Quel pasticciaccio brutto della cittadinanza onoraria a Mihajlovic

Siamo all’ennesima puntata della storia, non edificante, della concessione a Sinisa Mihalovic della cittadinanza onoraria.
Ne avevo parlato già in altre occasioni: nell’articolo pubblicato su “Cantiere Bologna” nel luglio scorso avevo già denunciato i danni prodotti dalla “politica emozionale”, quel modo di far politica sganciato ormai da una visione ideologica complessiva del mondo che porta a fare scelte e atti politici formali sull’onda dell’emotività del momento, nello specifico la malattia che ha colpito Mihajlovic che suscitò una generalizzata e spontanea solidarietà in città nei suoi confronti.

Ma la cittadinanza onoraria è tutt’altra cosa. Una onorificenza del genere ovviamente deve fare i conti con la specificità del personaggio insignito, non solo di un suo momento di difficoltà e dolore, ma di quel che ha fatto e ha rappresentato in vita.
Ecco dunque che i nodi vengono al pettine perchè Mihajlovic non è uno stinco di santo (e mai ha voluto esserlo), nel suo passato c’è il macigno della sua amicizia con il criminale di guerra serbo Zeljko Raznatovic, al secolo la “Tigre Arkan”, come pure gesti non edificanti fatti sul campo di calcio.
Tutto questo doveva essere già ben presente a chi in Consiglio Comunale gli tributò questo onore. Invece è passato tutto in cavalleria, spazzato via dalla politica emozionale del “qui ed ora”, quella che non ricorda il passato e notoriamente non pensa al futuro.

Accade così che nei giorni scorsi tramite una lettera aperta sottoscritta da oltre cento personaggi, anche degnissimi della mia stima, (Don Ciotti, Roberto Morgantini e tanti altri), sia stato pubblicamente chiesto a Mihajlovic di dissociarsi dal suo passato e di condannare le passate frequentazioni amicali.
Premetto che io una lettera del genere avrei avuto molta difficoltà a sottoscriverla, perchè detesto le richieste di abiura, soprattutto se promulgate a mezzo stampa.
Io credo che nel percorso di un uomo si possa sbagliare, anche tanto, abbracciando fedi e ideali nefasti e compiendo gesti sbagliati, ma il percorso di revisione delle proprie idee deve partire da se stessi e deve essere una riflessione autentica su chi si era prima e su chi si è diventati poi.
Una certificazione pseudonotarile di presa di distanze postuma, rilasciata solo al fine di ritirare una onorificenza mi sembra un atto sterile e forzato: sia per chi la chiede sia per chi eventualmente la dovesse sottoscrivere per quieto vivere, senza peraltro aver mai fatto veramente i conti con le proprie posizioni.

Oggi sul Corriere della Sera Sinisa Mihajlovic annuncia che non risponderà alla richiesta, anche se poi lo fa indirettamente nell’intervista tornando sulla sua passata amicizia con Arkan: «Non condividerò mai quel che ha fatto, e ha fatto cose orrende. Ma non posso rinnegare un rapporto che fa parte della mia vita, di quel che sono stato. Altrimenti sarei un ipocrita».
Mihajlovic in sostanza si barcamena in un dualismo tra Raznatovic, l’amico (già peraltro schedato come criminale comune) dei tempi della Stella Rossa, e la Tigre Arkan, di cui ammette si sia  macchiato di crimini orrendi durante la guerra in ex Jugoslavia.
Una presa di posizione che immancabilmente susciterà nuove polemiche e imbarazzi.

Quello che tuttavia per me è più imbarazzante è la decisione del Sindaco e della stragrande maggioranza trasversale del Consiglio Comunale di Bologna che a parte qualche eccezione (Amelia Frascaroli e i consiglieri di Coalizione Civica) si sono andati a imbottigliare in questo vicolo cieco. Da cui non si esce trasformando Mihajlovic in un santino, che chiede scusa e fa il bravo bambino.
Si vorrebbe, in sostanza, che a togliere le castagne dal fuoco della politica fosse lo stesso Mihajlovic rendendosi presentabile nel momento di ritirare il premio.
Ma se era impresentabile prima, perchè glielo avete dato? Perchè avete votato una cittadinanza onoraria basata sul fatto che aveva malauguratamente contratto la leucemia?

Dunque se Mihajlovic per non essere ipocrita con se stesso, dice lui, non rinnega la sua amicizia con Arkan, le forze politiche che in consiglio hanno votato la sua cittadinanza e adesso se ne vergognano (parlo in particolare dei consiglieri del PD), dovrebbero fare un atto di onestà politica e dire che si sono sbagliati, ritirando quella onorificenza.
Altrimenti – e questo è un paradosso della storia – risulterà che alla fin fine il più coerente in tutta sta vicenda resta Mihajlovic, che quel riconoscimento non l’ha mai chiesto e il cui desiderio, passata la pietas ricevuta nel momento della malattia, è solo quello di tornare a essere (son parole sue) “uno zingaro di merda…”

Paolo Soglia

Photo by Paolo Righi

La Granduchessa Rossa

Rossana Rossanda non faceva sconti a nessuno, tanto meno a se stessa.
E’ impressionante come si possa passare quasi un secolo di vita attraversando la storia, collezionando immani sconfitte, vedendo infrangersi ogni proprio principio ideologico trascinato nel fango dalla stupidità, dalla ferocia, dall’opportunismo e dalla menzogna e al tempo stesso rimanere così lucide e salde, senza perdere mai la spietatezza dell’analisi e la dolcezza della speranza.

