The Network of Global Corporate Control*

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30.000 miliardi di liquidità sono depositati nei paradisi fiscali (ma la stima è assai per difetto…), una fittissima ragnatela di società off-shore è stata costruita appositamente per spostare continuamente i capitali sottraendoli al controllo degli Stati Nazione.
In questo contesto agisce quello che si usa chiamare “libero mercato”. In realtà si tratta di una enorme rete concentrata in pochissime mani: 147 super multinazionali controllano infatti oltre il 40% del mercato finanziario mondiale.
La parte del leone la fanno le istituzioni finanziarie. La top 20 include Barclays Bank, JPMorgan Chase & Co, e The Goldman Sachs Group:

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Tassare e controllare questi soggetti sovranazionali da parte degli Stati Nazionali è semplicemente impossibile (e infatti nessuno di questi versa una lira all’erario, o nel caso si tratta di spiccioli. Sono loro infatti quelli che determinano il sistema e quindi che possono stabilire anche le elemosine da versare ogni tanto per tener buoni governi nazionali o Federazioni imperfette come la UE).
Stati di fatto impotenti, con opinioni pubbliche sempre più impoverite.
Anche i timidissimi accordi tra Stati nazionali, vedi il caso Svizzera-Italia, in questo contesto sono gocce nel mare. Chiudiamo un po’ i cordoni con la Svizzera? Benissimo, restano altri 49 paradisi fiscali certificati da poter scegliere.
Senza spostarsi troppo basta andare in Gran Bretagna con la sua “City”, una vera e propria porta d’ingresso alla piattaforma off-shore: metà dei “paradisi”, infatti, sono stati inventati sotto la corona britannica che li controlla e li protegge.

Cosa contano popoli e persone in questo contesto? Nulla, diciamolo chiaramente.
Anzi, non parlerei neanche più di persone, meglio dire “utenti” , la cui funzione si riduce alla possibilità o meno di diventare “consumatori”, quindi di alimentare il sistema.
Ai più fortunati, diciamo così, viene riservata anche una parodia di democrazia: il rito del voto dei governanti locali. Un rito sempre più inutile (al di là del profilo politico dei competitors), visto che le leve del potere risiedono altrove.

Visto sotto questa luce anche l’ottimo proposito di Tsipras di tassare armatori e oligarchi può risultare un’arma spuntata. La minaccia abbastanza scontata è già partita: “Ci vuoi tassare? Bene spostiamo le flotte sotto un’altra più ospitale bandiera e tanti saluti”.
L’effetto perverso di questa situazione è una tassazione inversamente proporzionale alla ricchezza posseduta: si va dal nulla che pagano i soggetti sovranazionali, al pochissimo per i patrimoni personali dei ricchissimi. Poi si passa al poco dei ricchi, al già più consistente esborso per la classe media che diventa poi un macigno enorme e insostenibile per lavoratori dipendenti, autonomi, piccole e medie imprese residenti e commercio residente: chiunque non possa fuggire al fisco viene scorticato vivo da Stati Nazionali gabellieri sempre più strangolati dal loro stesso debito.
Un debito pubblico che nel nostro caso non può che aumentare visto che rinunciando alla Sovranità monetaria e al potere di emissione (e tutela) della moneta gli Stati Nazionali si indebitano esattamente con quelle stesse entità finanziarie sovranazionali di cui parlavamo sopra, che a loro volta sfuggono alla tassazione.
E’ un circolo vizioso irrazionale e mortale.
L’unico dato positivo ottenuto con la vittoria in Grecia è che sia caduto qualche velo su questo meccanismo infernale e si sia delineato più chiaramente, anche a livello popolare, qual è il problema e chi è il nemico.
L’aumento della consapevolezza non è certo indice di vittoria ma è la condizione “sine qua non” per determinare delle possibilità di reazione.

