L’Unità, la fine di un giornale orfano di partito

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L’Unità domani chiude.

Non è la prima volta che accade e non è detto che il marchio non resusciterà prossimamente, chissà sotto quale compagine e con quale progetto editoriale.
Al di là del dramma reale dei giornalisti disoccupati, ma anche della retorica, delle recriminazioni, degli errori di gestione che hanno accompagnato questo travaglio e l’infausto esito finale, cerchiamo di capire perché è morto questo giornale.
La morte dell’Unità è cominciata ben prima di questo mercoledì 30 luglio 2014: la malattia, diciamo così, affonda sostanzialmente nella fine del rapporto intrinseco che legava un partito (il PCI) al suo organo di stampa. L’Unità era la “colonna vertebrale” del partito, tanto che in alcuni momenti storici, nella percezione di molti militanti o simpatizzanti, L’Unità “era il partito”.
L’Unità e il PCI erano dunque due gemelli siamesi: corpi separati ma con uno stesso cuore. Difficile pensare che morto il primo potesse sopravvivere il secondo.
Quando il PCI ha concluso la sua vicenda politica trasformandosi prima in PDS, poi in DS, poi nel PD e successivamente nel partito di Renzi il legame storico tra queste due entità (partito e organo) si è via via affievolito e poi si è sostanzialmente dissolto del tutto.

Nel corso degli ultimi 25 anni non sono mancati anche momenti di crescita con alcuni picchi addirittura  “aurei” (pensiamo a certi momenti all’Unità veltroniana, all’operazione videocassette con un aumento esponenziale – drogato – ma significativo delle vendite,  alla nascita di costole come “Tango” e “Cuore”, all’ambizione di riprendersi pezzo per pezzo il rapporto coi territori con l’operazione delle cronache locali delle “Mattine”).

Tuttavia, nella sostanza, questi picchi (non rari peraltro nel declino di un’esperienza) erano dovuti a elementi congiunturali: a un’operazione politica/editoriale o a una stagione legata a un determinato leader, ma il rapporto intrinseco tra giornale e partito si era ormai inesorabilmente interrotto non si è mai più ricostituito.
E’ abbastanza noto ai più che da diversi lustri il ruolo di voce della comunità politica a cui facevano riferimento prima i Ds e poi il PD sia stata sostanzialmente occupata da “La Repubblica”: non ovviamente come “organo di partito”, ma senz’altro come punto di riferimento editoriale per tutta quell’area politica, che peraltro mutava e si ibridava costantemente, allontanandosi non solo politicamente ma soprattutto culturalmente dall’esperienza del vecchio PCI (pur conservando pezzi di quella storia al suo interno).
Per paradosso è apparso (e a tutt’oggi appare evidente a molti) che sia “La Repubblica” scalfariana e poi mauriana, il giornale d’area di riferimento. Un ruolo però interpretato in modo diverso. “La Repubblica” tende sempre ad assumere un ruolo guida rispetto al partito stesso:  entrando in pieno nel merito del dibattito interno al partito, con l’evidente volontà non solo di commentare ma propriamente di indicare la linea politica da percorrere. Una sensazione che ha dato luogo alla definizione diffusa di “Partito di Repubblica”, luogo ispiratore e protagonista di primo piano nella vicenda politica del centrosinistra.

