Alcune differenze tra il compagno Maltese e noi…

Maltese
Recentemente su giornali come Libero e siti come Dagospia è rimbalzata una notizia: l’eurodeputato Curzio Maltese, eletto con la lista Tsipras, ritiene non solo legale ma anche giusto e etico fare l’eurodeputato e continuare a fare l’editorialista di Repubblica, regolarmente pagato.
Ora può darsi che i “pulpiti”  che hanno montato la polemica non siano così graditi ai nostri palati, ma stiamo ai fatti: su “Lettera43 Maltese conferma tutto.
Ecco alcuni virgolettati dell’Intervista:

  1. D. Quindi lavora ancora per il giornale?
    R.
    Fa parte delle mie convinzioni politiche non lasciare il mio posto di lavoro, perché io non voglio fare il politico per il resto della mia vita.
    D. Però adesso è quello che fa…
    R.
    Ho detto chiaramente che mi sono candidato perché in Italia la politica professionale è fallita, uno nella vita, che abbia 30 anni o 40 come Renzi o 50 come me, non è giusto che faccia soltanto il politico. Io faccio questo mandato, uno solo, e poi non mi ricandido.
    (…) Io ho una collaborazione su 
    Repubblica, perché al giornale interessa che io non sparisca. Certo non scrivo di politica, ma siccome sto in un posto dove è più facile per me avere relazioni con Mario Draghi o con Jean Claude Juncker che se faccio l’editorialista a Roma, stare qui è un vantaggio per me e per il giornale.
    D. L’etica giornalistica è morta?
    R. Qui l’unica posizione morale è la mia: io potrei prendere lo stipendio da
    Repubblica, invece mi metto in aspettativa e collaboro con il mio giornale con il quale ho un legame da 20 anni, è la mia casa.

Bene, che dire?
Maltese sostiene che la sua è l’unica “posizione morale”, bah…
Trovavo stravagante e inopportuno (anche per il giornale che lo paga) che Maltese continuasse a fare l’editorialista quando era candidato, figuriamoci da eletto: una condizione che assomma oltre alle problematiche etiche e deontologiche anche l’aspetto meno nobile, ma non meno importante, della pecunia
Nella cooperativa di giornalisti dove lavoravo era scritto per Statuto che nel momento in cui ci si fosse anche solo candidati (senza necessariamente essere eletti) si veniva sospesi da ogni presenza in voce: non solo dalla redazione ma anche, per dire, da trasmissioni musicali o di intrattenimento.
Inoltre, se si era socio della cooperativa con cariche amministrative (CdA, collegio sindacale, etc) ci si doveva automaticamente dimettere seduta state da quel ruolo.
Se poi si veniva eletti le cose cambiavano permanentemente: il socio dipendente andava in aspettativa (non pagata) e rientrava solo a scadenza di mandato.
Pensate che barzelletta se il mio amico Mirco Pieralisi, che era socio e ha lavorato e diretto la radio, una volta eletto in Consiglio Comunale venisse ogni mattina a fare la rassegna stampa locale o addirittura l’editorialista di politica locale…
Sarebbe da ridere non trovate? E se fosse addirittura pagato sarebbe da piangere…
Per carità, nulla di personale contro Maltese: è solo che queste nostre abitudini, questa nostra morale, in Italia è l’eccezione e non la regola.
Tempo fa polemizzai col segretario cittadino del Pd che aveva annunciato (tutto festante) di esser diventato anche direttore di una radio locale. Nessuno in quel partito, a parte rarissime eccezioni, trovò che ci fosse alcun imbarazzo, confusione, o conflitto d’interesse…
Nei piani alti italiani infatti funziona così: c’è un establishment (di qualunque colore e partito) che si considera al di sopra di tutto e che si fa deroghe e sconti in continuazione. Quello che vale per altri (a cui non si risparmia mai la morale, soprattutto se sono avversari politici o peggio, poveri cristi..) non si applica mai a se stessi, anzi: l’unica morale è quella che decidono loro, al momento…

Nel 2013 mi sono candidato alle primarie come indipendente per Sel: avendole vinte a Bologna ed essendo arrivato secondo in Regione sono stato candidato anche alle successive elezioni politiche nazionali.
Dal momento dell’annuncio della candidatura alle primarie le mie collaborazioni con la Radio si sono azzerate: nessuna presenza in voce, nemmeno per parlare di calcio. Non solo: si è azzerata anche la collaborazione con Repubblica Bologna per la quale pubblicavo editoriali con una certa regolarità.
Finite le elezioni ho ripreso a collaborare con la Radio, con Repubblica invece il rapporto non è più ripreso: sono usciti solo un paio di articoli. Una presenza dunque abbastanza episodica, e nessuno mi ha più chiesto regolarmente dei pezzi. Ma questo fa parte della normale dinamica editoriale, le collaborazioni si aprono e si chiudono. A differenza di quanto è successo ad altri, è lecito però pensare che il mio (temporaneo) ruolo politico non mi abbia certo giovato sul piano professionale.