Paolo Soglia

*The Network of Global Corporate Control
è uno studio condotto da tre ricercatori (Stefania Vitali, Stefano Battiston e James Glattfelder) dell’ETH, il Politecnico federale di Zurigo, una delle migliori università del mondo, cui sono legati una ventina di premi Nobel.
Alcuni abstract in italiano:
http://www.swissinfo.ch/ita/una–super-entit%C3%A0–controlla-l-intera-economia/31476812
http://www.onb-analytics.com/the-network-of-global-corporate-control/
https://publicintelligence.net/global-network-of-corporate-control/
http://it.peacereporter.net/articolo/30376/Poteri+forti%3A+nomi+e+cognomi+dei+signori+della+globalizzazione

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Grecia: analisi del primo scontro

Alexis-Tsipras-e-Janis-Varoufakis

La partita è lunga.
La prima battaglia europea del fronte antiliberista si è conclusa con un sostanziale pareggio in trasferta, un ottimo risultato se consideriamo le condizioni date.
Tsipras non poteva non sapere che l’impatto del dopo vittoria sarebbe stato durissimo. Quello che ha fatto in questo mese è tuttavia straordinario: in meno di 30 giorni Syriza ha dovuto formare un governo di coalizione perchè non aveva i numeri, eleggere un presidente della Repubblica e al contempo battersi in un durissimo confronto in sede europea avendo tutti contro e con una pistola puntata alla testa: la minaccia di asfissia economica e il default del paese.

Dalla sua parte giocava una situazione geopolitica favorevole, con gli Stati Uniti fortemente contrari a una destabilizzazione della zona euro e preoccupati di una eventuale deriva della Grecia verso lidi non controllabili.
Naturalmente poteva contare anche su un ampio consenso popolare, sia in patria che  in altri paesi UE, e godeva di una sostanziale simpatia di fondo anche da parte di settori di opinione pubblica non di sinistra stanchi delle fallimentari politiche di austerità imposte dalla Germania.
Ma il consenso popolare con tempi così stretti non è un’arma così cruciale al tavolo dei negoziati, soprattutto a breve termine.
Infine c’è stato l’ambiguo e mellifluo appoggio a corrente alternata da parte di Francia e Italia, un canale sotterraneo per ammorbidire un po’ le condizioni imposte dalla Troika senza però schierarsi apertamente: se andava male, a sbattere la faccia doveva essere solo la Grecia, se andava bene i paesi indebitati avrebbero goduto dell’apertura in sede politica di un negoziato sull’austerità. Insomma la solita politica da pusillanimi, in cui si gioca sempre col sedere degli altri.

Di positivo c’è che l’operazione di isolamento della Grecia e dell’implosione del progetto Syriza con la minaccia del default e del ribaltamento del Governo Tsipras è fallita.
Per ottenere tempo naturalmente Tsipras e Varoufakis devono accettare molti compromessi: il proseguo del programma con un sostanziale allentamento dei vincoli ma senza quella autonomia totale che chiedevano. La Germania non poteva assolutamente  uscirne ammettendo il totale fallimento delle sue politiche economiche: dunque – formalmente – si rimane all’interno del quadro tracciato dalla Troika negli anni scorsi.
In sostanza però la Troika deve incassare una sconfitta politica: il Governo Tsipras ha dettato una nuova agenda politica alla UE. Ha imposto il dibattito sulle politiche di austerità e ha già imposto una declinazione lessicale negativa: non si devono più pronunciare le parole “Troika” e “Memorandum”.
Il governo greco ha dimostrato un grande pragmatismo: nelle condizioni date è un buon risultato. La battaglia prosegue.

Paolo Soglia

La gestione della barbarie

Califfato

Molti parlano di guerra al Califfato, come se il fenomeno si fosse materializzato da pochi mesi, come una sorta di fantasma sconosciuto.
Eppure di Califfato parlava continuamente Bin Laden, ben prima dell’attentato del 2001 e della guerra in Afghanistan.
Ora vorrei sottoporre alla vostra attenzione questo documento che circola sui siti islamisti da oltre vent’anni. Difficile sia sfuggito ai nostri “strateghi”, anche perchè dal 2005 questo scritto attribuito a Abu Bakr Naji è addirittura tradotto in francese e pubblicato (lo potete pure comprare su Amazon…).
Si chiama “La gestione della barbarie” ed è un documento politico molto preciso, una sorta di “Mein Kampf” Jihadista che delinea la strategia della gestione del caos selvaggio prima della istituzione del Califfato.

