La passione per l’impossibile

 


Una volta un conoscente che aveva stima di me e apprezzava la qualità del mio lavoro, guardandomi serio – un po’ in imbarazzo – mi fece la testuale confessione:
“Scusa se te lo dico, ma non riesco a capire come faccia una persona intelligente come te a occuparsi di calcio…”.
Avrei voluto rispondere come dovuto: “Perchè è il mio unico divertimento…”
Risposta secca, di grande dignità, in cui esponendoti completamente al disprezzo altrui rivendichi una tua essenza. In realtà il calcio non è affatto un divertimento…

In una memorabile sequenza del film argentino “Il Segreto dei suoi Occhi”, il personaggio di Pablo che indaga su un efferato omicidio assieme al suo collega Benjamin e non riesce a scovare l’inafferrabile colpevole, a un certo punto ha un’illuminazione: “Quell’uomo può fare qualsiasi cosa per sembrare diverso, ma c’è una cosa che non può cambiare né lui, né te, né io, né nessun altro… Un uomo infatti può cambiare tutto: la faccia, la casa, la famiglia, la ragazza.. la religione.. anche Dio! Ma c’è una cosa che non può cambiare, Benjamin: non può cambiare la passione..”.
E la passione di quell’uomo, crudele omicida, è la sua squadra: il Racing Avellaneda. E sarà proprio allo stadio che lo troveranno.

Il calcio dunque è una passione, e come tutte le passioni riserva più delusioni che gioie (soprattutto se tifi per la squadra della mia città).
Il calcio è anche un rito: le anticipazioni della partita, la strada che fai a piedi fino allo stadio, i saluti ai conoscenti di tribuna, il caldo asfissiante e le notti gelate, i pensieri del prima e i commenti del dopo partita.
Il consueto malumore dopo una sconfitta o le notti in cui non riesci a dormire perché sei distrutto da una ignominiosa retrocessione.
Ma c’è anche l’epica della vittoria, col gusto di rileggersi mentalmente le azioni della gara prima di addormentarsi.
Tutti sentimenti autentici, incomprensibili e inconfessabili se non ai tuoi simili.

In genere le donne con cui condividi la vita guardano questa passione con materna indulgenza e sufficienza: una cosa straordinariamente senza importanza che ti assecondano come se fosse il gioco di un bimbo.
E infatti lo è: ma i giochi, per i bimbi, sono straordinariamente importanti.
Il calcio esercita su di me il suo fascino perverso esattamente per gli stessi motivi che lo rendono a molti detestabile. Sono affascinato dalla rappresentazione.
La partita è una commedia, un parco a tema che inscena una battaglia campale, o se giocano le Nazionali una guerra simulata. La società è rappresentata sugli spalti in ogni sua componente, rigidamente suddivisa in classi, in maniera molto più sincera di quanto il politically correct dei media riesca mai a descrivere.
A prevalere non sono sempre i valori tecnici, tantomeno quelli sportivi. In genere vince il mercato e il potere economico/politico conseguente, spesso massicciamente corretto con generose dosi di slealtà, demonizzazione dell’avversario e corruzione. Ma non sempre. Per le stesse intrinseche caratteristiche del sistema, a volte accade l’imprevisto.

In quasi tutti gli sport di squadra guardando il tabellino si può già indovinare chi ha vinto, chi ha perso e come. Nel calcio no.
Ciò che rende il calcio unico è proprio la caratteristica di poter prescindere dal dato oggettivo: La tal squadra è fortissima, ha avuto il 60% di possesso palla, ha battuto venti angoli ad uno ed è andata al tiro diciassette volte di cui undici nello specchio.
Peccato che abbia incredibilmente perso, perché dopo aver preso tre pali e due traverse e aver sbagliato un rigore, al 92° – nell’unica azione in cui quei bidoni degli avversari si sono affacciati fuori dalla propria metà campo – su calcio d’angolo (peraltro inesistente) il centravanti ha colpito di testa e la palla sarebbe scivolata a lato se non fosse casualmente finita sullo stinco di un terzino carambolando in rete. Autogol, sconfitta per uno a zero, tutti a casa.