E’ anche difficile scrivere di lei senza essere banali, agiografici e scontati.
Per me Rossanda era una figura matriarcale nobile, stimatissima e distante come lo possono essere solo le persone a cui reputi una statura intellettuale superiore.
Ecco perchè la chiamo la Granduchessa Rossa, una definizione che immagino le avrebbe fatto orrore. Ma ognuno si costruisce le proprie raffigurazioni in base al proprio immaginario.

Scorrerà un fiume di inchiostro per ricordare la sua figura e rammentarci le sue sconfitte politiche, le amarezze per un mondo andato in direzione “ostinata e contraria” rispetto a quello che lei avrebbe voluto, persino nel giornale da lei fondato.
Ma è un inganno. Vederla così significa non aver capito nulla.
La grandezza di Rossanda sta nel fatto di aver prodotto gli anticorpi necessari a mettere in discussione le proprie convinzioni, analizzando anche le nefandezze del “proprio campo”, pagandone il prezzo necessario, senza per questo abiurare se stessi e le proprie idee.

In un mondo in cui si ragiona esclusivamente di vittoria e sconfitta, a prescindere da chi siano i vittoriosi e gli sconfitti e da cosa rappresentino, l’anticorpo sta nel continuare ostinatamente a credere che vi sia, piuttosto, il giusto e il torto, e l’esser nel giusto significa non fare mai sconti, compromessi, abiure e crimini, nè in nome della propria parte nè in nome di Dio o del Re o del Partito.
Significa che non si deve mai arretrare, per disillusione o per comodità, neanche quando si viene messi “dalla parte del torto”.

Addio compagna Granduchessa,
Allez en avant, et la foi vous viendra

Paolo Soglia

Il due agosto che vorrei

Quasi perfetto.
E’ questo che pensavo stamattina nel piazzale della stazione, in questo due agosto anomalo che la pandemia ha scombussolato proprio nell’anno del quarantennale.
Può non esser condiviso da molti e può apparire strano che a dirlo sia un giornalista con alle spalle una carriera radiofonica, che ha sempre avuto a che fare con le parole, ma il due agosto che vorrei, da qui in avanti, in stazione, è molto simile a questo: rarefatto, poi silenzioso, infine solenne.

Le parole non vanno abolite, ma decentrate. Gli interventi istituzionali di sindaci e ministri, l’orazione del Presidente dei familiari, se potessi decidere io, continuerei a farli solo in sede istituzionale, a Palazzo D’Accursio o in Piazza Maggiore.
E poi via, un grande corteo: non solo quello ufficiale ma quello di popolo che arriva in stazione da tutte le parti e con tutti i mezzi, e che va a riempire Piazza Medaglie D’oro.

Chi vuol portare una bandiera la porti, chi vuole portare uno striscione lo faccia, una foto, una scritta. Ma per favore niente megafoni e niente comizietti improvvisati: non ce nè bisogno, non lì, a quell’ora e in quel luogo.
Quello è un grande momento: una messa laica solenne, senza officianti.

Vedo la gente che affluisce, gli amici che si incontrano e si salutano, le generazioni che si mischiano. Chi c’era, chi non c’era e chi ci sarà tra qualche anno, perchè adesso è ancora nella pancia di una mamma incinta o a sonnecchiare in un passeggino.

Poi quel vociare diffuso, determinato ma affettuoso, si affievolisce.
Sono le 10,25, la piazza è in silenzio.
Ma non è muta, anzi, quel silenzio è assordante, struggente, denso di significato.
E quando si sentono i tre fischi della sirena parte un applauso scrosciante che dura minuti.

E’ un sogno impossibile e non accadrà, ma mi piace pensarlo.
D’ora in poi questo è il due agosto che vorrei.

“Nulla sarà come prima”? Magari…

Gira un luogo comune: “nulla sarà come prima”
Io personalmente ne dubito, ma me lo auguro. La realtà è che nulla come il corona virus ha reso così evidente a così tante persone, in un lasso così breve di tempo, i limiti e i danni di un modello di sviluppo basato sulla globalizzazione capitalistica orchestrata e organizzata secondo i dettami del neoliberismo.

Per sua natura il capitalismo teorizza una crescita e uno sviluppo dei consumi esponenziale e senza limiti, il ché, in uno spazio limitato, è già di per sé una contraddizione in termini. Ma finchè non si giunge al livello di saturazione, fintanto che c’è un nuovo mercato da aggredire, un nuovo territorio da conquistare questa illusione viene propagandata a piene mani.
Inoltre l’ideologia del capitalismo neoliberale uscita vincente dagli scontri del ventesimo secolo è camuffata meglio che in Matrix, e per ora non c’è “pillola rossa” che tenga:  non si presenta neanche più come tale, come un’ideologia, bensì come un pensiero unico e inscalfibile: null’altra idea di organizzazione umana è data se non quella dell’asservimento dell’uomo al “processo di sviluppo”, anche se nel corso del processo la stragrande maggioranza dell’umanità va progressivamente impoverendosi a scapito di minuscole minoranze i cui patrimoni assommano ormai, in molti casi, a somme assai superiori al pil di interi stati nazionali.

