Troppo ciechi?

welcometorealityReferendum: leggo con un certo stupore i giornali del giorno dopo.
Non c’è analisi politica, non c’è uno sforzo per capire realmente cosa ha spinto decine di migliaia di bolognesi a recarsi al voto e in maggioranza a esprimere la propria preferenza alla scuola pubblica.
C’è soprattutto una gran voglia di metter tutto da parte e passare oltre: una grande opera di rimozione collettiva che porta ad affermare in coro “non è successo niente”
Il più netto è stato a caldo l’amico Giovanni Egidio, che nel vergare l’editoriale su Repubblica di commento al voto è stato addirittura tranchant: “Troppo pochi”.
Un epitaffio, una pietra tombale. Una lettura liquidatoria di un processo che invece è ricco di significati e di conseguenze politiche.
E’ successo infatti che nella giornata dell’astensione generalizzata, in cui da Roma a Imola si registravano cali d’affluenza a due cifre, dal 12 al 24 %, a Bologna in un referendum meramente consultivo, in un’unica giornata organizzata in modo a dir poco approssimativo, un terzo degli aventi diritto si sia recata al voto a esprimere la sua preferenza. 85.000 persone.
Troppo poche? Nel 2011 alle comunali per il sindaco, con ben altra posta in palio, votarono in 215.546 (di cui 106.000 per Merola) e nel voto di lista gli elettori furono ancora meno: 194.435.
50.500 voti presi dai referendari sono più dei due terzi dei voti presi dall’intero Pd in quell’elezione (72.530 voti di lista).

Vorrebbe quindi da dire: ma di cosa stiamo parlando?
Un Sindaco in carica e il suo partito fanno campagna per il B, a fianco della Curia, di tutto il centrodestra, affiancato dai poteri economici e da quasi tutti i sindacati della città, con un fuoco amico di giornali e tv che ad avercelo contro sono dolori…

Ripeto di cosa stiamo parlando? Se quegli stessi 85.000 votanti avessero prodotto un risultato favorevole al fronte B adesso saremmo tutti qui a sorbirci le litanie su quanto i bolognesi si sono dimostrati “seri”, “responsabili” e “in sintonia col sentire dell’amministrazione”, e quel risultato sarebbe già sacro. Era proprio questo il rischio del referendum: se lo si perdeva si sarebbe pregiudicata la possibilità di invertire la tendenza e tornare a parlare di diritti e di scuola pubblica per tutti.

Chi dice son “troppo pochi”, mi pare non colga affatto un dato politico eclatante e rischi di essere a sua volta un po’ troppo cieco. Lo schieramento di cui sopra, favorevole al mantenimento dello status quo, non ha puntato sull’astensione: ha puntato a vincere, mettendo in campo tutta la capacità persuasiva di cui era in possesso.
Le parrocchie hanno fatto propaganda anche durante il voto, le suore sono state mobilitate. Ma soprattutto il sindaco e il Pd ci hanno messo la faccia. Merola ha drammatizzato il voto più che ha potuto, facendone una sorta di referendum su di sé, attirandosi anche critiche per questo atteggiamento aggressivo.
E adesso tutto questo non vale più niente? Hanno già scordato i commentatori le parole di Merola sul PD che “sarebbe ripartito dal referendum del 26 maggio” ?
Invece che delegittimare il voto referendario ci si dovrebbe interrogare sull’enorme insuccesso a cui è andato incontro il partito di maggioranza, che ha portato al voto sulle proprie posizioni appena 35.000 persone, in gran parte peraltro mobilitate dalla destra e dalla curia.
Un commentatore politico obiettivo, analizzando il voto, dovrebbe chiedersi come mai il fronte B vince solo in Santo Stefano, quartiere storicamente di centrodestra, mentre perde in tutte le roccaforti della sinistra: dal Navile al Savena passando per Borgo Panigale, Bolognina e Santa viola.
Infine una considerazione sull’astensione.
Accreditarsela è sempre un rischio, anche quando la si chiama.
Ma se si invita l’elettorato a schierarsi non è politicamente accettabile farsi forte di chi è rimasto a casa. Leggere l’astensione non è facile: c’è chi è disinteressato al tema e chi ha preferito non esprimersi perché schifato dai partiti. Ma non è difficile capire che in quest’occasione moltissimi elettori del Pd non hanno risposto alla chiamata del partito perché non se la sentivano di legittimare la politica di quel partito in cui non si riconoscono più.
Tra il chinar la testa agli ordini di scuderia e il votare contro al proprio partito, in tanti hanno evidentemente espresso il loro disagio anche restando a casa.
Credo che in via Rivani questo lo sappiano bene e al di là delle dichiarazioni di rito abbiano molto su cui riflettere.