Il calcio riassume in sè tutte le contraddizioni presenti nella società: è uno sport dove non esiste l’oggettività, dove l’arbitro non è un giudice imparziale ma esercita il suo potere sulla base di regole che vanno spesso interpretate di volta in volta e questo spalanca la porta all’arbitrio. E’ uno sport corrotto, nè più nè meno della società tutta che gli sta intorno, è volgare, spesso ingiusto e gli attori incarnano come maschere della commedia dell’arte i vizi (tanti) e le virtù (poche) della commedia umana.
Avidità, furbizia, generosità, slealtà, altruismo, ricatto, corruzione: c’è tutto il campionario, che trova un suo specifico linguaggio nell’instancabile ripetizione di atti e parole sempre uguali.

Ma il calcio è anche sovversivo, l’unico sport veramente sovversivo che esista perché è l’unico sport in cui anche ai massimi livelli si rende possibile – in determinate situazioni – che il risultato atteso possa essere ribaltato da imponderabili varianti.
Come una società a volte viene scossa da turbolenze e rivoluzioni, da guerre e colpi di Stato che sovvertono il vecchio ordinamento e creano un nuovo equilibrio, così può capitare che l’esito della partita sia sovvertito e vada a catafascio il naturale stato delle cose.
L’ordine naturale lo tutela la forza tecnica intrinseca di una squadra che deriva dalla potenza politica ed economica del club e dei suoi padroni, poi c’è il condizionamento delle tifoserie che diventa anche un valore di mercato in termini di audience.
E quando questo non basta sovente arriva in soccorso l’arbitro, che come la “forza pubblica” è sempre pronto a correre in aiuto dei più forti.
La chiamano elegantemente “sudditanza psicologica”, un modo fine per descrivere l’umana propensione a leccare il culo ai più ricchi e ai più potenti.
Se poi forza intrinseca e spinta arbitrale non sono sufficienti ecco che si affaccia la scorrettezza e la vera e propria corruzione.

L’Argentina dei generali vinse il suo Mondiale corrompendo il Perù e comprando la partita.
Un’altra Argentina, quella del Pibe, sfogò la frustrazione della guerra persa delle Falkland andando a battere l’Inghilterra con un gol di mano, la “Mano de Dios” la battezzò Maradona.
I tedeschi drogati sconfissero la grande Ungheria nella finale del ’54, mentre gli italiani, amanti da sempre dell’arte pasticcera, si assicuravano spesso i passaggi ai turni arrabattando combine con centramericani e africani.
Svezia e Danimarca, in quanto a correttezza nordica, hanno dimostrato di non essere da meno.

Ciò nonostante, può sempre accadere l’imprevedibile.
Anzi: la slealtà, la corruzione, il doping e i favoritismi arbitrali sono tutte cose scientemente organizzate per limitare il più possibile l’eventualità che succeda l’imponderabile.
Che prima o poi però inevitabilmente accade.
La Danimarca del ’92, già in vacanza, viene ripescata in fretta e furia per sostituire la nazionale Jugoslava dissoltasi dalla guerra civile e così undici calciatori mediocri strappati all’ombrellone e alle infradito, in un crescendo trionfale, vanno in finale e diventano Campioni d’Europa.
1950: la Celeste sbanca il Maracanà, impietrendo una nazione a cui bastava un pareggio per salire la cima del mondo. A Montevideo è festa, a Rio – letteralmente – c’è chi si suicida buttandosi dagli spalti (come capitò ancora nell’82 dopo l’imprevedibile terzo gol di Paolo Rossi…).
E più recentemente è accaduto che partite stradecise siano state sovvertite incredibilmente, contro ogni logica: pensate alle finali di Champions del ’99 col pareggio e il sorpasso del Manchester sul Bayern nei 3 minuti di recupero o la rimonta del Liverpool sul Milan a Istanbul nel 2005.

Robe che possono farti raggiungere il Nirvana o buttarti addosso uno sconforto dal quale è difficile riprendersi.
Il calcio è anche questo: marcio, corrotto e succube dei più forti, spesso scontato e prevedibile, ma in cui è permesso (molto raramente) che accada l’impossibile.

