Bologna: cosa passa oggi il convento

Merola-rcdc Oggi ho incontrato Virginio in radio: lui aveva appena finito di fare l’intervista che vedete sul sito di RCdC: io arrivavo per preparare la rassegna stampa. due chiacchiere veloci, abbracci e saluti, ma le cose politicamente “pesanti” le ha dette in onda:
1) Non si tira indietro (“l’unica mia passione è fare il sindaco…”) e lancia un guanto di sfida ai presunti candidati alternativi (Galletti, Dionigi) sfidandoli apertamente, anche a fare le primarie.
2) Attacca il suo partito, e De Maria in particolare: vuole quindi riaffermare quella figura da “outsider” interno al Pd con cui si era presentato nel 2011.
3) Vuole rinsaldare l’alleanza con Sel (Merola infatti è ormai l’unico tra vecchi e neo “renziani” che parla di rilanciare l’esperienza del centrosinistra che è ormai sostanzialmente estinta). Parla di progetti concreti, di amministrazione e partecipazione: però per quanto riguarda la “partecipazione” ha glissato alla grandissima sul referendum sulle scuole private dove ci aveva messo la faccia, ha perso, e ha poi bellamente ignorato. Insomma, mi sembra che Merola tenti di uscire dalla tenaglia in cui lo sta mettendo il PD, cercando di ripresentarsi come un outsider civico di centrosinistra capace di tenere in piedi quello che in Italia Renzi (e prima di lui molta “ditta” affascinata dai Mario Monti e compagnia) ha sfasciato completamente.
Sul piano comunicativo devo riconoscere che è stato abile e che si è smarcato bene. Sul piano politico credo che non avrà comunque vita facile e bisogna vedere se regge l’urto: in molti nel suo partito (e in ambienti limitrofi, editoriali, etc) continueranno a provare a farlo fuori, magari cercando di sganciare qualche “bomba” (il solito ammuffito “briscolone” ?) o cercheranno di logorarlo sganciando qualche assessore di peso dalla sua squadra per convincerlo a farsi da parte. Chissà..
Quel che è certo è che Merola si candida a rappresentare un progetto politico che è finito, non esiste più : un centrosinistra con una bella gamba di centro e una gambetta di sinistra più o meno moderata, più o meno attenta a questioni sociali e diritti civili.
Una cosa è certa: in questo momento Bologna è “contendibile”, nel senso che nessuna forza in campo è organizzata, coesa e sicura di vincere: sembra anzi che si debba competere più sulle debolezze degli avversari che sulle sicurezze proprie.
Questo potrebbe presupporre, in linea teorica, anche il successo di una lista civica alternativa al PD.
L’ennesima implosione di un “nuovo” progetto politico a sinistra (L’Altra Europa) deve però far riflettere.
Quell’aggregazione non è fallita elettoralmente (quorum e tre eletti), nè politicamente (perchè la vittoria in Grecia di Tsipras e le ragioni politiche per cui era sorta sono sempre in campo, sono attualissime e in alcuni paesi europei anche vincenti). E’ fallita per la macroscopica incapacità, direi quasi strutturale, di darsi una leadership credibile e di creare una classe dirigente affidabile e responsabile: sono tutti finiti a far le solite assemblee inutili con mozioni verbose, incomprensibili ai più, lontane mille miglia da un qualsiasi problema serio che una qualsiasi persona normale vive ogni giorno della sua vita.
A Bologna una lista civica potrebbe puntare a essere “maggioranza” e governare la città? Per me solo a tre condizioni:
1) Avere un/a leader candidato/a sindaco credibile e carismatico, sufficientemente autorevole da tenere tutti gli immancabili cagacazzo che saltano fuori in questi casi al loro posto.
2) Avere il supporto forte e convinto di un numero consistente di persone/personalità che in modo disinteressato (rispetto alle loro sorti personali o poltrone) e interessato (ai temi amministrativi, sociali e politici della città) siano pronti a dare il loro contributo sia in termini di faccia che di braccia.
3) Dare la percezione a una parte consistente dell’elettorato che non si tratta della solita fuffa autoreferenziale di sinistra ma di un progetto che assieme a contenuti innovativi e autonomi coniuga anche leader e dirigenti capaci di portarli avanti.
Non so se queste tre condizioni ci siano, ritengo però che sia necessario andarlo ad appurare…