Dunque, dopo aver creato un apparato giornalistico ipertrofico, supportato dalle feste, dalla diffusione militante e successivamente da ingenti trasfusioni di danaro pubblico attraverso il finanziamento della stampa di partito, L’Unità è diventata sempre di più un corpo estraneo al partito stesso (il cui percorso peraltro andava modificandosi profondamente). Il giornale rimaneva sempre a metà strada: non un’entità editoriale autonoma ma nemmeno più un organo di partito reale.
Dal canto suo il partito erede del Pci si trovava in mano un “organo” che anche a causa delle proprie debolezze e contraddizioni interne sempre meno gli serviva e sempre meno lo rappresentava.
Anzi, in certi momenti non sono mancate vere e proprie “guerre” tra la direzione dell’Unità e quella del partito di riferimento, una situazione imbarazzante e inimmaginabile se pensiamo alla storia precedente: certo anche nell’Unità del PCI non mancavano contrasti tra redazione e segreteria, ma in un quadro e in uno scenario completamente diverso, in cui i ruoli erano chiari e definiti.
Tuttavia nel partito erede del PCI la rottura del cordone ombelicale con l’Unità ha sempre rappresentato un problema: da un lato non poteva e non voleva più sostenerne i costi ma soprattutto non aveva più alcun interesse politico a mantenerla in vita, dall’altro sapeva che all’interno del proprio corpo sociale, per tanti militanti, la chiusura sic et simpliciter dell’Unità comportava un costo troppo alto da pagare che nessun segretario o dirigente erede della tradizione PCI intendeva assumersi (dirigenti che peraltro L’Unità  non la compravano più da un  pezzo…) .
A un certo punto si è quindi pensato di prendere una scorciatoia, rendere autonoma la proprietà trasformando il giornale in un ibrido conclamato: una proprietà privata formalmente indipendente che gestisse un marchio e un giornale percepito e autoproclamantosi come un organo di partito (che pure non era più tale).
Le precedenti chiusure e le successive rinascite sono avvenute all’insegna di questo sganciamento definitivo della proprietà editoriale dal partito,  che tutt’al più serviva come “nume tutelare” per convincere imprenditori “d’area” a farsi carico della gestione mentre al giornale il partito continuava a devolvere, in forma indiretta, il finanziamento statale.

Ma in cambio di cosa un Soru o chi per lui avrebbe dovuto farsi carico di un organo di cui il suo stesso partito di riferimento avrebbe fatto volentieri a meno? E’ questa la domanda, infatti finita la congiuntura politica del momento da cui l’imprenditore sperava in un ritorno politico e economico, partiva la corsa dell’editore privato a sganciarsi e la ricerca di un nuovo soggetto (ma sempre alle stesse condizioni).
Il paradosso si è rivelato talmente azzardato che nella compagine proprietaria sono entrate persone dichiaratamente di destra e addirittura una delle esponenti più estremiste del berlusconismo, Daniela Santanchè, con cinica perfidia si è avventata sulle spoglie offrendosi ai liquidatori dell’Unità per rilevarla.
Non è singolare però che il partito erede del PCI, ora PD, al suo massimo fulgore dalla scomparsa del PCI stesso, con il suo segretario che occupa anche la carica di Presidente del Consiglio, lasci andare al suo destino il giornale senza muovere un dito.
Renzi può esser cinico ma non è un ipocrita: sa che questa storia (che peraltro non gli appartiene) è finita e agisce di conseguenza.

Ebbene, ora l’Unità è morta.
Le storie umane finiscono, come finiscono quelle sociali e quelle politiche finiscono anche quelle editoriali.
Io mi auguro che tutti i validi giornalisti che vi lavoravano trovino una nuova collocazione quanto prima e che magari dalle ceneri dell’Unità rinasca presto una nuova esperienza editoriale, autonoma e forte, con una proprietà competente e motivata che faccia risorgere una nuova testata con un nuovo nome.
Una testata che non dovrà necessariamente essere di carta stampata, che pensi di rivolgersi e dare spazio a una nuova area vasta di società (non solo di sinistra) che si agita e non trova canali d’espressione.
E che soprattutto metta il giornalismo davanti a tutto, davanti alle logiche di partito, di corrente e anche di “parte”, davanti anche a  quel “senso comune” che fa da sottofondo a ogni audience di riferimento.
Me lo auguro di cuore, ma al tempo stesso mi auguro che L’Unità, glorioso giornale, riposi in pace.
Che nessun apprendista stregone la resusciti solo per sfruttarne il marchio per la durata di un’estate, finendo poi, magari, per consegnare quel marchio in mani sporche e immorali oppure politicamente impresentabili come è successo con “L’Avanti” del faccendiere Lavitola o come poteva succedere con L’Unità nelle mani della Santanchè.

RIP Unità, son cresciuto sulle tue ginocchia ed è stato bello fare un tratto di strada insieme.

Paolo Soglia

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MH17, il mistero malese d’Ucraina: Gli USA condannano ma non mostrano le prove. Perchè?

bare MH17
E’ uno strano processo quello che sta imbastendo l’amministrazione americana sull’abbattimento del boing malese in Ucraina. Fin dai primi minuti dopo lo schianto gli Usa hanno dispiegato tutta la potenza comunicativa di cui dispongono per affermare sostanzialmente tre cose:
1) Si dicono certi che non c’è alcuna responsabilità Ucraina nella vicenda.
2) Si dicono certi che ad abbattere il boeing e uccidere quasi 300 persone sono state le milizie filorusse con un missile terra/aria BUK e dicono di averne le prove.
3) Si dicono certi che  I miliziani hanno ricevuto i missili dalla Russia quindi anche se non è provato un diretto intervento russo nella vicenda i russi sono comunque responsabili.