Paolo Soglia

 

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La tragedia di una squadra ridicola

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Mi costa abbastanza scrivere questo post, ma purtroppo ce ne sono le ragioni.
Nello sport, nel calcio in particolare, può accadere tutto. E molto spesso le amarezze sorpassano di gran lunga le gioie.
Se sei un tifoso del Bologna poi questa non è una probabilità: è una certezza…

Ma questo non è mai stato un motivo per fermare la passione. Anzi questa si alimenta spesso anche dalle epiche difficoltà con cui la squadra si deve confrontare, vista la sua condizione quarantennale di claudicante nobile decaduta, sempre a cavallo tra A, B (ma anche serie C), tra proprietà balneari e fallimenti.

Poi un bel giorno, due anni fa, tutto è cambiato: il club sembra aver vinto il superenalotto: sull’orlo dell’ennesimo precipizio il Bologna viene rilevato da una proprietà tra le più solide del pianeta. A seguire viene creato un staff dirigenziale di ottimo livello e ingaggiato un allenatore di grande prestigio e di sicura affidabilità.
Vengono spese montagne di soldi, prima per ripianare i debiti, poi per rinforzare la squadra e infine per dare l’avvio a rilevantissimi investimenti strutturali: dal centro tecnico allo stadio.
Ebbene, il bengodi. Nulla di quanto è stato fatto, se lo analizziamo sulla carta, appare sbagliato: anzi. Sembra talmente perfetto da non poter che promettere gioie e soddisfazioni che la piazza  non vive da quasi mezzo secolo,

E invece, a parte alcuni sprazzi, alcuni rari momenti di impennata in cui la squadra sembra poter prendere il volo, da quando è risalito in serie A il Bologna ha collezionato più rovinose cadute che epiche gesta: tante sconfitte, alcune rovinose, altre incolori, tantissime poi sul filo di lana a risultato ormai quasi acquisito, che fa ancor più male.
E poco spettacolo, a parte come dicevamo alcuni lampi nel buio.

Ma quello che certamente addolora di più è l’incombente sensazione di un pericolo: la tragedia di veder trasformata la propria squadra nello zimbello del campionato, peraltro senza nemmeno rischiare l’ennesima umiliante retrocessione.
E’ il peggior incubo del tifoso.
Puoi vedere tutto: meste partite in cui in 94 minuti mai (dico mai) la tua squadra tira in porta, orrende prestazioni, errori marchiani e torti arbitrali.

Ma quello che un tifoso proprio non può sopportare è una squadra che fa ridere di se tutta Italia.
Quelle squadre che fanno sempre l’epopea al contrario: capaci di abbattere record negativi e la partita successiva di superarsi.
L’uno/due della sconfitta in casa col Napoli per 1 a 7, passivo mai subito nella centenaria storia rossoblù, unito all’incredibile partita fatta tre giorni dopo contro il Milan, in cui siamo riusciti nella titanica impresa di non segnare mai e poi addirittura di perdere al 90° contro una squadra ridotta in nove, candidano il Bologna a essere il peggio che un tifoso possa aspettarsi, l’unica cosa che può disamorare anche il più inossidabile innamorato dei colori rossoblù:
Essere una squadra ridicola.

Paolo Soglia

Piero Santi

Ballotta In Radio
Tanti e tanti anni fa una volta incontrai l’attrice Piera Degli Esposti che mi disse: “Mi ha intervistato la tua radio, una persona bravissima, veramente molto competente”.
Mi riempii di orgoglio: noi avevamo Piero Santi.
La quantità di artisti che Piero conosceva e contattava personalmente, che quando venivano a Bologna non potevano non venire in studio a RCdC per farsi intervistare da Piero era impressionante
E altrettanto mi impressionava constatare come molti di questi artisti, spesso formidabili ma altamente egotici, vedessero subito in Piero qualcosa di  speciale.
Passare dai suoi microfoni non era una semplice comparsata: lo stimavano.

