IL SOTTUFFICIALE DELLA FELDGENDARMERIE

“…E bada Pinocchio, non fidarti mai troppo di chi sembra buono e ricordati che c’è sempre qualcosa di buono in chi ti sembra cattivo.”
—  Mangiafuoco
 Feldgendarmerie
“Proprio a un sottufficiale della Feldgendarmerie tedesca, Pietro Mosmann, io e l’amico partigiano Mario De Braud, dobbiamo la vita….
Il fatto risale al dicembre 1944. Non ricordo il giorno preciso, ma eravamo in prossimità delle feste. Eravamo giunti in città dopo l’epica battaglia di Cà di Guzzo (27/28 settembre 1944). Fu un mese terribile… Sulle peripezie del ritorno non è il caso di soffermarsi, dirò che ci sbarazzammo dei compromettenti capi di vestiario e ci fornimmo di documenti (…) si dichiarava che eravamo “sinistrati di guerra”. Ci parve così di esser tornati nella normalità.
La direttiva era di scendere a Bologna. Avevamo deciso di rifugiarci nella casa di Mario, in via Masi, ma trovammo l’abitazione distrutta dalle bombe (…) Che fare? Nostro malgrado dovemmo riparare a casa mia in Mura S.Vitale 2. Era una soluzione pericolosa ma non avevamo alternativa.
Le mia appartenenza al movimento partigiano era nota: prima di salire in montagna avevo disarmato il posto di guardia della stazione ferroviaria di Varignana. La permanenza nel mio domicilio si prolungò più del previsto. La Resistenza attraversava un brutto momento. Dopo la battaglia di Porta Lame assai difficoltosa appariva la ripresa di contatto con l’organizzazione clandestina.
In attesa di una sistemazione in “base” stavamo all’erta. Toccò a me dare l’allarme. Dal ballatoio vidi sbucare all’improvviso dai viali di circonvallazione alcuni camion tedeschi, preceduti da un autoblindo che puntò le sue batterie proprio contro il nostro edificio (…)
Io e Mario credemmo opportuno non farci trovare assieme. Io rimasi nell’abitazione a pian terreno e Mario salì dai miei cugini al piano di sopra.
Sentivo un gran via-vai sulla strada poi il tedesco che vedevo dalla finestra scese i tre gradini che portavano all’uscio e bussò.
Aprii e chiesi cosa volesse. Il tedesco mi guardò senza iattanza. “Io austriaco!” esclamò, quasi a declinare ogni responsabilità su ciò che stava succedendo. Era un ritornello che conoscevo… Gli offrii da bere. Il soldato accettò e soggiunse in discreto italiano: “Cercare ribelli. Qui ribelli!”. Io risi e scossi la testa in segno di diniego. Anche lui rise: “No… tu no ribelle. Tu ragazzo”.
La cosa sembrava volgere al meglio ma a quel punto si affacciò un sottufficiale, di quelli con la placca appesa con una catena sul petto e diede un ordine in tedesco. Capii che dovevo uscire. M’incamminai, senza baldanza, verso il gruppo delle “autorità” che sostava al centro della piazzetta davanti al caffè Mazzini. (…)
A ridosso della Porta Mazzini sostavano già, attentamente vigilati, una decina di “sospetti”. Presentai il misero foglio intestato. Il tedesco rigirava il documento tra le mani senza neanche guardarlo. Mormorai… “studente, sinistrato…”. Mi fissò con aria svagata e chiese: “Tu conoscere Capitano Bob?”:
Fu talmente grande il mio sbalordimento che dovette leggermelo chiaramente in faccia. Non aspettò la risposta, mi disse di andare avanti, bonariamente (…) Ma l’ufficiale delle “Brigate Nere” si dimostrò subito poco convinto del documento. Risposi che lavoravo e studiavo ma che in quel momento non facevo niente e aspettavo finisse la guerra. S’infuriò. “Opportunista, vigliacco” – ripeteva – verme, smidollato, traditore” e altri improperi contro di me e tutta la mia famiglia. Certo mi avrebbe picchiato. Disse, infatti: “dopo facciamo i conti”.
Anche Mario ebbe lo stesso trattamento. Passò liscio dal tedesco ma naufragò davanti al fanatico repubblichino (…) Finimmo nel gruppo dei “sospetti” solo per l’odio che l’impettito brigatista nutriva verso le persone dall’apparenza innocua e “per bene” come noi.
La nostra posizione, dunque, diventava allarmante. Tra noi “sospetti” serpeggiava la paura. Ci guardavamo l’un l’altro con aperta diffidenza preoccupati della nostra sorte. (…)
I vagli successivi ci avrebbero indubbiamente smascherati.
Era chiaro che cercavano noi due. Chi aveva fatto la spiata?
Perchè il delatore non aveva fatto i nostri nomi? Sembrava una segnalazione generica, ma perchè, mi chiedevo, era uscito il nome di Bob? Il nostro comandante di Brigata – la 36 Brigata Garibaldi – doveva essere al di là del fronte, a meno che non fosse morto o caduto prigioniero (neanche Pietro Mosmann, in seguito, me lo seppe dire).
Intanto vedevo Clara, mia cugina, piangere sul portone di casa.