In conclusione:  il comportamento di Curzio Maltese forse è legalmente ineccepibile ma è moralmente (molto) discutibile e sicuramente politicamente condannabile.
Visto che le posizioni e le scelte individuali alla fine chiamano in causa tutta la lista Tsipras, e inevitabilmente la danneggiano, sarebbe meglio dirlo chiaro e forte e non fare finta di niente.

Paolo Soglia

Ps
Ho l’abitudine di dire come la penso, anche nei confronti delle situazioni che ho appoggiato e delle persone che ho contribuito a eleggere. Ciò detto, si prega eventuali entusiasti denigratori dell’esperienza europea della Lista Tsipras di astenersi dall’arruolarmi tra i loro sodali perché con loro non ho nulla a cui spartire.

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San Lazzaro: il Comune delle libertà

San LAzzaro
San Lazzaro di Savena – Dopo le polemiche per la chiusura dei giochi per bambini nei parchi pubblici (perchè le risate dei cinni disturbano i residenti dei condomini di fronte), il sindaco Isabella Conti corre ai ripari e promette di invertire la tendenza rispetto alle restrizioni introdotte dalla precedente gestione Macciantelli.
Ecco i provvedimenti allo studio:

1) Sesso in casa (tra adulti consenzienti): il coito sarà permesso dalle ore 20.00 alle 00,30. Dopo le ore 23,00  è vietato però mugolare o ansimare eccessivamente. Il Comune di San Lazzaro consiglia alla cittadinanza di assumere la posizione detta (volgarmente) “alla pecorina”, meno impattante nello scuotimento del letto rispetto alla classica “missionaria”. In questo modo, sottolinea il comunicato della Giunta, si eviteranno anche fastidiosi contenziosi condominiali.  E’ stata poi introdotta la possibile estensione del coito fino alle ore 03.00, previa apposita domanda in Comune.
Il rilascio del prolungamento d’orario prevede che la coppia effettui un coito di prova in presenza dei funzionari dell’Arpa che verificheranno eventuali sforamenti di decibel durante l’orgasmo.

2) Starnuti. E’ possibile starnutire solo negli spazi privati che non prevedano la presenza dei bambini e ad almeno 5 metri di distanza da altre persone conviventi (con la precedente ordinanza i metri erano 10…).
La nuova giunta ha intenzione di estendere il permesso di starnutire anche in zone aperte, ma solo all’interno del Parco dei Gessi in aree debitamente predisposte.

3) Peti. Restano severamente vietati in ogni edificio pubblico e davanti alle fermate dell’autobus. Per il peto in ascensore la pena è aumentata da mille a diecimila euro. Sono previste però apposite deroghe per gli affetti da meteorismo che siano in possesso di un regolare certificato medico rilasciato dall’AUSL.

4) Esultanze sportive. Negli impianti sportivi del Comune è possibile esultare in silenzio alzando le mani, sorridendo e abbracciandosi sobriamente. Resta severamente vietata l’esultanza sonora e il gesto dell’ombrello ma il Comune ha reintrodotto la possibilità di “darsi un cinque” battendo il palmo della mano e di alzare il dito medio in direzione della curva avversaria durante il derby col Casalecchio.

Paolo Soglia

Renziani su Marte: “Dopo il Senato e il Job Act conquisteremo anche il pianeta rosso”