Non era una persona facile Piero: lingua tagliente e a volte bizzoso perchè anche lui era un artista. Ma era il regista conduttore professionalmente migliore che abbiamo mai avuto.
A me però piace anche ricordarmelo quando cazzeggiava. Era uno spettacolo meraviglioso vedere quando intervistava al telefono qualche personaggio minore che se la tirava un po’ troppo: a voi fuori arrivava un audio impeccabile e professionale, ma noi da dentro vedevamo le facce che faceva Piero e come lo prendeva silenziosamente per i fondelli gesticolando e ridendosela da solo, da attore consumato.
Uno spettacolo, da scompisciarsi…

Piero per me che facevo informazione era anche una spalla eccezionale.
non è mai facile andare in onda in due: questioni di chimica, di tempi, di intesa.
Ebbene con Piero era un piacere, l’intesa era perfetta, i tempi giusti: sembrava che fare la radio fosse sempre la cosa più facile del mondo.
Tra collegamenti che saltavano, Ansa da leggere, dirette impazzite da manifestazioni tumultuose, collegamenti con Popolare Network: con Piero Santi al tuo fianco eri al sicuro.

Quando nel ’92 cominciai a fare radio ero un pivellino che aveva paura del microfono: poi col tempo imparai e diventai pure Presidente della radio e Direttore dell’informazione.
Piero Santi invece era già lì, era li da prima di tutti noi e noi eravamo abituati al fatto che sarebbe rimasto li per sempre.
E così voglio che sia: Piero è li, al microfono, è li che sta per chiamare al telefono il suo ospite, è lì che sente in preascolto il disco Humus della settimana.

Per sempre.

Merolì, Merolà…

candidati-bologna-2016

26 maggio 2011 – QUESTIONE DI CIVIS-TA’
Merola: “E’ interesse della città concludere i cantieri del Civis al più presto”. E’ quanto afferma il sindaco di Bologna Virginio Merola, rispondendo ai cronisti a Palazzo D’Accursio, in merito ai lavori ancora in corso per la realizzazione del tram su gomma.

7 giugno 2011 – IL CIVIS E’ UN GRAN PACCO
«Lo ridiamo indietro, questo pacco!». Così risponde al giornalista di Report, Alberto Nerazzini, il sindaco Virginio Merola che si lancia poi su progetti come il People Mover e il Passante Nord: “È una vicenda che ho condiviso fin dall’inizio  io sono per partire al più presto “.

17 ottobre 2012 – STALINISTA!
Merola (bersaniano ‘de fero’) attacca Renzi e i renziani: “Quella del “se vinco io tutti gli altri a casa” è vecchia politica, che ricorda un sistema stalinista”.

25 aprile 2013 – IL MIGLIORE
Merola diventa renziano: “Io mi sono opposto a Renzi, oggi penso sia una nostra risorsa, ma non per questo mi sento un traditore. Il primo cittadino di Firenze ha tutte le caratteristiche per essere il nostro candidato per il futuro governo. Questo poi lo deciderà il congresso. Andiamo verso una fase in cui è importante essere uniti pur nelle differenti posizioni e opinioni. Bisogna fare il Pd e convivere con la pluralità. La sinistra moderna deve esser questo”.

23 ottobre 2015 – IL PASSANTE NORD SI FA
Merola è raggiante “L’accordo è vicino, Stiamo per sbloccare i fondi da 1,4 miliardi…”

11 novembre 2015 –CONTRORDINE COMPAGNI: IL PASSANTE FA SCHIFO
Merola è tranciante: “Idea superata, il miliardo e 300 milioni già stanziati per l’opera dovranno essere utilizzati per ampliare l’autostrada e la tangenziale di Bologna che corrono parallele.”

Novembre 2014 – VIVA IL JOBS ACT, ABBASSO L’ARTICOLO 18
Merola attacca i parlamentari che non votano il Jobs Act: “L’articolo 18 è un ostacolo per i precari. Chi nel Pd non lo vota faccia come gli pare. Ricordo solo- manda a dire Merola, oggi a margine di una commissione- che non siamo un’armata Brancaleone. Se si decidono le cose a maggioranza bisogna rispettare, in qualsiasi comunità che si chiami partito, i deliberati della maggioranza”.

