento 5 Stelle.
Crediamo soprattutto che sia necessaria una visione amplia e non politicista e identitaria.

Bisogna dar vita immediatamente a un movimento costituzionalista e laico diffuso sul territorio e connesso in rete: un movimento LaiCost 2.0.
La sua bussola non dovrà essere il tradizionale abbecedario della sinistra italiana ed i suoi riti, ma nemmeno il “Non-Statuto”: sarà la Costituzione Italiana e vi potranno partecipare tutti coloro che vi si riconoscono, non solo quelli che si sentono di sinistra.
Punti fondanti: Costituzione, Antifascismo, Legalità, Solidarietà.
E poi la tutela dei diritti: da quelli civili a quello al lavoro e dei Beni Comuni a partire dalla difesa dell’ecosistema, del welfare e della scuola  pubblica.

Vanno anche acquisite molte delle pratiche politiche sperimentate con successo dal movimento 5 stelle. Non bisogna vergognarsene, anzi, è una ricchezza, ne citiamo alcune:
1) utilizzo della rete come strumento di costante rapporto tra rappresentanti e rappresentati: non è la rete “salvifica” e fintamente democratica teorizzata da Casaleggio, è la rete come mezzo di comunicazione che determina e sancisce in tempo reale quella che è la coerenza tra scelte politiche effettuate negli organi dirigenti e nelle assemblee elettive e il comune sentire del popolo degli aderenti  e dei militanti.
2) orizzontalità nelle scelta dei rappresentanti, basata sul merito e non sull’appartenenza di partito o correntizia e con il limite di mandato. Perchè è giusto che la politica sia vissuta come un servizio e non come un punto d’arrivo per la gestione del potere.
I limiti di mandato (noi diciamo 3, discutiamone..) sono un punto fondante: finito il mandato non finisce il mondo, si torna utili in altro modo senza che questo venga vissuto come una bocciatura o un declassamento.
3) Lotta alla casta che si frappone al conseguimento del bene comune: non solo quella politica ma, soprattutto, quella economica dei poteri opachi della finanza. Ma anche a quella che prospera attraverso l’occupazione dello Stato da parte delle lobbies e che fa proliferare un funzionariato parassitario. Bisogna quindi mettere in discussione il corporativismo che soffoca l’organizzazione dello Stato, combattendo ogni forma di conservatorismo che alberga in tante organizzazioni (associazioni d’impresa, organizzazioni sociali e professionali, magistratura e sindacati, enti locali, etc etc).

Con l’implosione del Pd è già iniziato un processo di destrutturazione / ristrutturazione e da qui in avanti non mancheranno molteplici tentativi per dar vita a nuove aggregazioni. Spesso questa fase si conclude con la riproposizione di partiti identitari che collezionano al loro interno il campionario più o meno aggiornato del ceto politico dei partiti precedenti. Al tempo stesso è inutile perder tempo in un assemblearismo diffuso che si concentri sul lamento e sulla lacerazione.
Non cadiamo in questa trappola: c’è l’esigenza di una nuova nascita non di un rinnovamento.
Si invitano quindi caldamente tutti coloro che provengono dal ceto politico preesistente di evitare l’ennesimo trasloco per trovare l’ennesimo partito in cui piazzarsi. Aderiscano se vogliono, ma senza nulla a pretendere e in fila come tutti gli altri, perchè i nuovi rappresentanti andranno selezionati attraverso strumenti democratici e trasparenti. La logica della fedeltà correntizia o il carrierismo d’appartenenza vanno definitivamente delegittimati.

Ci vogliono però subito alcuni punti di partenza: si formi dunque una nuova forza ma si chieda a Stefano Rodotà, che volevamo Presidente della nostra Repubblica, di assumere il  ruolo di presidente/garante di questa svolta.
Si chieda a Vendola di sciogliere Sel e il gruppo dirigente in qualcosa di profondamente diverso: dia un contributo fondativo ma rinunciando al ruolo personalistico che l’ha visto protagonista in questi anni. Si chieda a Barca di mettere a disposizione le sue competenze, a cominciare dal manifesto da lui proposto nei giorni scorsi.
Ma soprattutto si chieda a coloro che  hanno avuto il coraggio di costruire nei territori mobilitazione e reti per la difesa dei beni comuni, la tutela del sapere, la difesa della legalità dalla corruzione e dalla mafia, di mettere a disposizione le nuove energie per un programma di ricostruzione della sovranità popolare.

