La legittimazione del fascismo come strategia elettorale?

Il PD di Renzi e Minniti perderà le elezioni. Sperano di non perderle troppo male, e se ciò accadesse è già pronto l’accordo con Forza Italia e responsabili vari che spunteranno come funghi per un governo di larghe intese. Essendo in grande difficoltà, sia sul piano politico che su quello sociale, il PD di Renzi ha ben poco da offrire: la propaganda si limita alla chiamata alle armi contro “le destre” (ma quali?) e all’invito al “voto utile”. Ci sono però due aspetti particolarmente curiosi da analizzare:

  1. Il Pd ha prodotto una legge elettorale fatta apposta per farli perdere e far vincere Berlusconi, da qui l’appello al voto utile che in realtà sarà ben poco utile.
  2. Il Pd non avendo una proposta chiara nè un’identità politica forte, ha bisogno assoluto di un nemico da sbandierare: la destra. Però funziona poco, visto che le politiche assunte dal Pd ricorrono costantemente le destre sul loro stesso terreno.

Evocare il solito mostro Salvini e la Lega non basta più, anche perchè Salvini ha il vento in poppa e le politiche del PD sull’immigrazione fatte da Minniti e company non si differenziano, anzi inseguono, quelle di Salvini. Ecco dunque il necessario salto di qualità, diciamo così, dettato più dalla disperazione e dal calcolo di basso profilo che non da una strategia compiuta: rilegittimare formazioni fasciste, piccole ma altamente “evocative”, aprendogli le porte alle elezioni politiche.
Il che significa visibilità, comizi in piazza, cortei e propaganda elettorale su tutte le tv pubbliche e private:
Il calcolo è tanto gretto quanto politicamente indecente: intanto Casapound e Forza Nuova, per quanto minoritari, rosicchieranno voti alla Lega: pochi ma magari sufficienti per non farli arrivare ad avere una maggioranza assoluta.
In secondo luogo, accendendo la mina della ri-legittimazione del fascismo, il PD renziano si sta invischiando in una farsesca (ma vedendo Macerata mica poi tanto..) mini “strategia della tensione”: alimentare l’instabilità, le provocazioni e quindi gli scontri di piazza, e subito dopo additare ai moderati spaventati “gli opposti estremismi responsabili dei disordini”.
La linea appare chiara, soprattutto dopo la giornata di ieri a Bologna gestita in perfetta sintonia tra Prefettura, Comune e Viminale: da Renzi a Fassino, da Minniti a Gentiloni, passando per le retroguardie locali dei De Maria e dei Merola, il coro era identico: “Rossi e Neri” tutti uguali, tutti portatori di “violenza”.
Mentre il fascismo per un cinico e sciagurato calcolo elettorale viene pedissequamente equiparato all’antifascismo, paro paro, l’antifascismo, lungi dall’esser più considerato un pilastro fondativo della Repubblica, viene declassato a fenomeno residuale: una sorta di conventicola di “violenti” tutta gestita dai temibili centri sociali (cosa peraltro falsa vista l’eterogeneità della gente che ieri era in piazza).
Insomma, è la riproposizione in salsa renziana della vecchia teoria anni ’70 della DC: “avanti al centro contro gli opposti estremismi”.
Il PD è alla frutta, e per restare sull’arcione pensa forse di blandire la paura dei moderati per limitare l’astensione e far votare “la grande forza tranquilla”.
Un calcolo cinico perchè basato su meschine esigenze di marketing elettorale, ma dalle conseguenze devastanti sul medio lungo periodo.

In sostanza si è sdoganato il diritto di formazioni neofasciste come Forza Nuova e Casapound non solo di esistere e partecipare al gioco democratico presentandosi alle elezioni politiche, infischiandosene della Costituzione, ma pure di poter impunemente rivendicare un atto terroristico di tentata strage, come ha fatto Forza Nuova con Traini a Macerata, e il tutto senza fare una piega.
Anzi: si schiera la polizia a loro difesa, pur essendo 4 gatti che potrebbero benissimo esser decentrati altrove, con un dispendio di forze degno del G8, e gli si concedono le piazze più importanti nelle ore di punta in modo che possano fare più danno possibile rivendicando con slogan e urla il suprematismo nazionalista, ammiccando a una tentata strage di cui hanno assunto la responsabilità politica, pagando pure le spese legali allo stragista. E se c’è chi si oppone allora botte, salvo poi il giorno dopo lanciare accorati strali contro la violenza dei manifestanti, e fare la semplice equazione: “rossi o neri, sono tutti uguali”.

