Ancora sul Dall’Ara. E anche Virginio nel suo piccolo s’incazza (ma perchè?)

Dopo la svolta della settimana scorsa, alla festa dell’Unità, in cui Virginio Merola ha abbandonato l’idea delle aree compensative ai Prati di Caprara e messo la mano in tasca per partecipare alle spese di ristrutturazione del Dall’Ara (come auspicavo nel mio post di luglio: che il Comune “battesse un colpo”..), molti hanno parlato di “clamoroso colpo di scena”.

L’amico  Fausto Tomei, che pur può dirsi soddisfatto essendosi battuto contro la cementificazione dei Prati di Caprara, lamentava il mancato riconoscimento da parte della stampa locale del ruolo avuto dall’opposizione (Coalizione Civica e Comitato) nel far cambiare idea al Sindaco. Personalmente ritengo che sul piano della cronaca i giornali abbiano fatto un lavoro corretto. Semmai è l’analisi della “svolta” che non è stata sufficientemente approfondita. Per quanto invece riguarda il problema della “notiziabilità”, si sa che a Bologna è appannaggio degli “opinion leader” riconosciuti (sempre quelli, peraltro, da almeno tre decenni, anche se non sono più leader e non muovono più le masse). Difficilmente ai singoli normali cittadini, specie se battitori liberi, viene riconosciuto questo ruolo.

Primogeniture a parte, non è questo il tema: personalmente son soddisfatto della cosiddetta svolta e penso che il risultato sia ben più importante delle piccole bugie che il Sindaco ha utilizzato nell’annunciarla. Quella, per esempio, che non c’è mai stato un progetto outlet sui Prati. Invece c’era eccome, se ne parlava da due anni e come ha fatto garbatamente notare Maccaferri avevano portato pure lo studio di fattibilità in comune un anno fa e in Comune gli avevano detto che andava tutto bene. Anche il Presidente di Confindustria Vacchi ha manifestato un po’ di “stupore”… Ma nessuno ha fatto polemica, perchè poi nè Maccaferri nè Confindustria si vogliono impiccare sulla Cittadella della Moda: col Comune ci lavorano tutti i giorni, quindi incassano in silenzio e vanno avanti.

Ma allora perchè Merola è così incazzato?
Io penso che  la “svolta” sia dovuta a ragioni sia tecniche che politiche e che sia frutto anche delle pressioni dell’assessore Matteo Lepore che ha intravisto il cul de sac in cui il Comune si era cacciato.
Come dicevo nel mio post precedente, era abbastanza singolare (senza riscontri in Europa) la posizione di un Comune che sosteneva l’ipotesi di una ristrutturazione milionaria dello Stadio tutta a carico di un privato, pur mantenendo pubblica la proprietà dello stadio stesso. Inoltre la questione delle aree compensative, usate come fossero un “menù” dispiegato su tutto il territorio comunale, da cui scegliere, per trovare la “quadra” con Saputo, era totalmente al di fuori di quanto previsto dalla Legge Lotti sugli stadi varata dal Governo Renzi. Lo stesso sottosegretario Lotti venne a spiegarlo di persona al Sindaco l’autunno scorso.
Ma Merola all’epoca era ben intenzionato ad andare avanti, come si legge nel pezzo di Fernando Pellerano del 9 luglio 2017.

Allora cos’è successo nell’ultimo anno? Molte cose…
Primo: è nato un comitato che via via si è ingrossato e ha fatto della battaglia per la salvaguardia del bosco urbano la “madre di tutte le battaglie”. Se all’inizio in Comune e nel Pd non l’avevano preso in considerazione e veniva perfino sbeffeggiato su radio e giornali (il solito comitatino dei “radical chic”), mano a mano che il tempo passava il comitato si ingrossava e si organizzava, sostenuto anche da Coalizione Civica, che pur mantenendo una sua autonoma posizione di fatto appoggiava la battaglia contro l’outlet e si batteva per la difesa del bosco urbano.
Politicamente poi c’è stato il 4 marzo 2018.
La sconfitta rovinosa del Pd nazionale, proseguita a livello locale con la perdita di un bastione “bulgaro” come Imola, ha messo in discussione anche le prossime elezioni nel capoluogo. Nulla è più scontato.

Si aggiunga ai problemi politici il dilemma “tecnico” di dare il via a un’operazione così impattante e complessa. Nonostante il Comune abbia sempre ostentato sicurezza appellandosi al POC, non era affatto scontato che si potesse costruire e abbattere una significativa parte di bosco. Sicuramente ci sarebbero stati ricorsi al TAR, ritardi, forse il blocco dei lavori.
Risultato? C’era il forte rischio di andare a elezioni con un’agguerrita opposizione ambientalista, esacerbata contro la Giunta, e con la spada di Damocle del blocco dei lavori. Quindi senza nessuna certezza sulla ristrutturazione dello Stadio e con la prospettiva che Saputo a quel punto abbandonasse la partita Dall’Ara (forse anche il Club..) o chiedesse un’area per farsi il suo Stadio di proprietà. Questo avrebbe fatto infuriare anche migliaia e migliaia di tifosi: insomma, la “tempesta perfetta” che avrebbe portato il partito di maggioranza a sicura rovina.