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Il premier torna ad attaccare i gufi, gli immobilisti, i dinosauri della minoranza PD, i magistrati, i sindacati conservatori e la classe arbitrale che non concede abbastanza rigori alla Viola: “il rigore sembra finito solo per la Fiorentina” – sbotta un po’ rabbuiato Renzi – che poi ritorna alla politica annunciando i prossimi impegni di Governo.
Ecco l’agenda preparata dal premier:
1) Si fa il Job Act e lo scrive Ichino: avrà solo 17 articoli.L’articolo 18 non c’è perchè non c’era più spazio nel foglio, quindi nessun complotto” spiega bonario il premier smorzando le polemiche.
Rispetto alle critiche delle opposizioni interne Renzi apre al dialogo: “Si discute tutti assieme e se poi a qualcuno non gli va bene se ne può andare affanculo.”
2) Dopo il Job Act Renzi affronterà l’agenda del semestre europeo: “Noi si va da Junker che ci deve sganciare subito i 300 miliardi: possibilmente in contanti e con banconote di piccolo taglio come richiesto da Forza Italia”. Il Premier ha infatti accolto con entusiasmo l’emendamento forzista: “Questa sì che è un’opposizione responsabile: si agisce insieme nell’interesse dell’Italia”. E rivela ai cronisti un episodio: “Silvio, che di soldi se ne intende, mi ha suggerito di non accettare nè cambiali, nè un post datato”.
Ma le sorprese non sono finite.
Durante la presidenza del semestre europeo l’Italia annuncerà all’Europa e al mondo la prossima conquista di Marte: “Basta con sta storia del Pianeta Rosso” – ha tuonato  – “Anche Marte prenda atto che se non cambia nome si torna al 25%…”
Renzi ha poi spiegato che Marte rappresenta una grande opportunità per l’Italia: “Abbiamo visto le foto e non c’è manco un pensionato. Nessun problema neanche coi sindacati: c’era un’ombra che ricordava la silhouette della Camusso e c’era venuto un dubbio, ma poi s’è scoperto che era solo una pietra che è li da un milione di anni, molto più giovane quindi della segretaria della CGIL…”
Renzi sì è poi infervorato spiegando che burocrazia e tasse su Marte sono ridotte al minimo (anche se pare che pure lì si paghi la TASI), inoltre le sonde rivelano ampie aree di terreno desertico perfettamente edificabile senza che nasca subito il solito comitato “NO qualcosa” a rompere i maroni.
Sul piano tecnico il Premier ha spiegato che il razzo sarà costruito dalla NTV di Montezemolo e Della Valle, fiore all’occhiello della tecnologia italiana, riadattando un locomotore superveloce “Italo” che monterà però un motore Ferrari da Formula 1 (quello della rossa di sei anni fa, perchè quello di oggi non va un cazzo…).
L’equipaggio sarà scelto rispettando rigorosamente le competenze e la divisione di genere: i tre astronauti saranno selezionati con le primarie al centro aerospaziale, le tre astronaute verranno estratte a sorte tra le finaliste dell’ultima Miss Italia: “Perchè ho avuto rassicurazione dal ministro Giannini – afferma Renzi – “Che i test di cultura generale effettuati a Salsomaggiore hanno dato esiti migliori di quelli della media delle Università Italiane dopo la nostra riforma”.
Agli astronauti sarà fatto un contratto d’ingresso triennale a tutele crescenti: “Ci vuole un anno e mezzo ad andare e uno e mezzo a tornare, quindi è ovvio che al rientro sulla Terra saranno tutti assunti.”
Arrivati su Marte, però, NTV si riserva di interrompere il rapporto: “Ma non c’è problema” – afferma Renzi – “Marte offre tantissime altre opportunità di reimpiego, soprattutto nel settore delle acque minerali”.

Paolo Soglia

L’11 settembre… tredici anni dopo

Siamo abituati a scrivere sull’onda degli eventi, condannati a vivere un eterno presente.
E’ un salutare esercizio critico invece guardarsi un po’ indietro: anche per avere il coraggio di rileggere le analisi fatte a caldo di quello che si riteneva fosse successo o stesse per succedere.
Subito dopo l’11 settembre scrissi questo pezzo: alcune previsioni si sono rivelate errate, influenzate dalla straordinarietà del momento, altre mi appaiono ancora attuali.
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ATTACCO AGLI USA:
LA RIVINCITA DEGLI STATI NAZIONE?

Dopo l’11 settembre il mondo è cambiato e nulla sarà più come prima.
Quante volte abbiamo sentito dire questa frase nelle ultime settimane?
Centinaia di volte.
Eppure sono poche le analisi seguite a questa affermazione epocale che
cerchino di spiegare in cosa consista questo cambiamento col quale si
inaugura il nuovo millennio.
Senza alcuna pretesa di esaustività, tentiamo allora di addentrarci in
qualche riflessione: puliamo la mente da ogni considerazione legata alla
cronaca e cerchiamo di evitare l’approccio dietrologico.
Fatto questo, analizziamo come era la situazione il 10 settembre e come si
è radicalmente modificato lo scenario il 12.