Pura DC anni ’70, pura e semplice strategia della tensione a bassa intensità, per il momento con qualche sparo ma senza bombe.
Per il momento…

Paolo Soglia

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L’assurdo “veto” della Curia alla curva “Arpad Weisz”

arpad-weisz

Ai funerali di Ezio Pascutti Monsignor Vecchi ha lanciato il suo monito: “Non si cambi nome alla curva San Luca”.
Difficile capire a che titolo parli il vulcanico prelato bolognese: la curva ospiti dello stadio Dall’Ara non è un luogo sacro per la Chiesa Cattolica, nè la medesima ha titoli di proprietà nè di usufrutto da vantare per avere voce in capitolo.
Ma in una città in cui si è usi dare credito ad ogni esternazione di via Altabella, senza mai chiedersi il perchè, la cosa non stupisce più di tanto.
Annotiamo dunque che Vecchi, subito sostenuto dalle truppe di complemento (Pierferdinando Casini e altri) rivendica un potere di veto su una decisione che spetta unicamente al Comune in accordo con la Società Bologna Football Club 1909.

La polemica si è improvvisamente riaccesa quando dal Comune, per bocca dell’assessore Matteo Lepore, è stata confermata la decisione.
Perchè Vecchi non vuole sia nominata la curva ospiti all’ebreo Arpad Weisz, il grande allenatore ungherese d’ante guerra più titolato e vincente nella storia centenaria del Club, cacciato come un cane da Bologna e dall’Italia a causa delle leggi razziali volute dal fascismo e poi morto con la sua famiglia ad Auschwitz? Questo non lo dice e non si sa.
Un’offesa alla Madonna di San Luca? E perchè mai? San Luca continuerà a stagliarsi sopra Bologna e la Madonna non ne sarà turbata.
Bisognerebbe ricordare a Vecchi, e a tutti coloro che gridano allo scandalo, che la titolazione delle curve del Littoriale e poi Comunale ha avuto una mera origine toponomastica: la “Andrea Costa”, catino del tifo rossoblù, si affaccia sulla via omonima, così come la “San Luca” si appoggia di fatto al Meloncello e ai portici che conducono alla basilica sul colle. Tutto qua.

E d’altronde: quando l’Andrea Costa venne rinominata “Bulgarelli”, in onore del glorioso capitano, mica si sono alzati in piedi sdegnati migliaia di laici e l’intero popolo di sinistra. Nessuno storico del pensiero socialista si è eretto con foga ad evitare che venisse “cancellata” l’intitolazione della curva al primo deputato socialista del Regno d’Italia, al fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, pluriarrestato per le sue battaglie e più volte condannato come organizzatore di manifestazioni sediziose, come quella repressa a cannonate a Milano da quella canaglia del generale Bava Beccaris.
Nessuno ha detto beo: perchè è evidente a tutti che con l’omaggio a Bulgarelli nulla si toglieva alla figura di Andrea Costa, di cui la curva portava il nome solo per il fatto di affacciarsi sull’omonima via.

E dunque stia tranquillo il Monsignore: la curva “Arpad Weisz” non cancella San Luca e non offende la Madonna. Anzi: è un gesto doveroso nei confronti di un uomo che ha reso grande il Bologna, che alla sua epoca era “la squadra che faceva tremare il mondo”, la squadra da battere, come oggi lo sono Barcellona, Bayern o Real Madrid.
E che questa città ha lasciato fosse espulso in silenzio, in quanto ebreo, senza dire nulla, costringendolo a fuggire braccato in tutta Europa, scordandosi persino – per tanti anni – della sua stessa esistenza e dell’orribile fine nel mattatoio nazista quando – purtroppo – le SS lo catturarono in Olanda e lo deportarono in Polonia.

