Perchè Luca Traini non è un “terrorista”

Cos’è che differenzia Luca Traini da coloro che comunemente vengono definiti “terroristi”?
Formalmente, nulla: Traini è spinto da un’ideologia (è un fasciorazzista convinto), agisce lucidamente, pianifica, identifica il suo bersaglio nella massa indistinta di coloro che considera “il nemico”: delle non-persone, tutte egualmente colpevoli in quanto espressione di ciò che egli aborrisce e quindi sacrificabili.
L’evento scatenante, come per ogni terrorista, è fondamentale per innescare l’azione esemplare violenta che viene giustificata dalla presunta violenza subita: vittime innocenti colpite “dall’infame nemico” necessitano altre vittime innocenti, in modo che “il nemico” paghi dazio e si pareggi il conto.

Tutto questo sarebbe abbastanza ovvio, ma qui scatta l’elemento percettivo e il particolare contesto sociale e politico in cui il Traini compie la sua tentata strage.
L’Italia del 2018 è una piccola Weimar: lo stato democratico è assai indebolito, alcuni capisaldi del concetto stesso fondativo della Repubblica sono ormai stati rimessi completamente in discussione. In primis l’antifascismo, ma potremmo continuare: la discriminazione razziale per esempio è sempre più ostentata ed espressa a voce alta, senza determinare per questo particolari allarmi o reazioni.
Senza scomodare Casapound e Forza Nuova, basti pensare che partiti come la Lega salviniana che si candidano a governare sono esplicitamente razzisti e xenofobi, non tanto e non solo per inclinazione ideologica ma semplicemente per aderire come carta assorbente a sentimenti presenti in massa nel paese e quindi usufruirne in termini elettorali.

Torniamo però a Traini: tenta una strage colpendo bersagli a caso, accomunati da un’unica caratteristica, il colore della pelle: uomini, donne, giovani o meno giovani, pure bambini se si fossero trovati in mezzo.
Tuttavia Traini non è percepito da una grande massa di cittadini italiani come un “terrorista”: non è scuro ma bianco, non è straniero ma autoctono, non urla “Allah Akbar” ma sfoggia sulle spalle la bandiera italiana.
La dinamica dell’azione terroristica, pur identica nella sostanza, espone simboli che sono completamente diversi. Traini, a differenza dell’affiliato on line all’Isis che falcia cittadini occidentali con un furgone lanciato sulla folla, gode di un ampio consenso. L’atteggiamento nei suoi confronti è in molti casi giustificatorio: “era esasperato dall’invasione”, “ha compiuto una azione sconsiderata, ma la colpa è di coloro che riempiono le strade di immigrati”.
E questi concetti non sono da sottovalutare perchè sono condivisi se non dalla maggioranza del Paese sicuramente da una cospicua minoranza. Non a caso le prime reazioni della Lega, principale partito fasciorazzista in doppio petto di cui il Traini era peraltro aderente convinto, non vertono sulla condanna del gesto bensì sulla presenza massiccia sul suolo patrio di stranieri e clandestini, cosa che già in sè “giustifica” anche se non “assolve”, il gesto di Traini.
I fasciorazzisti di Forza Nuova invece non perdono nemmeno tempo a spendere ipocrite parole di generica condanna: si schierano apertamente con Traini e ne assumono la responsabilità del gesto, offrendosi di pagargli le spese legali.
Di fatto rivendicano politicamente la tentata strage, facendo di Traini un “eroe” nazionalfascista, esattamente come succede in diversi contesti sociali islamici per i “martiri di Allah” quando arriva la notizia di una bomba o un massacro avvenuto a Parigi, Londra o Bruxelles: una giusta punizione ai “crociati” per le bombe sganciate dai loro aerei sulla popolazione inerme.
Legare l’atto terroristico di Traini alla cruda cronaca nera, con l’orrendo omicidio di una giovane donna fatta a pezzi dal suo presunto assassino di colore è infine la chiave di lettura, l’espediente semplice ma potente, che suscita moti di comprensione anche in persone insospettabili.

Quanti pensando ai bersagli della pistola di Traini avranno detto (e quanti ancor più avranno pensato) “se la sono cercata” ? Tantissimi, poichè queste persone non fanno alcuna distinzione tra un omicidio efferato avvenuto in una situazione di degrado e l’azione successiva di Traini, quindi l’atto terroristico non è vissuto come tale.
La vendetta deve scattare, prima o poi, e infatti scatta esprimendosi nella caccia all’uomo senza distinzioni, chi c’è c’è: seminare il terrore nella comunità dei “nemici”, rei, a giudizio del terrorista, di essere sodali (per ragioni di pelle) con l’assassino non viene percepito da alcuni (molti) come un’aggravante bensì come una risposta sproporzionata (gli spari addosso) a un’istanza giusta (la cacciata degli immigrati neri dal suolo patrio).
Per altri poi (pochi, ma significativi) l’azione di Traini è addirittura esplicitamente condivisa.

Ecco perchè Luca Traini, nell’Italia del 2018, non è percepito come un “terrorista” ma semplicemente come un camerata che sbaglia…

Paolo Soglia

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