Mille anni fa, a Bologna…

mille anni fa 131 dicembre 3013. Nella luminosa capitale dell’impero dell’armonia, Nuova Pechino, alcuni archeologi imperiali hanno rinvenuto e faticosamente tradotto un antico reperto che narra usi e costumi locali di un’antica popolazione che abitava l’attuale Bo-Lon, piccola cittadina situata all’estrema periferia delle regioni della Cina europea. Ecco una sintesi dei principali fatti di cui si discuteva oltre mille anni fa in quella che allora era ancora una fiorente città mercantile. Al tempo era denominata: “Bologna”, ed era abitata da popolazioni di antica origine Etrusca che furono per alcuni decenni del secolo ventesimo ferventi seguaci di una religione (ormai scomparsa) condivisa anche dalle lande contigue, assieme alle quali formavano il triangolo “dell’Emilia Rossa”.

Il Ciclone Renzi
Pare che l’antico regno dell’Emilia Rossa, dopo anni di decadenza, tracollò definitivamente proprio nel 2013 a causa della contemporaneità di due eventi: uno politico e uno atmosferico. La non-vittoria dell’imperatore Bersano I alle elezioni dell’impero di inizio anno segna infatti la definitiva eclisse anche per il Governatore Errano e per molti suoi dignitari. Pesantemente fiaccate dalle scorribande di barbari riuniti sotto le insegne dei Pentastellati, demotivate dalla corruzione che albergava nelle dimore dei dignitari, le truppe dell’Emilia Rossa si arruolarono in massa nella guarnigione del Granduca di Toscana. Anche il Primo Dominus di Bologna Virginius, dopo averlo inizialmente contrastato, si convertirà facendo atto di fedeltà al Granduca. Molte testimonianze su fogli cartacei (miracolosamente conservati) raccontano che queste tensioni politiche sarebbero avvenute in contemporanea a un altro curioso fenomeno meteorologico di quell’anno: il Ciclone Renzi.

Referendum
Nella gaia città di Bologna era uso, a quei tempi, promuovere consultazioni cittadine sul Governo dell’urbe. Particolarmente accesa fu la disfida sulla pecunia pubblica da versare nelle casse di istituti privati adibiti all’educazione degli infanti. Da una parte stava un piccolo gruppo di cittadini promotori del quesito, dall’altra il Primo Dominus, il Gran Sacerdote, diversi Gazzettieri e tutti gli altri potenti della città. Ebbene, a sorpresa, il manipolo di cittadini riunito nella consorteria dell'”articolo 33″ vinse la consultazione che chiedeva di rimettere quei fondi a disposizione delle casse del Regno: i bolognesi dettero loro ragione. Tuttavia il Primo Dominus Virginius, indispettito dal risultato e per non scontentare il Gran Sacerdote (che era poi il protettore/padrone di quasi tutti gli istituti che incassavano tale mercede), non tenne conto del giudizio del Popolo invalidando il risultato.

Bologna calcio
Oltre mille anni fa era consuetudine, nell’antica Bologna e nelle città vicine, riunirsi a migliaia in anfiteatri circolari per assistere al cosiddetto gioco della palla. La blasonata compagine petroniana non disputò quella stagione grandi incontri, soccombendo così tante volte agli avversari che verso la fine dell’anno si temettero tumulti. Particolarmente odiato dai bolognesi era il Preside Albano, magnate della squadra, a cui veniva rimproverata più che la scarsità di pecunia la scarsità d’ingegno e una certa propensione a raccontar balle.

Bolobene – Bolofeccia
Pare, leggendo dalle cronache a stampa, che in quell’anno infuriò una spaventosa e sanguinosa battaglia, una vera e propria guerra civile, che ebbe come epicentro il campo Margherita alle porte della città. La battaglia scoppiò tra due fazioni di giovani bolognesi, i “Bolobene”, patrizi e agiati e i “Bolofeccia”, plebei di bassa estrazione sociale. Alcuni studiosi però contestano questa ricostruzione. Tracce rinvenute nel maremagnum dell’infosfera e riemerse di recente tendono a ridimensionare di molto l’episodio derubricandolo a una semplice e puerile scazzottata tra ragazzotti.