I dati sono questi: il 10 settembre (ma anche il giorno prima, e quello
prima ancora) l’economia globale batteva in testa.
Il boom della new economy era già finito da tempo, i titoli tecnologici
andavano allegramente in caduta libera, le società di telecomunicazioni si
ritrovavano indebitate fino al collo dopo la spensierata corsa alle
meravigliose e progressive sorti delle nuove tecnologie digitali (UMTS etc,
etc).
Gli Usa registravano per la prima volta da un decennio un forte aumento
della disoccupazione interna mentre le prospettive di crescita
dell’economia venivano giorno dopo giorno aggiornate verso il basso.
Nelle piazze finanziarie aleggiava una parola che nessuno osava pronunciare
ad alta voce: recessione.
C’è di più: se la crescita in Usa e in Europa era in forte rallentamento,
il pilastro orientale del capitalismo, il Giappone, si trovava (e si trova)
in una situazione più grave.
La bancarotta imminente nel paese del Sol Levante pesava come una spada di
damocle sull’intero sistema finanziario internazionale.
Una crisi di tale portata avrebbe sicuramente travolto l’intera economia
capitalistica, poiché nessun organismo finanziario (FMI, Banca Mondiale)
avrebbe potuto controllare un effetto domino dalla portata così devastante.
Tutto questo alla vigilia dell’entrata ufficiale nel WTO di una potenza
economica in fortissima espansione come la Cina, che col suo enorme mercato
interno si apprestava a diventare il vero regolatore del mercato del nuovo
millennio.
Dotata ancora di una solida leadership politica, la Cina poteva assumere
una posizione del tutto inedita: aprendo o restringendo il proprio immenso
mercato interno – l’unico canale di sbocco alla sovraproduzione occidentale
– aveva potenzialmente in mano un’arma micidiale, capace di far la fortuna
o viceversa di deprimere le borse di tutto il mondo, a cominciare da Wall
Street.
Sul piano politico si registrava intanto il progressivo isolamento degli
Stati Uniti nel contesto internazionale: la nuova amministrazione
americana, preoccupata di non mortificare i consumi interni, aveva
stracciato il trattato di Kioto sui gas serra, subendo le critiche compatte
dell’Unione Europea. Subito dopo gli alleati storici degli Usa avevano
mortificato gli entusiasmi di Bush sul progetto di scudo spaziale,
Le guerre stellari non solo non ottenevano consensi tra i partners europei, ma
provocavano la denuncia della Russia sulla sospensione unilaterale degli
USA dei trattati SALT sui missili balistici. Contemporaneamente prendeva
vigore un nuovo asse di cooperazione politico/militare tra Russia e Cina,
potenze apertamente ostili al piano di riarmo americano.
Sul fronte diplomatico si profilava l’empasse completa dell’amministrazione
americana rispetto all’incancrenimento della situazione mediorientale. Il
conflitto tra palestinesi e israeliani era completamente sfuggito di mano
agli americani, con la prevedibile prospettiva di una progressiva
espansione della crisi a tutto il medio oriente. Tale scenario non era
certo sfuggito a Wasinghton.
Ricordiamo che il primo provvedimento dell’amministrazione Bush era
orientato ad arginare le conseguenze di una crisi energetica causata da un
conflitto mediorientale e prevedeva il maggior sfruttamento delle riserve
petrolifere interne (Alaska), un accordo col Messico, e la ripresa del
piano energetico nucleare.
La difficoltà dell’amministrazione Bush era palese anche nei confronti
dell’ONU, organizzazione che rappresenta ormai solo le istanze di
visibilità dei paesi del terzo mondo: il ritiro della delegazione dalla
conferenza di Durban sul razzismo dava il segno di questa debolezza.
Continuamo pure. Il 10 settembre ancora erano accese le luci sul
sostanziale fallimento del vertice del G8 a Genova. Le polemiche interne,
in Italia, vertevano principalmente sulle violenze poliziesche; sul piano
internazionale invece si traducevano nella consapevolezza delle elite
politiche e istituzionali dell’occidente sulla debolezza intrinseca che la
globalizzazione portava alle loro capacità di orientamento e di guida del
processo stesso.
Il bisogno quasi spasmodico di celebrare vertici internazionali celava la
necessità di ritagliarsi un ruolo all’interno di un processo che per molti
aspetti era completamente sfuggito al controllo della politica: le elite
politiche che basavano la loro legittimità su criteri di rappresentanza di
Stati Nazionali risultavano ormai completamente inadeguate nel governare un
tale processo.
I cosiddetti “governanti del mondo” erano perfettamente consapevoli di
perdere giorno dopo giorno fette di potere reale. Sempre più spesso si
trovavano nell’imbarazzante posizione di portaborse: decisioni strategiche
di portata globale relative ai processi di produzione, all’impatto delle
nuove tecnologie, alle nuove esigenze di penetrazione economica, con tutte
le derivanti conseguenze in termini politici, strategici e militari,
passavano sopra le loro teste, all’interno del vortice incontrollato
prodotto dal turbocapitalismo transnazionale.
Il processo, pur non essendo governato politicamente, pesava però
inesorabilmente sulle loro teste: il peso delle contraddizioni della
globalizzazione si scaricava sulle spalle delle comunità degli Stati
Nazionali sempre più in affanno nel cercare di metter delle pezze.
Nel giro di pochissimo, parliamo più di mesi che non di anni, si sarebbe
arrivati al punto di rottura, con l’esplosione di gravissimi disordini che
dalle “periferie” (sia quelle poste all’interno degli stati ricchi, sia le
disgraziate “banlieue” del terzo mondo) si sarebbero rapidamente estese
verso il centro.
E’ paradossale, ma in fondo i capi di Stato impegnati ad autocelebrarsi al
G8 di luglio avevano un buon motivo per essere grati alla contestazione no
global: gli assegnava, infatti, un’importanza e un potere di intervento sui
processi in corso che avevano smarrito da tempo.
L’imbarazzante e impronunciabile verità era, infatti, un’altra: il mondo
così com’è non va bene? Ci chiedete di intervenire, di cambiare le
politiche economiche, di correggere le aberrazioni, di riequilibrare gli
squilibri, di governare le migrazioni? Spiacenti, anche se volessimo (e non
è detto che vogliamo) non siamo assolutamente in grado di farlo. Il nostro
potere è molto più limitato di quanto la gente comune tenda a credere (e
che a noi fa comodo continui a credere). La realtà è che sempre più spesso
siamo ridotti a fare i cani da guardia di processi che non controlliamo più
e rispetto ai quali abbiamo pure parecchie difficoltà ad esercitare una
qualche influenza.
Altro che Tobin Tax! Per mettere un po’ di sabbia nei fin troppo oliati
meccanismi del turbocapitalismo finanziario, come affermava James Tobin 25
anni orsono, ci vorrebbe ben altro.
Ci vorrebbe una grande crisi mondiale.