Se fossimo in un’aula di tribunale dopo un’arringa così infuocata, in cui si indica con il dito l’imputato, ci aspetteremmo che il rappresentante della pubblica accusa si avvicinasse alla Giuria e affermasse: “E queste signori sono le prove che inchiodano il colpevole”, e poi ce le mostrasse:
Invece nulla di tutto questo: nell’ultimo “briefing” convocato dalla CIA a uso e consumo delle principale testate americane, alla fine di dell’arringa è stato detto che le prove ci sono ma non possono essere mostrate per “non mettere in pericolo le strutture di intelligence sul campo” e che comunque hanno validato le accuse ucraine “circolate sui social network”.
C’è pure un problema: la divisa del militare che spara il razzo pare sia ucraina, quindi si tratterebbe di un “disertore” passato coi filorussi.
Ora, ditemi voi: se fossimo in un tribunale la pubblica accusa sarebbe immediatamente convocata a colloquio dal giudice per sapere se sta scherzando e in quel caso si beccherebbe pure una sanzione per oltraggio alla Corte.

Un ulteriore elemento di incongruenza sta nel fatto che a differenza della pubblica accusa l’imputato, da parte sua, ha raccontato la “sua verità” mostrando quelle che ritiene siano le sue prove a discolpa: i russi infatti hanno fatto vedere le immagini satellitari dei siti ucraini (3 postazioni) che avevano dislocato le batterie BUK attorno al luogo dell’abbattimento.
Non solo: hanno mostrato anche le tracce radar di un caccia Sukoy-25 che volava proprio sotto al boeing malese al momento dell’impatto.
E poi hanno rilanciato chiedendo:
1) Perchè gli ucraini hanno sempre smentito la presenza di batterie missilistiche e aerei in volo confermate invece dalle immagini e dalle tracce dei radar?
2)  Perchè gli ucraini non hanno ancora diffuso (sono state secretate) le conversazioni tra l’aereo e la torre di controllo di Kiev?
E infine hanno lanciato il guanto di sfida alla pubblica accusa: i russi affermano che un satellite spia americano era posizionato proprio sopra il cielo di Donetsk all’ora dell’impatto e ha visto tutto e quindi chiedono agli americani di mostrare al mondo le loro immagini.

Cosa hanno risposto gli americani? Zero.
E gli Ucraini? Ancor più muti.
A questo punto, se fossimo in un’aula di giustizia il processo andrebbe in tutt’altra direzione, invece, visto che siamo nel mondo reale, le macchine della propaganda vanno avanti a tutto regime.
Quanti giornalisti si sono alzati per chiedere perentoriamente alla Casa Bianca di mostrare le prove di quel che dice? Forse qualche free lance autorevole tipo Robert Parry, l’unico ad aver svelato che le immagini in possesso dell’intelligence Usa non collimano con la versione ufficiale (i soldati della postazione BUK da cui sarebbe partito il missile hanno divise ucraine). Tutti gli altri si sono accontentati della versione dell’intelligence senza porre domande. Eppure i casi delle “armi di distruzione di massa” di Saddam e degli attacchi chimici di Assad denunciati con la stessa sicumera dagli USA (“abbiamo le prove…”) avrebbero dovuto insegnare qualcosa.

Cos’è successo dunque sui cieli di Donetsk?
Proviamo a ipotizzare i possibili scenari partendo dalle domande più importanti.
1) Perchè quell’aereo si trovava proprio su quella rotta pericolosissima (i filorussi avevano già abbattuto precedentemente 12 velivoli militari con missili terra aria)?
2) Perchè gli Ucraini smentiscono la presenza di batterie antiaeree e di caccia in volo e hanno secretato le conversazioni radio col boeing?
3) Perchè le milizie filorusse che smentiscono di avere lanciato il missile hanno più volte lasciato trapelare che potrebbe essersi trattato di un errore “indotto”?

4) Perchè gli americani che asseriscono di avere le immagini del lancio del missile non le mostrano al mondo e non forniscono il materiale alla commissione d’indagine internazionale?
5) Perchè i russi che sono così prodighi di immagini satellitari e le mostrano al mondo non dispongono a loro volta di quella fondamentale: il lancio del missile?