Scontrinogate in Regione
L’Emilia Rossa e suoi dignitari, già provati dal fallimento di Bersano I e dal declino di Errano dovettero fare i conti durante quell’anno infausto anche con lo scandalo che scoppiò all’interno del Palazzo del Moro. Emersero infatti comportamenti disdicevoli da parte di alcuni ciambellani e costumi da basso impero a cui erano usi molti dignitari di corte, facili ai bagordi e alle mollezze del buon vivere mentre il popolo era gravato da stenti e carestie.
Tra i casi più clamorosi che troviamo conservati nei registri dei pubblici inquisitori possiamo citare quello del gran ciambellano Monarus, uomo uso ai piaceri di gola e avvezzo ad albergare in confortevoli ostelli a spese del popolo, e quello del gerarca Vecchius detto il “viaggiatore”, il quale pur avendo casa in città sosteneva di esser costretto a percorrere centinaia di leghe per giungere dal suo Castello al palazzo del Moro e chiedeva per questo motivo un lauto rimborso, arricchendosi attingendo a piene mani dalle casse del Regno.

Motorshow e Fico
Cantami o diva del Pelide Alfredo l’ira funesta che così tanti lutti addusse ai felsinei.. Così inizia il poema che narra della guerra del Motorshow tra la Lega Lombarda e la città di Bologna, causata dal ratto della Kermesse perpetrata dal Pelide Alfredo, che non vide però nè vinti nè vincitori poichè della mostra dei motori non fregava più nulla a nessuno. Perso il Motorshow, nell’anno 2013, si presentò poi a Bologna il Conte Farinetto: egli riunì i notabili della città, i potenti signori delle gilde e i ricchi mercanti e li ammaliò: “Bolognesi non siate tristi per il Motorshow”, disse il Conte, “ho in serbo per voi un’idea bellissima, talmente bella che che l’ho già chiamata Fico”. Gioia e gaudium magnum si impossessò immediatamente degli astanti, allora il Conte Farinetto, che di conti se ne intendeva, disse: “Oh ragazzi: io ci metto l’idea, voi ci dovete mettere cinquanta milioni…”

La saga del Logo
Sul finire dell’anno le cronache narrano di un concorso indetto dal creativo di Corte Leporino per rinnovare lo stemma della città: venne bandito un editto che fu diffuso in tutto il mondo allora conosciuto, dalla Galilea alla Lapponia, e in tanti accorsero a Palazzo dalle più remote lande per mostrare i disegni con il loro stemma. Alla fine della gara Leporino esultante annunciò il vincitore: era stato scelto lo stemma di una coppia di barbari Giuliani che avevano inventato un algoritmo di origami che cambiava forma e colore a seconda del nome che ci mettevi dentro: “è stupendo”, disse Leporino, “è creativo, è virale, è moderno e crossmediale…”
“Ma Leporino”, disse un giovane, “il popolo è scontento”.
“Vedi giovane, il popolo è sempre scontento, poi capirà..”, rispose bonario Leporino.
“Ma Leporino “, disse un Umarel, “non si capisce un cazzo…”
“Caro Umarel”, rispose Leporino, “non capire un cazzo al giorno d’oggi è una fortuna…”
“Ma Leporino”, disse un gazzettiere, “Adesso cosa ci mettete sulla carta intestata?”
“La carta intestata è stata abolita”, rispose un po’ irritato Leporino, “D’ora in poi per comunicare usate solo WhatsApp” . E se ne andò.