Le immense risorse di capitale accumulato e privatizzato non sono chiamate a contribuire all’attuale sforzo per combattere la pandemia. Al contrario: si impone agli Stati l’onere di indebitarsi senza intaccare i capitali accumulati dalla finanza speculativa internazionale. Le donazioni di singoli ricconi sono solo briciole di pane fatte cadere dal tavolo, enfatizzate da servili articoli di giornale. E’ facile ipotizzare che un qualunque signorotto feudale in tempi di peste medievale sia stato proporzionalmente più sensibile e generoso con la sua comunità. Ma il capitalismo non ha più nemmeno, e da tempo, una dimensione patriarcale. Non esiste più un “padrone delle ferriere” che vive nella villa a ridosso della fabbrica e degli squallidi sobborghi: il turbocapitalismo finanziario globalizzato non ha nazione, non ha empatie di comunità.
La morte di diecimila persone in Italia, piuttosto che in Cina, in Usa, in Sud Africa o in Australia è qualcosa di asettico: non è che un numero e una statistica, da studiare solo per capire in quali tempi, a seconda della diffusione, quei paesi riapriranno i mercati.

Nonostante la pandemia abbia reso evidenti ai più tutte queste contraddizioni, dalla precarizzazione del lavoro, alla sistematica distruzione di tutte le protezioni sociali, in primis la sanità pubblica, la risposta di prospettiva spacciata da tutti i governi rimane identica: facciamo passà a ‘nuttata con ingenti iniezioni di danaro pubblico (che peseranno come debito da ripagare a carico delle comunità di cittadini dei singoli Stati), per poi ricominciare il gioco, come e più di prima.

La crisi pandemica andrebbe invece sfruttata per rilanciare un’idea di società socialista (da non confondere con il sistema dittatoriale del blocco “comunista” del secolo scorso) che imbrigli “il Drago”, il capitalismo finanziario in primis, e lo metta alla catena, demolendo al contempo i dogmi del pensiero unico della società globale neoliberista.
Già da tempo diversi economisti hanno ricominciato a domandarsi come ripensare il capitalismo, modificandone la struttura, per arrivare a una sorta di “capitalismo sociale”, in cui i concetti di crescita siano rigidamente riparametrati e i profitti meglio ripartiti e distribuiti alla società umana. E’ un approccio timido, ma comunque importante.
L’approccio tuttavia, a mio modo di vedere, deve essere molto più energico e deve uscire dai pensatoi per diventare uno strumento di massa, proposto con adeguate teorie sociali che capillarmente diffuse e propagandate si incarnino nella società in termini di azione politica.
Facile a dirsi, molto meno a farsi.

Una utile alleanza, momentanea e di scopo, può determinarsi in questo frangente con il cattolicesimo proposto da Papa Francesco e con la sua idea di un rilancio di un neo umanesimo cristiano. Parlo di unità di scopo perchè inevitabilmente i piani tendono a divergere, in particolare quando si entra nel campo della laicità della società e dello Stato. Ma in una prima fase d’azione non bisognerebbe andare troppo per il sottile: la prima regola per ribaltare il tavolo è l’unità di tutte le forze disponibili a combattere il neoliberismo, e non certo il settarismo e la puzza sotto al naso che contraddistingue le attuali sparpagliate e macilente sinistre.

Ha da passà a ‘nuttata. Speriamo che non passi invano.

Paolo Soglia

La notte delle sardine

Stavolta Salvini ha sbagliato strategia.
Si è presentato come il conquistatore dell’Emilia-Romagna, dichiarando esplicitamente che la sua conquista serve a far cadere il Governo e a conquistare il paese.
Ha scelto una controfigura come candidata, una che fa meno danni se sta zitta e che vive all’ombra del leader, senza alcuna autonomia di parola e di pensiero.
Salvini, ingolosito dai numeri e dai successi elettorali, ha quindi calato la maschera: è qui per conquistare.
Si presenta da “occupante”, facendosi pure scortare dalle truppe lombarde.
Non avendo letto quasi nulla siamo sicuri che non ha letto Sun Tzu, nè tantomeno è conoscitore della terra emiliana.
La sua smaccata volontà conquistatrice per il sol fine di mettere un’altra regione, straordinariamente simbolica, nel carniere dei vinti, sta producendo una spinta esattamente contraria.
Aumenta la partecipazione, attiva gli apatici, crea momenti di grandissima partecipazione autorganizzata, rafforza spiriti unitari solo poche settimane fa impensabili.
Tutte cose che l’asfittico partito di governo, il Pd, col suo apparato, non riesce più a fare da tempo immemore.
Salvini ha intenzione di stravincere.
E lo fa parlando di “Liberazione”, una parola delicatissima in questa terra, che mai avrebbe dovuto usare.
La Liberazione qui c’è già stata, ed è stata fatta a caro prezzo contro gente le cui idee sono diventate patrimonio integrante del repertorio del suo partito. Salvini ha trasformato la Lega da autonomista/secessionista in nazionalista e parafascista.
Evocare la Liberazione ha prodotto una spontanea reazione di ribellione che è identitaria e culturale prima ancora che politica e la piazza di ieri ne è il plastico esempio.
Quelli che erano li fisicamente, e le centinaia di migliaia che erano li col pensiero, non erano li per un’elezione, per Bonacini, il Pd o la coalizione del centrosinistra.
Erano li perchè non si sentono e non vogliono quella roba li, la Lega, il razzismo, l’odio servito a colazione, pranzo e cena.
Erano li per se stesse e per ritrovarsi con altri se stessi in una enorme manifestazione di popolo che diventa una presa di coscienza della propria forza.
Salvini ha sottovalutato tutto questo, pensando che la debolezza del Pd, la caccia al migrante e la speculazione su Bibbiano fossero sufficienti, ma sta sottovalutando la forza straordinaria e l’energia che si scatena quando ti trovi a difendere te stesso e la tua terra, le tue radici sociali e culturali.
Di fronte hai la calata leghista e tu sei la preda, il trofeo da esibire. Dietro non c’è più nulla, non c’è più terra, nè rifugio. Persa quella, perso tutto. È l’ultimo avamposto.
È questo l’errore di Salvini (che se avesse letto Sun Tzu non avrebbe mai fatto..): aver messo gli emiliani con le spalle al muro. Aver trasformato un’elezione in una occupazione.
Salvini, coscientemente o meno, ha voluto trasformare la battaglia d’Emilia nella sua personale Stalingrado.
E quindi avrà la sua Stalingrado: la piazza di Bologna diventerà simbolica ed evocativa in ogni città e in ogni paese d’Emilia e di Romagna, e la sardina ne sarà il simbolo.