Un po’ più di rispetto e di moderazione da parte della Curia su questa vicenda, prima di lanciar moniti e scomodare categorie come “la sensibilità” e le “offese”, non guasterebbe…

Paolo Soglia

Al voto, al voto

mirco marina

Come la penso, per chi mi conosce, non è un mistero.
Ho fatto parte di Coalizione Civica fin dal primo istante e ne ho seguito tutti i passi, gli alti e i bassi, i successi e le polemiche. E ho dato il mio contributo alla nascita della lista e alla sua crescita. Un piccolo contributo. E non non lo dico con pelosa modestia: la politica è una cosa faticosissima dove il poco che ottieni lo devi sudare con enormi sforzi, e io certo non sono tra quelli che si sono sbattuti di più. Ora però siamo al dunque: alle elezioni.
Credo sinceramente che Federico Martelloni sia il miglior candidato Sindaco in gioco: il più preparato e quello che – soprattutto – ha più margini di crescita in futuro.
Ammetto che inizialmente avevo delle riserve: non sulla persona o sulle idee, ma sulla sua capacità di reggere l’impegno, oltre al fatto di esser poco noto alle cronache. Era un pregiudizio evidentemente, visto che l’impegno che ha dato e sta dando alla campagna elettorale è totale. Inoltre nei confronti diretti con gli altri candidati sindaco risulta spesso vincente (forse è per questo che se ne organizzano così pochi e tutti gli altri fanno una campagna al cloroformio…)
Quando andrò a votare mi troverò anche nella spiacevole condizione di scegliere solo due candidati: dico spiacevole perchè avrei voluto fare come all’assemblea delle Scuderie e votarli in blocco. Ma non si può.

Sceglierò quindi convintamente due persone: Marina D’Altri e Mirco Pieralisi.

Marina l’avrei pure immaginata Sindaca e penso che la sua presenza non possa mancare nel prossimo Consiglio Comunale, dove ci sono molte cose da rimettere a posto a cominciare dal Referendum sui finanziamenti alle scuole private tradito da Merola e dalla sua Giunta. Devo dire che Marina ha una passione straordinaria e una capacità di impegno assai rara al giorno d’oggi: ho avuto la fortuna di lavorare con lei nel comitato direttivo dell’Altra Europa – alle elezioni europee – e mi sono accorto (ove ci fosse bisogno di una riconferma…) della differenza enorme che c’è tra i tanti che parlano e quelli (pochi) che invece fanno.
Marina è una persona che fa.
Ed è una bella persona, disinteressata, che non mette mai il “sè” davanti al “noi”, altra caratteristica assai rara nella politica odierna.

Per Mirco non so quasi che parole spendere: lo conosco da trent’anni e ne abbiamo fatte troppe insieme: una radio, campagne civili e di movimento per la scuola, battaglie referendarie, battaglie politiche… E poi non abbiamo solo fatto politica. Abbiamo fatto anche un bel pezzo di vita assieme. La politica, come si sa, riserva spesso brutte sorprese: persone che ti deludono o che a un certo punto ti appaiono irriconoscibili: nei modi e negli atteggiamenti ancor prima che nelle idee, condivisibili o meno.
Ma di una cosa sono assolutamente certo: su di lui non mi sono mai sbagliato.
Inoltre il fatto di aver già avuto un’esperienza amministrativa garantirà alla pattuglia della Coalizione, che io auspico la più vasta possibile, di poter contare su un riferimento certo: sia politico che tecnico. Perchè Mirco ha una capacità di leadership innata.

Infine chiudo con un rimpianto: fra i tanti che purtroppo non voterò c’è una ragazza a cui voglio bene che ho conosciuto quando aveva poco più di 15 anni e veniva in radio ad accompagnare suo fratello che lavorava già con noi… E di lì a poco, ancora studente del liceo, cominciò pure lei a farla, la radio.
Poi ha fatto anche tanto altro – pure politica – a dimostrazione che si può essere militanti ma affatto pesanti, o tonti o arrivisti: da persona pulita dentro e fuori.
In bocca al lupo anche a te Emily.