Paolo Soglia

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Bolo-Logo, il sondaggio

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(risultati sezione “others”):

Altre Risposte Voti
interessante ma ancora troppo poco stilizzato (Bologna grafica) 1
l’è un zuglen eltronico mica un logo 1
“è una cagata pazzesca” (Bolo-Potemkin) 1
al fa cagher 1
ma che è? 1
mi ricollega all’idea di bologna città ultra cattolica 1
non mi dice niente 1
mi sembra orribile …una sorta di esame della vista 1
logo croce? no grazie…bololaica 1
voto tutte le risposte! 1
è pure brutto! 1
Clericale 1
No Logo: No Bolo 1
a me piace! Brontoloni… 1
Fa schifo 1
Un’idiozia di regime 1
“datemi un euro!” (Bolo-messomale) 1
Perchè questo simbolo per la nostra Bulagna? 1
unca cagata pazzesca… 1
atroce 1
Bella idea, poco logo! 1
il logo inesistente 1
“Un’idiozia di regime” (Bolo-isterico) 1

Il campo è in ottime condizioni…

BafanaUna volta un conoscente, una persona che aveva stima di me e apprezzava la qualità del mio lavoro, guardandomi serio – un po’ in imbarazzo – mi fece la testuale confessione: “Scusa se te lo dico, ma non riesco a capire come faccia una persona intelligente come te a occuparsi di calcio…”.
Avrei voluto rispondere come diceva un mio vecchio amico: “Perchè è il mio unico divertimento…”
Risposta secca, di grande dignità, in cui esponendoti completamente al disprezzo altrui rivendichi una tua essenza.

In realtà il calcio non è affatto un divertimento, come ha spiegato in modo esemplare il vecchio Pablo ne Il segreto dei suoi occhi: …un uomo può cambiare tutto: la faccia, la casa, la famiglia, la ragazza.. la religione.. anche Dio! Ma c’è una cosa che non può cambiare Benjamin: non può cambiare la passione..”
E’ una passione dunque, e come tutte le passioni riserva più dolore e delusione che gioie (soprattutto se tifi per la squadra della mia città).

Il calcio è anche un rito: le anticipazioni della partita, la strada che faccio a piedi fino allo stadio, i saluti ai conoscenti di tribuna, il caldo asfissiante e le notti gelate, i pensieri del prima e i commenti del dopo la partita.
Il consueto malumore dopo una sconfitta o le notti in cui non riesci a dormire perché sei distrutto da una ignominiosa retrocessione.
Ma c’è anche l’epica della vittoria, col gusto di rileggersi mentalmente le azioni della gara prima di addormentarsi.
Tutti sentimenti autentici, incomprensibili e inconfessabili se non ai tuoi simili.
In genere le donne con cui condividi la vita guardano questa passione con materna indulgenza e sufficienza: una cosa straordinariamente senza importanza che ti assecondano come se fosse il gioco di un bimbo. E infatti lo è, ma i giochi, per i bimbi, sono straordinariamente importanti.

Il calcio esercita su di me il suo fascino perverso esattamente per gli stessi motivi che lo rendono a molti detestabile. Sono affascinato dalla rappresentazione.
La partita è una commedia, un parco a tema che inscena una battaglia campale, o se giocano le Nazionali una guerra simulata. La società è rappresentata sugli spalti in ogni sua componente, rigidamente suddivisa in classi, in maniera molto più sincera di quanto il politically correct dei media riesca mai a descrivere. A prevalere non sono sempre i valori tecnici, tantomeno quelli sportivi. In genere vince il mercato e il potere economico/politico conseguente, spesso massicciamente corretto con generose dosi di slealtà, demonizzazione dell’avversario e corruzione. Ma non sempre. Per le stesse intrinseche caratteristiche del sistema, a volte accade l’imponderabile.

In quasi tutti gli sport di squadra guardando il tabellino si può già indovinare chi ha vinto, chi ha perso e come. Nel calcio no.
Ciò che rende il calcio unico è proprio la caratteristica di poter prescindere dal dato oggettivo. La tal squadra è fortissima, ha avuto il 60% di possesso palla, ha battuto venti angoli ad uno ed è andata al tiro diciassette volte di cui undici nello specchio. Peccato che abbia incredibilmente perso, perché dopo aver preso tre pali e due traverse e aver sbagliato un rigore, al 92° nell’unica azione in cui quei bidoni degli avversari si sono affacciati fuori dalla propria metà campo, su calcio d’angolo (peraltro inesistente) il centravanti ha colpito di testa e la palla sarebbe scivolata a lato se non fosse casualmente finita sullo stinco di un terzino carambolando in rete. Autogol, sconfitta per uno a zero, tutti a casa.