30 Maggio 2016 – IL JOBS ACT E’ UN OBBROBRIO, ABOLIAMOLO!
Il primo cittadino Pd Virginio Merola ha firmato per la nuova Carta dei diritti proposta dalla CGIL e, soprattutto, per il referendum sulla modifica del Jobs act, la legge-simbolo del governo Renzi. Una firma che punta, tra le altre cose, a reintrodurre l’articolo 18: “L’ho fatto perché credo sia importante rimettere il lavoro al centro delle nostre riflessioni”.

Paolo Soglia

Crimini contro l’umanità: la lista dei 62 uomini meno ricercati del mondo

OXFAM REPORT: AN ECONOMY FOR 1%

ricchezza

Nello stesso breve lasso di tempo in cui 62 persone si arricchivano di altri 542 miliardi di dollari, 3,6 miliardi di persone si impoverivano di più di 1000.

La ricchezza…
Per 62 individui una semplice astrazione.
Per chi esercita il potere senza controllarla e redistribuirla una colpa.
Per 3,6 miliardi di individui che si impoveriscono per arricchirli, un crimine.
Sarebbe ora di smetterla di porsi il problema di come dare un tetto minimo alla povertà quando non ci si pone nemmeno lontanamente il problema di come dare un limite alla ricchezza.

Paolo Soglia

Lo Stato di Intimidazione

« Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure…»

lato oscuro

“Denunciati per “diffamazione” due consiglieri del Comune di Bologna (Mazzanti e La Torre) per aver criticato la decisione della Magistratura bolognese di tagliare l’acqua a famiglie povere di occupanti”.
“…C’è anche il nome dell’assessore comunale al Welfare, Amelia Frascaroli, nel fascicolo che la Procura della Repubblica di Bologna ha aperto sul capitolo delle occupazioni. La Frascaroli è formalmente indagata dalla magistratura cittadina per le dichiarazioni rilasciate il 15 ottobre scorso, all’indomani dello sgombero di via Solferino 42. La Procura avrebbe ipotizzato il reato di istigazione:  In quella occasione, incontrando i militanti del movimento in comune, l’assessore affermò: “Sono ben consapevole che queste esperienze, lo dico con molta tranquillità, stanno creando valore sociale”,

Quando il mero fatto di criticare una decisione della Magistratura o esprimere un giudizio sul valore sociale di un’occupazione viene considerato un reato e scatta immediata querela significa che le libertà democratiche non sono più garantite, che un potere dello Stato è andato fuori controllo.
Da tempo denuncio la deriva autoritaria e anticostituzionale che sembra aver preso il sopravvento nella Procura di Bologna: Magistrati che intendono sostituirsi alla politica, eterodirigere la città usando i poteri che gli sono stati conferiti per sottomettere alla loro giurisdizione la libera volontà espressa dai cittadini attraverso le elezioni.
C’è su questo un assordante silenzio di tutti coloro che sul fronte istituzionale sono coinvolti. Il peccato originale a sinistra è la ventennale delega in bianco data alla Magistratura nella lotta politica contro Berlusconi e il berlusconismo.
Finito Berlusconi tuttavia il genio non è tornato nella lampada, la funzione politica impropria assunta da una parte della Magistratura è diventata una costante. La politica indebolita dalla sua endemica corruzione e assenza d’ideali è ormai alla mercè delle decisioni e degli umori delle Procure che intendono ergersi a “superiore istituzione morale di orientamento e indirizzo della società”, senza assogettarsi a nessuna forma di controllo e tantomeno di critica.
A questo si aggiunge la sonnolenta aquiescenza e sottomissione di una società civile democratica che soprattutto a sinistra ha glorificato aprioristicamente i giudici fino a ieri, che si è sdraiata sulle Procure, ed è ormai incapace di valutare politicamente il giusto dall’errore, essendosi abituata a delegare ogni cosa a una sentenza o al pronunciamento di un magistrato.
E poi c’è la stampa (web a parte) sempre più controllata e quindi azzittita: ogni cosa detta su una Procura e riportata su un giornale può diventare oggetto di reato.
I giornalisti dunque sanno che quei fili sono pericolosissimi (altro che politica…) chi tocca quei fili “muore” e quindi se ne stanno alla larga inibendo ogni eventuale critica e commento, autocensurandosi, venendo meno così al loro sacrosanto dovere: essere il “cane da guardia” dei cittadini nei confronti del Potere, tutti i poteri, non solo quello politico ma anche quello giudiziario.