Paolo Soglia

Letterina a Coalizione Civica

coalizione
Il 14 è finito in gloria, speriamo che dopo il 28 sia altrettanto.
Bella la presentazione delle candidature: Paola è più intimista, Federico più tribuno, ma il clima era positivo, molto cordiale e non rancoroso.
Un po’ più ferragginosa e piena di lungaggini evitabili l’assemblea per l’approvazione delle regole di voto, ma lì bisognava superare le “scorie” delle polemiche precedenti e direi che il risultato è stato comunque positivo.
Come sapete io ero dell’opinione che anche una votazione degli iscritti, senza allargamenti, potesse essere “aperta” e perfettamente soddisfacente.
Ciò nonostante dopo aver sentito il Presidente Gaddari e soprattutto la relazione di Marina, dalla cui voce traspariva la fatica, gli sforzi fatti (e anche un po’ di incazzatura) per raggiungere una mediazione difficile, mi è sembrato giusto votare la proposta del Comitato Direttivo (che è passata a larghissima maggioranza).
Preservare l’unità è infatti il valore essenziale e a questo mi rimetto.
Come si è poi visto, il Comitato Direttivo non deve aver paura dell’Assemblea.
Essa è sovrana e non mi sembra che ci sia nessun problema di legittimazione: anche se accadesse – una volta – che le decisioni del Comitato dovessero essere cambiate dall’Assemblea, non ci sarebbe nessuna delegittimazione ma semplice dialettica.
E il voto dell’assemblea vale per tutti: per chi ha vinto e per chi ha perso.

Ciò detto: adesso basta ombelichi e guardiamo ai fatti.
Nei discorsi dei Candidati e della Coalizione si fa riferimento costante alle “periferie”.
Ma cosa sono ‘ste periferie, chi ci abita, come le “pensiamo” e soprattutto come ci interagiamo?
Per il momento mi sembra che stiamo facendo più teoria che prassi: anche perchè dentro al mare magnum delle periferie si dicono molte cose, molto diverse, e tante di queste sono cose che non ci piacciono: il limite, spesso, è quello di immaginare un elettorato a nostra immagine e somiglianza.
Certo, si cerca di galvanizzare “i propri giri”, è giusto. Ma se si vuole cercare un consenso di massa e non solo “di area” non bisogna aver paura di sporcarsi le mani (tenerle pulite ma in tasca non serve a nulla, diceva Don Milani…).
Faccio un esempio microscopico e parzialissimo, non statistico, ma significativo.
Borgo Panigale, via del Greto (quartiere “rosso”, ci ho abitato negli anni ’90).
Tre giorni fa ero lì a tagliarmi i capelli. La parrucchiera che è una mia amica e sa come la penso mi utilizza spesso come “cavia” politica.
Mi dice sempre: “tu non sai mica come la pensano qui, son tremendi…”.
A un certo punto butta lì nel negozio un argomento: “Che ne pensate di Merola?”. Le signore sotto tintura cominciano a sbilanciarsi e fanno fuoco e fiamme contro il Sindaco. Bene? No, malissimo…Sapete qual’è una delle accuse più frequenti? Mica il referendum sulle scuole: aver ridato l’acqua alle case occupate (direi una delle pochissime cose fatte da Merola che ci son piaciute…).
Mi si dirà che è un caso singolo e non fa testo: certamente. Però sti “casi singoli” cominciano a essere tanti…
Dunque delle due l’una: o si prende atto che il mondo è (anche) questo qua e si fa un lavoro pedagogico/sociale che duri nel tempo, o vince il riflesso condizionato alla rimozione, tipico di tanta sinistra velleitaria che parla ma in periferia non ci va mai e bolla queste persone come reazionari impenitenti “che quindi non ci interessano”.
Non credo che su questi temi li porteremo mai sulle nostre posizioni, perlomeno in tempi tanto brevi.
Ma possiamo fare altro: cambiare il tema, spostare il punto di vista.
I ceti sociali anziani e impoveriti sono spesso conservatori e a volte reazionari. A questi ceti non dobbiamo parlare il “nostro” linguaggio, che appare fumoso e fatto anche di frasi fatte, ma individuare i punti nevralgici del loro disagio e colpire su tutt’altro piano, con un linguaggio diretto e immediato.
Dobbiamo spiazzarli.
Faccio un altro esempio: Il PD e il Governo Renzi stanno preparando proprio ora un altro esproprio (non “proletario”): stanno per mettere le mani sulle pensioni di reversibilità, spostandole dal sistema previdenziale a quello assistenziale. E’ il solito sistema: si toglie un diritto mutandolo in concessione (leggi: elemosina), col fine di far cassa.  Insomma: per una stragrande moltitudine di persone, in maggioranza donne vedove, la pensione del marito defunto in futuro è a rischio.
Migliaia di persone che ora vivono come possono, benino, malino o sul filo del rasoio rischiano così di finire in povertà e naturalmente continueranno a dare la colpa agli “stracomunitari che ci fregano i soldi e pisciano per strada”: è questo nesso che dobbiamo spezzare, denunciando anche le derive inefficaci tutte improntate “all’assistenzialismo caritatevole” prese dalla Giunta, che sembrano diventate l’unica risposta politica a ogni nuova povertà.
Quindi i nostri candidati vadano in periferia e sugli autobus, come hanno detto.
Fanno bene: ma non si illudano di andare a insegnar messa.
Perchè se parliamo di politiche neoliberiste, di diritti e di solidarietà in forma astratta non ci si fila nessuno.
Dobbiamo invece – a mio avviso – dire a queste persone le cose come stanno: ancora una volta questo Governo e il PD, lungi dal tutelarli, li sta fregando. Sono impegnatissimi a renderli più poveri. Ieri eran le banche coi risparmi che si volatilizzano, ora sono le pensioni di reversibilità, domani sarà l’assistenza sanitaria e i farmaci che non saranno più garantiti. E’ questo che li rende sempre più insicuri e rabbiosi contro chi ha ancora meno di loro.
E in questo sfascio la Lega e destre sguazzano e fanno proseliti. Mentre il PD vive di rendita sulle reti sociali del vecchio PCI, ma insegue le stesse politiche e poi ogni tanto manda qualcuno “a far quello di sinistra”: un’altra mensa dei poveri (visto che la domanda aumenta). Non ho niente contro le mense dei poveri, intendiamoci, certo però non risolvono il problema – anzi – sono la palese e plastica manifestazione DEL problema stesso…

