Sulla sfida all’O.K. Gardens

RenoLeggo le cronache fatte dai giornali sulla vicenda della megarissa avvenuta ai giardini Margherita tra adolescenti bolognesi e non tutto mi convince.. Intendiamoci: i cronisti hanno sicuramente fatto del loro meglio, non credo però che riescano a cogliere le cose nella loro essenza: solo stando dentro quelle dinamiche, a 15 o 16 anni, potremmo capire cosa è successo effettivamente e perchè. Dalla distanza siderale dei miei quasi 50 anni, posso metter giù solo alcuni pensieri sparsi.

In primo luogo penso che al di là delle migliori intenzioni (e delle peggiori disattenzioni) nessuna società può proteggere completamente gli adolescenti dalla loro età, che comprende ampie dosi di imbecillità e insidiosi pericoli ma anche esperienze intensissime e formative. In tanti ora dissertano e commentano, molti anche tra i miei coetanei: sono i compagni di un’adolescenza in cui capitarono un po’ a tutti anche cose “stravaganti”
Della mia adolescenza ho ricordi nitidi e potrei citare diversi episodi che certo non mi metterebbero in una luce tanto migliore rispetto ai protagonisti odierni. Eppure non ero certo un “cattivo ragazzo”: c’era ben di peggio.
Quando poi diventiamo uomini e ci si racconta a tavola le proprie prodezze/nefandezze del passato remoto il tono è sempre molto più indulgente rispetto a quello che si usa nel commentare le prodezze/nefandezze degli adolescenti contemporanei: “ti ricordi quando tizio buttò giù un banco dal terzo piano del Righi?” (il tipo fu sospeso, per la cronaca, manco denunciato e poteva uccidere qualcuno). Oppure quell’altra volta in cui spuntarono le lame? O ancora quella del sasso che centrò in pieno la Pantera prima del concerto e il poliziotto uscì sparando in aria… E poi c’è quella serata che finì rubando una macchina
C’erano anche le risse per strada, oppure tutti quei furti nei negozi del centro o alle feste private che facevano i ragazzi pieni di soldi, i fighetti della “bolobene” dell’epoca.
Senza parlare dell’uso e abuso certo non legale di una moltitudine di sostanze…
Insomma si ricordano immani cazzate fatte in passato come se fossero storie “pittoresche”, quasi accettabili, magari anche ammantate da un pizzico di nostalgia.
Poi si arriva alla “mega rissa” tra un gruppo di adolescenti e si accende il dibattito. Non voglio fare alcuna minimizzazione ma credo che una megarissa così enfatizzata dai media sia un po’ meno mega di quanto sia stato detto e raccontato (per fortuna…). Magari c’era molta gente che guardava lo spettacolo e questo ha amplificato la vicenda.
Quello che viene messo in luce però è il nuovo mezzo di aggregazione e il detonatore della devianza, e cioè l’uso dei social network come bacheca virtuale di innesco della provocazione e dello scontro.
In realtà trovo estremamente interessante che alle nuove esperienze di socialità virtuale (compresa la devianza virtuale che le fa da corollario) cominci a corrispondere un ineluttabile bisogno di incontro sul terreno “reale”.
La realtà fisica è un bisogno insopprimibile dell’essere umano: non puoi ingabbiarti per anni dietro un nick anonimo: a un certo punto scatta il bisogno del confronto sul piano reale. La devianza della “sfida all’OK Garden” rientra in questa necessità.
I “cartoni” virtuali diventano reali e fanno male. Arrivano anche i carabinieri, quelli veri, arrivano le schedature, le identificazioni, le convocazioni in questura e le denunce. Un vero bagno di “realtà” che sviluppa meglio di cento lezioni e di cento raccomandazioni il senso della responsabilità delle proprie azioni. E delle conseguenze: non ci sono più anonimi post idioti o insultanti ma lividi concreti e denunce scritte.
“Bolobene” o “Bolofeccia” non importa: ora sono cazzi.. (vostri). Poi fatevi coraggio, si cresce e potrete ancora dare il peggio di voi, ma anche il meglio: nulla è perduto.

Infine una considerazione sulla divisione netta tra i ricchi “viziati” e i poveri “sfigati”: non mi convince. Mai visti i “feccia” e i “bene” che si ritrovano tutti nello stesso posto, gli uni allo Chalet e gli altri ai tappeti elastici. Ci sarà certo anche una differenza sociale, ma molto meno netta di quel che si vuol far credere e le zone grigie sono molto più ampie. Però la distinzione denota un bisogno di riconoscimento, di creare comunità, che è sempre esistito e che in certe età della vita è particolarmente intenso.
Per trovare i veri “bolofeccia” forse è necessario andare in periferia, nella banlieue della città metropolitana, nei paesi del circondario.
In ogni caso mi permetto un consiglio di cui certo gli attuali protagonisti non sentono il bisogno (ma che dono loro lo stesso): i “bolobene” d’un tempo erano fighetti o fascistelli, e vivevano negli stessi quartieri di adesso, col culo sui colli o nei bei palazzi del centro. Alcuni si divertivano anche a fare i grossi in palestra e a cercar briga nelle feste, o per strada. Magari ti attaccavano per ragioni “politiche”, piccole imboscate fuori dalla scuola. Ma i maragli del Pilastro o della Ponticella non andavano certo a rimescolarli perché si può essere “Bolobene” (e stronzi) anche senza essere coglioni…