Il sottufficiale della gendarmeria cercava di consolarla. “Quel somaro – pensai – prima ci arresta e poi fa il cascamorto”.
Le lacrime di mia cugina, allora diciasettenne, commossero il gendarme nazista. Costui infatti attraversò lentamente la piazzetta e venne da me. “Tu Sergio?”. Alla mia risposta affermativa fece cenno di seguirlo. “Anche Mario?” chiesi. Acconsentì col capo. Trascinai il mio amico. Nessun altro ci seguì. Credo  fossero convinti, Mario compreso, che per noi le cose si mettessero male.
Superammo lo sbarramento con facilità. Il sottufficiale parlò in tedesco. Più che una spiegazione mi sembrò un ordine. Imboccammo le mura di Porta Mazzini, noi davanti e lui dietro. Giunti al primo cancello a destra, ci fece segno di entrare. Cominciò a bussare, nervosamente, contro i vetri di una finestra. Una donna anziana si affacciò. “Su presto” comandò il tedesco mettendomi la sua machinepistole tra le braccia per aiutarsi a salire sul davanzale.
Irrompemmo uno dietro l’altro nell’abitazione tra lo sbigottimento dei padroni di casa, due donne e un uomo. Ci parve che l’uomo, in pantofole, canottiera e pantaloni grigioverde, fosse il più allarmato.
“Stia tranquilla, non gridi!” ripetevo alla vecchia signora, anche per dissipare la sorpresa di ritrovarmi tra le braccia l’arma tedesca. Volli subito “regolarizzare” le posizioni e restituii la machinepistole al nostro insospettato liberatore.
“Tu essere bravo italiano – esclamò il gendarme – salvare due bravi italiani”.
Il tedesco ci aveva individuati? O si trattava di una frase casuale? Il signore in pantofole uscì e ricomparve poco dopo mostrando una giacca da tenente delle SS italiane appesa a una crociera. Il sottufficiale rimase un attimo interdetto. Quindi battè i tacchi in segno di saluto e chiese di uscire.
E noi – era il caso di dire – eravamo caduti dalla padella nella brace. Ci fu un silenzio che mi sembrò molto lungo. L’uomo lo ruppe chiedendoci una spiegazione. Dissi che eravamo studenti amici del sottufficiale tedesco. “C’è un rastrellamento – soggiunsi – cercano gente per lavorare al fronte. Il nostro amico è fortunatamente intervenuto.”
Non penso abbia creduto alla mia storiella. Chiedemmo di ospitarci fino a rastrellamento concluso. Rifiutò, ma non ci mise alla porta. Aprì un’ampia vetrata che dava su un terrazzo, invitandoci ad abbandonare la casa. Non chiedevamo di meglio.
Saltammo in un cortile, entrammo e uscimmo da diverse abitazioni, con la solidarietà degli inquilini. Sbucammo, all’aperto, in via del Piombo. Erano le 16 del pomeriggio, il rastrellamento aveva avuto inizio alle 11.
Fummo ospitati nella casa di un alto ufficiale dell’esercito collega del defunto genitore di Mario. Qualche giorno dopo riparammo in un appartamento in vicolo Pusterla. Il nostro amico della Feldgendarmerie ci faceva conoscere, con discrezione, le zone dove i tedeschi avrebbero compiuto rastrellamenti. L’utile servizio si interruppe molto presto. Nei primi giorni del 1945 il sottufficiale Pietro Mosmann scomparve. Noi riuscimmo nel frattempo a riprendere i collegamenti con i compagni.
Il giorno dopo la Liberazione bussai alla porta dell’ufficiale italiano delle SS. Ero certo che nessuno mi avrebbe aperto, invece una giovane donna comparve sulla soglia. Mi presentai e chiesi del marito. Era a letto indisposto.
“Io non so chi lei sia – gli dissi – non voglio nemmeno saperlo. Il fatto che sia rimasto è segno di buona coscienza. Tra qualche giorno torno a salutarla. Sarò lieto, allora, di fare la sua conoscenza”.
Due giorni dopo la sua casa era abbandonata.
Tornò invece, nel maggio 1945, il sottufficiale della Feldgendarmerie. Non lo riconobbi vestito in borghese. Aveva una maglietta rossa di cotone. Mi chiamò per nome e disse chi era. Ci abbracciammo. Era certo che stavamo con i partigiani del comandante “Bob”. Mi raccontò di lui. Aveva disertato e si era unito ai partigiani nel modenese. Mi mostrò con orgoglio i documenti timbrati e firmati da comandanti partigiani della Divisione Modena. Era in procinto di partire per la Germania. Chissà se c’è arrivato?
Abitava a Norimberga. Non sapeva più niente della sua famiglia da mesi. Temeva di essere rimasto solo al mondo. Manifestò il proposito di tornare a Bologna, o a Modena. “Sono – mi disse – un bravo cuoco”.
Non ho più avuto sue notizie.
Sono passati vent’anni e credo che Pietro Mosmann non lo rivedrò mai più”.
 
Sergio Soglia (Ciro)
Comandante battaglione “Walter Busi” – 1 Brigata “Irma Bandiera”
(Tratto da “Ribelli per la Libertà 1940/45 – Ricordi, cronache, racconti)
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...