A ste persone dobbiamo dire che noi – invece – non ci accontenteremo di far elemosina e gestire l’emergenza ma difenderemo a spada tratta ogni loro diritto: alle pensioni, di reversibilità e non, alla salute e alla casa, ai risparmi. Perchè di poveri ce ne sono già abbastanza senza aggiungerne altri. E di questa cosa ce ne occuperemo sul serio e ce ne occuperemo per tutti: non solo per gli occupanti di case, ma anche per coloro che fanno discorsi del cazzo o psuedo-razzisti perchè una casa ancora ce l’hanno e quelli più svantaggiati di loro gli fanno paura.
Noi di sta cosa dobbiamo farne se necessario un caso nazionale. E dobbiamo assolutamente trovare delle risorse aggiuntive per il sociale.
Dobbiamo dare la certezza che nessuno sarà abbandonato a se stesso: solo così guadagneremo in credibilità. E anche relativamente all’aumento della microcriminalità (furti, scippi, truffe agli anziani, etc etc) dobbiamo dire che vivere sereni è un loro diritto e che cercheremo di affrontare e garantire anche questo. Perchè no? Non è forse un loro diritto? Andremo nel caso anche a tirar le orecchie a Questore e Prefetto se non fanno il loro dovere. Ognuno si assuma le sue responsabilità: il Comune ma anche Prefettura, Procura e Questura.
Morale: mentre gli diciamo queste cose dobbiamo anche dirgli di non fidarsi più di quelli che stanno da 50 anni a Palazzo D’Accursio: son dei parolai. Si occupano molto di Centro Storico, dei ceti agiati e delle lobby potenti della città (ormai li hanno tutti in lista…) ma si ricordano di loro, delle periferie, solo durante le elezioni, travestendosi da gente del popolo con la faccia bonaria del vecchio PCI, con cui però non c’entrano più nulla.

Insomma: di periferie “come piacciono a noi” ne troveremo ben poche, e l’impegno sarà molto gravoso, al limite dell’impossibile. Proviamo però a creare almeno delle linee di sintonia e di ascolto, anche con coloro che ci sembrano i più distanti, chiusi e rancorosi.
E andiamo in pace che di polemiche interne non c’è proprio alcun bisogno….

Paolo Soglia

Coalizione Civica, basta risse da sinistra ridicola e sfigata: Restare uniti.