Mirco Pieralisi
Paolo Soglia

La via d’uscita

via d'uscitaL’elezione del Presidente della Repubblica ha dimostrato l’assoluta inadeguatezza della classe dirigente del Pd e di Bersani. Ne avevo apprezzato il sacrificio dopo il voto. Con l’esito disastroso dell’operazione Marini e la deflagrazione del Pd Bersani (ma anche D’Alema, Veltroni e tutta l’allegra compagnia del “tortellino magico”) dovrebbe velocemente accomodarsi alla porta. Certo: c’è chi dice che era tutto calcolato, Marini da bruciare per spianare la strada a Prodi. Anche se un calcolo del genere ci fosse stato, certo non avevano messo in conto le rivolte, le sedi occupate, il mail bombing sui parlamentari.. E’ cambiata la politica e loro sono ormai inadeguati.

Dopo tante polemiche con Grillo e con Renzi, devo ammettere con onestà intellettuale che ambedue hanno tenuto il punto (più il primo che il secondo). Renzi ha dimostrato che la critica all’establishment Pd non è solo un fatto d’età. Soprattutto bisogna dire che se non fosse stato per Grillo e il Movimento 5 Stelle nessun cambiamento sarebbe mai stato possibile in questo paese. L’indicazione di Rodotà è stata  di grande spessore e ha salvato la dignità della sinistra ben al di là di quanto un miserabile ceto politico di presunta sinistra sia stato in grado di fare.

Quello che mi spaventa di quel ceto politico è la sua mediocrità e l’incapacità di analisi: nessun parlamentare del Pd ha espresso una critica politicamente fondata su Rodotà.
Nè tantomeno Bersani, nè alcun altro maggiorente del Pd  sono mai entrati nel merito della sua candidatura: l’unico loro problema è che doveva salire al colle un “PD”. Punto.
Detto che Rodotà è stato eletto in svariate legislature come “indipendente di sinistra”, arrivando anche a essere presidente del Pds quando cercavano una figura di chiara matrice di sinistra (ma super partes), detto che ha un curriculum istituzionale (e internazionale..) di prim’ordine, analizziamo il non detto:
Rodotà è laico e quindi è sgradito alla componente cattocomunista del Pd attenta alle reazioni della Cei e del Vaticano
Rodotà è di cultura socialista (quella vera) ed è sgradito alla componente neoliberista del Pd
Rodotà sarebbe un garante integerrimo della Costituzione. Forse troppo..
Rodotà non è disponibile a dare garanzie in bianco a Berlusconi
Rodotà non fa parte dell’apparato e quindi non è condizionabile
Rodotà non ha mai governato e quindi non ha scheletri nell’armadio da tirare in ballo al momento opportuno
Rodotà è stato messo nella lista da Grillo e quindi agevolerebbe un governo di cambiamento. Quello vero..
Rodotà è stato indicato dal movimento 5 stelle quindi non dovrebbe “gratitudine” ai grandi elettori del Pd
Rodotà non ha alleati in nessuna corrente del Pd
Rodotà ha sempre esercitato un ruolo da “garante” quindi è inviso alle lobbies economiche
Rodotà è uno spirito libero e indipendente

Dunque sarebbe stato un ottimo candidato per un partito laico e di sinistra. Ma evidentemente non per il Pd..
La scelta di Prodi come extrema ratio del Pd è comprensibile: avevano i forconi del loro popolo attaccati al culo e le sedi occupate, dovevano in qualche modo dare una risposta. Al di là della persona di Prodi, (che apprezzo) la scelta non mi soddisfa politicamente per due motivi:
1) Se vuoi veramente archiviare Berlusconi, il berlusconismo e il passato ventennio devi gioco forza archiviare anche il suo principale antagonista: Romano Prodi.
2) Aldilà di quello che pensa Berlusconi e suoi sodali (di cui mi frega meno di zero) per larga parte del popolo del centrodestra Prodi sarà sempre un nemico, una persona che non stimano e che detestano. E questo non è un bene perchè in fondo in fondo terrà vivo il berlusconismo ben al di là delle sorti di Berlusconi medesimo.