12 settembre 2001, cos’è cambiato?
I giornali continuano a parlare di guerra, cercando di descrivere quale
sarà la risposta americana all’attacco suicida alle torri gemelle.
In questo parossismo quasi tutti si esercitano in valutazioni
strategico/militari di vario genere, e mentre si aspetta la guerra futura
(Missilistica? Chirurgica? Guerrigliera? Duratura? Invisibile?) si
tralasciano considerazioni su quanto sta già succedendo.
Il mondo, infatti, è già cambiato, e c’è un fenomeno che non sarà più lo
stesso di prima: questo fenomeno, variamente analizzato soprattutto in
tempi recenti, passa sotto il nome di globalizzazione. Consideriamo gli
aspetti essenziali di questo processo che sono entrati in crisi.
La mobilità
Negli Usa il concetto di mobilità è strettamente associato a quello di
libertà, ma l’amministrazione americana ha già avvertito che negli anni a
venire gli americani (e quindi gli occidentali tutti) sacrificheranno un
po’ della loro libertà per privilegiare la sicurezza.
In un’economia globalizzata l’interdipendenza è fortissima; questo implica
che la mobilità è un fattore essenziale, che non si esercita solo nel
processo di scambio ma anche in quello di produzione.
Il concetto di produzione just in time, come quello di outsourcing,
dipendono da questa variante fondamentale. Mentre alla produzione fordista
bastava la consapevolezza di poter usufruire (controllare) le materie
prime, nella produzione just in time si associa al controllo delle materie
prime la delocalizzazione della loro trasformazione e del loro
sfruttamento. Il concetto di magazzino è abolito: le materie prime e la
componentistica arrivano da altri centri di produzione dislocati spesso
nelle periferie del mondo.
Successivamente le varie componenti sono assemblate e soprattutto
valorizzate (il famoso concetto di logo) in tempo reale, seguendo così
minuto per minuto l’andamento del mercato.
La stessa flessibilità del lavoro è una componente essenziale di tale
processo. Lavoro flessibile nel tempo (quantità di forza lavoro occupata) e
nello spazio (delocalizzazione dei centri di produzione e sfruttamento di
manodopera immigrata a bassa o elevatissima qualificazione).
Mentre nel sistema di produzione fordista la possibilità di mettere in
crisi il sistema di produzione capitalistico poteva essere raggiunto
organizzando la classe operaia all’interno dei singoli Stati nazionali,
l’odierna economia globalizzata si sentiva invulnerabile, poiché il
processo di produzione esternalizzato e atomizzato in ogni angolo del
pianeta era al riparo da qualsiasi forma di contestazione organizzata.
Non è un caso che si contestasse la globalizzazione con manifestazioni che
prendevano di mira i vertici internazionali, oppure si agisse sul fronte
del consumo rispetto a quello della produzione: chi avrebbe la forza di
organizzare uno sciopero su scala globale per bloccare e danneggiare
seriamente le principali organizzazioni multinazionali? Tuttavia l’economia
globalizzata è stata messa la tappeto con molto meno: un unico colpo, bene
assestato, ha dimostrato ampiamente i limiti e la vulnerabilità del sistema.
Le frontiere nazionali che nel sistema globalizzato devono essere
estremamente flessibili, diventano, al contempo, estremamente perforabili.
L’impatto devastante dell’attacco non sta nei danni, seppure ingenti,
provocati dall’attentato in sé. Consiste nel mettere l’economia in uno
stato di soggezione permanente: essendo inutili gli strumenti militari
tradizionali, efficacissimi quando c’è da garantirsi le risorse ma spuntati
per difendersi dal terrorismo, ecco che i costi e le misure necessarie per
la difesa (limitazioni alla mobilità di persone e merci, blocchi alle
frontiere, tracciabilità dei movimenti finanziari, limitazione del segreto
bancario, lotta ai paradisi fiscali) diventano immediatamente incompatibili
con la struttura di flusso dell’odierna economia capitalistica globalizzata.
Dopo l’11 settembre, infatti, si apre una crisi non congiunturale ma di
lungo termine: la mobilità delle merci è fortemente rallentata così come la
mobilità delle persone. Questo rallentamento però costituisce un attentato
al processo di produzione just in time.
Si presuppone quindi una riconversione del processo di produzione
capitalistico di dimensioni non indifferenti.
Ma l’aspetto cruciale legato alla mobilità nel processo di globalizzazione
è quello legato ai movimenti del capitale finanziario.
Al giorno d’oggi non v’è nulla di più mobile del denaro. La quantità di
scambi raggiunta negli ultimi anni ha volumi impressionanti e viaggia alla
velocità della luce.
Tutti i segnali che abbiamo a seguito dell’attentato lasciano pensare che
questa estrema libertà di movimento sarà ridimensionata: la guerra al
terrorismo implicherà una stretta alla facilità di scambio, si stringerà la
morsa sulle piazze off-shore, si cercherà di schedare, per quanto
possibile, le anonime e vorticose manovre del capitale speculativo.
L’annientamento delle torri gemelle ha raggelato le inattaccabili certezze
dei Chicago Boys sulle capacità autoregolatrici e taumaturgiche del libero
mercato: adesso tocca allo Stato il compito di ristabilire la legalità e
combattere il terrorismo, è lo Stato che deve sedare il panico delle piazze
finanziarie e rivitalizzare l’economia, è lo Stato che fa le guerre e che
chiama i suoi cittadini a combattere ed eventualmente a morire, ed è ai
rappresentanti dello Stato (degli Stati) che si torna a guardare con
trepidazione per sapere casa riserva il futuro.
Con la non trascurabile conseguenza che ora c’è sicuramente chi è disposto
a combattere e a morire per gli Stati Uniti d’America. Difficilmente lo
farebbe per la Coca Cola.
C’è da scommettere che questa situazione decreti la fine dell’arretramento
dello Stato nell’economia e che anzi si determini una nuova stagione di
interventi forti e di processi di regolazione del sistema economico che
segneranno una netta discontinuità con le politiche seguite negli ultimi
tre decenni.