ASSEMBLEA-18-12
Coalizione Civica ha superato la prima, difficilissima prova: costruire uno spazio politico associativo in cui convergessero anche quei partiti, centri sociali e gruppi organizzati che avrebbero potuto andare ognuno per conto loro in ordine sparso.
Non era scontato, era difficile, ma è stato fatto.
Molti avevano scommesso contro: è stato onesto l’amico Olivio Romanini sulle pagine del Corriere a scrivere che si sono sbagliati.
Ma la Coalizione che esce vincitrice dal primo round potrebbe cadere e implodere al secondo: la scelta del candidato.
Come ebbi modo di sottolineare nel novembre scorso a una riunione di Coalizione (non ancora unificata), il successo del primo step renderà assai più difficile il successivo.
La coalizione è formalmente unita, ma assai meno civica rispetto ai presupposti iniziali.
Il Comitato Direttivo è stato costruito in vitro: col manuale Cencelli attraverso una laboriosa e faticosa contrattazione (tanti a te, tanti a me…) e vede l’esclusiva presenza di persone in “quota”: metà al gruppo originale (considerati per semplificare “Zaniani”, ma in realtà abbastanza eterogenei, in cui sono presenti anche esponenti de “L’altra Emilia-Romagna e Rifondazione) e l’altra metà indicati da Possibile, Boa di Ronchi, Sel e TPO.
Il pacchetto è stato presentato chiuso, prendere o lasciare.
Una dolorosa concessione alle stringenti logiche politiche, probabilmente necessaria, che anch’io ho sottoscritto votandolo per consolidare l’unità interna, ma che ha pure delle conseguenze: la discussione pubblica sulle scelte si allontana sempre più dai semplici associati e viene “assorbita” all’interno del gioco delle componenti.
Adesso però viene il difficile: stabilire regole chiare e scegliere il candidato.

In queste ore si gioca una partita decisiva:  bisogna decidere le regole per la presentazione delle candidature e – soprattutto – per le modalità di votazione. Pareva a tutti ovvio (è scritto nello Statuto dell’Associazione “accettato” – formalmente – da tutti..) che il candidato fosse scelto dai cittadini coalizzati. Ebbene, nel Comitato Direttivo c’è invece chi spinge per un’elezione “plebiscitaria”: una sorta di “election day” in cui a scegliere il candidato della Coalizione non siano i cittadini Coalizzati ma tutti quelli che residenti nell’area metropolitana aderiscono all’appello del giugno scorso e versano due euro… la proposta viene motivata con propositi di “apertura alla città”,  ad altri però suggerisce suggestioni meno nobili (vedi le primarie “renziane” del PD…).
Per quanto mi riguarda, se posso dir la mia, non sta scritto da nessuna parte che una elezione tra i cittadini  Coalizzati sia “chiusa”: è una balla. L’associazione infatti è apertissima, non c’è nessun filtro per associarsi e chiunque lo può fare anche on line in 5 minuti. Non vedo quindi cosa osti chi vuol partecipare alla scelta del candidato a farlo e perchè si debba tanto puntare su questa ipotetica “apertura” anche a rischio di trascinare – come sta avvenendo – tutta la Coalizione in una discussione lacerante e controproducente.
In ogni caso: il Comitato Direttivo e il suo presidente possono anche pensarla diversamente, è legittimo. Ma non dovevano andare ad annunciare alla stampa un cambiamento di regole e Statuto come cosa fatta. Questa decisione spetta solo all’Assemblea: annunciarla ai media come se il passaggio in Assemblea fosse un inutile formalità per far la foto con le manine alzate e la tesserina  è stato peggio di un crimine: è stato un errore.
Che ha delegittimato l’Assemblea e che ovviamente ha innescato una reazione speculare e contraria, con toni sempre più accesi.
A mio avviso, considerato che la Coalizione a tutt’oggi non è un partito di massa (è molto più simile a un meet up grillino degli esordi…) non c’è bisogno di nessuna manfrina che vernici la scelta del candidato come “un evento di massa” (eventualità peraltro tutta da stabilire visto che può accadere anche l’esatto contrario con esiti a quel punto controproducenti). Per me non servono gli eventi “incensanti e autorassicuranti” a favor di telecamera o di taccuino e tantomeno le narrazioni retoriche: hanno fatto il loro tempo e sono fuffa.
Funzionerebbe invece avere un progetto chiaro e delineato da parte dei candidati: non sui massimi sistemi e sulle “narrazioni”, ma sulle questioni concrete di Bologna. E perseguire sempre l’unità d’intenti abbandonando le appartenenze di “bandiera”, anche quando si discute: molti gruppi hanno lavorato e molte teste pensano nella Coalizione, ma di questo non si parla più.