La mesta fine di quella che fu una grande radio

Alè. Nel silenzio si son “venduti” una frequenza…
Fa una certa impressione leggere il laconico comunicato degli attuali responsabili di RCdC, che nel silenzio generale hanno “venduto” (pardon, scambiato..) una delle due frequenze da cui si può ascoltare la radio in città.
Tutto lecito intendiamoci, è roba loro..
Ma c’è un tono farsescamente da ventennio in quel comunicato in cui si informa che sui 94.7 Mhz ora si ascolta RDS. E che si conclude così: “Non è una ritirata, ma un passo indietro per compiere un balzo in avanti.”
Mussolini che amava i proclami tronfi e vanagloriosi faceva scrivere sui muri: “Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi !”.
E fu preso in parola, anche perchè ormai fuggendo era arrivato al Brennero.

Tornando a noi: fa una certa impressione questa dismissione nel silenzio assoluto, perchè quella era una frequenza storica che fece molto discutere: era dell’Arci che trasmetteva col nome di “Oasi Radio” negli anni ottanta/novanta. Poi L’Arci la diede in gestione a un gruppo di giovani che fondò “Radio Fujiko”.
Nel 2003/2004 la radio era sommersa di debiti e l’Arci voleva vendere la frequenza a Radio Gamma che ne deteneva una prelazione. Come editori di Radio Città del Capo, all’epoca, riuscimmo a convincere l’Arci a non vendere a una radio commerciale ma a fondersi con noi in cambio del ripiano di tutti i debiti.
Ci furono anche delle tensioni, perchè il gruppo che gestiva la radio si sentì tradito: volarono comunicati, accuse pubbliche e articoli di giornali.
Altri tempi: c’era una passione forte che animava i progetti radiofonici e di comunicazione.
Una passione che ora non c’è più, tant’è che una radio dalla storia importante come Radio Città del Capo, da quando la proprietà è passata di mano nel 2012 a una grossa coop multiservizi ha cominciato a languire e poi a spegnersi:
Prima sono stati abbandonati gli abbonati e i soci sovventori che sostenevano l’emittente, ritenuti ormai inutili. Poi è iniziato l’isolamento e la diaspora delle voci più importanti.
Ora quella radio non si sa più cosa sia: assorbita da una srl che asserisce di voler fare “un network”, ma che sembra più appassionata a collezionare e scambiare frequenze che non a produrre contenuti.
Certamente RCdC, quella vera, non il moribondo involucro che ne porta il nome, non c’è più da tempo, come spiega benissimo il video che i fuoriusciti di quella esperienza produssero e diffusero per lasciare testimonianza di come erano andate le cose.
E certamente, oggi, della radio non importa più nulla a nessuno…
Per quei pochi che fossero interessati allego il comunicato inviato l’altro giorno dall’Associazione Humus.
Paolo Soglia

 

Ciao a tutt*, 
Negli ultimi due anni, attraverso le proposte che avevamo raccolto sotto il nome RCDCViva, da cui è poi nata l’Associazione Humus, abbiamo condiviso una serie di informazioni di chi, partecipando con ruoli, competenze e tempi diversi alla trentennale esperienza di Radio Città del Capo era e probabilmente è ancora a parlare e conoscere l’evolversi dei fatti di questa emittente che abbiamo contribuito a creare, e cui eravamo incredibilmente attaccati, crediamo che si possa in questo momento parlare di:
Radio Città del Capo (pen)ultimo atto.
Con una stringata nota sul sito di RCdC si legge che hanno venduto una frequenza, il 94.700, pertanto la radio a Bologna si sente ora solo sui 96.250.
Particolarmente laconica la spiegazione: un cambio per prendere una frequenza su Firenze. Purtroppo non si dice cosa abbiano preso nella città toscana, su quale frequenza trasmettano e – soprattutto – se mandino i programmi di Radio Città del Capo.
C’è da dubitarne visto che non si capisce perché a Firenze interessi ascoltare una radio che parla di Bologna.
Ma il punto è un altro: si sta puntualmente avverando quello che il gruppo “RCdCViva”, aveva previsto – e pubblicamente denunciato – già due anni fa: la dismissione dell’esperienza radiofonica di Radio Città del Capo.
Un declino cominciato nel 2012 col cambio di proprietà (Voli/OpenGroup /Netlit): prima sono state espulse, o indotte ad andarsene, tutte le voci storiche e importanti della radio. E adesso inizia il processo di dismissione del patrimonio.
Tutto (tristemente) previsto e raccontato nel monologo “Requiem per Laradio” messo in scena in occasione del trentennale della storica emittente cittadina.
Parafrasando il comunicato di RCdC, che si giustifica dicendo  testualmente che “Non è una ritirata, ma un passo indietro per compiere un balzo in avanti”, si potrebbe aggiungere che sì, in effetti è un balzo in avanti: verso il baratro.
Nel più completo silenzio dell’informazione cittadina e in piena estate – quando da sempre, si sa, l’attenzione rispetto a certi temi è più bassa – viene ceduta una frequenza a una nota emittente nazionale commerciale: RDS.
Tutto lecito naturalmente, ma ancora una volta ci permettiamo di far notare come sia stato disperso e svilito un patrimonio culturale, sociale e politico. E di come mancherà una frequenza a voci e temi che a Bologna sono stati da sempre i protagonisti di una vivace dialettica che si riverberava anche su territorio nazionale. 
Ci è sembrato ancora una volta tristemente strano che questa straordinaria esperienza si stia dissolvendo nella più totale indifferenza, attraverso il lavoro di smantellamento di maldestri liquidatori.

