L’Avana – Cuba, febbraio 1996

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Distribuzione penne ai bambini della scuola elementare “Camilo Cienfuegos” di Alamar

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“…A Cuba ci son stato fuori tempo massimo: l’Unione Sovietica era appena implosa, nell’isola del socialismo o muerte vigeva il periodo especial, che in sostanza significava che non c’era più una lira. Finito il rubinetto del petrolio e dei fondi sovietici che mantenevano in piedi il bastione del socialismo a meno di duecento miglia dalla Florida, finita la festa.

Carburante razionato, alimentari con la libreta, pagamenti per i turisti rigorosamente in dollari e un pullulare di attività private, particular, di norma vietate ma tacitamente consentite per dare modo alla gente d’arrangiarsi.

Le ragazze si arrangiavano facendo le gineteras, le fidanzate a tassametro per i turisti che ingolfavano i charter dall’Italia e dalla Germania.

Sbarcare nel socialismo tropicale in periodo especial e abitare ad Alamar, estrema periferia popolare dell’Avana, era una sensazione del tutto particolare.

Appena arrivati cercavi con gli occhi il brulicante suk che caratterizza ogni contrada sudamericana, piccola o grande che fosse, ma non vedevi niente. Solo strade e palazzi, scuole e ospedali, caserme e gente vociante. Ma i negozi? Un bar? Un cazzo di ristorante, una churrascheria, un chiosco del menga? Macchè, niente.

Cammina e cammina finalmente un assembramento, è un mercato agropecuario: ai contadini è consentita la vendita diretta dei loro prodotti. Male che vada mi compro della frutta per fare colazione… Invece niente, è l’unico posto di Cuba dove non prendono dollari: si paga solo in pesos e ci vuole la libreta.

Dovevo avere una faccia talmente delusa che una ragazza che avrà avuto meno di diciassette anni, Katiuka si chiamava, mi prende da parte e mi dice di seguirla, potevo mangiare a casa sua. Il padre di Katiuka mi accoglie e mi fa sedere, mi offre pane e rhum, alla fine anche un sigaro. Commovente. Unico neo: sono le nove del mattino e sono già ubriaco.

A Cuba eravamo sulle tracce dei balseros, quelli di ritorno.

L’idea l’aveva avuta la Papera . Ci eravamo appena fidanzati ed eravamo lì perché era una bella storia da raccontare. I balseros non erano altro che povera gente che cercava di fuggire dalla miseria in cui era caduta l’isola del sogno del socialismo tropicale. Scappavano dalla povertà per raggiungere la Florida. Lo facevano con ogni mezzo possibile, anche con zattere o canotti, sfidando l’oceano e i tiguron, gli squali. Spesso morivano.

Quelli che ce la facevano venivano raccolti dalla guardia costiera statunitense. Però non li portavano in Florida. L’URSS era caduta e non c’era più bisogno di dimostrare di essere il bastione della libertà. Di altri miserabili rompicoglioni gli Stati Uniti ne facevano volentieri a meno, e così li riportavano a Guantanamo, nella loro base militare: di nuovo a Cuba, ma confinati in una enorme caserma.

È per questo che alcuni balseros, perso per perso, scappavano di nuovo, sfidando ancora l’oceano, i tiguron e gli spari dei militari che si fronteggiavano ai confini della base. La meta non era più la Florida ma semplicemente tornare a casa, a Cuba.

Quelli che ci arrivavano non venivano nè arrestati nè perseguitati. Anzi, erano l’emblema vivente “dell’ipocrisia del nemico imperialista”. Ci avevano provato e gli era andata male due volte, perché oltre al viaggio si era infranto anche il loro sogno. E per il regime di Fidel quella era già la più perfida delle punizioni.

Vai a Cuba?”. Il compagno della Provincia mi aveva subito incantonato.

Allora fammi un favore porta là queste mille (1.000!) penne con la scritta “Amistad Italia Cuba”. Che palle.

E poi a chi le do ste penne?”.

Ma che ne so, a chi vuoi: portale a una scuola che ne hanno bisogno”.

E così eccomi in giro per Alamar con i miei due borsoni di penne a sfera “Amistad Italia Cuba”. Scelgo una scuola, le elementari “Camilo Cienfuegos”.

Il comandante gentile portato via da un uragano mi è sempre stato molto simpatico.

Mi sembra una cosa semplice: entro, incontro la querida directora della scuola, due chiacchiere, una stretta di mano e vado via.

E invece no. La querida directora parla e parla, si anima e mi trattiene lì, dice che hanno mandato a chiamare il “commissario politico”.

Alla fine si presenta un signore di mezza età bello pingue, in maniche di camicia, con la faccia allegra di un impiegato del catasto durante una settimana di ponte. È lui il ”commissario politico”.

In men che non si dica siamo fuori, nel grande cortile della scuola.

Quella che sembrava un’ordinata giornata di lezioni si trasforma in un evento nel quale, del tutto a sproposito, io sono il protagonista.

Sono su un palco, in mezzo al cortile, sovrastato dalla bandiera cubana con ai miei lati la querida directora e il commissario politico. Davanti a me, spuntati come tanti topini, arrivano e si schierano ordinati tutti i bambini della scuola, con il loro stupore e il fazzoletto rosso al collo.

Il commissario politico sta imbastendo un discorso di propaganda per dare il benvenuto al compañero italiano che sfidando il “bloqueo” dell’imperialismo yanqui rifornisce di plumas le scuole del socialismo caraibico.

Alla fine, come temevo, mi dà la parola: la querida directora (che non sa una parola d’italiano) si occupa di tradurre. A complicare la cosa c’è l’abbigliamento: ho i capelli lunghi trattenuti da un codino, sono vestito con jeans, maglietta e la mia vecchia giacca mimetica militare, cosa che mi fa sembrare una grottesca riproduzione in salsa fighetta di un “rebelde” cubano.

E va bene, dico tre o quattro frasi di circostanza tanto per non rovinare la festa, anche se vedere la mia Papera in fondo al cortile che mi fotografa piegata in due dalle risate non aiuta la mia concentrazione.

Ma non è finita: ogni bambino deve ricevere la plumas direttamente dalle mie mani: percorro tutto il cortile fila per fila, come un babbo natale. Gracias, gracias, evviva.

È finita… macchè. Mica si può congedare così il compañero italiano. Prendiamo su in corteo e andiamo in una classe.

Devo fare delle domande ai bambini. Tengo la linea più elementare: Come ti chiami? Pedro? Cosa vuoi far da grande? Il dottore… Bene.

E tu Juan? Guidare un aeroplano. Aleida vuol far la maestra mentre Marismari preferisce far l’infermiera.

Tutto bene, tutto regolare. C’è un bambino giù in fondo, un po’ timido, ma che si vede che ha una gran voglia di dir la sua. E tu Santiago, che vuoi fare da grande?

Me gustaría ser italiano…”i.

Mi vien da ridere. Eh certo – avrà pensato Santiago – questo pirla viene qui, parla, gira, fa quel che gli pare, poi prende su, va sul palco e distribuisce le penne. Manco fosse jamesbond… si vede che fa la bella vita!

Spero solo che l’attrazione fatale per l’occidente capitalista non abbia comportato qualche compito in più per Santiago sulla storia e sui valori della Revolución

( da “Fuori Rosa” – Paolo Soglia – Pendragon – 2013)

 

i Traduzione
(dallo spagnolo): “mi piacerebbe fare l’italiano”.

 

 

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