E’ quindi cominciata l’operazione di “sganciamento”. A mio avviso portata avanti dall’Assessore Lepore che ha intravisto i pericoli e che è il più interessato ad arrivare in salute all’appuntamento elettorale, essendo uno dei papabili alla successione di Merola.
Non credo che sia un caso che Lepore, a luglio, abbia commentato il mio post dicendo che: “… per quanto riguarda i Prati di Caprara la questione è da scollegare dalle scelte dello Stadio. A mio parere non è infatti la questione ‘se i conti tornano’ alla quale dobbiamo guardare in quel caso ma se urbanisticamente le ipotesi di trasformazione dei Prati siano compatibili con le previsioni o in ogni caso sostenibili dal punto di vista ambientale e dei carichi di traffico…”.
Il segnale è subito arrivato sui giornali che il giorno dopo l’hanno interpretato come uno “stop” allo scambio automatico sulle aree compensative. 

Si arriva così al coup de theatre agostano di Merola, fatto sotto i riflettori della Festa per disinnescare la bomba: quello scambio (Stadio /Prati) non s’ha da fare, sarà il Comune ad investire direttamente in partnership con Saputo. Il Bologna fc è d’accordo, il Comitato incassa lo stop all’outlet, i tifosi hanno la certezza che l’operazione andrà avanti e Saputo non avrà la tentazione di andarsene da altre parti. Tutti contenti (più o meno, a bologna non si è mai contenti al 100%).

Resta la domanda del titolo, perchè allora Merola s’incazza? Bastano due starnuti dello stimato urbanista Cervellati e del noto architetto Cucinella a turbargli il sonno?
Certo gli starnuti dei Cervellati e dei Cucinella fanno subito notizia e vengon subito ripresi dai giornali, anche se poi dicono cose stranote e che hanno già detto 100 volte.
Cose che peraltro, come tutte le libere opinioni, hanno il diritto di ribadire quanto vogliono.
Evidentemente lo sbotto di Merola, che cade anche nel turpiloquio (“Basta con le stronzate…”), ha due spiegazioni. La prima è difensiva: visto che era ben noto che il Comune volesse rifare lo stadio coi soldi di Saputo e lo scambio delle aree, adesso che la linea è cambiata repentinamente bisogna ribadirla con forza, difendendosi attaccando e non lasciando adito a dubbi. Colorandola pure con qualche parola forte, come va di moda oggi nel far politica tra i leader che van per la maggiore (ve lo immaginate il professor Zangheri o Imbeni, ai loro tempi, a parlare di “stronzate” in tv? Ma erano appunto altri tempi…).

La seconda ragione, più insidiosa, è che il “partito dello stadio nuovo”, che coinvolge vari interessi, non è mai morto. Adesso batterà il tasto del peso sulla collettività dei costi della ristrutturazione, proponendo (l’ha già fatto in passato e forse lo sta ancora facendo) che il Comune invece dia una bell’area a Saputo per farci il suo nuovo Stadio di proprietà. Più magari qualcos’altro…

Vi torna?

Paolo Soglia

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Salviamo il Dall’Ara: il Comune batta un colpo