Paolo Soglia

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Il 1° maggio e la Cavalleria perduta

Era solo il secolo scorso, ma sembra passato un secolo. Allora l’enorme massa operaia costituiva la fanteria pesante, ma il mondo del lavoro aveva anche la sua “Cavalleria”: gli autoferrotranvieri. A Bologna, in particolare, l’autista del Tram, del Filobus e degli Autobus faceva parte di una sorta di aristocrazia proletaria: in divisa, era l’ambasciatore circolante della città. In migliaia, costituivano la rete connettiva. Erano gli autisti che accoglievano gli stranieri, turisti o immigrati del sud. Ed era sull’autobus che iniziava la lenta, non sempre facile integrazione. E l’autista non era solo un guidatore a cui era “vietato parlare”. Era il Comandante del mezzo pubblico e parlava eccome, essendo ambasciatore e pedagogo. Era su di loro, sulla “Cavalleria” dell’ATM che faceva affidamento il Sindaco Fanti (e il Partito) quando in meno di 24 ore mobilitava i soccorsi per l’alluvione di Firenze e decine di mezzi partivano per varcare gli appennini carichi di soccorsi e di volontari.
E quando all’apice del consenso il socialismo emiliano ospitava lo “straniero” la faceva salire sul bus. Il forestiero andava per pagare e si trovava la macchinetta bloccata, guardava l’autista che bonariamente gli rispondeva: “A Bologna l’autobus non si paga…”, godendosi poi la faccia del suo ignaro interlocutore e il suo straordinario stupore. L’azienda era del Comune, gli autisti per tanti aspetti “erano il Comune”. Tant’è che in questa fetta prevalente di città che si identificava nella triade Partito-Comune-Lavoro suscitò particolare sgomento e indignazione, ancor più delle vetrine sfondate, il fatto che il Movimento del’77, durante i disordini seguiti all’uccisione di Francesco Lorusso avesse bruciato un autobus. Un atto sacrilego, la fine dell’innocenza… L’ultima battaglia campale la nostra “Cavalleria” la combattè  il 2 agosto dell’80 con i mezzi trasformati in ospedali da campo e obitori di fortuna per trasportare i cadaveri delle vittime della bomba. Poi il lento, inesorabile declino. La caduta del muro dispiega le ali del capitalismo mercantile e speculativo: non c’è più bisogno di Colonnelli macellai e sanguinosi golpe in Cile, ma in pochi si accorgono – all’inizio – che non c’è nemmeno più bisogno di socialdemocrazia a frapporsi tra Capitale e Lavoro. Fine dei giochi: comanda solo il mercato, la democrazia è un optional per dare un simulacro di leggittimità alle leggi imprescindibili del mercato capitalistico. E il lavoro? Torna ad essere esclusivamente una merce, un costo da comprimere il più possibile. L’identità del lavoratore (il “mestiere”, il proprio ruolo sociale, il sentirsi elemento di una comunità) si sgretola, assieme alla possibilità di riscatto e ascesa sociale che sottendeva una visione socialista della realtà. L’azienda pubblica diventa un costo da privatizzare, i lavoratori un costo da contenere. Finisce anche l’epoca della “Cavalleria” su filo, su gomma e su ferro. Essa si trasforma in quello che è ora: una legione straniera senza alcuna coesione sociale con ciò che la circonda. L’autista è solo merce, un costo in bilancio per un’azienda in deficit, un arancio secco da spremere il più possibile. Le cronache attuali, nel 2015, ci parlano di un autista “carnefice”, feroce e frustrato, che dà calci in pancia a una ragazzina, ma anche di autisti “vittime”, stressate e frustrate, che si pigliano insulti tutti i giorni per conto dell’azienda e dell’amministrazione. Un’autista di origine cubana racconta a voce bassa di tutti gli insulti che si è presa, soprattutto dai vecchi bolognesi, perchè è donna ma soprattutto colorata, e mentre ne parla piange. L’imbarbarimento dei rapporti sociali è il frutto avvelenato del dominio assoluto e incontrastato del capitalismo di mercato: tutti devono stare al loro posto, ma nessuno si sente al suo posto. Buon 1° maggio 2015. Paolo Soglia