Ma in politica si ragiona su quel che c’è, non su quel che si vorrebbe. E adesso il Pd e Sel dalla quarta si ricompatteranno su Prodi, con insidie e possibili esiti. Vediamoli:
Pd+Sel hanno poco più di 490 voti e ne servono 504. Non mancheranno però i franchi tiratori, quelli col dente avvelenato per la vicenda Marini, difficile ipotizzare quanti saranno. In ogni caso servono voti: Monti non li garantirà da subito per tenersi le mani libere. Potrebbe garantirli l’M5S. In che modo? E’ possibile che di fronte alla candidatura Prodi, col rischio di un fallimento che riporterebbe in auge le “larghe intese” lo stesso Rodotà faccia un passo indietro spianando la strada a Grillo e ai suoi per un appoggio a Prodi (che è tra i candidati..).
Poi magari, chissà, (perchè no?) Prodi Presidente potrebbe dare a Rodotà un incarico per formare quel governo “di scopo” che eviti le urne a giugno…

Tra poche ore inizia la quarta votazione, staremo a vedere.
Per il momento buona giornata ( e come diceva Truman: anche buon pomeriggio, buonasera e buonanotte..)

Paolo Soglia

Gabanelli e il Colle

quirinalePremesso che da sempre le mie preferenze per il Colle vanno (e non da oggi) a Stefano Rodotà, trovo  che nell’impeto di chiedere la rinuncia a Milena Gabanelli convivano due pulsioni, una sincera e condivisibile e una invece assai pelosa e ipocrita.

Cominciamo dalla prima: Gabanelli (e Strada) hanno saputo ritagliarsi un prestigio indiscusso nei rispettivi campi, non solo per quello che hanno fatto ma per come lo hanno fatto: senza spinte e coperture partitiche a spianargli la strada (da un lato) e a proteggerli per poi imbrigliarli quando il “benefattore” si presenta a chiedere il conto.
Le persone realmente indipendenti in questo paese colloso, corporativo e ruffiano sono pochissime: paradossalmente sono assai poco indipendenti anche alcuni di quelli che hanno indicato Gabanelli tra i 5 Stelle, perché troppo spesso appaiono supini agli imperativi e alle procedure opache dei due fondatori del movimento. Subiscono quasi tutto senza battere ciglio mettendo la coda tra le gambe, magari limitandosi a frignare qualche battuta su facebook per poi tornare subito nei ranghi.
D’altronde se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare…

Dunque grandissima stima per Gabanelli (e anche per Strada). Alcuni puri di spirito si chiedono tuttavia se ai grandi meriti che i due hanno conseguito si possa affiancare anche una investitura così distante da quelle che sono le loro abituali attività. Non solo: nella loro indipendenza i due, che hanno personalità da vendere, hanno sempre saputo prendere posizione, seppur con accenti molto diversi: molto più militante Gino strada, inflessibile e rigorosa nelle sue inchieste Milena Gabanelli, talmente indipendente nel suo agire da essere parimenti detestata a destra come a sinistra, a seconda di chi si occupi l’inchiesta di Report del momento.

Ma questa equidistanza nell’essere detestata a inchieste alterne denota un’attitudine diversa da quella richiesta a un Capo dello Stato, che nella coerenza della sua posizione deve determinare il massimo di coesione e impegnarsi, spesso faticosamente (a volte addirittura “dolorosamente” visto il ruolo politico di primo piano di certi personaggi…) nella ricerca di accordi condivisi, o comunque di scelte che nello scontentare alcuni siano comunque rigorosamente legate all’interpretazione della Costituzione di cui il Presidente è il Garante.