Sulla vicenda Stadio aleggiano corvi. Mi riferisco alle voci sempre più insistenti che si rincorrono: abbandonare il Dall’Ara al suo destino e costruire un nuovo stadio, in aree da definire (tipo parco nord, ma non solo).
E’ un errore gravissimo, uno scempio che si deve assolutamente evitare: questa soluzione evidentemente farebbe felici alcuni costruttori e forse anche il club (che spenderebbe meno) ma non è certo nell’interesse di Bologna.
Quale sarebbe infatti l’interesse della città ad avere in zona semicentrale una cattedrale del deserto abbandonata, un monumento storico immodificabile (perchè tutelato) ma a quel punto completamente inutile e destinato al degrado, pur sapendo che comunque peserebbe sui contribuenti perchè la manutenzione, se non si vuol che vada in pezzi, andrebbe fatta?
Lo Stadio Dall’Ara è uno degli impianti storici più belli del mondo: bisognerebbe andarne fieri e non trattarlo come un problema ingombrante.
Ma oltre ad essere un monumento lo Stadio Dall’Ara ha un destino segnato: è fatto per giocarci a calcio. Per questo fu pensato e a questo serve e lo fa ancora ottimamente essendo – a quasi un secolo dalla sua costruzione – il tappeto verde migliore d’Italia.
Dunque per salvare il Dall’Ara è necessario fare un passo indietro, cambiare approccio. Ed è necessario che il Comune di Bologna batta un colpo.
La storia ci dice che una volta arrivato “lo zio d’America” (Saputo) in Comune hanno accarezzato la ghiotta opportunità: rifare il Dall’Ara nuovo e liberarsi di tutti gli oneri di manutenzione a costo zero.
Ma qui casca l’asino: ristrutturare il Dall’Ara costa quasi il doppio che fare uno stadio nuovo, inoltre, se lo fa un privato, non ne godrebbe la proprietà. Tecnicamente il Dall’Ara è inalienabile. Lo si può dare in concessione, anche lunghissima, ma rimane sempre di proprietà pubblica (come è giusto che sia).
Ora, l’approccio “zio d’America” prevede che a fronte degli oneri da sostenere lo “zio” sia ricompensato da aree compensative di proprietà comunale, da utilizzare in proprio o da rivendere per progetti altrui.
E qui nascono i problemi: perchè lo “zio” si trova a dover fare a un investimento doppio rispetto a quello per un nuovo stadio, con una sostanziale differenza: lo stadio nuovo sarebbe di sua esclusiva proprietà (e quindi andrebbe in patrimonio) il Dall’Ara ristrutturato no.
Ma così facendo il Comune, che vuol la botte piena e “lo zio” ubriaco, non ha più in mano il pallino, o ce l’ha solo parzialmente: da un lato non mette un euro sul Dall’Ara, ma dall’altro deve trattare da posizione di debolezza sulle aree compensative, non avendo più come faro la valorizzazione di beni pubblici, secondo principi urbanistici definiti, ma dovendo venire incontro alle esigenze dei privati che da quelle aree – evidentemente (e io aggiungo: legittimamente) – vogliono poi avere dei ritorni economici.
Infatti, come ha fatto garbatamente notare  l’Ad del BFC Claudio Fenucci al Sindaco, che in questi giorni gli sta facendo fretta e alza la voce, “è la prima volta che viene chiesto a un privato di ristrutturare completamente uno stadio pubblico, senza acquisirne la proprietà”. Un caso unico al mondo.
Da qui dunque nascono tutti i problemi: al Cierrebi come ai Prati di Caprara (ma c’è anche la questione antistadio, il destino delle società sportive all’interno del Dall’Ara, etc, etc).
Per sciogliere questo nodo è necessario dunque cambiare radicalmente approccio.
Ecco dunque la mia proposta, che parte da una considerazione: chi l’ha detto che il Comune non debba investire sul Dall’Ara, monumento storico di immenso valore e impianto efficiente e prezioso per lo sport bolognese? Perchè si postula che debba essere una operazione “a costo zero” per il Comune e a totale onere dello “zio d’America”?
Il Dall’Ara vale forse meno del Nettuno o delle Torri o di altri monumenti storici?
Alcuni rispondono: perchè il Comune non ha i soldi.
Balle.
Saputo è disposto a metterci 35 milioni (meno di quello che gli costa fare uno stadio nuovo) il resto deve saltar fuori dalle aree compensative.
Ebbene, per non impiccarsi sulle aree compensative, consentendo obtorto collo piccole/grandi speculazioni, il comune a mio avviso deve mettere l’altro 50%.
In parte è quello che propone l’amico Fausto Tomei, consigliere del quartiere Saragozza. Ma Tomei parla di un gesto oblativo della cittadinanza, una sorta di colletta tutta sulle spalle dei cittadini.
No: i soldi devono venire dal Comune, facendo ricorso al Credito Sportivo.
Coi tassi estremamente agevolati della banca pubblica per lo sport, un mutuo venticinquennale di 35/40 milioni peserebbe sul Comune per meno di 2 milioni l’anno.
Una cifra ridicola per una città area metropolitana come Bologna.
Senza contare che questa rata annuale potrebbe essere in qualche modo ammortizzata. Se non del tutto, almeno parzialmente: basterebbe che dopo la ristrutturazione il Comune si riservasse nel nuovo stadio 500/1000 posti da destinare – annualmente – ad aziende o privati che volessero contribuire al salvataggio del Dall’Ara mettendoci la firma, comprando abbonamenti speciali assegnati in base a donazioni a prezzi maggiorati.
Se metti 500 posti a 1000 euro per i privati e altri 500 a 5000 euro per le aziende, puoi ricavare fino a 3.000.000 di euro l’anno. E potresti anche prevedere che una volta coperta la rata pubblica del mutuo la parte eccedente vada nelle casse del BFC che così avrebbe tutto l’interesse a promuovere questo tipo di sovvenzione (detraibile…).
A questo punto il Comune potrebbe fare a meno di esporsi così tanto sulle aree compensative (o ridurle a qualche minimo spazio attorno allo stadio Dall’Ara, in modo che siano incluse solo quelle funzionali al progetto di ristrutturazione).
E al tempo stesso la città avrebbe un Dall’Ara riqualificato invece di una cattedrale abbandonata e dell’ennesimo progetto di ipercementificazione per un nuovo impianto (più chissà cosa…) in periferia.
Vi torna?
Paolo Soglia

La legittimazione del fascismo come strategia elettorale?

