Grecia: è una sconfitta, ma non deve trasformarsi in una disfatta. Serrare i ranghi, la guerra continua.

grecia ue Non ci giriamo attorno: il rospo da ingoiare è grande e brutto. Non così orribile come la propaganda e le grancasse neoliberista lo fanno apparire, ma sufficientemente indigeribile. Ho letto sul post i primi dettagli del piano: Sono condizioni dure. Di positivo c’è un prestito da oltre 80 miliardi (ben più dell’elemosina stanziata pre referendum) e c’è il fatto che anche la Merkel è stata costretta a concedere una “rimodulazione” del debito. Non la chiama “ristrutturazione” perchè è un tabù, ma di fatto di questo si tratta. Il resto sono condizioni dure: la Troika che rientra a pieno titolo, il “fondo di garanzia” da 50 miliardi (che grazie alla Francia sarà gestito in Grecia e non in Lussemburgo come voleva il Dottor Stranamore Wolfgang Schaeuble per sancire la “perdita di sovranità” greca, ma che sarà comunque “supervisionato” dalla Troika). E una serie di riforme importantissime da fare in pochi giorni, una sorta di ultimatum: riforma dell’Iva e delle pensioni, tanto per iniziare.
Ebbene, sarà dura da far digerire questa minestrina al Parlamento di Atene, e c’è il rischio concreto che Syriza si spacchi e Tsipras sia costretto a dare le dimissioni. Varoufakis parla apertamente di sconfitta, dicendo che lui non avrebbe ceduto. Probabile, ma qual’era il piano B di Varoufakis? Quando dice che era “già pronto a stampare una moneta parallela per far vedere che la Grecia prendeva in considerazione il Grexit” dice una mezza verità: o sei proprio disponibile al greexit, e ti ci prepari affrontando quello che ne consegue (banche chiuse, tracollo totale delle istituzioni economiche e possibili scontri di piazza con il rischio di una guerra civile), oppure stai solo prolungando il bluff.
Insomma diciamola chiara: non esisteva alcun “Piano B”. Il problema è che a forza di sparigliare, hanno sparigliato i tedeschi: quando Wolfgang Schaeuble ha detto per la prima volta che stava “lavorando al greexit, intimando ai greci di starsene fuori 5 anni”, si è capito che i tedeschi erano disposti a giocarsi tutto, anche l’appoggio degli americani, e che la partita era chiusa. Perchè voleva dire che la Germania aveva deciso di rinunciare al proprio credito e avrebbe anche corso il rischio di un contagio e del tracollo dell’eurozona pur di cacciare fuori i greci. Ed essendo più strutturata aveva certo più tempo a disposizione, più risorse e più determinazione per affrontarne le conseguenze.
A questo si deve aggiungere la nota propensione tedesca a sacrificare anche i propri interessi e la propria razionalità (al limite della follia) pur di “non cedere”. Pensate a Stalingrado: sarebbe bastato un banale e veloce ripiegamento per salvare la sesta armata ma preferirono sacrificarla per “non cedere”.
Certo, fa piacere pensare che dopo persero la guerra…

E propio su questo concludo: la battaglia non è stata vinta, anzi, abbiamo subito una sconfitta, Siamo dovuti arretrare, per restare vivi.
Ora però sarebbe autolesionistico spaccarsi e sbranarsi vivi, facendo come gli antifascisti di Spagna che finirono per spararsi tra di loro mentre i fascisti di Franco conquistavano il paese. Spero che Syriza non si spacchi, o comunque che ci sia la possibilità di riorganizzarsi, al limite andando alle elezioni anticipate dopo la firma dell’accordo. Soprattutto penso che la guerra sia ancora lunga e che anche il nostro fronte abbia conseguito un risultato, notevolissimo: chiunque ha ormai capito che le favole del “rigore” e “dell’austerità” spacciate per discipline economiche “cartesiane”, dogmi indiscutibili, altro non sono che ciniche politiche per perseguire il potere, sia in campo economico che di supremazia di uno Stato su tutti gli altri. Il Governo Greco ha avuto il non indifferente pregio di costringere gli avversari a scoprirsi, tanto che sono stati costretti ad ammettere che se ne fottono, dei voti, della democrazia e dei referendum. Sono arrivati perfino ad affermare, platealmente, la “cessione di sovranità”: ma senza la propria sovranità non si è più tra “uomini liberi”, dunque la democrazia europea si rivela una finzione. E anche la Germania paga un prezzo: lo strapotere tedesco inquieta, la ferocia e il cinismo dimostrati cominciano a suscitare indignazione in ampi settori popolari (anche nella stessa Germania.. ) e a livello di Governi ci si chiede se non sia ora di ridimensionare la potenza tedesca.
Ripartiamo da lì dunque: in Spagna lo hanno capito, arriviamo ad ottobre e facciamo vincere Podemos cercando però di mantenere al potere Syriza in Grecia, da “1 contro 18” passeremo a “2 contro 17” e magari a “3 contro 16”, col Sinn Fein irlandese in vantaggio nei sondaggi.
Come diceva uno che se ne intendeva: “la rivoluzione non è un pranzo di gala…”

Paolo Soglia

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Il Referendum di Cefalonia: la “Acqui” combatte