Questa è solo la mia personalissima opinione, ovviamente…
Il fatto reale però è che con questo andazzo il gioco tra componenti si irrigidisce sempre più: la Coalizione diventa così sempre più “militare” e sempre meno civica – con arruolamenti in un campo o nell’altro – per sostenere il candidato dell’uno contro l’altro.
Inoltre chi ha tirato la corda non ha tenuto conto – come sempre – che avrebbe reso alla Coalizione tutta un pessimo servizio, esponendola a una pessima figura: ai più (i cittadini di Bologna) di questa rissosa discussione frega nulla; quelli che invece provano interesse potrebbero allontanarsi in fretta perchè c’è troppa puzza di vecchie rese dei conti da sinistra sfigata.
E sui giornali (giustamente) ci inzuppano il pane: “eccoli qua i soliti sinistri cazzari e litigiosi già pronti a sbranarsi al primo intoppo e tutti rinchiusi nel loro dibattito ombelicale… Ma se non riescono nemmeno a governare se stessi come pretendono di governare la città?”.
Insomma: un autogol clamoroso! E naturalmente molti di noi presi dalla foga della discussione contribuiscono anche sui social a dare il peggio di sè alimentando la polemica invece che trovare soluzioni.

Pertanto se fossi un leader di questa Coalizione, cosa che non sono, inviterei caldamente i due candidati già in campo, Paola e Federico (ma anche altri se se ne aggiungono), a prendere in mano il loro destino e incontrarsi da soli, senza i relativi supporters al seguito (tra l’altro i due citati abitano uno di fronte all’altro e non farebbero una gran fatica…).
Sarebbe bello poi che i candidati se ne uscissero come leader autorevoli: con una dichiarazione congiunta, fatta in piena autonomia, in cui dicono come la pensano sulla questione del voto ma poi si impegnano ad accettare la decisione presa liberamente dall’Assemblea, qualunque essa sia.
Allora si che potremmo uscire dal tunnel e fare dell’assemblea la sede per la presentazione delle idee e dei programmi dei candidati. Che è una roba molto più interessante rispetto al solito saloon con i “pistoleri” dell’una e dell’altra parte intenti a fare interventi per la resa dei conti.
Utopia? Forse, ma se non si cambia finalmente lo spartito sparigliando le carte e facendo piazza pulita di tutte ste manfrine assisteremo sempre alla stessa scadente commedia.

Una volta in Rai circolava un leit motive: “dobbiamo assumere 5 persone: due democristiani, un comunista, un socialista… e uno bravo”:
Ecco: a noi ora non serve la conta tra democristiani, comunisti, socialisti… servirebbe quella/o bravo/a.

Paolo Soglia

Crimini contro l’umanità: la lista dei 62 uomini meno ricercati del mondo

OXFAM REPORT: AN ECONOMY FOR 1%

ricchezza

Nello stesso breve lasso di tempo in cui 62 persone si arricchivano di altri 542 miliardi di dollari, 3,6 miliardi di persone si impoverivano di più di 1000.

La ricchezza…
Per 62 individui una semplice astrazione.
Per chi esercita il potere senza controllarla e redistribuirla una colpa.
Per 3,6 miliardi di individui che si impoveriscono per arricchirli, un crimine.
Sarebbe ora di smetterla di porsi il problema di come dare un tetto minimo alla povertà quando non ci si pone nemmeno lontanamente il problema di come dare un limite alla ricchezza.

Paolo Soglia

Lo Stato di Intimidazione

« Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure…»

lato oscuro

“Denunciati per “diffamazione” due consiglieri del Comune di Bologna (Mazzanti e La Torre) per aver criticato la decisione della Magistratura bolognese di tagliare l’acqua a famiglie povere di occupanti”.
“…C’è anche il nome dell’assessore comunale al Welfare, Amelia Frascaroli, nel fascicolo che la Procura della Repubblica di Bologna ha aperto sul capitolo delle occupazioni. La Frascaroli è formalmente indagata dalla magistratura cittadina per le dichiarazioni rilasciate il 15 ottobre scorso, all’indomani dello sgombero di via Solferino 42. La Procura avrebbe ipotizzato il reato di istigazione:  In quella occasione, incontrando i militanti del movimento in comune, l’assessore affermò: “Sono ben consapevole che queste esperienze, lo dico con molta tranquillità, stanno creando valore sociale”,