A farne le spese in massima parte sono i più poveri e i diseredati, le fasce più deboli della società, che nel caso specifico delle occupazioni abusive sono diventati il bersaglio privilegiato nella repressione attuata per il “ripristino della legalità”: non importa quanti ne rimangono sul terreno, sono solo il campo di battaglia di questo scontro di potere.
Vittime di leggi ingiuste, carne da macello per scontri istituzionali in cui nulla c’entra la legalità, tantomeno la ricerca di soluzioni ai disagi e alla sofferenza delle persone.

Con le denunce e i processi per reato d’opinione dunque abbiamo passato il segno e al momento nulla sembra possa cambiare questo plumbeo scenario.
Con la rappresaglia giudiziaria nei confronti di chi ha espresso legittimamente e pubblicamente la sua critica all’operato della Procura si instaura, nei fatti, lo Stato di Intimidazione: attenti a voi, anche solo ad affermare le vostre opinioni, la Procura vi ascolta, la Procura vi controlla, la Procura vi punisce.
Ebbene, ogni uomo libero deve avere come stella polare la difesa della libertà d’espressione, che è la prima e ineludibile forma di libertà da cui dipendono tutte le altre in uno Stato di Diritto.
Se questa libertà viene messa in discussione l’uomo libero deve difenderla, costi quel che costi, sapendo che dovrà pagarne eventualmente un prezzo.
Quindi bisogna rendersi disponibili a prendersi delle denunce o a finire direttamente in galera per difendere questi principi.

Personalmente se nel ribellarmi allo Stato di Intimidazione dovesse mai succedermi di essere denunciato e processato, certo non sarebbe un’esperienza piacevole, ma la considererei comunque una dolorosa contingenza in una battaglia che da uomo libero, ancorchè nello specifico da giornalista, non posso esimermi dal condurre.
Una battaglia (questa sì!) per il ripristino della legalità democratica: quella sancita dall’art.21 della nostra Costituzione nata dalla Resistenza.

Paolo Soglia

Zaloneide (post riservato agli spettatori Zalonidi)

Zalone

Pur da estimatore di Checco premetto che nel trattare Zalone bisogna assolutamente evitare di cadere nella sindrome del perfido intellettuale “Guidobaldo Maria Riccardelli”, passando dal crudo disprezzo per il nazional popolare allo smaccato elogio dell’opera d’arte…
Tuttavia questo Quo Vado? visto con l’amico Giacomo Manzoli (di cui condivido il giudizio) mi ha dato sensazioni ambivalenti: film tecnicamente migliore di “Sole a Catinelle”, ma mi è piaciuto meno. Perchè?

Nel passaggio dal Berlusconismo crepuscolare degli anni della crisi al Renzismo rampante (degli anni della crisi) Checco perde a mio avviso un po’ di mordente: Il Checco di “Sole a Catinelle” è un essere perduto e quindi irrecuperabile: una plastica rappresentazione del vuoto positivismo dell’homo berlusconiano, incarnatosi in un ventennio nel quale anche il più sfigato degli italiani ha consumato la sua adesione alla nuova dominazione culturale, interiorizzandone i suoi miti prepotenti: il falso efficientismo, “l’imprenditore di se stesso”, l’uomo che “si fa da sé”. Un personaggio che affidandosi solo alla sua tragica e tracotante ignoranza travalica qualsiasi possibilità di redenzione.