Adesso però anche i partiti che hanno sostenuto il Referendum debbono riflettere, a cominciare da Sel che a Bologna è in maggioranza.
Il primo punto non è negoziabile: se si vuole stare in maggioranza bisogna pretendere da subito che d’ora in poi a nessun genitore che richiede la scuola pubblica sia sbattuta la porta in faccia rispondendogli “vai dalle private e pagati la retta”.
Il secondo punto è di percorso: la revisione delle convenzioni deve essere affrontata in consiglio comunale a viso aperto, senza paletti pregiudiziali né da una parte né dall’altra, ma con la consapevolezza che il voto referendario va rispettato.
C’è poi un terzo punto, che non riguarda  Sel a Bologna ma riguarda Vendola: in molte città dopo quello che è successo ieri si sta cominciando a pensare di chiedere consultazioni cittadine in merito all’opportunità di finanziare la scuola privata.
Vendola non può chiamarsi fuori, è vero che si parla dei finanziamenti dei Comuni e non della Regione, ma si è detto che quello che vale per Bologna vale per l’Italia, quindi a maggior ragione ci si attende che valga anche per la Puglia dove il leader di Sel guida la maggioranza di centrosinistra: la riflessione deve iniziare anche lì.

Paolo Soglia

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Nemici miei cari, parlate male di me

don galloAvvenire è l’unico quotidiano che non celebra Don Gallo. Non mette la notizia della morte in prima, la relega a pagina 13:  una notiziola qualunque.

Eppure.. E’ il miglior servizio che potesse fargli. Nessuna ipocrisia, nessuna condiscendente (e falsa) nostalgia per la scomparsa. Del morto, si sa, si parla sempre bene. Non l’Avvenire, che di Don Gallo invece ne parla “male”, senza peli sulla lingua:
“Nominato cappellano alla nave scuola della Garaventa, riformatorio per minori, cerca di cambiare il metodo educativo, ma tre anni dopo i superiori salesiani lo rimuovono dall’incarico.”
“un sacerdote controverso che nel corso degli anni, pur con la lodevole intenzione di avvicinarsi evangelicamente ai poveri, non sempre pare aver tenuto nel debito conto quello che Benedetto XVI avrebbe definito nella sua enciclica il necessario connubio tra verità e carità.”
” si espone in campagne come la richiesta della legalizzazione delle droghe leggere e nel 2006 si fa volontariamente multare fumando uno spinello nel palazzo comunale di Genova per protestare contro la legge sulle droghe. Don Gallo ha presentato anche il primo “calendario trans” della storia italiana e il 15 agosto 2011 è stato premiato come “personaggio gay” dell’anno da Gay.it. L’8 dicembre scorso l’ultima provocazione. Al termine della Messa per il 42º anniversario della sua comunità, all’interno della chiesa don Gallo intona insieme ai fedeli il popolare canto partigiano «Bella ciao».​​”

Io ringrazio Avvenire di tutto questo, e sono convinto che anche Don Gallo ne sarebbe entusiasta: vi prego nemici miei cari, quando morirò parlate male di me.

