Crimini contro l’umanità: la lista dei 62 uomini meno ricercati del mondo

OXFAM REPORT: AN ECONOMY FOR 1%

ricchezza

Nello stesso breve lasso di tempo in cui 62 persone si arricchivano di altri 542 miliardi di dollari, 3,6 miliardi di persone si impoverivano di più di 1000.

La ricchezza…
Per 62 individui una semplice astrazione.
Per chi esercita il potere senza controllarla e redistribuirla una colpa.
Per 3,6 miliardi di individui che si impoveriscono per arricchirli, un crimine.
Sarebbe ora di smetterla di porsi il problema di come dare un tetto minimo alla povertà quando non ci si pone nemmeno lontanamente il problema di come dare un limite alla ricchezza.

Paolo Soglia

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Lo Stato di Intimidazione

« Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure…»

lato oscuro

“Denunciati per “diffamazione” due consiglieri del Comune di Bologna (Mazzanti e La Torre) per aver criticato la decisione della Magistratura bolognese di tagliare l’acqua a famiglie povere di occupanti”.
“…C’è anche il nome dell’assessore comunale al Welfare, Amelia Frascaroli, nel fascicolo che la Procura della Repubblica di Bologna ha aperto sul capitolo delle occupazioni. La Frascaroli è formalmente indagata dalla magistratura cittadina per le dichiarazioni rilasciate il 15 ottobre scorso, all’indomani dello sgombero di via Solferino 42. La Procura avrebbe ipotizzato il reato di istigazione:  In quella occasione, incontrando i militanti del movimento in comune, l’assessore affermò: “Sono ben consapevole che queste esperienze, lo dico con molta tranquillità, stanno creando valore sociale”,

Quando il mero fatto di criticare una decisione della Magistratura o esprimere un giudizio sul valore sociale di un’occupazione viene considerato un reato e scatta immediata querela significa che le libertà democratiche non sono più garantite, che un potere dello Stato è andato fuori controllo.
Da tempo denuncio la deriva autoritaria e anticostituzionale che sembra aver preso il sopravvento nella Procura di Bologna: Magistrati che intendono sostituirsi alla politica, eterodirigere la città usando i poteri che gli sono stati conferiti per sottomettere alla loro giurisdizione la libera volontà espressa dai cittadini attraverso le elezioni.
C’è su questo un assordante silenzio di tutti coloro che sul fronte istituzionale sono coinvolti. Il peccato originale a sinistra è la ventennale delega in bianco data alla Magistratura nella lotta politica contro Berlusconi e il berlusconismo.
Finito Berlusconi tuttavia il genio non è tornato nella lampada, la funzione politica impropria assunta da una parte della Magistratura è diventata una costante. La politica indebolita dalla sua endemica corruzione e assenza d’ideali è ormai alla mercè delle decisioni e degli umori delle Procure che intendono ergersi a “superiore istituzione morale di orientamento e indirizzo della società”, senza assogettarsi a nessuna forma di controllo e tantomeno di critica.
A questo si aggiunge la sonnolenta aquiescenza e sottomissione di una società civile democratica che soprattutto a sinistra ha glorificato aprioristicamente i giudici fino a ieri, che si è sdraiata sulle Procure, ed è ormai incapace di valutare politicamente il giusto dall’errore, essendosi abituata a delegare ogni cosa a una sentenza o al pronunciamento di un magistrato.
E poi c’è la stampa (web a parte) sempre più controllata e quindi azzittita: ogni cosa detta su una Procura e riportata su un giornale può diventare oggetto di reato.
I giornalisti dunque sanno che quei fili sono pericolosissimi (altro che politica…) chi tocca quei fili “muore” e quindi se ne stanno alla larga inibendo ogni eventuale critica e commento, autocensurandosi, venendo meno così al loro sacrosanto dovere: essere il “cane da guardia” dei cittadini nei confronti del Potere, tutti i poteri, non solo quello politico ma anche quello giudiziario.