Ebbene, di questo libro si parla anche in un articolo di Marco de Martino che ho trovato negli archivi di Panorama del 2006:
“Nei siti islamici circola anche un dettagliato piano ventennale di Al Qaeda per raggiungere la vittoria finale. A parlarne tra i primi è stato Fuad Hussein, un giornalista giordano che nel 1996 trascorse un periodo nella stessa prigione in cui era detenuto Abu Musab al-Zarqawi, il leader di Al Qaeda ucciso lo scorso giugno in Iraq (giugno 2006 ndr).
Quello che i terroristi vogliono veramente è alterare gli equilibri geopolitici fino a creare un nuovo ordine mondiale”.
Nel centro antiterrorismo dell’accademia militare di West Point, a poca distanza da New York, McCants lavora a identificare i principali documenti che articolano il piano di Al Qaeda contro l’Occidente. Uno di questi, da poco tradotto da McCants, è un saggio intitolato La gestione della barbarie. Nelle quasi 300 pagine dello studio, l’autore Abu Bakr Naji sostiene che nel passato gli estremisti islamici hanno fallito perché le superpotenze sono riuscite a governare il mondo arabo per interposta persona, appoggiando economicamente regimi e governi amici.
La vittoria è invece arrivata quando lo scontro è stato diretto, come è successo con i sovietici in Afghanistan, e secondo Naji lo stesso accadrà ora che gli americani sono caduti nella trappola di intervenire prima in Afghanistan e poi in Iraq.
Le difficoltà della campagna americana hanno già avuto l’effetto di annientare l’immagine di invincibilità di cui godevano gli Stati Uniti. Ma il vero punto di svolta arriverà se gli americani si ritireranno dall’Iraq, perché allora anche i governi mediorientali che hanno sostenuto gli Stati Uniti sembreranno più vulnerabili.
E i terroristi potranno lavorare per farli cadere.”

La parte più interessante è questa, dove gli ideologi della Jihad profilano il piano di Al Qaeda che prevede sei fasi, iniziate con l’attacco dell’11 settembre. Eccole:
2001-2003: IL RISVEGLIO
Secondo Hussein, gli attentati di New York e Washington sono stati ideati per portare le truppe americane a intervenire direttamente in Medio Oriente: “Colpito alla testa, il serpente ha perso lucidità e ha reagito caoticamente” scrive il giornalista. La prima fase si è esaurita con l’entrata dei soldati americani a Baghdad.
2003-2006: LA SCOPERTA
Per gli strateghi di Al Qaeda, il prolungato conflitto in Iraq non ha solo permesso di addestrare una nuova generazione di terroristi, ora pronti a combattere su altri fronti. Ha anche aumentato la popolarità dell’organizzazione di Bin Laden, che si è trasformata in una ideologia.
2007-2010: L’ASCESA
Al Qaeda intende destabilizzare e infiltrare i paesi confinanti con l’Iraq, a partire da Siria e Turchia. “I recenti attacchi contro l’ambasciata americana a Damasco e nelle località turistiche sono il preludio di questa nuova fase” sostiene Hussein. Secondo l’analista, la pressione americana contro il regime di Damasco non farà altro che giocare in favore degli uomini di Bin Laden, che nei prossimi tre anni concentreranno i loro attacchi anche contro Giordania e Libano.
2010-2013: IL RECUPERO DEL POTERE
Impegnati su troppi fronti, gli americani non potranno più sostenere i governi amici mediorientali, che inizieranno a cadere. I terroristi di Al Qaeda pensano di poter facilitare il processo con attacchi contro le strutture petrolifere e attentati elettronici contro i centri nevralgici del sistema economico americano. Secondo Hussein, l’intenzione è aumentare lo scetticismo degli investitori esteri, soprattutto in Cina e Giappone, fino a causare la caduta del dollaro e l’adozione dell’oro come valore di scambio sui mercati internazionali.
2013-2016: LA NASCITA DEL CALIFFATO
Con l’istituzione del califfato di cui spesso parla Bin Laden, diventerà impossibile il controllo occidentale sui paesi arabi e Israele non sarà più in grado di operare attacchi preventivi contro chi lo minaccia. “L’equilibrio internazionale cambierà” scrive Hussein. “Cina e India a quel punto saranno superpotenze, mentre la tendenza all’unità europea si sarà fermata”. Il nuovo sistema di potere mondiale sarà meno ostile ai musulmani di quello attuale e si creeranno nuove alleanze, che porteranno la Cina ad allearsi con gli islamisti.
2016-2020: LA VITTORIA FINALE
Il califfato formerà un esercito che porterà a una guerra mondiale contro i non credenti. “Il mondo realizzerà il vero significato della parola terrorismo” scrive Hussein pronosticando la creazione di una sorta di utopia islamica.