A questo punto gli scenari possibili sono questi:
1) Il boing è stato abbattuto in modo intenzionale, sapendo di fare 300 vittime innocenti.
2)  Il boing è stato abbattuto per errore nell’ambito di una battaglia tra le forze Ucraine e i miliziani filorussi
Il primo caso è il più improbabile, poichè una simile responsabilità non gioverebbe a nessuna delle due parti in conflitto nè ai loro protettori e una volta che fosse accertata la dinamica i responsabili ne uscirebbero estremamente indeboliti sia sul piano militare che sul piano politico.
Il secondo caso è quello più probabile, ma a questo punto bisogna chiedersi se “l’errore” è stato dovuto solo all’impreparazione e alla cinica irresponsabilità di una delle parti in causa, oppure se si è trattato di un “errore indotto”, in cui una delle due parti ha costruito una trappola utilizzando un’esca per attirare il fuoco nemico, inducendolo a sparare su un obiettivo civile pensando che fosse un obiettivo militare.
Il tutto al fine di sfruttare cinicamente una tale barbarie e rovesciare le sorti del conflitto, imponendo una resa ai combattenti o quanto meno inducendo il paese protettore a prenderne le distanze, cessando i rifornimenti militari e ritirando l’appoggio politico.

Paolo Soglia

MH17, il mistero malese d’Ucraina – prima parte

Su 25 vs MH 17

L’abbattimento del boeing 777 – MH17 della Malesian aerlines rappresenta un caso di scuola per quanto riguarda il rapporto propaganda/informazione.
Ricapitoliamo: un aereo civile con 288 passeggeri a bordo viene abbattuto in pieno giorno mentre sorvola un’area in cui si sta combattendo un aspro conflitto tra Forze armate Ucraine e separatisti filorussi. Dietro ai primi agiscono gli Stati Uniti che hanno organizzato la rivolta di Maidan a Kiev e la defenestrazione del presidente filorusso Janukovyč, sostituendolo con l’attuale premier filoccidentale  Poroschenko.
Dietro i secondi c’è la Federazione Russa: Putin ha sempre sostenuto l’idea che l’Ucraina debba restare in orbita filorussa. Ha accusato gli USA di aver destabilizzato l’Ucraina con la rivolta di Maidan per estendere il controllo NATO ai confini della Federazione in funzione Antirussa . Dopo essersi annessa la Crimea la Russia appoggia e rifornisce di armi e mezzi i separatisti dell’autoproclamata Repubblica del Donbass dell’est Ucraina.
Attorno alle 16 ora locale il boeing malese che stava sorvolando Donetsk a un’altezza di 10.000 metri scompare dagli schermi, pochi minuti dopo viene confermato l’abbattimento e viene rintracciata l’area dello schianto: un campo agricolo a circa 20 km da Donetsk.
Le notizie del rinvenimento dei resti dell’aereo sono quasi contemporanee alle prime dichiarazioni delle varie parti in causa che si scambiano accuse rimpallandosi la responsabilità della tragedia.
La prima e più evidente delle domande dovrebbe essere “cosa ci faceva lì quell’aereo?” Perchè la sua rotta era stata spostata così a nord rispetto al corridoio areo che costeggia la Crimea, in modo da coincidere con l’area più calda del conflitto dove agivano contraeree delle opposte fazioni? Perchè non è stato chiuso quello spazio aereo ma semplicemente “limitato a voli con altezza maggiore di 32.000 piedi (10.000 metri)?
Tutte domande per ora senza risposta, analizziamo quelle che invece da subito sono cominciate a circolare: le varie versioni (di parte) sull’abbattimento del volo MH17.