All’adesione acritica per questi miti, all’inossidabile fiducia del Checco – sfigato venditore a cottimo di scope a domicilio – nell’unico “valore” in cui credere, il danaro, in “Sole a catinelle” Luca Medici oppone il gioco del rovesciamento dei fronti nel quale è la classe dirigente acculturata a incarnare il “politicamente corretto”: è la razza padrona quella che assieme alla beneficienza pelosa può permettersi di fare yoga, salvare le balene, mangiare vegano e pure mettersi la maglietta di Che Guevara.
“Sole a catinelle” è la rappresentazione del cupio dissolvi di un mondo irredimibile.
In “Sole a Catinelle”, insomma, non c’è salvezza possibile se non nella botta di culo, altro archetipo del berlusconismo.
Ma tutto passa.
Berlusconi era falso come un biglietto da trenta euro: falso liberista che blandiva in realtà ogni corporazione, falso riformatore a cui in realtà fregava solo delle sue di “riforme”, per blindarsi patrimoni e proteggersi dalle inchieste.
Il suo messaggio era di una semplicità dirompente: fatemi fare i cazzi miei e io – Stato Berlusconiano – mi farò il meno possibile i vostri. Un tripudio ventennale….

Con Quo Vado? Si entra invece prepotentemente nel renzismo rampante, prova ben più difficile…
Checco è sempre un triviale buzzurro, ma più colto: in fondo è un impiegato dello Stato, ha studiato, sa la differenza tra concussione e corruzione. Inoltre ha uno “status sociale” assente nel Checco di “Sole”: appartiene a un mondo che storicamente è sempre stato rispettato e invidiato, soprattutto al sud: quelli dal posto fisso.
L’intuizione di mettere al centro del film l’attacco mortale al tanto vituperato statalismo straccione di democristiana memoria è geniale. Lo scontro epico Zalone/Sironi è in realtà una battaglia mortale tra il senatore predemocristiano rottamato (Banfi/Sen. Binetto) e il Ministro postdemocristiano renzizzato (Bruschetta/Ministro Magno), uomo ideologicamente efficientista e neoliberista.
Uno scontro di potere all’ultimo sangue… che rende abbastanza scoperto anche l’accostamento simbolico Magno/Sironi con la magica coppia politica del momento: Renzi/Boschi…

Tuttavia i Renzidi a differenza dei Berluscones non fanno sconti comitiva e portano l’attacco al cuore del sistema. Non importa che ne salvino 99, che gattopardescamente il mondo si ripeta, perché abolita una provincia si fa un’area metropolitana: serve il capro espiatorio, serve qualcuno che dovrà pagare per tutti ed esser licenziato. Serve una martirizzazione per affermare il definitivo trionfo simbolico del neoliberismo anche sulle italiche genti e per determinare il passaggio definitivo dalla inefficiente sicurezza sociale garantita dallo Stato Corruttore alla pragmatica e generalizzata insicurezza efficientista dello Stato Corrotto, asservito al neoliberismo:  la battaglia si gioca sui rimasugli di quel patto sociale distorto che ha retto le sorti per 50 anni nella prima Repubblica (che non è finita con Berlusconi, è finita adesso con Renzi).
Ma qui casca l’asino, la posta è troppo alta e impegnativa, e il film comincia a vacillare… in questa battaglia epica Checco a poco a poco perde terreno.
Cede al (finto) cambiamento, che altro non è che una (vera) normalizzazione: la rieducazione norvegese è molto divertente ma piena di omaggi alla grande storia della commedia all’italiana, un déja vù continuo, il cui picco a mio avviso è l’assimilazione fisica del modello calvinista nordico incarnato dal pizzo biondo di Checco, che rimanda direttamente al Manfredi emigrante che si tinge i capelli nella svizzera xenofoba di “Pane e cioccolata” dei primi anni ’70.

A poco a poco dunque la verve di Zalone evapora ed emerge sempre più la razionalità di Luca Medici/Gennaro Nunziante che tentano faticosamente di trovare una via d’uscita.
Il tentativo fallisce immancabilmente con la chiusa: un mieloso finale tardobuonista che cercando di darci una speranza di “vita libera” in un’Africa posticcia, rimasta ferma ai tempi del viaggio di Sordi alla ricerca di Manfredi (Tittìnuncelassà), in realtà ce la toglie definitivamente.
Checco perde gran parte della sua carica eversiva: per campare bisogna adattarsi a far seghe agli elefanti, ma il dubbio atroce è che probabilmente non basterà…

Paolo Soglia