Ecco: l’abilità e la pazienza inesauribile nella mediazione giusta non mi pare, tra le tante qualità, quella che emerge più nettamente nella storia di Gabanelli (e ancor meno di Strada).
In questo senso i puri di spirito esprimono un dubbio legittimo, anche perché difficilmente su un nome come Gabanelli (e ancor meno Strada) si avrebbe un allargamento del consenso: rimarrebbe una candidatura confinata al gruppo dei 5 stelle, e congelando i voti di quei grandi elettori si aprirebbero autostrade per vecchi marpioni di palazzo come Amato (ma anche Prodi che al Colle ci lavora da tempo…) pronti a saltare sull’onda giusta appena vedranno che non c’è più il rischio di bruciarsi.

Dall’altra parte c’è una ridda di commenti fintamente disinteressati e dunque ipocriti, che nell’enunciare più o meno con le stesse ragioni le “carenze” di Gabanelli per salire al Colle aggiungono che “è molto meglio che continui a fare il suo lavoro”.
Ecco, questa frase in bocca a molti politici e commentatori stride assai: gente che non ha mai mosso un dito per la libertà di stampa, anzi, che potendo l’ha sempre affossata, soprattutto quando lo sguardo del cronista si posava sulle brighe della sua parte politica.
Gente che ha permesso e permette tutt’ora che la legittima possibilità di difendersi in giudizio da parte di chi si sente diffamato si sia trasformata in una sorta di intimidazione permanente al lavoro giornalistico, di Report in particolare, a cui vengono intentate cause con richieste danni milionarie fatte esclusivamente per intimidire e ridurre al silenzio chi ha osato mettere il naso dove non doveva.
Ecco, questi sono a mio avviso i pelosi e gli ipocriti.

Non so cosa farà Milena Gabanelli: penso che un attestato di queste dimensioni non possa che far sentire tutta la stima che ha in lei una gran parte del popolo italiano e al tempo stesso la metta nella difficile situazione di dover riflettere seriamente sul fatto di assumere questa responsabilità, a prescindere di essere eletta  o meno, perchè anche il solo decidere di accettare la candidatura è un’assunzione di responsabilità.
Deciderà lei in coscienza, guardandosi dentro per capire cosa fare.
E qualunque sarà la sua decisione, a prescindere dalle mie preferenze per il Colle (che valgono come il due di bastoni quando briscola è a danari..)  manterrà comunque inalterato tutto il mio rispetto.

Paolo Soglia

Dizionario referendario

merolaIl Sindaco è sceso in campo direttamente per difendere lo stanziamento di fondi alle scuole private messo in discussione dal referendum. Il comitato promotore accusa Merola di giocare due ruoli in commedia: quello dell’arbitro che deve dettare le regole della consultazione e quello del giocatore che tifa per la sua squadra.
Che il sindaco abbia una sua opinione e la difenda è legittimo. Che affermi che comunque vada, anche se vincerà l’opzione “A” lui tirerà dritto per la sua strada continuando a donare soldi alle paritarie private, molto meno. Non va neanche bene che Merola e i difensori del “pedaggio” al privato sbandierino argomenti che non stanno né il cielo né in terra facendo disinformazione.