Nel giorno del referendum in Grecia vorrei ricordare un altro “referendum” che si tenne nel settembre del ’43 a Cefalonia e Corfù.
L’esercito italiano portato lì dal fascismo a combattere un’assurda guerra d’aggressione, abbandonato dal Re fuggiasco, dopo l’8 settembre si trovò in una incredibile situazione: gli ex alleati tedeschi intimavano la resa incondizionata. L’11 settembre 1943 con un ultimatum chiesero al comandante della Divisione Acqui di consegnare le artiglierie, le armi pesanti e individuali e arrendersi. Dall’Italia nessun ordine preciso tranne il laconico comunicato di Badoglio che annunciava l’armistizio e la cessazione delle ostilità contro gli alleati, aggiungendo sibillino che le forze armate “reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Un capolavoro di equilibrismo…
Il 9 settembre i partigiani greci distribuiscono volantini agli Italiani: “Soldati Italiani! E’ giunta l’ora di combattere contro i tedeschi oppressori, Viva l’Italia libera! Viva la Grecia libera!”
I soldati non si fidano delle false promesse dei tedeschi che propongono la resa in cambio del rimpatrio. Sanno che ciò che li attende, se va bene, è il campo di concentramento. Anche il comando della Marina da Malta avvisa: “Ricordatevi che i tedeschi hanno affondato la corazzata “ROMA”, sicchè non bisogna assolutamente consegnare le armi, senza combattere, ai tedeschi”.

Dopo 48 ore di frenetiche trattative col comando tedesco, accade un episodio che non ha precedenti nella storia di nessun esercito regolare.
Incerto sul da farsi il Generale Gandin alle ore 1,30 del 14 settembre invita tutti i Reparti a esprimersi con un Referendum.
Queste le alternative:
1) Continuare a combattere coi tedeschi
2) Arrendersi e consegnare le armi
3) Combattere contro i tedeschi
I reparti, ufficiali, sottoufficiali e soldati – come noto – si pronunciarono unanimemente per la terza alternativa: La “Acqui” combatte contro i tedeschi.
il 15 settembre il Comando di Divisione intima ai tedeschi di sospendere l’afflusso di rinforzi: le batterie italiane aprono il fuoco contro un idrovolante tedesco che sbarcava truppe a Lixuri e la battaglia ha inizio. Dopo una prima fase in cui i tedeschi vengono respinti e subiscono pesanti perdite, con l’afflusso dei rinforzi dal continente e la copertura aerea degli Stukas la Wermacht contrattacca e il 22 settembre la resistenza della “Acqui” è spezzata.

A quel punto le divisioni dell’esercito regolare tedesco (era la Wermacht, non le SS…) si rendono responsabili di uno dei peggiori crimini della seconda guerra mondiale: In spregio a ogni convenzione internazionale, tutti i prigionieri italiani catturati vengono immediatamente passati per le armi con esecuzioni sommarie:i corpi vengono accatastati in fosse comuni o caricati su dei pontoni e poi fatti affondare in mare. Vengono giustiziati 189 ufficiali e più di 5000 tra sottoufficiali e soldati. Compiuto il crimine i tedeschi devono far sparire le tracce: per due o tre notti il cielo d’Argostoli è illuminato a giorno dai roghi degli amassi di corpi di soldati italiani cosparsi di benzina e dati alle fiamme, in quello che al Processo di Norimberga per i crimini nazisti venne definita: ” una delle azioni più arbitrarie e disonorevoli della lunga storia del conflitto.”

Nessun tedesco però ha mai pagato per quella strage. Anzi, la stessa Germania dopo la guerra si rifiutò di inserire l’episodio di Cefalonia tra i crimini di guerra.
Questo perchè i soldati della “Acqui”, dopo esser stati traditi dai fascisti e da Badoglio, vennero traditi, per la terza volta, – nel 1956 – dal Governo della Repubblica Italiana.
Il senatote a vita Paolo Taviani all’età di 88 anni ammise al settimanale “L’Espresso” che all’epoca il Governo (di cui lui era Ministro democristiano della Difesa) insabbiò la strage.
Finita la guerra infatti i familiari delle vittime e superstiti si batterono perché i 31 militari tedeschi responsabili di quell’eccidio venissero processati. Ma la politica non permise di arrivare al processo. Nell’ottobre del 1956 Gaetano Martino, liberale, ministro degli Esteri, scrisse a Taviani, ministro della Difesa, proponendogli in sostanza l’affossamento di ogni percorso di giustizia. E ciò in nome della risurrezione della Wehrmacht, cioè dell’esercito tedesco, necessario alla Nato in funzione anti-Urss. Taviani pose una sigla di assenso sulla lettera di Martino. «Il mio consenso — ammise nell’intervista — contribuì certamente a creare la sepoltura della giustizia».

Il referendum di Cefalonia si tenne in condizioni drammatiche, in piena guerra, nella certezza che non consegnandosi al nemico non si avrebbe quasi certamente portato a casa la pelle. Oggi in Grecia si vota in condizioni meno drammatiche ma sempre con una pistola alla tempia: o la resa all’austerità permanente, o la minaccia della fame. Ma quando si decide per sè, in piena coscienza e consapevoli delle conseguenze, i popoli si dimostrano spesso più sinceri e coraggiosi di coloro che pretendono di rappresentarli.
Buon voto al popolo greco.

Paolo Soglia