Il PD di Renzi e Minniti perderà le elezioni. Sperano di non perderle troppo male, e se ciò accadesse è già pronto l’accordo con Forza Italia e responsabili vari che spunteranno come funghi per un governo di larghe intese. Essendo in grande difficoltà, sia sul piano politico che su quello sociale, il PD di Renzi ha ben poco da offrire: la propaganda si limita alla chiamata alle armi contro “le destre” (ma quali?) e all’invito al “voto utile”. Ci sono però due aspetti particolarmente curiosi da analizzare:

  1. Il Pd ha prodotto una legge elettorale fatta apposta per farli perdere e far vincere Berlusconi, da qui l’appello al voto utile che in realtà sarà ben poco utile.
  2. Il Pd non avendo una proposta chiara nè un’identità politica forte, ha bisogno assoluto di un nemico da sbandierare: la destra. Però funziona poco, visto che le politiche assunte dal Pd ricorrono costantemente le destre sul loro stesso terreno.

Evocare il solito mostro Salvini e la Lega non basta più, anche perchè Salvini ha il vento in poppa e le politiche del PD sull’immigrazione fatte da Minniti e company non si differenziano, anzi inseguono, quelle di Salvini. Ecco dunque il necessario salto di qualità, diciamo così, dettato più dalla disperazione e dal calcolo di basso profilo che non da una strategia compiuta: rilegittimare formazioni fasciste, piccole ma altamente “evocative”, aprendogli le porte alle elezioni politiche.
Il che significa visibilità, comizi in piazza, cortei e propaganda elettorale su tutte le tv pubbliche e private:
Il calcolo è tanto gretto quanto politicamente indecente: intanto Casapound e Forza Nuova, per quanto minoritari, rosicchieranno voti alla Lega: pochi ma magari sufficienti per non farli arrivare ad avere una maggioranza assoluta.
In secondo luogo, accendendo la mina della ri-legittimazione del fascismo, il PD renziano si sta invischiando in una farsesca (ma vedendo Macerata mica poi tanto..) mini “strategia della tensione”: alimentare l’instabilità, le provocazioni e quindi gli scontri di piazza, e subito dopo additare ai moderati spaventati “gli opposti estremismi responsabili dei disordini”.
La linea appare chiara, soprattutto dopo la giornata di ieri a Bologna gestita in perfetta sintonia tra Prefettura, Comune e Viminale: da Renzi a Fassino, da Minniti a Gentiloni, passando per le retroguardie locali dei De Maria e dei Merola, il coro era identico: “Rossi e Neri” tutti uguali, tutti portatori di “violenza”.
Mentre il fascismo per un cinico e sciagurato calcolo elettorale viene pedissequamente equiparato all’antifascismo, paro paro, l’antifascismo, lungi dall’esser più considerato un pilastro fondativo della Repubblica, viene declassato a fenomeno residuale: una sorta di conventicola di “violenti” tutta gestita dai temibili centri sociali (cosa peraltro falsa vista l’eterogeneità della gente che ieri era in piazza).
Insomma, è la riproposizione in salsa renziana della vecchia teoria anni ’70 della DC: “avanti al centro contro gli opposti estremismi”.
Il PD è alla frutta, e per restare sull’arcione pensa forse di blandire la paura dei moderati per limitare l’astensione e far votare “la grande forza tranquilla”.
Un calcolo cinico perchè basato su meschine esigenze di marketing elettorale, ma dalle conseguenze devastanti sul medio lungo periodo.

In sostanza si è sdoganato il diritto di formazioni neofasciste come Forza Nuova e Casapound non solo di esistere e partecipare al gioco democratico presentandosi alle elezioni politiche, infischiandosene della Costituzione, ma pure di poter impunemente rivendicare un atto terroristico di tentata strage, come ha fatto Forza Nuova con Traini a Macerata, e il tutto senza fare una piega.
Anzi: si schiera la polizia a loro difesa, pur essendo 4 gatti che potrebbero benissimo esser decentrati altrove, con un dispendio di forze degno del G8, e gli si concedono le piazze più importanti nelle ore di punta in modo che possano fare più danno possibile rivendicando con slogan e urla il suprematismo nazionalista, ammiccando a una tentata strage di cui hanno assunto la responsabilità politica, pagando pure le spese legali allo stragista. E se c’è chi si oppone allora botte, salvo poi il giorno dopo lanciare accorati strali contro la violenza dei manifestanti, e fare la semplice equazione: “rossi o neri, sono tutti uguali”.