A farne le spese in massima parte sono i più poveri e i diseredati, le fasce più deboli della società, che nel caso specifico delle occupazioni abusive sono diventati il bersaglio privilegiato nella repressione attuata per il “ripristino della legalità”: non importa quanti ne rimangono sul terreno, sono solo il campo di battaglia di questo scontro di potere.
Vittime di leggi ingiuste, carne da macello per scontri istituzionali in cui nulla c’entra la legalità, tantomeno la ricerca di soluzioni ai disagi e alla sofferenza delle persone.

Con le denunce e i processi per reato d’opinione dunque abbiamo passato il segno e al momento nulla sembra possa cambiare questo plumbeo scenario.
Con la rappresaglia giudiziaria nei confronti di chi ha espresso legittimamente e pubblicamente la sua critica all’operato della Procura si instaura, nei fatti, lo Stato di Intimidazione: attenti a voi, anche solo ad affermare le vostre opinioni, la Procura vi ascolta, la Procura vi controlla, la Procura vi punisce.
Ebbene, ogni uomo libero deve avere come stella polare la difesa della libertà d’espressione, che è la prima e ineludibile forma di libertà da cui dipendono tutte le altre in uno Stato di Diritto.
Se questa libertà viene messa in discussione l’uomo libero deve difenderla, costi quel che costi, sapendo che dovrà pagarne eventualmente un prezzo.
Quindi bisogna rendersi disponibili a prendersi delle denunce o a finire direttamente in galera per difendere questi principi.

Personalmente se nel ribellarmi allo Stato di Intimidazione dovesse mai succedermi di essere denunciato e processato, certo non sarebbe un’esperienza piacevole, ma la considererei comunque una dolorosa contingenza in una battaglia che da uomo libero, ancorchè nello specifico da giornalista, non posso esimermi dal condurre.
Una battaglia (questa sì!) per il ripristino della legalità democratica: quella sancita dall’art.21 della nostra Costituzione nata dalla Resistenza.

Paolo Soglia

Zaloneide (post riservato agli spettatori Zalonidi)

Zalone

Pur da estimatore di Checco premetto che nel trattare Zalone bisogna assolutamente evitare di cadere nella sindrome del perfido intellettuale “Guidobaldo Maria Riccardelli”, passando dal crudo disprezzo per il nazional popolare allo smaccato elogio dell’opera d’arte…
Tuttavia questo Quo Vado? visto con l’amico Giacomo Manzoli (di cui condivido il giudizio) mi ha dato sensazioni ambivalenti: film tecnicamente migliore di “Sole a Catinelle”, ma mi è piaciuto meno. Perchè?

Nel passaggio dal Berlusconismo crepuscolare degli anni della crisi al Renzismo rampante (degli anni della crisi) Checco perde a mio avviso un po’ di mordente: Il Checco di “Sole a Catinelle” è un essere perduto e quindi irrecuperabile: una plastica rappresentazione del vuoto positivismo dell’homo berlusconiano, incarnatosi in un ventennio nel quale anche il più sfigato degli italiani ha consumato la sua adesione alla nuova dominazione culturale, interiorizzandone i suoi miti prepotenti: il falso efficientismo, “l’imprenditore di se stesso”, l’uomo che “si fa da sé”. Un personaggio che affidandosi solo alla sua tragica e tracotante ignoranza travalica qualsiasi possibilità di redenzione.