Vediamo di fare luce su alcuni punti usati dal fronte “B” in maniera propagandistica:
A come “anticlericali”. La vulgata diffusa a piene mani soprattutto dalle componenti cattoliche dello schieramento è che la battaglia referendaria sia fatta per colpire le scuole cattoliche da parte degli “anticlericali”. Naturalmente l’accusa serve a svicolare dal merito cercando di trasformare il referendum in una guerra di religione, cosa tutt’altro che vera. Infatti i cattolici, come chiunque altro, hanno tutto il diritto di istituire scuole private, che tuttavia non devono costituire un “onere per lo Stato” (art. 33 della Costituzione Italiana).
B come bambini (e come “bugie..). “Se togliamo alle private lo stanziamento di oltre un milione di euro come faremo a dare un posto ai 1700 bambini ora accolti nelle paritarie private?” Avrete certamente sentito mille volte Sindaco e Curia fare questa affermazione. Ebbene, è totalmente destituita di fondamento. Equivarrebbe a dire che togliendo un contributo che incide in maniera non rilevante sul bilancio di ogni istituto tutte le scuole private chiuderebbero contemporaneamente facendo aumentare la domanda di 1700 unità. E’ assurdo e infatti non chiuderà nessuno, perché le private si finanziano con le rette e inoltre continuerebbero a prendere i contributi dalla Regione e dallo Stato (li paghiamo ben tre volte, manca solo un obolo dai quartieri e poi siamo a posto…).
C come Conti. Le private cattoliche non pubblicano i bilanci. Prima di erogare un contributo ci si aspetterebbe di vedere i bilanci e di capire se quelle aziende sono sane o hanno problemi, e di che entità. Nulla di tutto questo, i contributi vengono dati a tutti a scatola chiusa in base al numero di sezioni di ogni istituto. Per quanto ne sanno i cittadini di Bologna alcuni istituti potrebbero anche essere in pareggio e il contributo a quel punto diventerebbe un utile d’impresa. Il Sindaco avrebbe dovuto pubblicare i bilanci e verificare le condizioni di retribuzione del personale docente e non docente delle scuole private, invece si limita a fare i conti della serva per cercare di risparmiare sull’istruzione pubblica.
I come ideologici. Ebbene, se c’è una componente ideologica tra gli schieramenti in campo è proprio quella che non intende mettere in discussione, mai e poi mai e per nessuna ragione, la scelta di destinare fondi pubblici alla scuola privata.
Questa rigidità ha una ragione prettamente politica: fa parte del patto fondativo dell’attuale Pd, come serenamente afferma anche il consigliere Giuseppe Paruolo nel suo blog sponsorizzando i fondi alle private: “La scelta del sistema scolastico pubblico integrato è costitutiva del PD. Spesso si dice che al PD manca una linea politica chiara su alcuni argomenti, e si mette in luce il faticoso dibattito per giungere a sintesi. Ma in questo caso fortunatamente la linea c’è, fin dalla fondazione. Basta leggere il manifesto dei valori del PD: “Il Partito Democratico sostiene un sistema scolastico pubblico integrato, imperniato sulla valorizzazione del ruolo educativo degli insegnanti, e in grado di garantire un’elevata qualità dei percorsi formativi” (al punto 6, il grassetto è nel documento).
M come Marziani. Ogni autorevole firma a sostegno del quesito posto dal comitato referendario da parte di un esponente della cultura (ultimo Daniele Silvestri..) viene vista come un atto d’invasione, un pericoloso attentato all’autonomia della città. Secondo l’assessore Lepore si tratta di “Marziani”, pericolosi “intellettuali di sinistra” calati su Bologna per distruggerla e da cui difendersi con ogni mezzo. Lepore evidentemente è fortemente scosso, forse ha visto “L’invasione degli ultracorpi”, si è impressionato e non ha dormito bene. Vedrà che con una settimana di buone letture passa tutto.
S come Scuola. Pubblica, laica, accogliente e di qualità. Una scuola con queste caratteristiche non può affidarsi ai privati che infatti hanno percentuali di bambini stranieri ben al di sotto di quelli che frequentano le materne comunali e statali. Per non dire di bambini portatori di handicap o bisognosi di sostegno di vario tipo. Le statistiche sono impietose, e mentre il pubblico si fa carico quasi totalmente di questi compiti, per un mero accordo di partito si è deciso di stornare le già scarse risorse destinate al pubblico per dirottarle, in parte, sui privati.

Per queste ragioni signor Sindaco, oltre ad andare a fare propaganda per l’opzione “B” in giro per la città, sarebbe opportuno che si confrontasse sul merito e rispondesse nel merito anche con chi legittimamente ha opinioni diverse dalle sue.
Possibilmente con carte e conti alla mano, così evitiamo dibattiti “ideologici”…

Paolo Soglia