La sicurezza
Una prospettiva di guerra di lungo periodo implica una serie di
conseguenze, molto ben conosciute.
Tuttavia in questo caso non siamo di fronte a uno scenario tradizionale
poiché, in effetti, non si tratta di una vera e propria guerra, né calda né
fredda.
Sarebbe, infatti, più appropriato chiamarlo Stato di Allarme Permanente
(S.A.P.), uno stato di cose che implica naturalmente anche conflitti
bellici di varia intensità, ma che a differenza delle guerre tradizionali
non ha una definizione spazio-temporale precisa.
Lo scenario ha delle similitudini con la guerra fredda: anche qui si
tratta, infatti, di una sorta di conflitto permanente a bassa intensità.
Nella logica di contrapposizioni in blocchi però avevamo una definizione
chiara delle rispettive aree d’influenza e un’organizzazione speculare
delle due superpotenze.
Il S.A.P. ha conseguenze ed effetti differenti:
1) Permette di ridisegnare le geometrie delle alleanze ereditate dalla
guerra fredda.
2) Consente (e per certi versi impone) allo Stato di riappropriarsi del
governo dell’economia, sia attraverso interventi di sostegno sia con la
gestione diretta di comparti e servizi dai quali era stato progressivamente
estromesso attraverso i processi di privatizzazione. Tra i più importanti
potremmo citare: sorveglianza e controllo, trasporti, sanità, produzioni
strategiche di primario interesse nazionale.
3) Determina la reintroduzione del concetto di frontiera consentendo un più
capillare controllo nel processo di trasferimento di merci e persone.
4) Tende a riassorbire i flussi di capitali off-shore riallocandoli
all’interno delle suddette frontiere, permettendo all’occasione di
usufruirne per finanziare le spese militari, di sorveglianza e controllo, o
per effettuare abbondanti iniezioni di danaro pubblico col quale
rivitalizzare i consumi interni e dare slancio all’economia fiaccata dalla
recessione.
La situazione futura non sarà però caratterizzata dalla stabilità e dalla
fiducia e certo non sarà esente da rischi. L’equilibrio del terrore su cui
si basava la guerra fredda con la deterrenza nucleare non escludeva per
niente che l’acuirsi periodico di scenari di crisi potesse innescare il
conflitto.
Un mondo caratterizzato dal S.A.P. non è un mondo tranquillo e tantomeno
democratico. La guerra sarà spesso sporca e brutale perché al terrorismo si
risponde con una strategia che dal terrorismo mutua le feroci metodologie
d’azione (assassinio sistematizzato dei bersagli individuati
dall’intelligence, azioni di commandos, rappresaglie in territori definiti
ostili con armi tradizionali o di sterminio).
L’eterna ricerca di un nemico invisibile e indefinito, all’interno di un
contesto in cui il conflitto stesso, per ragioni di sicurezza, è sottratto
alla discussione e alle autorizzazioni dei parlamenti, in cui si presuppone
l’oscuramento dei media e la perdita di influenza dell’opinione pubblica,
può indurre in errori gravi che possono causare anche l’esplosione di
guerre generalizzate.
Sarebbe però erroneo pensare che tale situazione non possa anche portare,
paradossalmente, alla risoluzione di antichi conflitti, come quello in
corso in medio oriente.
Sicuramente si apre una nuova stagione in cui risorgono gli Stati
Nazionali, variamente confederati, e in questo nuovo contesto ognuno
giocherà le proprie carte.
Inutile dire che l’Italia si appresta a entrare in questa nuova fase nel
peggior modo possibile: è rappresentata da un governo totalmente screditato
sul piano internazionale, privo degli strumenti culturali e politici per
comprendere il nuovo contesto e che si muove unicamente sulla spinta di
interessi particolari e corporativi di basso profilo.
Il dramma è che una tale compagine da avanspettacolo può anche essere
tentata di forzare la situazione cercando la svolta autoritaria.