Ancora sul Dall’Ara. E anche Virginio nel suo piccolo s’incazza (ma perchè?)

Dopo la svolta della settimana scorsa, alla festa dell’Unità, in cui Virginio Merola ha abbandonato l’idea delle aree compensative ai Prati di Caprara e messo la mano in tasca per partecipare alle spese di ristrutturazione del Dall’Ara (come auspicavo nel mio post di luglio: che il Comune “battesse un colpo”..), molti hanno parlato di “clamoroso colpo di scena”.

L’amico  Fausto Tomei, che pur può dirsi soddisfatto essendosi battuto contro la cementificazione dei Prati di Caprara, lamentava il mancato riconoscimento da parte della stampa locale del ruolo avuto dall’opposizione (Coalizione Civica e Comitato) nel far cambiare idea al Sindaco. Personalmente ritengo che sul piano della cronaca i giornali abbiano fatto un lavoro corretto. Semmai è l’analisi della “svolta” che non è stata sufficientemente approfondita. Per quanto invece riguarda il problema della “notiziabilità”, si sa che a Bologna è appannaggio degli “opinion leader” riconosciuti (sempre quelli, peraltro, da almeno tre decenni, anche se non sono più leader e non muovono più le masse). Difficilmente ai singoli normali cittadini, specie se battitori liberi, viene riconosciuto questo ruolo.

Primogeniture a parte, non è questo il tema: personalmente son soddisfatto della cosiddetta svolta e penso che il risultato sia ben più importante delle piccole bugie che il Sindaco ha utilizzato nell’annunciarla. Quella, per esempio, che non c’è mai stato un progetto outlet sui Prati. Invece c’era eccome, se ne parlava da due anni e come ha fatto garbatamente notare Maccaferri avevano portato pure lo studio di fattibilità in comune un anno fa e in Comune gli avevano detto che andava tutto bene. Anche il Presidente di Confindustria Vacchi ha manifestato un po’ di “stupore”… Ma nessuno ha fatto polemica, perchè poi nè Maccaferri nè Confindustria si vogliono impiccare sulla Cittadella della Moda: col Comune ci lavorano tutti i giorni, quindi incassano in silenzio e vanno avanti.

Ma allora perchè Merola è così incazzato?
Io penso che  la “svolta” sia dovuta a ragioni sia tecniche che politiche e che sia frutto anche delle pressioni dell’assessore Matteo Lepore che ha intravisto il cul de sac in cui il Comune si era cacciato.
Come dicevo nel mio post precedente, era abbastanza singolare (senza riscontri in Europa) la posizione di un Comune che sosteneva l’ipotesi di una ristrutturazione milionaria dello Stadio tutta a carico di un privato, pur mantenendo pubblica la proprietà dello stadio stesso. Inoltre la questione delle aree compensative, usate come fossero un “menù” dispiegato su tutto il territorio comunale, da cui scegliere, per trovare la “quadra” con Saputo, era totalmente al di fuori di quanto previsto dalla Legge Lotti sugli stadi varata dal Governo Renzi. Lo stesso sottosegretario Lotti venne a spiegarlo di persona al Sindaco l’autunno scorso.
Ma Merola all’epoca era ben intenzionato ad andare avanti, come si legge nel pezzo di Fernando Pellerano del 9 luglio 2017.

Allora cos’è successo nell’ultimo anno? Molte cose…
Primo: è nato un comitato che via via si è ingrossato e ha fatto della battaglia per la salvaguardia del bosco urbano la “madre di tutte le battaglie”. Se all’inizio in Comune e nel Pd non l’avevano preso in considerazione e veniva perfino sbeffeggiato su radio e giornali (il solito comitatino dei “radical chic”), mano a mano che il tempo passava il comitato si ingrossava e si organizzava, sostenuto anche da Coalizione Civica, che pur mantenendo una sua autonoma posizione di fatto appoggiava la battaglia contro l’outlet e si batteva per la difesa del bosco urbano.
Politicamente poi c’è stato il 4 marzo 2018.
La sconfitta rovinosa del Pd nazionale, proseguita a livello locale con la perdita di un bastione “bulgaro” come Imola, ha messo in discussione anche le prossime elezioni nel capoluogo. Nulla è più scontato.