Le versioni

1) La versione di Kiev
Le autorità Ucraine sono le prime ad affermare che l’aereo è stato colpito da un missile lanciato dai separatisti: si tratterebbe di un razzo BUK di fabbricazione sovietica montato su una postazione mobile che può abbattere velivoli fino a 10.000 metri di quota.
L’armamento è in dotazione anche alle forze ucraine che negano però ogni coinvolgimento accusando oltre ai separatisti anche la Russia che avrebbe fornito le armi ai ribelli e il personale qualificato per usarle, oltre ad aver dato la necessaria copertura radar per l’abbattimento.
Il sistema d’arma BUK è un missile contraereo a guida radar “semi-attiva”: in sostanza il razzo ha bisogno di un sistema radar che lo indirizzi verso “il target” non essendo dotato di un radar autonomo capace di riconoscere e seguire autonomamente l’obiettivo
A suffragio della loro tesi gli ucraini diffondono appena 20 minuti dopo lo schianto una intercettazione in cui il capo dei separatisti della Repubblica di Donetsk parlando con un ufficiale russo ammetterebbe di aver abbattuto l’aereo scambiato per un obiettivo nemico (nei giorni precedenti diversi aerei cargo e da trasporto truppe ucraini erano stati abbattuti dai separatisti, ma mai erano stati utilizzati sistemi missilistici così sofisticati).
Gli Ucraini hanno anche mostrato un video (la cui autenticità è piuttosto controversa) che mostrerebbe una postazione di missili BUK in mano ai separatisti mentre viene trasferita oltre il confine russo.

2) La versione degli USA
Sostanzialmente ricalca quella di Kiev, anche se gli americani sono più cauti nell’accusare direttamente la Russia di aver avuto una parte attiva nell’abbattimento dell’aereo civile, anche se lo lasciano intendere.
In sostanza attribuiscono il lancio del missile con certezza ai separatisti filorussi e accusano la Russia di non far nulla per controllarli, anzi: Putin viene aspramente criticato e accusato di voler ritardare i soccorsi e di boicottare le ricerche dei corpi delle vittime.
In sostanza la Russia viene accusata di essere il “mandante morale” dell’abbattimento e di voler coprire le proprie responsabilità.
I separatisti vengono accusati di non permettere l’accesso all’aerea dello schianto ad osservatori e investigatori indipendenti al chiaro scopo di inquinare le prove di un loro coinvolgimento.
Il presidente Obama nei giorni successivi la tragedia è molto attivo nell’accusare i separatisti dell’accaduto individuando le responsabilità russe e nel fare forti pressioni su Mosca per un suo disimpegno dall’area del conflitto.

3) La versione dei separatisti
Non parlano con voce unica e spesso le informazioni da questa fonte sono contraddittorie.
Negano un loro coinvolgimento nell’abbattimento del boeing e affermano che le registrazioni ucraine in cui i loro capi confermerebberono l’abbattimento sono state contraffatte. Inoltre affermano di non possedere batterie antiaeree BUK.
Durante le ricerche prima annunciano il ritrovamento delle scatole nere, poi lo smentiscono. Affermano di volerle consegnare a Mosca ma la Russia rifiuta: dopo tre giorni di incertezza le scatole nere appaiono a Donetsk e sono consegnate alle autorità malesi.

4) La versione dei Russi
La Russia nega ogni coinvolgimento diretto nell’abbattimento e cerca di scagionare anche i separatisti filorussi addossando la colpa alle forze armate ucraine. La prima dichiarazione ufficiale riguarda la responsabilità di Kiev poiché, secondo i russi, l’aereo è “caduto in territorio ucraino”.
Inizialmente i media russi fanno anche balenare l’ipotesi che in realtà il vero obiettivo fosse l’aereo presidenziale su cui volava Putin di ritorno dal Brasile che ha incrociato quella rotta poco tempo prima, tesi poi abbandonata.
Incalzati dalle accuse americane e dalla campagna mediatica conseguente la Russia si è formalmente schierata per l’apertura di un’indagine internazionale (votando pure la risoluzione australiana all’Onu) e hanno cercato di  controbattere le accuse affermando che attorno all’aereo malese c’erano caccia ucraini, in particolare un SU-25 di cui hanno mostrato rotta e tracciati presi dai loro centri radar (Rostov), affermando di essere in grado di poter provare questa presenza aerea. Durante una conferenza stampa hanno affermato che gli ucraini disponevano di postazioni BUK collocate proprio nei pressi del luogo della tragedia il giorno prima dell’abbattimento, accusando gli ucraini di veicolare false affermazioni. Sostengono infine che i satelliti spia americani dispongono delle immagini dell’abbattimento che proverebbero il coinvolgimento ucraino.
I portavoce ufficiali non affermano esplicitamente che siano state le truppe ucraine a lanciare deliberatamente il missile ma lo lasciano intendere o lo fanno dire alla propaganda.

(Fine prima parte)

Paolo Soglia

Nella seconda parte: i possibili scenari dell’abbattimento.