Paolo Soglia

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6 thoughts on “Sulla sfida all’O.K. Gardens

  1. io sono vecchia, quindi un po’ fuori gioco; ho letto gli articoli di Repubblica di domenica : corrisponde a verità – e temo di si – che nelle baggianate che facevano gli adolescenti di qualche tempo fa non c’erano le foto “sfacciate” di ragazzine pubblicate su fb ? Questo non è bello

  2. Caro Paolo, bella riflesisone e ben scritta. Ma:
    “nessuna società può proteggere completamente gli adolescenti dalla loro età”,
    questa la sottoscrivo solo perché hai avuto l’intelligenza di metterci un avverbio redentore che trasforma la frase da passività paternalistica a attivsmo con un limite.
    Ho due figli in età da Ask, e fin quando potrò cercherò “parzialmente” di proteggerli dalle loro cazzate pericolose. Non da poliziotto, non da medico, ma da inoculatore di senso critico.
    senza quell’avverbio, la tua affermazione apparterrebbe alla retorica da naja delle “esperienze formative dure ma necessarie”, assieme al bullismo da scuola, al nonnismo da caserma e perché no anche alla guerra. C’è ancora chi è convinto che “ogni generazione dovrebbe farsi la sua bella guerra”, perché “la guerra rende uomini”. Attento Paolo perché se togli l’avverbio diventa retorica maschilista e, in bocca a un adulto, reducista. Un tantinello fascista.
    Faticosamente, da vecchio ho rivisto qualche categoria del mio passato e sono giunto alla convinzione che la violenza e l’aggressività non sono malattie esantematiche che bisogna “passare” per vaccinarsi alla vita. Non perché violenza e aggrssività non facciano aprte del bagalio istintuale provvistoci dalla natura, ma perché l’uomo ha anche una cosa bella che si chiama storia.
    Del resto, non ho mai fatto a botte con nessuno: mi sono perso qualcosa? Sono diventato per questo un adulto peggiore?

    • Ciao Michele, anch’io ho una figlia adolescente, quindi penso che condividiamo una comune condizione e comuni preoccupazioni. Non esprimo quindi concetti ambiguamente maschilisti, nè reducisti. Il “fascista” non lo prendo nemmeno in considerazione (altrimenti dovrei veramente incazzarmi..) perchè capisco l’accezione e il contesto in cui l’hai usato. Esprimo una posizione che magari ti sembrerà paradossale ma vuole essere, credo, di responsabilità: non penso infatti che nell’episodio in questione ci troviamo di fronte alla formazione di bande giovanili dedite all’ultraviolenza, bensì all’insorgere di tutta una serie di comportamenti, molto comuni (ma altrettante volte sbagliati), che viaggiano su un crinale delicato. Anche dalle cose più futili infatti può capitare qualcosa di grave, magari ben al di là di quello che gli stessi partecipanti immaginino o vogliano fare.
      Ciò detto, Il fatto che la vicenda sia “emersa” in maniera così eclatante può avere molte conseguenze: di enfatizzazione e emulazione negativa (e questo è un pericolo), ma anche – come dicevo – un salutare bagno di “realtà” che può portare meglio di cento discorsi un ragazzo a pensare e collegare le proprie esperienze virtuali con precise responsabilità reali.
      Ti abbraccio,
      Paolo

      ps
      Non posso dire se ti sei perso qualcosa: non sono mai stato un picchiatore. Penso di avere fatto a botte solo una volta nella vita (e di quella volta peraltro non sono affatto pentito). Un paio di volte le ho prese per futilissimi motivi (una volta assieme a uno che conosci bene), imparando giustamente a mie spese che a fare i “grossi” puoi sempre trovare qualcuno più grosso di te.
      La piccola imboscata fuori dalla scuola fini solo con qualche leggera strattonata per evitare che mi allontanassi e si risolse in un’accesa discussione. L’accusa che mi veniva rivolta era davvero surreale, a ripensarci faceva ridere. Venni bloccato da tre ragazzotti che mi dissero a muso duro: “perchè te non credi in Dio?”. Ne seguì un ampio dibattito filosofico – teologico…

  3. Infatti Paolo non stiamo parlando di ultraviolenza ma di infraviolenza, di un tasso di violenza considerato fisiologico nella società, dunque autorizzato, rivendicato, rievocato con nostalgia reducista, perdonato, messo in conto, ritenuto “inevitabile”, naturale, storicamente necessario, qualche volta perfino celebrato come “formativo”, che percorre le epoche e i contesti, dalla caserma al social network, dalle squadracce diciannoviste ai centri sociali “in assetto”, dalle banalità da bar alle sofisticate scritture di Erri De Luca. I nostri ragazzi nnon crescono nel vuoto ma nell’atmosfera che gli abbiamo trasmesso dopo averla respirata dai nostri rpedecessori.

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