Chiudiamo con una considerazione sul valore simbolico dell’attentato
dell’11 settembre.
Gli obiettivi erano tre e ognuno di questi rappresentava un simbolo
istituzionale.
L’aereo abbattuto a Pittsbourgh era diretto contro la Casa Bianca, cioè il
principale simbolo del potere politico. Un altro velivolo ha centrato il
Pentagono, il luogo che nell’immaginario collettivo rappresenta la più
forte e articolata struttura del potere militare. Ben due aerei, infine,
sono stati lanciati contro le torri gemelle di New York, il simbolo del
potere economico e finanziario nell’epoca della globalizzazione.
Analizzando la sequenza temporale degli attentati possiamo dire che per
ordine d’importanza la scala dovrebbe essere ribaltata, infatti, la
priorità dei terroristi è stata data alle Twin Towers, poi al Pentagono e
infine alla Casa Bianca.
Gli effetti fisici dell’attentato sono simili a quelli simbolici: il potere
politico, preservato dai caccia dell’Air Forces, ha sventato l’attacco
rimanendo illeso. Il potere militare ha accusato il colpo, è rimasto ferito
subendo l’umiliazione di non saper difendere neanche se stesso. Il potere
finanziario è stato investito in pieno dall’onda d’urto dell’attentato:
colpite al cuore le torri sono crollate lasciando sul terreno morte e
distruzione.

Paolo Soglia

ULTIMORA – Clamorosa decisione della Procura di Bologna: “Conclave da rifare”.

Tradizionale saluto del nuovo anno del Papa al corpo diplomatico
C’è voluto oltre un anno e mezzo di indagini, ma alla fine è scattato il provvedimento che potrebbe portare all’annullamento del Conclave 2013.
Secondo i magistrati bolognesi al momento della fumata bianca tre cardinali non avevano ancora ricevuto le necessarie credenziali dalla Segreteria di Stato Vaticana, quindi l’elezione di Bergoglio è illegittima.
Il Papa ha immediatamente fatto ricorso al TAR del Lazio, mentre la sala stampa della Santa Sede rilasciava solo una stringata dichiarazione: “Siamo sereni e abbiamo fiducia nel lavoro della magistratura”.
Bocche cucite in Procura, incrociato dai cronisti al bar di Piazza dei Tribunali il PM Valter Giovannini ha detto solo che la Procura “lavora con serietà, in silenzio e in grazia di Dio”.
Oltretevere non si nasconde però un certo malumore e i bene informati parlano della montante irritazione che circola in merito all’infallibilità dello Spirito Santo, lasciando intendere che la prossima volta sarà meglio consultarsi prima con gli uffici di giustizia petroniani.