Quando il mero fatto di criticare una decisione della Magistratura o esprimere un giudizio sul valore sociale di un’occupazione viene considerato un reato e scatta immediata querela significa che le libertà democratiche non sono più garantite, che un potere dello Stato è andato fuori controllo.
Da tempo denuncio la deriva autoritaria e anticostituzionale che sembra aver preso il sopravvento nella Procura di Bologna: Magistrati che intendono sostituirsi alla politica, eterodirigere la città usando i poteri che gli sono stati conferiti per sottomettere alla loro giurisdizione la libera volontà espressa dai cittadini attraverso le elezioni.
C’è su questo un assordante silenzio di tutti coloro che sul fronte istituzionale sono coinvolti. Il peccato originale a sinistra è la ventennale delega in bianco data alla Magistratura nella lotta politica contro Berlusconi e il berlusconismo.
Finito Berlusconi tuttavia il genio non è tornato nella lampada, la funzione politica impropria assunta da una parte della Magistratura è diventata una costante. La politica indebolita dalla sua endemica corruzione e assenza d’ideali è ormai alla mercè delle decisioni e degli umori delle Procure che intendono ergersi a “superiore istituzione morale di orientamento e indirizzo della società”, senza assogettarsi a nessuna forma di controllo e tantomeno di critica.
A questo si aggiunge la sonnolenta aquiescenza e sottomissione di una società civile democratica che soprattutto a sinistra ha glorificato aprioristicamente i giudici fino a ieri, che si è sdraiata sulle Procure, ed è ormai incapace di valutare politicamente il giusto dall’errore, essendosi abituata a delegare ogni cosa a una sentenza o al pronunciamento di un magistrato.
E poi c’è la stampa (web a parte) sempre più controllata e quindi azzittita: ogni cosa detta su una Procura e riportata su un giornale può diventare oggetto di reato.
I giornalisti dunque sanno che quei fili sono pericolosissimi (altro che politica…) chi tocca quei fili “muore” e quindi se ne stanno alla larga inibendo ogni eventuale critica e commento, autocensurandosi, venendo meno così al loro sacrosanto dovere: essere il “cane da guardia” dei cittadini nei confronti del Potere, tutti i poteri, non solo quello politico ma anche quello giudiziario.

A farne le spese in massima parte sono i più poveri e i diseredati, le fasce più deboli della società, che nel caso specifico delle occupazioni abusive sono diventati il bersaglio privilegiato nella repressione attuata per il “ripristino della legalità”: non importa quanti ne rimangono sul terreno, sono solo il campo di battaglia di questo scontro di potere.
Vittime di leggi ingiuste, carne da macello per scontri istituzionali in cui nulla c’entra la legalità, tantomeno la ricerca di soluzioni ai disagi e alla sofferenza delle persone.

Con le denunce e i processi per reato d’opinione dunque abbiamo passato il segno e al momento nulla sembra possa cambiare questo plumbeo scenario.
Con la rappresaglia giudiziaria nei confronti di chi ha espresso legittimamente e pubblicamente la sua critica all’operato della Procura si instaura, nei fatti, lo Stato di Intimidazione: attenti a voi, anche solo ad affermare le vostre opinioni, la Procura vi ascolta, la Procura vi controlla, la Procura vi punisce.
Ebbene, ogni uomo libero deve avere come stella polare la difesa della libertà d’espressione, che è la prima e ineludibile forma di libertà da cui dipendono tutte le altre in uno Stato di Diritto.
Se questa libertà viene messa in discussione l’uomo libero deve difenderla, costi quel che costi, sapendo che dovrà pagarne eventualmente un prezzo.
Quindi bisogna rendersi disponibili a prendersi delle denunce o a finire direttamente in galera per difendere questi principi.

Personalmente se nel ribellarmi allo Stato di Intimidazione dovesse mai succedermi di essere denunciato e processato, certo non sarebbe un’esperienza piacevole, ma la considererei comunque una dolorosa contingenza in una battaglia che da uomo libero, ancorchè nello specifico da giornalista, non posso esimermi dal condurre.
Una battaglia (questa sì!) per il ripristino della legalità democratica: quella sancita dall’art.21 della nostra Costituzione nata dalla Resistenza.

Paolo Soglia