Quel pasticciaccio brutto della cittadinanza onoraria a Mihajlovic

Siamo all’ennesima puntata della storia, non edificante, della concessione a Sinisa Mihalovic della cittadinanza onoraria.
Ne avevo parlato già in altre occasioni: nell’articolo pubblicato su “Cantiere Bologna” nel luglio scorso avevo già denunciato i danni prodotti dalla “politica emozionale”, quel modo di far politica sganciato ormai da una visione ideologica complessiva del mondo che porta a fare scelte e atti politici formali sull’onda dell’emotività del momento, nello specifico la malattia che ha colpito Mihajlovic che suscitò una generalizzata e spontanea solidarietà in città nei suoi confronti.

Ma la cittadinanza onoraria è tutt’altra cosa. Una onorificenza del genere ovviamente deve fare i conti con la specificità del personaggio insignito, non solo di un suo momento di difficoltà e dolore, ma di quel che ha fatto e ha rappresentato in vita.
Ecco dunque che i nodi vengono al pettine perchè Mihajlovic non è uno stinco di santo (e mai ha voluto esserlo), nel suo passato c’è il macigno della sua amicizia con il criminale di guerra serbo Zeljko Raznatovic, al secolo la “Tigre Arkan”, come pure gesti non edificanti fatti sul campo di calcio.
Tutto questo doveva essere già ben presente a chi in Consiglio Comunale gli tributò questo onore. Invece è passato tutto in cavalleria, spazzato via dalla politica emozionale del “qui ed ora”, quella che non ricorda il passato e notoriamente non pensa al futuro.

Accade così che nei giorni scorsi tramite una lettera aperta sottoscritta da oltre cento personaggi, anche degnissimi della mia stima, (Don Ciotti, Roberto Morgantini e tanti altri), sia stato pubblicamente chiesto a Mihajlovic di dissociarsi dal suo passato e di condannare le passate frequentazioni amicali.
Premetto che io una lettera del genere avrei avuto molta difficoltà a sottoscriverla, perchè detesto le richieste di abiura, soprattutto se promulgate a mezzo stampa.
Io credo che nel percorso di un uomo si possa sbagliare, anche tanto, abbracciando fedi e ideali nefasti e compiendo gesti sbagliati, ma il percorso di revisione delle proprie idee deve partire da se stessi e deve essere una riflessione autentica su chi si era prima e su chi si è diventati poi.
Una certificazione pseudonotarile di presa di distanze postuma, rilasciata solo al fine di ritirare una onorificenza mi sembra un atto sterile e forzato: sia per chi la chiede sia per chi eventualmente la dovesse sottoscrivere per quieto vivere, senza peraltro aver mai fatto veramente i conti con le proprie posizioni.

Oggi sul Corriere della Sera Sinisa Mihajlovic annuncia che non risponderà alla richiesta, anche se poi lo fa indirettamente nell’intervista tornando sulla sua passata amicizia con Arkan: «Non condividerò mai quel che ha fatto, e ha fatto cose orrende. Ma non posso rinnegare un rapporto che fa parte della mia vita, di quel che sono stato. Altrimenti sarei un ipocrita».
Mihajlovic in sostanza si barcamena in un dualismo tra Raznatovic, l’amico (già peraltro schedato come criminale comune) dei tempi della Stella Rossa, e la Tigre Arkan, di cui ammette si sia  macchiato di crimini orrendi durante la guerra in ex Jugoslavia.
Una presa di posizione che immancabilmente susciterà nuove polemiche e imbarazzi.

Quello che tuttavia per me è più imbarazzante è la decisione del Sindaco e della stragrande maggioranza trasversale del Consiglio Comunale di Bologna che a parte qualche eccezione (Amelia Frascaroli e i consiglieri di Coalizione Civica) si sono andati a imbottigliare in questo vicolo cieco. Da cui non si esce trasformando Mihajlovic in un santino, che chiede scusa e fa il bravo bambino.
Si vorrebbe, in sostanza, che a togliere le castagne dal fuoco della politica fosse lo stesso Mihajlovic rendendosi presentabile nel momento di ritirare il premio.
Ma se era impresentabile prima, perchè glielo avete dato? Perchè avete votato una cittadinanza onoraria basata sul fatto che aveva malauguratamente contratto la leucemia?

Dunque se Mihajlovic per non essere ipocrita con se stesso, dice lui, non rinnega la sua amicizia con Arkan, le forze politiche che in consiglio hanno votato la sua cittadinanza e adesso se ne vergognano (parlo in particolare dei consiglieri del PD), dovrebbero fare un atto di onestà politica e dire che si sono sbagliati, ritirando quella onorificenza.
Altrimenti – e questo è un paradosso della storia – risulterà che alla fin fine il più coerente in tutta sta vicenda resta Mihajlovic, che quel riconoscimento non l’ha mai chiesto e il cui desiderio, passata la pietas ricevuta nel momento della malattia, è solo quello di tornare a essere (son parole sue) “uno zingaro di merda…”

Paolo Soglia

Photo by Paolo Righi

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