Noterete con quanta inquietante precisione la scadenza temporale delle fasi e degli eventi è stata finora rispettata…
Concludo con una domanda: se questa è la strategia Jihadista, conosciuta e studiata da almeno vent’anni da analisti e governi, perchè gli errori che loro si aspettano che faccia l’Occidente li sta  commettendo tutti, sistematicamente, senza mancarne uno?

Paolo Soglia

L’Avana – Cuba, febbraio 1996

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Distribuzione penne ai bambini della scuola elementare “Camilo Cienfuegos” di Alamar

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“…A Cuba ci son stato fuori tempo massimo: l’Unione Sovietica era appena implosa, nell’isola del socialismo o muerte vigeva il periodo especial, che in sostanza significava che non c’era più una lira. Finito il rubinetto del petrolio e dei fondi sovietici che mantenevano in piedi il bastione del socialismo a meno di duecento miglia dalla Florida, finita la festa.

Carburante razionato, alimentari con la libreta, pagamenti per i turisti rigorosamente in dollari e un pullulare di attività private, particular, di norma vietate ma tacitamente consentite per dare modo alla gente d’arrangiarsi.

Le ragazze si arrangiavano facendo le gineteras, le fidanzate a tassametro per i turisti che ingolfavano i charter dall’Italia e dalla Germania.

Sbarcare nel socialismo tropicale in periodo especial e abitare ad Alamar, estrema periferia popolare dell’Avana, era una sensazione del tutto particolare.

Appena arrivati cercavi con gli occhi il brulicante suk che caratterizza ogni contrada sudamericana, piccola o grande che fosse, ma non vedevi niente. Solo strade e palazzi, scuole e ospedali, caserme e gente vociante. Ma i negozi? Un bar? Un cazzo di ristorante, una churrascheria, un chiosco del menga? Macchè, niente.

Cammina e cammina finalmente un assembramento, è un mercato agropecuario: ai contadini è consentita la vendita diretta dei loro prodotti. Male che vada mi compro della frutta per fare colazione… Invece niente, è l’unico posto di Cuba dove non prendono dollari: si paga solo in pesos e ci vuole la libreta.

Dovevo avere una faccia talmente delusa che una ragazza che avrà avuto meno di diciassette anni, Katiuka si chiamava, mi prende da parte e mi dice di seguirla, potevo mangiare a casa sua. Il padre di Katiuka mi accoglie e mi fa sedere, mi offre pane e rhum, alla fine anche un sigaro. Commovente. Unico neo: sono le nove del mattino e sono già ubriaco.

A Cuba eravamo sulle tracce dei balseros, quelli di ritorno.

L’idea l’aveva avuta la Papera . Ci eravamo appena fidanzati ed eravamo lì perché era una bella storia da raccontare. I balseros non erano altro che povera gente che cercava di fuggire dalla miseria in cui era caduta l’isola del sogno del socialismo tropicale. Scappavano dalla povertà per raggiungere la Florida. Lo facevano con ogni mezzo possibile, anche con zattere o canotti, sfidando l’oceano e i tiguron, gli squali. Spesso morivano.

Quelli che ce la facevano venivano raccolti dalla guardia costiera statunitense. Però non li portavano in Florida. L’URSS era caduta e non c’era più bisogno di dimostrare di essere il bastione della libertà. Di altri miserabili rompicoglioni gli Stati Uniti ne facevano volentieri a meno, e così li riportavano a Guantanamo, nella loro base militare: di nuovo a Cuba, ma confinati in una enorme caserma.

È per questo che alcuni balseros, perso per perso, scappavano di nuovo, sfidando ancora l’oceano, i tiguron e gli spari dei militari che si fronteggiavano ai confini della base. La meta non era più la Florida ma semplicemente tornare a casa, a Cuba.

Quelli che ci arrivavano non venivano nè arrestati nè perseguitati. Anzi, erano l’emblema vivente “dell’ipocrisia del nemico imperialista”. Ci avevano provato e gli era andata male due volte, perché oltre al viaggio si era infranto anche il loro sogno. E per il regime di Fidel quella era già la più perfida delle punizioni.

Vai a Cuba?”. Il compagno della Provincia mi aveva subito incantonato.