Paolo Soglia

Romano Dixit

ROMANO L’AFRICANO mLa posizione di Prodi sul Referendum (“voterò B”) è assolutamente coerente: è strano, casomai, che arrivi così in ritardo, cosa che stava mandando in fibrillazione tutto il Pd bolognese. Credo che il Professore, di cui è ben nota la posizione favorevole al sistema pubblico integrato, fosse invece ben poco incline a dare entusiastiche adesioni preventive che levassero le castagne dal fuoco al Pd, soprattutto dopo le note vicende che l’hanno visto protagonista.
Prodi assume inoltre la posizione del paciere, il suo post si intitola:
Perché argomenti che potrebbero essere risolti in condivisione e serenità devono sempre finire in rissa?
Evidentemente non gli sono piaciute certe accentuazioni polemiche da parte di chi siede sulla poltrona più alta di Palazzo D’Accursio.
Infine sono molto importanti le parole finali del suo post: “Credo tuttavia che le restrizioni che oggi drammaticamente limitano l’azione del Comune (per cui non tutti coloro che vogliono mandare i figli alle scuole statali e comunali possono farlo) e in generale penalizzano la scuola siano dovute a una errata gerarchia nella soluzione dei problemi del Paese e non ad accordi di questo tipo.”
Prodi vuole mantenere la convenzione che è anche figlia sua, dell’Ulivo, ma  mette il dito sulla piaga ben più di quanto non abbia mai fatto Merola: ci sono famiglie che vogliono mandare i figli alla scuola pubblica e non possono farlo, un diritto che prima c’era e adesso è negato. Insomma: quando le vacche erano grasse si davano i soldi alle private e nessuno se ne accorgeva più di tanto, adesso che le vacche sono magre e la scuola pubblica non soddisfa più tutte le richieste casca l’asino.
Secondo Prodi però la soluzione non sta nello smontare il sistema pubblico integrato, ma nell’errata gerarchia nella soluzione dei problemi del Paese.

Qui le nostre strade divergono, ovviamente.
Merola e il Pd (locale e nazionale) si affretteranno ad arruolare il Professore, li vediamo già alacremente compresi (carta, penna e calamaio…) a stendere la sfilza di esternazioni di rito che domani vedremo stampate su tutti i giornaloni.
Dovrebbero però rispondere anche a una semplice domanda, che viene posta pure da Prodi: vogliono continuare a dare i soldi alle private, ma come intendono garantire il diritto inalienabile dei cittadini della Repubblica Italiana a frequentare una scuola della Repubblica?
Se la risposta sono le minacce usate da Puglisi (“se vince “A” materne a pagamento)  andiamo male cari compagni…

Paolo Soglia

ps
Prodi ha aggiunto che voterà B: “se riuscirò a tornare in tempo da Addis Abeba…” . Come ama dire Merola, votare B “non è una priorità…”

Operazione Santa Clara

FidelCastro_referendum (1)

ULTIME NOTIZIE
Il Presidente Merola ha diffuso stamattina a reti unificate un drammatico appello radiofonico al mondo libero in cui si denuncia il tentativo da parte di Cuba di destabilizzare Bologna. Secondo Merola l’anziano leader dell’isola caraibica Fidel Castro, lungi dall’aver abbandonato i suoi disegni rivoluzionari, avrebbe da tempo infiltrato in città numerosi agenti, travestiti da bambini di 3 anni, per far saltare le liste d’attesa e preparare l’insurrezione popolare, guidata da insegnanti della Sierra Maestra.
Nei piani de L’Avana ci sarebbe, oltre all’obbligatorietà della scuola pubblica anche per i figli di Alberani, la nazionalizzazione di tutti i negozi del centro storico e la trasformazione delle vigne di Pignoletto in piantagioni di canna da zucchero.
La data fissata per l’attacco è il 26 maggio: Merola ha già chiesto l’aiuto degli Stati Uniti che hanno risposto inviando un primo contingente militare e alcuni deputati del PDL.
Per il Referendum, al posto della consueta polizia municipale, l’ordine ai seggi sarà garantito da reparti di Marines oppure, in alternativa, dai boy scout dell’Agesci (quelli laici della CNGEI, ritenuti politicamente ambigui, sono stati prudenzialmente confinati in caserma).
(nella foto Reuters-PD Fidel Castro mentre sfoglia l’ultima edizione del “Granma”)