“Se fossi un giornalista”. Le domande che mi farei sull’aereo abbattuto in Ucraina

AFP3302316_ArticoloSe fossi un giornalista vedendo battere dalle agenzie la notizia di un aereo civile abbattuto al confine tra Russia e Ucraina mi farei delle domande.
La prima, anche banale, è questa: “cosa ci faceva lì quell’aereo?”
La guerra in Ucraina dura da mesi, le forze in campo sono dotate di armi sofisticatissime provenienti quasi tutte dall’arsenale dell’ex Unione Sovietica. Nelle ultime settimane sono stati abbattuti, da parte dei separatisti russi, diversi velivoli: elicotteri ma anche aerei cargo e aerei per trasporto truppe inviati dal Governo Ucraino per sedare la rivolta delle regioni dell’est.
Dunque, se fossi un giornalista, ancor prima di buttarmi a capofitto nel balletto delle responsabilità e delle versioni delle opposte fazioni, mi chiederei: “cosa ci faceva lì quell’aereo?” Perchè le autorità internazionali preposte alla sicurezza dei voli civili non hanno chiuso lo spazio aereo Ucraino e cancellato i corridoi aerei che sorvolano le zone del conflitto per tutelare la sicurezza dei passeggeri?” Primo mistero

Il secondo mistero, quello ormai sulla bocca di tutti, è la responsabilità dell’abbattimento: I Russi? Separatisti Ucraini filorussi? Forze armate Ucraine?
Un dato è chiaro: per abbattere un aereo di linea che vola oltre i diecimila metri, non basta un missile terra aria lanciato a vista da una postazione mobile improvvisata, come può accadere per un aereo cargo in fase di atterraggio o per un elicottero che vola a bassa quota: ci vuole una strumentazione militare molto più complessa, che indirizzi il missile tramite una guida radar: quindi il velivolo deve essere tracciato da un radar, individuato come obiettivo e successivamente abbattutto da un missiile terra aria le cui coordinate d’attacco sono indicate da un centro radar di difesa aerea. Oppure può anche essere abbattuto da dei caccia che a loro volta siano in volo, sia attraverso il lancio di un missile che con l’artiglieria di bordo.

E qui la questione si fa complessa: perchè, se fossi un giornalista, dovrei  indagare sia sulla provenienza del missile (da quale fazione è stato lanciato), sia sul perchè è stato lanciato e magari su cosa “credevano di colpire”: un aereo civile o un aereo militare?
E visto che se fossi un giornalista non escluderei alcuna pista, mi chiederei anche, eventualmente, se qualcuno può aver deliberatamente architettato un depistaggio (attraverso l’intelligence) per indurre i nemici a sparare su un bersaglio facendogli credere che fosse un obiettivo militare, ma dandogli invece in pasto un obiettivo civile, con le logiche ripercussioni che questo comporta sul piano politico, diplomatico e militare…

Se fossi un giornalista dovrei fare tutto questo: diffidare di tutti e cercare pazientemente di mettere insieme i dati. Nelle prossime ore saremo infatti inondati da una ridda di dichiarazioni, dalla propaganda di parte, da congetture interessate di cui nessuno, tuttavia, saprà indicare indicare la fonte, soprattutto se la fonte è una parte in causa.

Se fossi un giornalista però lo saprei e metterei sempre sull’avviso i lettori su quello che sto scrivendo specificando da che “pulpito” proviene la notizia.
Ma, ahimè, i giornalisti sono una razza quasi estinta: quindi prepariamoci a un diluvio di propaganda e di complottismo, di autoassoluzioni e di affrettate condanne.

Paolo Soglia

Errani: la vera “responsabilità” sarebbe quella di non dimettersi (subito)

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Vado probabilmente contro l’unanime sentire, quello secondo cui il bene assoluto sta nell’annunciare le proprie dimissioni un minuto dopo la condanna (peraltro non definitiva e molto controversa), ma ritengo che la decisione di Vasco Errani di dimettersi a pochi mesi dalla scadenza naturale della legislatura sia una decisione non-responsabile.
Con l’elezione diretta (sindaci, presidenti di Regione, etc)  la nostra legge elettorale prevede che in caso di morte, impedimento o dimissioni si vada immediatamente ad elezioni anticipate: se decade il Presidente casca tutto: Giunta, Assemblea e si interrompe immediatamente tutta l’attività legislativa e in parte quella amministrativa. E’ quel che succedeva nel calcio con il “golden gol”, regola che decretava la fine immediata della partita nel momento in cui, ai supplementari, una delle squadre avesse segnato per prima.