Si aggiunga ai problemi politici il dilemma “tecnico” di dare il via a un’operazione così impattante e complessa. Nonostante il Comune abbia sempre ostentato sicurezza appellandosi al POC, non era affatto scontato che si potesse costruire e abbattere una significativa parte di bosco. Sicuramente ci sarebbero stati ricorsi al TAR, ritardi, forse il blocco dei lavori.
Risultato? C’era il forte rischio di andare a elezioni con un’agguerrita opposizione ambientalista, esacerbata contro la Giunta, e con la spada di Damocle del blocco dei lavori. Quindi senza nessuna certezza sulla ristrutturazione dello Stadio e con la prospettiva che Saputo a quel punto abbandonasse la partita Dall’Ara (forse anche il Club..) o chiedesse un’area per farsi il suo Stadio di proprietà. Questo avrebbe fatto infuriare anche migliaia e migliaia di tifosi: insomma, la “tempesta perfetta” che avrebbe portato il partito di maggioranza a sicura rovina.

E’ quindi cominciata l’operazione di “sganciamento”. A mio avviso portata avanti dall’Assessore Lepore che ha intravisto i pericoli e che è il più interessato ad arrivare in salute all’appuntamento elettorale, essendo uno dei papabili alla successione di Merola.
Non credo che sia un caso che Lepore, a luglio, abbia commentato il mio post dicendo che: “… per quanto riguarda i Prati di Caprara la questione è da scollegare dalle scelte dello Stadio. A mio parere non è infatti la questione ‘se i conti tornano’ alla quale dobbiamo guardare in quel caso ma se urbanisticamente le ipotesi di trasformazione dei Prati siano compatibili con le previsioni o in ogni caso sostenibili dal punto di vista ambientale e dei carichi di traffico…”.
Il segnale è subito arrivato sui giornali che il giorno dopo l’hanno interpretato come uno “stop” allo scambio automatico sulle aree compensative. 

Si arriva così al coup de theatre agostano di Merola, fatto sotto i riflettori della Festa per disinnescare la bomba: quello scambio (Stadio /Prati) non s’ha da fare, sarà il Comune ad investire direttamente in partnership con Saputo. Il Bologna fc è d’accordo, il Comitato incassa lo stop all’outlet, i tifosi hanno la certezza che l’operazione andrà avanti e Saputo non avrà la tentazione di andarsene da altre parti. Tutti contenti (più o meno, a bologna non si è mai contenti al 100%).

Resta la domanda del titolo, perchè allora Merola s’incazza? Bastano due starnuti dello stimato urbanista Cervellati e del noto architetto Cucinella a turbargli il sonno?
Certo gli starnuti dei Cervellati e dei Cucinella fanno subito notizia e vengon subito ripresi dai giornali, anche se poi dicono cose stranote e che hanno già detto 100 volte.
Cose che peraltro, come tutte le libere opinioni, hanno il diritto di ribadire quanto vogliono.
Evidentemente lo sbotto di Merola, che cade anche nel turpiloquio (“Basta con le stronzate…”), ha due spiegazioni. La prima è difensiva: visto che era ben noto che il Comune volesse rifare lo stadio coi soldi di Saputo e lo scambio delle aree, adesso che la linea è cambiata repentinamente bisogna ribadirla con forza, difendendosi attaccando e non lasciando adito a dubbi. Colorandola pure con qualche parola forte, come va di moda oggi nel far politica tra i leader che van per la maggiore (ve lo immaginate il professor Zangheri o Imbeni, ai loro tempi, a parlare di “stronzate” in tv? Ma erano appunto altri tempi…).

La seconda ragione, più insidiosa, è che il “partito dello stadio nuovo”, che coinvolge vari interessi, non è mai morto. Adesso batterà il tasto del peso sulla collettività dei costi della ristrutturazione, proponendo (l’ha già fatto in passato e forse lo sta ancora facendo) che il Comune invece dia una bell’area a Saputo per farci il suo nuovo Stadio di proprietà. Più magari qualcos’altro…

Vi torna?

Paolo Soglia

La legittimazione del fascismo come strategia elettorale?

Il PD di Renzi e Minniti perderà le elezioni. Sperano di non perderle troppo male, e se ciò accadesse è già pronto l’accordo con Forza Italia e responsabili vari che spunteranno come funghi per un governo di larghe intese. Essendo in grande difficoltà, sia sul piano politico che su quello sociale, il PD di Renzi ha ben poco da offrire: la propaganda si limita alla chiamata alle armi contro “le destre” (ma quali?) e all’invito al “voto utile”. Ci sono però due aspetti particolarmente curiosi da analizzare:

  1. Il Pd ha prodotto una legge elettorale fatta apposta per farli perdere e far vincere Berlusconi, da qui l’appello al voto utile che in realtà sarà ben poco utile.
  2. Il Pd non avendo una proposta chiara nè un’identità politica forte, ha bisogno assoluto di un nemico da sbandierare: la destra. Però funziona poco, visto che le politiche assunte dal Pd ricorrono costantemente le destre sul loro stesso terreno.