Pura DC anni ’70, pura e semplice strategia della tensione a bassa intensità, per il momento con qualche sparo ma senza bombe.
Per il momento…

Paolo Soglia

Perchè Luca Traini non è un “terrorista”

Cos’è che differenzia Luca Traini da coloro che comunemente vengono definiti “terroristi”?
Formalmente, nulla: Traini è spinto da un’ideologia (è un fasciorazzista convinto), agisce lucidamente, pianifica, identifica il suo bersaglio nella massa indistinta di coloro che considera “il nemico”: delle non-persone, tutte egualmente colpevoli in quanto espressione di ciò che egli aborrisce e quindi sacrificabili.
L’evento scatenante, come per ogni terrorista, è fondamentale per innescare l’azione esemplare violenta che viene giustificata dalla presunta violenza subita: vittime innocenti colpite “dall’infame nemico” necessitano altre vittime innocenti, in modo che “il nemico” paghi dazio e si pareggi il conto.

Tutto questo sarebbe abbastanza ovvio, ma qui scatta l’elemento percettivo e il particolare contesto sociale e politico in cui il Traini compie la sua tentata strage.
L’Italia del 2018 è una piccola Weimar: lo stato democratico è assai indebolito, alcuni capisaldi del concetto stesso fondativo della Repubblica sono ormai stati rimessi completamente in discussione. In primis l’antifascismo, ma potremmo continuare: la discriminazione razziale per esempio è sempre più ostentata ed espressa a voce alta, senza determinare per questo particolari allarmi o reazioni.
Senza scomodare Casapound e Forza Nuova, basti pensare che partiti come la Lega salviniana che si candidano a governare sono esplicitamente razzisti e xenofobi, non tanto e non solo per inclinazione ideologica ma semplicemente per aderire come carta assorbente a sentimenti presenti in massa nel paese e quindi usufruirne in termini elettorali.

Torniamo però a Traini: tenta una strage colpendo bersagli a caso, accomunati da un’unica caratteristica, il colore della pelle: uomini, donne, giovani o meno giovani, pure bambini se si fossero trovati in mezzo.
Tuttavia Traini non è percepito da una grande massa di cittadini italiani come un “terrorista”: non è scuro ma bianco, non è straniero ma autoctono, non urla “Allah Akbar” ma sfoggia sulle spalle la bandiera italiana.
La dinamica dell’azione terroristica, pur identica nella sostanza, espone simboli che sono completamente diversi. Traini, a differenza dell’affiliato on line all’Isis che falcia cittadini occidentali con un furgone lanciato sulla folla, gode di un ampio consenso. L’atteggiamento nei suoi confronti è in molti casi giustificatorio: “era esasperato dall’invasione”, “ha compiuto una azione sconsiderata, ma la colpa è di coloro che riempiono le strade di immigrati”.
E questi concetti non sono da sottovalutare perchè sono condivisi se non dalla maggioranza del Paese sicuramente da una cospicua minoranza. Non a caso le prime reazioni della Lega, principale partito fasciorazzista in doppio petto di cui il Traini era peraltro aderente convinto, non vertono sulla condanna del gesto bensì sulla presenza massiccia sul suolo patrio di stranieri e clandestini, cosa che già in sè “giustifica” anche se non “assolve”, il gesto di Traini.
I fasciorazzisti di Forza Nuova invece non perdono nemmeno tempo a spendere ipocrite parole di generica condanna: si schierano apertamente con Traini e ne assumono la responsabilità del gesto, offrendosi di pagargli le spese legali.
Di fatto rivendicano politicamente la tentata strage, facendo di Traini un “eroe” nazionalfascista, esattamente come succede in diversi contesti sociali islamici per i “martiri di Allah” quando arriva la notizia di una bomba o un massacro avvenuto a Parigi, Londra o Bruxelles: una giusta punizione ai “crociati” per le bombe sganciate dai loro aerei sulla popolazione inerme.
Legare l’atto terroristico di Traini alla cruda cronaca nera, con l’orrendo omicidio di una giovane donna fatta a pezzi dal suo presunto assassino di colore è infine la chiave di lettura, l’espediente semplice ma potente, che suscita moti di comprensione anche in persone insospettabili.

Quanti pensando ai bersagli della pistola di Traini avranno detto (e quanti ancor più avranno pensato) “se la sono cercata” ? Tantissimi, poichè queste persone non fanno alcuna distinzione tra un omicidio efferato avvenuto in una situazione di degrado e l’azione successiva di Traini, quindi l’atto terroristico non è vissuto come tale.
La vendetta deve scattare, prima o poi, e infatti scatta esprimendosi nella caccia all’uomo senza distinzioni, chi c’è c’è: seminare il terrore nella comunità dei “nemici”, rei, a giudizio del terrorista, di essere sodali (per ragioni di pelle) con l’assassino non viene percepito da alcuni (molti) come un’aggravante bensì come una risposta sproporzionata (gli spari addosso) a un’istanza giusta (la cacciata degli immigrati neri dal suolo patrio).
Per altri poi (pochi, ma significativi) l’azione di Traini è addirittura esplicitamente condivisa.