Non a caso quella regola poco amata veniva definita “morte istantanea” ed è durata poco. Anche in politica sarebbe più saggio e opportuno inserire una clausola temporale che posponga le elezioni anticipate al termine naturale nei casi in cui la legislatura è nell’ultimo anno e volge comunque al termine.
Un conto infatti è tornare al voto quando mancano anni alla fine del mandato, un altro se si tratta di anticipare di soli pochi mesi. Posto che è legittimo, a volte opportuno e in alcuni casi indispensabile che un Sindaco o un Presidente si dimettano, una reggenza di pochi mesi non cambierebbe praticamente nulla sul piano politico ma sarebbe molto importante dal punto di vista amministrativo e anche sul piano sociale

La decisione di Errani di dimissioni immediate rischia infatti di avere conseguenze pesanti sull’economia e sull’occupazione: ci sono piani strutturali e finanziamenti europei da completare, c’è l’enorme questione del post terremoto, ci sono leggi in dirittura d’arrivo in settori che attendono da anni interventi urgenti che verrebbero spazzate via e rinviate a chissà quando. Ci sono inoltre miriadi di questioni legate al funzionamento della macchina amministrativa, che magari non fanno notizia, ma che se si bloccano metteranno nei guai tante persone e attività economiche.
I cittadini è bene che sappiano che il conto da pagare per anticipare le elezioni di soli quattro mesi non lo pagherà la tanto famigerata “casta”:  lo pagherà invece certamente chi da mesi o anni attende l’attivazione di procedure, lo sblocco di finanziamenti e incentivi, la messa a regime di leggi e regolamenti.
In un momento di crisi durissima baloccarsi con il balletto delle scadenze e il gioco dei candidati, delle primarie sì o no, lasciando ancora una volta cadere nel limbo la realtà vera delle persone e le esigenze quotidiane di enti locali, attività economiche, lavoratori e cittadini è quanto di più irresponsabile ci si possa attendere.

Intendiamoci: è perfettamente comprensibile sul piano personale che Errani voglia ribadire con le sue dimissioni la propria posizione e difendersi da una condanna che ritiene ingiusta, ma va sottolineato che il Presidente ha motivato la sua decisione dicendo: “Prima viene l’Istituzione”.
Ebbene, in questo caso se si vuole davvero mettere davanti l’Istituzione alla propria vicenda giudiziaria il vero coraggio sarebbe quello di non dimettersi con effetto immediato. Se Errani attendesse poche settimane a formalizzare le dimissioni la prossima finestra elettorale coinciderebbe con la scadenza naturale, ci sarebbero dunque i tempi per finire regolarmente la legislatura e portare a compimento quello che in genere si affolla negli ultimi mesi di mandato.
Anche se si tratta di poche settimane di differenza, sono certo che arriverebbero da più parti accuse di opportunismo e di attaccamento alla poltrona (anche da gruppi e consiglieri che in cuor loro sarebbero ben felici di restare in viale Aldo moro altri sei mesi).
Sono accuse che Errani evidentemente non vuole sentirsi fare e non ha voglia di controbattere. Le dimissioni immediate sono anche, però, un implicito atto di disimpegno e di accusa di Errani nei confronti dell’establishment politico e giudiziario da cui, a torto o a ragione, si è sentito tradito con la condanna dopo l’assoluzione in primo grado.

Andando via subito Errani, non compie solo un “atto conseguente” sotto il profilo politico come ha dichiarato, ma in realtà vuole anche far “pesare la sua assenza” sotto un profilo prettamente organizzativo (pensate a cosa vuole dire sostituire in corsa il commissario al Terremoto con tutte le pratiche in atto..).
In sostanza Errani manda a dire: “mi avete condannato, adesso sbrogliatevela voi…”
Per definirsi un “Presidente Responsabile” avrebbe dovuto tenere ben altro atteggiamento: bere il calice amaro fino in fondo, accompagnando la legislatura alla sua fine naturale (prendendosi tutte le critiche del caso ). Se invece che dimettersi la prossima settimana aspettasse agosto non cambierebbe nulla sotto il profilo della sua personale onorabilità , ma dimostrerebbe concretamente di anteporre davvero il bene della Regione alla sua personale reputazione.

Paolo Soglia