Evocare il solito mostro Salvini e la Lega non basta più, anche perchè Salvini ha il vento in poppa e le politiche del PD sull’immigrazione fatte da Minniti e company non si differenziano, anzi inseguono, quelle di Salvini. Ecco dunque il necessario salto di qualità, diciamo così, dettato più dalla disperazione e dal calcolo di basso profilo che non da una strategia compiuta: rilegittimare formazioni fasciste, piccole ma altamente “evocative”, aprendogli le porte alle elezioni politiche.
Il che significa visibilità, comizi in piazza, cortei e propaganda elettorale su tutte le tv pubbliche e private:
Il calcolo è tanto gretto quanto politicamente indecente: intanto Casapound e Forza Nuova, per quanto minoritari, rosicchieranno voti alla Lega: pochi ma magari sufficienti per non farli arrivare ad avere una maggioranza assoluta.
In secondo luogo, accendendo la mina della ri-legittimazione del fascismo, il PD renziano si sta invischiando in una farsesca (ma vedendo Macerata mica poi tanto..) mini “strategia della tensione”: alimentare l’instabilità, le provocazioni e quindi gli scontri di piazza, e subito dopo additare ai moderati spaventati “gli opposti estremismi responsabili dei disordini”.
La linea appare chiara, soprattutto dopo la giornata di ieri a Bologna gestita in perfetta sintonia tra Prefettura, Comune e Viminale: da Renzi a Fassino, da Minniti a Gentiloni, passando per le retroguardie locali dei De Maria e dei Merola, il coro era identico: “Rossi e Neri” tutti uguali, tutti portatori di “violenza”.
Mentre il fascismo per un cinico e sciagurato calcolo elettorale viene pedissequamente equiparato all’antifascismo, paro paro, l’antifascismo, lungi dall’esser più considerato un pilastro fondativo della Repubblica, viene declassato a fenomeno residuale: una sorta di conventicola di “violenti” tutta gestita dai temibili centri sociali (cosa peraltro falsa vista l’eterogeneità della gente che ieri era in piazza).
Insomma, è la riproposizione in salsa renziana della vecchia teoria anni ’70 della DC: “avanti al centro contro gli opposti estremismi”.
Il PD è alla frutta, e per restare sull’arcione pensa forse di blandire la paura dei moderati per limitare l’astensione e far votare “la grande forza tranquilla”.
Un calcolo cinico perchè basato su meschine esigenze di marketing elettorale, ma dalle conseguenze devastanti sul medio lungo periodo.

In sostanza si è sdoganato il diritto di formazioni neofasciste come Forza Nuova e Casapound non solo di esistere e partecipare al gioco democratico presentandosi alle elezioni politiche, infischiandosene della Costituzione, ma pure di poter impunemente rivendicare un atto terroristico di tentata strage, come ha fatto Forza Nuova con Traini a Macerata, e il tutto senza fare una piega.
Anzi: si schiera la polizia a loro difesa, pur essendo 4 gatti che potrebbero benissimo esser decentrati altrove, con un dispendio di forze degno del G8, e gli si concedono le piazze più importanti nelle ore di punta in modo che possano fare più danno possibile rivendicando con slogan e urla il suprematismo nazionalista, ammiccando a una tentata strage di cui hanno assunto la responsabilità politica, pagando pure le spese legali allo stragista. E se c’è chi si oppone allora botte, salvo poi il giorno dopo lanciare accorati strali contro la violenza dei manifestanti, e fare la semplice equazione: “rossi o neri, sono tutti uguali”.

Pura DC anni ’70, pura e semplice strategia della tensione a bassa intensità, per il momento con qualche sparo ma senza bombe.
Per il momento…

Paolo Soglia

L’assurdo “veto” della Curia alla curva “Arpad Weisz”

arpad-weisz

Ai funerali di Ezio Pascutti Monsignor Vecchi ha lanciato il suo monito: “Non si cambi nome alla curva San Luca”.
Difficile capire a che titolo parli il vulcanico prelato bolognese: la curva ospiti dello stadio Dall’Ara non è un luogo sacro per la Chiesa Cattolica, nè la medesima ha titoli di proprietà nè di usufrutto da vantare per avere voce in capitolo.
Ma in una città in cui si è usi dare credito ad ogni esternazione di via Altabella, senza mai chiedersi il perchè, la cosa non stupisce più di tanto.
Annotiamo dunque che Vecchi, subito sostenuto dalle truppe di complemento (Pierferdinando Casini e altri) rivendica un potere di veto su una decisione che spetta unicamente al Comune in accordo con la Società Bologna Football Club 1909.

La polemica si è improvvisamente riaccesa quando dal Comune, per bocca dell’assessore Matteo Lepore, è stata confermata la decisione.
Perchè Vecchi non vuole sia nominata la curva ospiti all’ebreo Arpad Weisz, il grande allenatore ungherese d’ante guerra più titolato e vincente nella storia centenaria del Club, cacciato come un cane da Bologna e dall’Italia a causa delle leggi razziali volute dal fascismo e poi morto con la sua famiglia ad Auschwitz? Questo non lo dice e non si sa.
Un’offesa alla Madonna di San Luca? E perchè mai? San Luca continuerà a stagliarsi sopra Bologna e la Madonna non ne sarà turbata.
Bisognerebbe ricordare a Vecchi, e a tutti coloro che gridano allo scandalo, che la titolazione delle curve del Littoriale e poi Comunale ha avuto una mera origine toponomastica: la “Andrea Costa”, catino del tifo rossoblù, si affaccia sulla via omonima, così come la “San Luca” si appoggia di fatto al Meloncello e ai portici che conducono alla basilica sul colle. Tutto qua.

