Il due agosto che vorrei

Quasi perfetto.
E’ questo che pensavo stamattina nel piazzale della stazione, in questo due agosto anomalo che la pandemia ha scombussolato proprio nell’anno del quarantennale.
Può non esser condiviso da molti e può apparire strano che a dirlo sia un giornalista con alle spalle una carriera radiofonica, che ha sempre avuto a che fare con le parole, ma il due agosto che vorrei, da qui in avanti, in stazione, è molto simile a questo: rarefatto, poi silenzioso, infine solenne.

Le parole non vanno abolite, ma decentrate. Gli interventi istituzionali di sindaci e ministri, l’orazione del Presidente dei familiari, se potessi decidere io, continuerei a farli solo in sede istituzionale, a Palazzo D’Accursio o in Piazza Maggiore.
E poi via, un grande corteo: non solo quello ufficiale ma quello di popolo che arriva in stazione da tutte le parti e con tutti i mezzi, e che va a riempire Piazza Medaglie D’oro.

Chi vuol portare una bandiera la porti, chi vuole portare uno striscione lo faccia, una foto, una scritta. Ma per favore niente megafoni e niente comizietti improvvisati: non ce nè bisogno, non lì, a quell’ora e in quel luogo.
Quello è un grande momento: una messa laica solenne, senza officianti.

Vedo la gente che affluisce, gli amici che si incontrano e si salutano, le generazioni che si mischiano. Chi c’era, chi non c’era e chi ci sarà tra qualche anno, perchè adesso è ancora nella pancia di una mamma incinta o a sonnecchiare in un passeggino.

Poi quel vociare diffuso, determinato ma affettuoso, si affievolisce.
Sono le 10,25, la piazza è in silenzio.
Ma non è muta, anzi, quel silenzio è assordante, struggente, denso di significato.
E quando si sentono i tre fischi della sirena parte un applauso scrosciante che dura minuti.

E’ un sogno impossibile e non accadrà, ma mi piace pensarlo.
D’ora in poi questo è il due agosto che vorrei.