Ecco perchè Luca Traini, nell’Italia del 2018, non è percepito come un “terrorista” ma semplicemente come un camerata che sbaglia…

Paolo Soglia

War on Var

La guerra al Var: chi la sta facendo? E perchè?

Nell’autunno scorso è avvenuta una rivoluzione copernicana nel calcio, e a inaugurarla è stato un paese notoriamente conservatore come l’Italia: è stato introdotto il Var, ausilio tecnologico che permette di verificare la correttezza di un’azione che può essere determinante ai fini del risultato.
Fin da subito alcune grosse società (leggi su tutte: Juve) si sono dichiarate scettiche ed estremamente infastidite dal cambiamento. La tesi è che così “si stravolge il calcio”.
Esatto.. come dar loro torto? E’ proprio così: il calcio ne esce un po’ stravolto. Decisioni prima inderogabili dell’arbitro sono sottoposte a una successiva lettura che grazie all’ausilio delle immagini spesso portano a invertire il giudizio finale.
E così un supposta simulazione si trasforma in calcio di rigore (o viceversa), un gol buono viene annullato per un fuorigioco non visto (o viceversa), e via discorrendo.
Ci siamo pure abituati alla “suspense da Var”, quel tempo che intercorre tra l’intervento del Var e la decisione finale dell’arbitro in campo.
E ha preso piede l’esultanza posticipata: spesso non si esulta più sul gol, ma due minuti dopo, quando l’arbitro dopo aver rivisto tutto indica il centro del campo.

All’inizio del campionato il Var è stato grande protagonista, a volte pure eccessivo: al netto di tutte le polemiche strumentali della Juve, diedi ragione ad Allegri quando si lamentò per un gol di Mandzukic annullato a Bergamo (Atalanta – Juventus 3 a 3): la tesi del Var era che c’era stato un fallo precedente sulla trequarti su Papu Gomez, poi da lì l’azione si sviluppò e la palla arrivò sulla testa di Mandzukic che segnò un gol assolutamente regolare. Ecco, questo è uno dei casi secondo me in cui il Var non può intervenire, perchè se quel fallo l’arbitro non lo ha interpretato tale l’azione prosegue e a quel punto è tutto buono, altrimenti dovremmo fare i replay delle partite tutte le volte…
Ma a parte qualche eccesso in buona sostanza il Var funzionava: nove volte su dieci venivano corretti errori più o meno marchiani di arbitri e assistenti.
E qui è cascato l’asino… Eh si, perchè per sua ovvia natura il Var è oggettivo, e questo cozza con la cosiddetta “sudditanza psicologica”: difficilmente una grossa squadra si lamenta di errori arbitrali quando gioca con le medio-piccole, semmai è tradizione il contrario. Quindi il riequilibrio giova statisticamente di più alle meno forti, storicamente discriminate, rispetto a quanto possa esser utile ai top club.
E anche nel caso di scontri al vertice tra top club la situazione si fa più delicata, perchè decresce la possibilità di una gestione politica da parte dell’arbitro: tutti quei contentini, le compensazioni, etc etc, su cui spesso si regge l’equilibrio della partita.

Così, iniziato il girone di ritorno, adesso che i giochi si fanno duri per tutti, ecco che assistiamo a una sorta di guerriglia silenziosa contro il Var.
Chi la sta facendo? La stessa classe arbitrale, ma più in generale quella componente del calcio, grandi club compresi, che auspica il ritorno alla “gestione politica” e che dell’obiettività ne fa volentieri a meno, soprattutto quando sono in ballo titoli e milioni, scudetti e posti Champions.
Questo avviene soprattutto perchè, essendo una sperimentazione, le “regole d’ingaggio” del Var sono assai opache: quando interviene il Var? Chi lo chiama? E perchè? A inizio campionato sembrava che comandasse il Var, adesso vediamo arbitri che non si degnano minimamente di consultarlo per tutta la gara.
Inoltre, non a caso, sono aumentati anche gli errori umani degli arbitri Var, quelli messi nel furgoncino con regia mobile a vivisezionare alla moviola gli episodi.

E’ legittimo pensare che stia andando in scena una sorta di restaurazione silenziosa: stiamo assistendo a una delegittimazione strisciante del Var. Lo ripetiamo, il Var in sé è solo una tecnologia accessoria, molto precisa, per determinare la valutazione dell’azione nel modo più corretto possibile.
Sport illustri già usano la tecnologia da tempo e con grande successo: la palla è dentro o fuori (tennis, pallavolo)? Il tiro è stato scoccato in tempo utile o no (basket)? Gli esempi sono tanti e ogni sport ne ha tratto giovamento e credibilità.
Può essere così anche per il calcio?
Si, ma solo se si verificheranno nuove condizioni, ne elenco alcune:

  1. REGOLE CHIARE. Passata la sperimentazione il Var deve diventare uno standard, ratificato dalle federazioni internazionali e con un regolamento certo. Deve essere chiaro quando interviene e quando no, e soprattutto chi lo chiama. Personalmente, penso che riservare una chiamata per tempo anche ai protagonisti in campo (nella veste dell’allenatore) sia una possibilità da prendere in seria considerazione, così come avviene in altri sport. Parimenti dovrebbe essere mostrata nei maxischermi allo stadio e in tv l’azione incriminata sottoposta a giudizio. Massima trasparenza insomma.
  2. NO AI CONFLITTI D’INTERESSE. Uno dei problemi del Var è che sono arbitri in carriera sia quelli in campo che i loro colleghi  al Var. Che magari la settimana dopo si ritrovano a parti invertite: quello che era in campo è nel furgoncino e l’altro sul terreno verde. Così non va, perchè è ovvio che possono nascerne antagonismi e dissapori, o compiacenze, o peggio interpretazioni interessate, colpi di acceleratore o di freno a tutela della lobby arbitrale.
    Se l’arbitro in campo è un giudice ordinario, l’arbitro Var è come la Corte di Cassazione: e non è che uno un giorno fa il giudice ordinario e il giorno dopo quello di Cassazione. Bisogna distinguere gli ambiti. Personalmente allungherei le carriere degli arbitri: finita per limiti d’età la carriera sul campo, uno – se ne ha le capacità e la riconosciuta idoneità – può proseguire facendo l’arbitro Var, coadiuvato da assistenti Var più giovani (che però non possono fare gli arbitri). Si verrebbero così a creare delle separazioni nette tra chi sta in campo e chi davanti alla tv, evitando quella sovrapposizione di ruoli che può ingenerare conflitti, compromessi, dispetti o compiacenze.
  3. MAGGIORE CONCORRENZA. Questo è un aspetto delicato e che va anche oltre al Var: il calcio a differenza di altri sport è episodico e non necessariamente statistico. Questo determina molto anche in termini di rapporto tra investimenti effettuati vs risultati acquisiti. La finanziarizzazione del calcio ha avuto serie conseguenze: chi effettua mega investimenti non può permettersi risultati negativi che determinerebbero gravi scompensi economici, ergo perdere un titolo o l’accesso alla Champions non è solo un insuccesso sportivo ma un danno economico molto pesante. E’ per questo che spesso i posti sono come pre -appaltati e i terzi incomodi assai poco graditi.
    E questo comporta che manine e manone siano interessate ad aggiustare la classifica in un senso o nell’altro. Dunque delle due l’una: o si fa un campionato europeo senza retrocessioni, solo per top club, con delle wild card annuali riservate a determinate squadre vincitrici di campionati nazionali, oppure non se ne esce. Anche perchè se siamo arrivati a pagare dei Coutinho 160 milioni di euro questo vuol dire che nel calcio si vive in due mondi diversi e non comunicanti: è come organizzare corse in cui uno arriva in Ferrari o in Porsche e un altro in Lambretta, che senso ha?Paolo Soglia

Addio Don Novello

 
Per noialtri di San Mamolo, noi nati in quel microcosmo che va da Porta D’Azeglio fino alle vie dei Colli e di Roncrio, Don Novello era una delle “istituzioni”: presenti, eterne e inamovibili.
Come lo erano il Moretto e i suoi osti, a cominciare da Artemio, come il Bar Ciccio con Ciccio, Fausto e la Dolly.
Come lo era la Casa del Popolo, che oltre a ospitare il circolo Arci coi suoi biliardi (poi Bar Ciccio), e pure casa mia dal lato di San Vittore, ospitava l’enorme sezione del PCI, la “Martelli”, coi suoi saloni sempre pregni dell’odore di fumo per le mille riunioni, i ritratti del santuario comunista, i manifesti di propaganda.
Poco più su c’era la chiesa di Saverio e Mamolo, regno incontrastato di Don Novello, fin dall’anno 1970.
Lo conobbi ovviamente prestissimo Don Novello: io ero un bambino comunista che a dieci anni girava la domenica la via San Mamolo per distribuire L’Unità, lui era sempre in giro, da solo o con il suo seguito di chierichetti.
Ci incrociavamo quindi, e quando mi vedeva mi fermava per far due chiacchiere. Era furbo Don Novello, mica mi faceva prediche,o si lamentava perchè non facevo catechismo, anzi… mi diceva con nonchalance: “Paolo, perchè non vieni qualche volta su da noi (in Parrocchia, ndr), abbiamo messo su la squadra di basket e facciamo i corsi di judo e karate..”. Insomma, un vero “diavolo tentatore” per la mia fede di giovane comunista.
Ci siamo incrociati poi tante altre volte nel corso del tempo, coi miei vecchi, Ciro e Anna, aveva instaurato un rapporto che andava oltre le rispettive chiese e il reciproco rispetto. Correva una vena di simpatia, anche perchè Don Novello era uomo di grande ironia e intelligenza, e dove ci sono queste componenti l’empatia scatta immediata.
Quando facevo il fotoreporter una volta lo immortalai mentre donava un’ambulanza all’Ospedale Bellaria (era anche nei Cavalieri dell’Ordine di Malta). Le stampai e gliele feci avere e lui ne fu contentissimo. Nel corso del tempo ci siamo scambiati lettere e soprattutto libri: era teologo, esprimeva un cattolicesimo tradizionale ma non privo di umanità. Io a quel punto per ricambiare gli regalavo i miei di libri (con qualche pudore), perchè lui era attento e quando usciva qualcosa di mio subito ne parlava con mia madre e io glielo facevo avere.
Ma di Don Novello, come dicevo, mi faceva sangue la sua ironia, il “motto di spirito” freudiano di cui era dotato. Passati gli ottanta ancora andava in giro a benedire, una volta andò su da mia madre e faceva fatica a far le scale, mia madre gli aprì e disse: “Ben Don Novello, va ancora in giro a far le benedizioni alla sua età ?” E lui senza scomporsi: “Cosa vuol mai cara Anna, non abbiamo più preti: ci stiamo estinguendo come i comunisti..”.
Caro Don Novello, se avevi ragione tu avrai sicuramente avuto modo di notare che ieri non ero al tuo funerale, in chiesa a San Mamolo, con Zuppi e tutti i tuoi fedeli.
Massimo rispetto, ma quello era il tuo ambiente, non il mio: ancora una volta, come quarant’anni fa, non mi son presentato in Parrocchia…
Ma questo non significa che non ti abbia pensato.
Un abbraccio,
Paolo