Paolo Soglia

Referendum, per il Sindaco è diventata “la madre di tutte le battaglie”

stalingradoA Bologna la campagna referendaria volge al termine.
Dopo l’ultimo durissimo attacco di Merola sul Corriere, che ha definito i sostenitori della scuola pubblica “estremisti conservatori” nemici della “sinistra moderna” val la pena fare una considerazione. La linea del sindaco e del Pd sul referendum pro o contro i finanziamenti alla scuola privata, in pochi mesi è variata molto:
Linea 1“non è una priorità”. Tipica posizione che il Sindaco (e in genere il Pd) assume quando non vuole affrontare un problema (cioè quasi sempre), dunque il problema non esiste.
Linea 2“non è un caso nazionale”. Pd e Sindaco si schierano con il comitato pro private, relegando però la questione all’ordinaria amministrazione e definendo il referendum inutile e costoso.
Linea 3 “non passa lo straniero”. Sindaco e assessori denunciano l’attività di pericolosi intellettuali “marziani”,  agitatori incalliti, che turbano la letizia cittadina venendo a sostenere il comitato per la scuola pubblica e annunciano che anche in caso di vittoria dei referendari non si terrà conto dell’esito del voto.
Linea 4“sconfiggere i nemici del popolo”. Messo alle strette dalla scesa in campo di Bagnasco (CEI) e Lupi (Governo/CL), il Pd e il Sindaco trasformano “l’inesistente questione” a carattere locale nella madre di tutte le battaglie. Non è più un referendum di merito sul finanziamento comunale alle scuole private, ma un referendum pro o contro il Pd: sull’identità stessa di quel partito, e soprattutto diventa un referendum che deve legittimare l’intera amministrazione della città.

E’ evidente che il Pd politicamente non vuole lasciare l’eventuale vittoria del “B” in mano alla Curia. Deve dimostrare di controllare la città e decide quindi di schierare tutta l’artiglieria pesante di cui dispone e di scendere in battaglia coi carri armati, à la guerre comme à la guerre…
La situazione a questo punto vede da una parte una poderosa macchina da guerra. L’alleanza tra Curia, Partito e amministrazione Comunale controllata dal Pd, sostenuti da quasi tutti i media locali e da quasi tutti i sindacati, che mettono i campo tutta l’organizzazione di cui dispongono per vincere la battaglia referendaria: i circoli e le parrocchie, i militanti e i devoti, il funzionariato e il clero. Il tutto supportato da una macchina comunale che lungi dall’essere neutrale viene usata a favore del comitato “B”: i pochi seggi per votare favoriscono la coalizione meglio organizzata, che ha i mezzi per “cammellare” truppe sulla base del senso di appartenenza, di fede o di partito. Gli spazi a disposizione dell’amministrazione che dovrebbero essere usati per fare informazione neutra sulle modalità del referendum vengono ceduti al comitato “B”, a cui viene concessa anche la piazza nella serata antecedente il voto, solitamente negata per il silenzio elettorale.

Dopo la disfatta post elettorale e l’obbrobrio del tradimento del patto con gli elettori attraverso l’alleanza col Pdl, il Sindaco è andato giù pesante e ha parlato addirittura di “riscossa del Pd” che deve ripartire dal referendum del 26 maggio. In queste condizioni, una vittoria dei referendari che sembrava fino ad alcuni mesi fa piuttosto probabile, visto l’atteggiamento di sufficienza del Pd, adesso lo è molto meno.
La linea adesso è chiara:  ristabilire l’ordine a Berlino.
Aver messo in campo la legittimità dell’intera amministrazione costringe però Merola alla vittoria, “senza se e senza ma”, perchè in caso di sconfitta non perderebbe solo una battaglia su un singolo punto, ma sarebbe una sorta di voto di sfiducia per il Sindaco e per il partito che lo sostiene.

Quella di Merola è una forzatura spregiudicata e pericolosa che il suo partito avrebbe dovuto respingere fermamente e che invece ha avvallato. Per vincere ci si gioca il tutto per tutto, ma si dovrebbero a questo punto accettare tutte le conseguenze di questo gesto.
Se perde il Sindaco che fa, si dimette?