Allora fammi un favore porta là queste mille (1.000!) penne con la scritta “Amistad Italia Cuba”. Che palle.

E poi a chi le do ste penne?”.

Ma che ne so, a chi vuoi: portale a una scuola che ne hanno bisogno”.

E così eccomi in giro per Alamar con i miei due borsoni di penne a sfera “Amistad Italia Cuba”. Scelgo una scuola, le elementari “Camilo Cienfuegos”.

Il comandante gentile portato via da un uragano mi è sempre stato molto simpatico.

Mi sembra una cosa semplice: entro, incontro la querida directora della scuola, due chiacchiere, una stretta di mano e vado via.

E invece no. La querida directora parla e parla, si anima e mi trattiene lì, dice che hanno mandato a chiamare il “commissario politico”.

Alla fine si presenta un signore di mezza età bello pingue, in maniche di camicia, con la faccia allegra di un impiegato del catasto durante una settimana di ponte. È lui il ”commissario politico”.

In men che non si dica siamo fuori, nel grande cortile della scuola.

Quella che sembrava un’ordinata giornata di lezioni si trasforma in un evento nel quale, del tutto a sproposito, io sono il protagonista.

Sono su un palco, in mezzo al cortile, sovrastato dalla bandiera cubana con ai miei lati la querida directora e il commissario politico. Davanti a me, spuntati come tanti topini, arrivano e si schierano ordinati tutti i bambini della scuola, con il loro stupore e il fazzoletto rosso al collo.

Il commissario politico sta imbastendo un discorso di propaganda per dare il benvenuto al compañero italiano che sfidando il “bloqueo” dell’imperialismo yanqui rifornisce di plumas le scuole del socialismo caraibico.

Alla fine, come temevo, mi dà la parola: la querida directora (che non sa una parola d’italiano) si occupa di tradurre. A complicare la cosa c’è l’abbigliamento: ho i capelli lunghi trattenuti da un codino, sono vestito con jeans, maglietta e la mia vecchia giacca mimetica militare, cosa che mi fa sembrare una grottesca riproduzione in salsa fighetta di un “rebelde” cubano.

E va bene, dico tre o quattro frasi di circostanza tanto per non rovinare la festa, anche se vedere la mia Papera in fondo al cortile che mi fotografa piegata in due dalle risate non aiuta la mia concentrazione.

Ma non è finita: ogni bambino deve ricevere la plumas direttamente dalle mie mani: percorro tutto il cortile fila per fila, come un babbo natale. Gracias, gracias, evviva.

È finita… macchè. Mica si può congedare così il compañero italiano. Prendiamo su in corteo e andiamo in una classe.

Devo fare delle domande ai bambini. Tengo la linea più elementare: Come ti chiami? Pedro? Cosa vuoi far da grande? Il dottore… Bene.

E tu Juan? Guidare un aeroplano. Aleida vuol far la maestra mentre Marismari preferisce far l’infermiera.

Tutto bene, tutto regolare. C’è un bambino giù in fondo, un po’ timido, ma che si vede che ha una gran voglia di dir la sua. E tu Santiago, che vuoi fare da grande?

Me gustaría ser italiano…”i.

Mi vien da ridere. Eh certo – avrà pensato Santiago – questo pirla viene qui, parla, gira, fa quel che gli pare, poi prende su, va sul palco e distribuisce le penne. Manco fosse jamesbond… si vede che fa la bella vita!

Spero solo che l’attrazione fatale per l’occidente capitalista non abbia comportato qualche compito in più per Santiago sulla storia e sui valori della Revolución

( da “Fuori Rosa” – Paolo Soglia – Pendragon – 2013)

 

i Traduzione
(dallo spagnolo): “mi piacerebbe fare l’italiano”.