Il calcio riassume in sè tutte le contraddizioni presenti nella società: è uno sport dove non esiste l’oggettività, dove l’arbitro non è un giudice imparziale ma esercita il suo potere sulla base una serie di regole che vanno spesso interpretate di volta in volta e questo spalanca la porta all’arbitrio. E’ uno sport corrotto, nè più nè meno della società tutta che gli sta intorno, è volgare, spesso ingiusto e gli attori incarnano come maschere della commedia dell’arte vizi (tanti) e virtù (poche) della commedia umana.
Avidità, furbizia, generosità, slealtà, altruismo, ricatto, corruzione: c’è tutto il campionario, che trova un suo specifico linguaggio nell’instancabile ripetizione di atti e parole sempre uguali.

Ma il calcio è anche sovversivo, l’unico sport veramente sovversivo che esista perché è l’unico sport in cui anche ai massimi livelli si rende possibile – in determinate situazioni – che il risultato atteso possa essere ribaltato da imponderabili varianti.
Come una società a volte viene scossa da turbolenze e rivoluzioni, da guerre e colpi di Stato che sovvertono il vecchio ordinamento e creano un nuovo equilibrio, così può avvenire che l’esito della partita sia sovvertito e vada a catafascio il naturale stato delle cose.
L’ordine naturale lo tutela la forza tecnica intrinseca di una squadra che deriva dalla potenza politica ed economica del club e dei suoi padroni, poi c’è il condizionamento delle tifoserie che diventa anche un valore di mercato in termini di audience.
E quando questo non basta sovente arriva in soccorso l’arbitro, che come la “forza pubblica” è sempre pronto a correre in aiuto dei più forti. La chiamano elegantemente “sudditanza psicologica”, un modo fine per descrivere l’umana propensione a leccare il culo ai più ricchi e ai più potenti.
Se poi forza intrinseca e spinta arbitrale non sono sufficienti ecco che si affaccia la scorrettezza e la vera e propria corruzione.
L’Argentina dei generali vince il suo Mondiale corrompendo il Perù e comprando la partita. Un’altra Argentina, quella del Pibe, sfogò la frustrazione della guerra persa delle Falkland andando a battere l’Inghilterra con un gol di mano, la “mano de dios” la battezzò Maradona.
I tedeschi drogati sconfissero la grande Ungheria, mentre gli italiani, amanti dell’arte pasticcera, si compravano i passaggi ai turni con le combine fatte con centramericani e africani. Svezia e Danimarca, in quanto a correttezza nordica, hanno dimostrato di non essere da meno.
Ciononostante può sempre accadere l’imprevedibile.
Anzi: la slealtà, la corruzione, il doping e i favoritismi arbitrali sono tutte cose scientemente organizzate per limitare il più possibile l’eventualità che accada l’impossibile. Che prima poi però inevitabilmente accade.
La Danimarca in vacanza viene richiamata in fretta e furia per sostituire la nazionale Jugoslava dissoltasi dalla guerra civile e così undici calciatori mediocri strappati all’ombrellone e alle infradito diventano Campioni d’Europa.
1950, la Celeste sbanca il Maracanà, impietrendo una nazione a cui bastava un pareggio per salire la cima del mondo. A Montevideo è festa, a Rio – letteralmente – c’è chi si suicida buttandosi dagli spalti (come capitò ancora nell’82 dopo l’imprevedibile terzo gol di Rossi…).

Il calcio è questo: marcio, corrotto e succube dei più forti, ma in cui è permesso (molto raramente) l’impossibile.  Il debole che vince e il potente che soccombe.

Paolo Soglia