Paolo Soglia

Attenti ai Lupi

LupiIl neoministro alle infrastrutture Lupi, area Comunione e Fatturazione, attacca (manco a dirlo) i referendari di Bologna. Il quesito del referendum secondo Lupi  “è ingannevole perché non dice che sia le scuole comunali e statali, sia quelle paritarie sono tutte scuole pubbliche. Le dichiara tali una legge del 2000 voluta da un ministro del Pd, Giovanni Berlinguer.”
Ebbene, è proprio questo il punto: prima si fanno le leggi su misura stabilendo che ciò che è privato in realtà è pubblico, poi ci si appella alla medesima legge per dire che a quel punto lo Stato se ne deve far carico. Perfetto..
E’ lo stesso schema che CL vorrebbe e persegue per la sanità: superare il concetto di “convenzione” per arrivare a un finanziamento diretto da parte dello Stato della Sanità privata, col risultato che i cittadini devono pagare due volte per ottenere un servizio peggiore.

Resta infine una considerazione politica che riguarda il Partito Democratico: se sul sessanta/settanta percento delle questioni (e sto basso) si è d’accordo con Lupi, Alfano e Monti, questa linea politica andrebbe definitivamente esplicitata uscendo dall’ambiguità di voler rappresentare non dico la sinistra (concetto ormai molto vago) ma quantomeno la difesa delle classi meno abbienti e dell’interesse pubblico.

Ci si proclami conservatori e moderatamente riformisti, nel solco della grande tradizione democratica cristiana, tradizione politica da cui proviene ormai la quasi totalità dei suoi dirigenti di livello e che comunque, al di là delle appartenenze, rappresenta ormai l’orizzonte di pensiero egemone in quel partito.

Paolo Soglia

Se non dopo ieri.. Quando? Parliamone..

trabantL’esperienza del centrosinistra si è conclusa nel peggiore dei modi, schiacciata dalle contraddizione interne del Partito Democratico.
La lotta di potere all’interno del Pd ha prodotto un risultato che va oltre il patto di scopo col Pdl per garantire Berlusconi: col Governo Letta infatti si seppellisce il tanto decantato bipolarismo e si creano le condizioni per la nascita di una nuova DC.
Un grande centro moderato con le mani in pasta e rapporti in ogni ganglio del potere: da quello economico finanziario interno e internazionale, alle organizzazioni imprenditoriali, a quelle sindacali.
La sinistra si ritrova ora con Sel all’opposizione, assieme al Movimento 5 Stelle, ma con scarsissimi margini di manovra nell’area dell’ex centrosinistra, una situazione in cui si rischia di non avere altri interlocutori se non se stessi.

La risposta peggiore sarebbe riproporre un partito identitario che collezioni al suo interno il campionario più o meno aggiornato del ceto politico di sinistra dei partiti precedenti. Più che dalle formule, è invece necessario ripartire dai principi che accomunano le persone, a cominciare dai valori della Costituzione nata dall’antifascismo.
E da un’idea di società, nazionale e internazionale, basata sulla salvaguardia dei diritti fondamentali della persona e sulla tutela dei beni comuni.
Siamo partiti dall’idea che il problema non sia fare subito “un nuovo partito” per dare un tetto agli orfani della sinistra, ma come fare una “nuova politica”, in cui forma e sostanza corrano parallele, in cui non si aderisce per appartenenza (magari odiandosi) ma ci si riconosce anche quando emergono le differenze.

Vorremmo capire se nel nostro paese ci siano le condizioni per un’alleanza laica e costituzionale che impari da quello che è accaduto in questi ultimi mesi, non solo nella sinistra e nel centrosinistra, ma anche da ciò che nato attorno al Movimento 5 Stelle, e più in generale nella società italiana.
Ci chiediamo se chi ha avuto e ha tutt’ora il coraggio di costruire nei territori mobilitazione e reti per la difesa dei beni comuni, la tutela del sapere, la difesa della legalità dalla corruzione e dalla mafia, della scuola pubblica e della salute per tutti, possa mettere a disposizione nuove energie in un programma di riaffermazione della sovranità popolare.

Per parlarne proponiamo un incontro giovedì 9 maggio alle ore 20.30 presso la “Sala Consiliare Quartiere Porto” in Via dello Scalo, 21

Mauro Boarelli, Emily Clancy, Federico Martelloni, Mirco Pieralisi, Beppe Ramina, Paolo Soglia