 

 

Da oggi la Grecia è la linea del fronte

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Finalmente dopo tante teorie ecco irrompere la realtà: semplice, comprensibile, a suo modo spietata, ma chiara. In Grecia ha vinto democraticamente una forza che si oppone al neoliberismo e alle sue follie finanziare, giudicate peraltro assolutamente fallimentari ormai da quasi tutti gli economisti mondiali.
Alla chiara volontà espressa dal popolo Greco di non voler più sottostare al regime di usura messo in piedi dalla Troika (pur dichiarando di voler rientrare dal debito e di non voler “pesare” sugli altri popoli europei), la trimurti ha risposto immediatamente e concretamente.
La decisione della BCE di Draghi di impedire alle banche greche di approvvigionarsi di liquidità in cambio di titoli di Stato non è un tecnicismo, è una decisione politica gravissima che mira a tre obiettivi:
Il primo: chiarire che in Europa comanda una tecnostruttura economico-finanziaria che si appoggia ad alcune enclave politiche e non è sottoposta a nessuna autorità democraticamente eletta (il vecchio detto: “noi siamo noi e voi non siete un cazzo…”)
il secondo obiettivo: mettere da subito Tsipras e il suo governo con le spalle al muro, soffocarlo economicamente e politicamente, sgretolare il suo consenso interno, creando le condizioni per evitare qualsiasi negoziato. Casomai qualche piccola concessione, minima, ma pretendendo che la debba mendicare, ringraziando pure quando un piccolo osso di consolazione gli verrà gettato per terra come a un cane.
L’ultimo obiettivo riguarda gli altri governi e cancellerie, soprattutto dei paesi in difficoltà, per i quali il messaggio è chiaro: “attenti a non fare troppo i furbi e a spendervi in sostegno alle richieste greche: oggi bastoniamo loro, poi domani potrebbe toccare a voi”.

A questo punto è chiaro che senza eventi esterni che producano un cambiamento dei rapporti di forza, alla Grecia verranno “stroncate le reni” con poco sforzo.
Ma se viene sconfitto il Governo Greco non sarà solo una sconfitta di Syriza, o della cosiddetta sinistra radicale, ma una sconfitta popolare dalle conseguenze enormi: la trimurti avrà la strada spianata per ennesimi furti legalizzati, spostando continuamente i crack delle banche e i buchi degli speculatori sui conti pubblici degli Stati (a 4500 miliardi di euro ammontano gli aiuti di Stato concessi a fondo perduto dalla UE alle banche dopo il 2008, altro che debito greco…).
E continuerà indisturbata anche la distruzione di quanto rimane dello stato sociale, con l’accaparramento delle risorse in mano a pochissimi a scapito dei più: tagli alle pensioni, agli stipendi, nel tentativo (peraltro ormai a buon punto) di riportare la cosiddetta “forza lavoro” nelle condizioni di mera riproduzione di se stessa, come agli albori della rivoluzione industriale.
Dunque non è possibile permettere che questa battaglia si svolga solo sul piano politico-diplomatico, lasciando che il Governo greco resti solo a districarsi nella lotta coi poteri finanziari e con le lobby politiche che li spalleggiano, schivando anche quei (finti) “amici” di alcuni Governi, compreso il nostro, pronti a fare dichiarazioni di sostegno da quattro soldi e poi a scomparire appena i padroni veri fanno la voce grossa.

La Grecia oggi è la linea del fronte: se crolla non ci sarà nessun “Podemos” in Spagna a novembre, nè alcuna reale ripresa economica in Europa.
Ma se crolla il fronte non sarà solo responsabilità di Tsipras e del suo Governo, ma di tutti coloro che potevano fare qualcosa e non lo hanno fatto.
Cosa possono fare però in concreto cittadine e cittadini d’Europa? Una sola cosa: determinare la maggiore pressione politica possibile sui propri Governi che all’interno dell’Eurogruppo dovranno decidere le sorti della Grecia.
Dunque è necessario fare una delle poche cose che ormai sappiamo e possiamo fare: manifestare in sostegno delle richieste del Governo Greco, per una revisione dei trattati europei e contro l’attuale politica economica e monetaria della UE.

La responsabilità dell’organizzazione spetta in primo luogo alla Sinistra europea raggruppata  nel GUE/NGL, ma organizzazioni sociali, sindacati e partiti a vario titolo critici con lo status quo non dovrebbero chiamarsi fuori.
Personalmente, vista la posta in gioco, non andrei troppo per il sottile: auspico anzi che alle proteste si uniscano quanti più soggetti possibile, anche movimenti che non si riconoscono nella sinistra, come da noi il Movimento 5 Stelle, o i tanti movimenti euroscettici presenti in varie forme in europa.
Qualcuno storcerà il naso, ma come dice un vecchio proverbio cinese: “quando sei inseguito dalla tigre non puoi camminare maestoso…”

Paolo Soglia