Paolo Soglia

“Regionals” : la serie tv che ha conquistato i tele-elettori emilianos spopola anche negli States.

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La trama è semplice: il partito che da sempre ha governato gli emilians è preso in contropiede dalle dimissioni dell’anziano leader. Tutti quelli che vorrebbero fare il Governatore cercano un accordo nel partito per avere l’investitura come si suol dire “alla vecchia”, anche se poi bisogna fare le solite finte primarie per sancire il risultato.
Tutti infatti sanno come funziona tra gli emilians: prima si designa il vincitore, poi si fanno le primarie.

Il pubblico italiano all’inizio ha un po’ snobbato “Regionals” che invece – a sorpresa – sta riscuotendo un enorme successo negli Stati Uniti. Gli americani sembrano essersi stufati delle loro serie brillantissime, originali e piene di colpi di scena e pare apprezzino parecchio la noiosa e tediosa ripetitività di un serial come “Regionals”.
“House of Cards” è bellissimo , per carità,  ma un po’ troppo stressante: con “Regionals” gli americani riescono invece a rilassarsi completamente e alcuni hanno pure smesso di prendere psicofarmaci per dormire.
“Prima riuscivo ad assopirmi solo per pochi minuti quando mandavano il GP di Formula Uno” – afferma il settantenne Clayton Manson, pensionato del New Hampshire – “poi mi ha telefonato mio cognato per segnalarmi questa meravigliosa serie italiana: ormai dopo i titoli di testa son già cotto e mi faccio tutto un sonno fino al mattino.”
Susan Weston è una giovane mamma alle prese con due gemelli scalmanati: “addormentarli era un problema e facevo sempre la notte in bianco: quando dormiva uno piangeva l’altro.
Adesso il piccolo John  appena accendo “Regionals” è come ipnotizzato: vede il faccione di Steve Bonaccini, sbadiglia subito e chiude gli occhietti e lo stesso succede per Malcom. Si sono svegliati solo una volta: quando sembrava che il sindaco Manca fosse stato accusato di omicidio. Poi abbiamo capito di aver schiacciato involontariamente il telecomando finendo su “Crime” e tutto è tornato a posto…”.

La formula vincente di “Regionals” è quella di basarsi su una trama talmente consumata e risaputa, trita e ritrita, che la conoscono tutti a memoria.
Le puntate si ripetono una uguale all’altra, con i presunti sfidanti che si sfilano dalla corsa uno dopo l’altro appena percepiscono di non avere dietro al sedere la macchina di partito: meglio contrattare subito un posto, o un futuro incarico, piuttosto che fare la figura dello sparring partner e finire impallinati.
Non accade mai nulla e la serie va avanti stancamente e noiosamente fino alla duecentosettesima puntata, quella in cui Steve Bonaccini, candidato in pectore alla poltrona di Governatore, stravince le primarie trionfando col 98,7% dei voti. Il fatto che fosse l’unico candidato in lizza non toglie il gusto della battuta a Steve, che commentando il risultato un po’ commosso dichiara: “è stata una sfida difficile e affascinante, adesso tutti uniti dentro il partito per vincere le regionali”.

Paolo Soglia

 

Perchè stiamo tornando alla guerra fredda rischiando la guerra nucleare?

 

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Il reporter indipendente Robert Parry scava: Per gli USA l’Ucraina non è strategica, quindi perchè stiamo rischiando la guerra termonucleare in Europa?
Secondo Parry Obama è ormai ostaggio dei neocon statunitensi che si giocano le ultime carte per la supremazia mondiale e vogliono togliere ai russi la loro miglior arma, che non sono i missili ma il gas, e impedire che Russia e Cina e altre potenze emergenti si affranchino dall’egemonia finanziaria USA basata sul dollaro spodestando la dittatura di Wall Street.
due informazioni importanti:
1) Dopo il colpo di Stato a Kiev la più grande azienda privata di gas dell’Ucraina, Burisma Holdings, ha nominato il figlio del vicepresidente degli Stati Uniti Biden, Hunter Biden, nel suo consiglio di amministrazione (un piccolo conflitto d’interessi?).
2) Secondo la US Energy Information Administration, l’Ucraina ha le terze maggiori riserve di gas di scisto in Europa, pari a 42.000 miliardi di metri cubi, un bersaglio invitante soprattutto perché le altre nazioni europee, come la Gran Bretagna, Polonia, Francia e Bulgaria, hanno resistito alla tecnologia fracking a causa delle preoccupazioni ambientali.
Piccolo particolare: le riserve sono nell’est dell’Ucraina… (guarda un po’…)

Ecco l’intero articolo, da leggere assolutamente:
http://consortiumnews.com/2014/09/03/the-whys-behind-the-ukraine-crisis/