E d’altronde: quando l’Andrea Costa venne rinominata “Bulgarelli”, in onore del glorioso capitano, mica si sono alzati in piedi sdegnati migliaia di laici e l’intero popolo di sinistra. Nessuno storico del pensiero socialista si è eretto con foga ad evitare che venisse “cancellata” l’intitolazione della curva al primo deputato socialista del Regno d’Italia, al fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, pluriarrestato per le sue battaglie e più volte condannato come organizzatore di manifestazioni sediziose, come quella repressa a cannonate a Milano da quella canaglia del generale Bava Beccaris.
Nessuno ha detto beo: perchè è evidente a tutti che con l’omaggio a Bulgarelli nulla si toglieva alla figura di Andrea Costa, di cui la curva portava il nome solo per il fatto di affacciarsi sull’omonima via.

E dunque stia tranquillo il Monsignore: la curva “Arpad Weisz” non cancella San Luca e non offende la Madonna. Anzi: è un gesto doveroso nei confronti di un uomo che ha reso grande il Bologna, che alla sua epoca era “la squadra che faceva tremare il mondo”, la squadra da battere, come oggi lo sono Barcellona, Bayern o Real Madrid.
E che questa città ha lasciato fosse espulso in silenzio, in quanto ebreo, senza dire nulla, costringendolo a fuggire braccato in tutta Europa, scordandosi persino – per tanti anni – della sua stessa esistenza e dell’orribile fine nel mattatoio nazista quando – purtroppo – le SS lo catturarono in Olanda e lo deportarono in Polonia.

Un po’ più di rispetto e di moderazione da parte della Curia su questa vicenda, prima di lanciar moniti e scomodare categorie come “la sensibilità” e le “offese”, non guasterebbe…

Paolo Soglia

Al voto, al voto

mirco marina

Come la penso, per chi mi conosce, non è un mistero.
Ho fatto parte di Coalizione Civica fin dal primo istante e ne ho seguito tutti i passi, gli alti e i bassi, i successi e le polemiche. E ho dato il mio contributo alla nascita della lista e alla sua crescita. Un piccolo contributo. E non non lo dico con pelosa modestia: la politica è una cosa faticosissima dove il poco che ottieni lo devi sudare con enormi sforzi, e io certo non sono tra quelli che si sono sbattuti di più. Ora però siamo al dunque: alle elezioni.
Credo sinceramente che Federico Martelloni sia il miglior candidato Sindaco in gioco: il più preparato e quello che – soprattutto – ha più margini di crescita in futuro.
Ammetto che inizialmente avevo delle riserve: non sulla persona o sulle idee, ma sulla sua capacità di reggere l’impegno, oltre al fatto di esser poco noto alle cronache. Era un pregiudizio evidentemente, visto che l’impegno che ha dato e sta dando alla campagna elettorale è totale. Inoltre nei confronti diretti con gli altri candidati sindaco risulta spesso vincente (forse è per questo che se ne organizzano così pochi e tutti gli altri fanno una campagna al cloroformio…)
Quando andrò a votare mi troverò anche nella spiacevole condizione di scegliere solo due candidati: dico spiacevole perchè avrei voluto fare come all’assemblea delle Scuderie e votarli in blocco. Ma non si può.

Sceglierò quindi convintamente due persone: Marina D’Altri e Mirco Pieralisi.

Marina l’avrei pure immaginata Sindaca e penso che la sua presenza non possa mancare nel prossimo Consiglio Comunale, dove ci sono molte cose da rimettere a posto a cominciare dal Referendum sui finanziamenti alle scuole private tradito da Merola e dalla sua Giunta. Devo dire che Marina ha una passione straordinaria e una capacità di impegno assai rara al giorno d’oggi: ho avuto la fortuna di lavorare con lei nel comitato direttivo dell’Altra Europa – alle elezioni europee – e mi sono accorto (ove ci fosse bisogno di una riconferma…) della differenza enorme che c’è tra i tanti che parlano e quelli (pochi) che invece fanno.
Marina è una persona che fa.
Ed è una bella persona, disinteressata, che non mette mai il “sè” davanti al “noi”, altra caratteristica assai rara nella politica odierna.

Per Mirco non so quasi che parole spendere: lo conosco da trent’anni e ne abbiamo fatte troppe insieme: una radio, campagne civili e di movimento per la scuola, battaglie referendarie, battaglie politiche… E poi non abbiamo solo fatto politica. Abbiamo fatto anche un bel pezzo di vita assieme. La politica, come si sa, riserva spesso brutte sorprese: persone che ti deludono o che a un certo punto ti appaiono irriconoscibili: nei modi e negli atteggiamenti ancor prima che nelle idee, condivisibili o meno.
Ma di una cosa sono assolutamente certo: su di lui non mi sono mai sbagliato.
Inoltre il fatto di aver già avuto un’esperienza amministrativa garantirà alla pattuglia della Coalizione, che io auspico la più vasta possibile, di poter contare su un riferimento certo: sia politico che tecnico. Perchè Mirco ha una capacità di leadership innata.

Infine chiudo con un rimpianto: fra i tanti che purtroppo non voterò c’è una ragazza a cui voglio bene che ho conosciuto quando aveva poco più di 15 anni e veniva in radio ad accompagnare suo fratello che lavorava già con noi… E di lì a poco, ancora studente del liceo, cominciò pure lei a farla, la radio.
Poi ha fatto anche tanto altro – pure politica – a dimostrazione che si può essere militanti ma affatto pesanti, o tonti o arrivisti: da persona pulita dentro e fuori.
In bocca al lupo anche a te Emily.

Paolo Soglia