Bologna fc: una stagione sbagliata

Ieri guardavo scorrere i minuti di recupero di Bologna-Juventus e pensavo malinconicamente che ci avrebbero fatto gol. Poi mi dicevo “ma no dai…vuoi dire vada tutte le volte così?”
Si. Tutte le volte così. Una stagione fotografata tutta in quell’ultimo gol segnato dal diciassettenne Kean appena entrato, all’ultimo minuto di recupero. L’ennesima sconfitta beffarda e bruciante di una squadra che squadra vera non è mai stata.
Questa stagione è stata una delle più brutte e noiose tra quelle che ho vissuto da quando seguo il Bologna: e di stagioni brutte ne ho viste tante…
Da cosa si riparte ora? Difficile dirlo, visto che non si sa neanche se ci sia un euro per far mercato.
Quindi non starò qui a dar ricette particolari, che poi son sempre quelle, su chi vendere o comprare. Mi piacerebbe però che la società di calcio Bologna FC 1909, facesse qualcosa per tornare “grande”.
Qualcosa che peraltro non costa nulla… eccole.

  1. Per tornare grandi bisogna giocare sempre con la propria maglia, quella rossoblù: in casa sempre e se si può anche in trasferta. Altrimenti si usa una seconda maglia che deve rispecchiare la tradizione del club
  2. Per tornare grandi la società non deve comprare giocatori in leasing  già accasati a campionato in corso alla casa madre canadese.
  3. Per tornare grandi bisogna esser capaci di scegliere non solo i giocatori ma anche gli uomini. Perchè alla fine sono gli uomini quelli che decidono se mollare o tener duro, se sentirsi sempre vinti o mai darsi per vinti.
  4. In una grande società non esistono calciatori che si allenano per i fatti loro con il loro “staff”.
  5. Per tornare grandi non è sempre necessario comprare grandi giocatori, soprattutto quando non ci sono le risorse, ma è necessario che giocatori che prima non erano nessuno qui diventino grandi giocatori e per farlo la grande società non vende i suoi talenti appena sbocciano per fare cassa.
  6. Per tornare grandi tutti devono remare dalla stessa parte e chi non rema sta fuori e viene presto ceduto, indipendentemente dal nome e dall’ingaggio.
  7. La differenza tra una grande società e una piccola e mediocre società non è che la grande vince e la piccola perde. La differenza sta nel fatto che la piccola società è mediocre e modesta anche quando vince, la grande società è applaudita ed acclamata anche quando perde.
  8. Per tornare grandi serve un grande pubblico che incita sempre la propria squadra, anche se è sotto cinque a zero perchè dall’altra parte vede che comunque ci sono giocatori che danno tutto e non tirano mai indietro la gamba.
  9. Un grande pubblico di una grande squadra non è quello che deve fare sempre il coretto al Presidente quando si siede in tribuna per paura che si alzi e vada via.
  10. Per tornare ad essere grandi bisogna entusiasmare il proprio pubblico che deve essere orgoglioso del proprio club. Se si ottiene questo si riesce  a suscitare anche il rispetto degli avversari. Sempre. che si vinca o che si perda.

Come vedete queste sono cose che non costano nulla, e che quindi non si comprano.
Ed è per questo che sono le più difficili da conquistare.

Paolo Soglia