All’adesione acritica per questi miti, all’inossidabile fiducia del Checco – sfigato venditore a cottimo di scope a domicilio – nell’unico “valore” in cui credere, il danaro, in “Sole a catinelle” Luca Medici oppone il gioco del rovesciamento dei fronti nel quale è la classe dirigente acculturata a incarnare il “politicamente corretto”: è la razza padrona quella che assieme alla beneficienza pelosa può permettersi di fare yoga, salvare le balene, mangiare vegano e pure mettersi la maglietta di Che Guevara.
“Sole a catinelle” è la rappresentazione del cupio dissolvi di un mondo irredimibile.
In “Sole a Catinelle”, insomma, non c’è salvezza possibile se non nella botta di culo, altro archetipo del berlusconismo.
Ma tutto passa.
Berlusconi era falso come un biglietto da trenta euro: falso liberista che blandiva in realtà ogni corporazione, falso riformatore a cui in realtà fregava solo delle sue di “riforme”, per blindarsi patrimoni e proteggersi dalle inchieste.
Il suo messaggio era di una semplicità dirompente: fatemi fare i cazzi miei e io – Stato Berlusconiano – mi farò il meno possibile i vostri. Un tripudio ventennale….

Con Quo Vado? Si entra invece prepotentemente nel renzismo rampante, prova ben più difficile…
Checco è sempre un triviale buzzurro, ma più colto: in fondo è un impiegato dello Stato, ha studiato, sa la differenza tra concussione e corruzione. Inoltre ha uno “status sociale” assente nel Checco di “Sole”: appartiene a un mondo che storicamente è sempre stato rispettato e invidiato, soprattutto al sud: quelli dal posto fisso.
L’intuizione di mettere al centro del film l’attacco mortale al tanto vituperato statalismo straccione di democristiana memoria è geniale. Lo scontro epico Zalone/Sironi è in realtà una battaglia mortale tra il senatore predemocristiano rottamato (Banfi/Sen. Binetto) e il Ministro postdemocristiano renzizzato (Bruschetta/Ministro Magno), uomo ideologicamente efficientista e neoliberista.
Uno scontro di potere all’ultimo sangue… che rende abbastanza scoperto anche l’accostamento simbolico Magno/Sironi con la magica coppia politica del momento: Renzi/Boschi…

Tuttavia i Renzidi a differenza dei Berluscones non fanno sconti comitiva e portano l’attacco al cuore del sistema. Non importa che ne salvino 99, che gattopardescamente il mondo si ripeta, perché abolita una provincia si fa un’area metropolitana: serve il capro espiatorio, serve qualcuno che dovrà pagare per tutti ed esser licenziato. Serve una martirizzazione per affermare il definitivo trionfo simbolico del neoliberismo anche sulle italiche genti e per determinare il passaggio definitivo dalla inefficiente sicurezza sociale garantita dallo Stato Corruttore alla pragmatica e generalizzata insicurezza efficientista dello Stato Corrotto, asservito al neoliberismo:  la battaglia si gioca sui rimasugli di quel patto sociale distorto che ha retto le sorti per 50 anni nella prima Repubblica (che non è finita con Berlusconi, è finita adesso con Renzi).
Ma qui casca l’asino, la posta è troppo alta e impegnativa, e il film comincia a vacillare… in questa battaglia epica Checco a poco a poco perde terreno.
Cede al (finto) cambiamento, che altro non è che una (vera) normalizzazione: la rieducazione norvegese è molto divertente ma piena di omaggi alla grande storia della commedia all’italiana, un déja vù continuo, il cui picco a mio avviso è l’assimilazione fisica del modello calvinista nordico incarnato dal pizzo biondo di Checco, che rimanda direttamente al Manfredi emigrante che si tinge i capelli nella svizzera xenofoba di “Pane e cioccolata” dei primi anni ’70.

A poco a poco dunque la verve di Zalone evapora ed emerge sempre più la razionalità di Luca Medici/Gennaro Nunziante che tentano faticosamente di trovare una via d’uscita.
Il tentativo fallisce immancabilmente con la chiusa: un mieloso finale tardobuonista che cercando di darci una speranza di “vita libera” in un’Africa posticcia, rimasta ferma ai tempi del viaggio di Sordi alla ricerca di Manfredi (Tittìnuncelassà), in realtà ce la toglie definitivamente.
Checco perde gran parte della sua carica eversiva: per campare bisogna adattarsi a far seghe agli elefanti, ma il dubbio atroce è che probabilmente non basterà…

Paolo Soglia