Aforismi calcistici di personaggi famosi (leggermente apocrifi)

Cover soglia calcio

Esistono 5 categorie di bugie nel calcio; la speranza del tifoso, i buoni propositi del giocatore, la conferenza stampa del Mister, la cronaca del giornalista e il comunicato ufficiale della società” (George Bernard Shaw)

La formazione è una cosa troppo importante per lasciarla fare agli allenatori” (Georges Benjamin Clemenceau)

Dio non gioca a dadi, ma neanche a zona: ti marca a uomo…” (Albert Einstein)

Eppur si muove! (Galileo Galilei, osservando la classifica)

“La partita non è che la continuazione della guerra con altri mezzi”  (Karl von Clausewitz)

Disapprovo le scelte del Mister, ma difenderò fino alla morte il risultato” (François Marie Arouet Voltaire)

Non tiferei mai per una squadra che mi accetta fra i suoi giocatori” (Groucho Marx)

Ci sono due errori che si possono fare lungo la via della rete… non crossare dal fondo, e non tirare in porta”  (Confucio)

Alea iacta est: ludemus cum III-IV-III” (il dado è tratto: giochiamo col 3-4-3) (Giulio Cesare)

Il Mondiale non è un pranzo di gala” (Mao Tse-tung)

Nessun selezionatore tecnico è bene accetto in patria” (Gesù Cristo)

Vivi ogni minuto della partita come se fosse l’ultimo”  (Seneca)

Ci sono cose peggiori della morte. Se hai condotto tutta la finale in vantaggio e ti fai raggiungere e superare nel recupero sai di cosa parlo. (Woody Allen)

Primum non prender gol, deinde philosophari” (Aristotele)

Sii il cambiamento tattico che vorresti veder avvenire in campo” (Mahatma Gandhi)

Gli italiani perdono le guerre come fossero delle partite di calcio e le partite di calcio come fossero delle guerre” (Winston Churchill)

Il contropiede è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri progetti” (Allen Saunders, ma citata anche da John Lennon)

E’ meglio giocar chiusi con il rischio di essere considerati scarsi che prender tre pere subito e dissipare ogni dubbio” (Anonimo. La frase è stata attribuita a personaggi assai eterogenei: Abraham Lincoln, Oscar Wilde, Confucio, ma propendo a credere che sia di Nereo Rocco)

Paolo Soglia

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Piero Santi

Ballotta In Radio
Tanti e tanti anni fa una volta incontrai l’attrice Piera Degli Esposti che mi disse: “Mi ha intervistato la tua radio, una persona bravissima, veramente molto competente”.
Mi riempii di orgoglio: noi avevamo Piero Santi.
La quantità di artisti che Piero conosceva e contattava personalmente, che quando venivano a Bologna non potevano non venire in studio a RCdC per farsi intervistare da Piero era impressionante
E altrettanto mi impressionava constatare come molti di questi artisti, spesso formidabili ma altamente egotici, vedessero subito in Piero qualcosa di  speciale.
Passare dai suoi microfoni non era una semplice comparsata: lo stimavano.

Non era una persona facile Piero: lingua tagliente e a volte bizzoso perchè anche lui era un artista. Ma era il regista conduttore professionalmente migliore che abbiamo mai avuto.
A me però piace anche ricordarmelo quando cazzeggiava. Era uno spettacolo meraviglioso vedere quando intervistava al telefono qualche personaggio minore che se la tirava un po’ troppo: a voi fuori arrivava un audio impeccabile e professionale, ma noi da dentro vedevamo le facce che faceva Piero e come lo prendeva silenziosamente per i fondelli gesticolando e ridendosela da solo, da attore consumato.
Uno spettacolo, da scompisciarsi…

Piero per me che facevo informazione era anche una spalla eccezionale.
non è mai facile andare in onda in due: questioni di chimica, di tempi, di intesa.
Ebbene con Piero era un piacere, l’intesa era perfetta, i tempi giusti: sembrava che fare la radio fosse sempre la cosa più facile del mondo.
Tra collegamenti che saltavano, Ansa da leggere, dirette impazzite da manifestazioni tumultuose, collegamenti con Popolare Network: con Piero Santi al tuo fianco eri al sicuro.

Quando nel ’92 cominciai a fare radio ero un pivellino che aveva paura del microfono: poi col tempo imparai e diventai pure Presidente della radio e Direttore dell’informazione.
Piero Santi invece era già lì, era li da prima di tutti noi e noi eravamo abituati al fatto che sarebbe rimasto li per sempre.
E così voglio che sia: Piero è li, al microfono, è li che sta per chiamare al telefono il suo ospite, è lì che sente in preascolto il disco Humus della settimana.

Per sempre.

Merolì, Merolà…

candidati-bologna-2016

26 maggio 2011 – QUESTIONE DI CIVIS-TA’
Merola: “E’ interesse della città concludere i cantieri del Civis al più presto”. E’ quanto afferma il sindaco di Bologna Virginio Merola, rispondendo ai cronisti a Palazzo D’Accursio, in merito ai lavori ancora in corso per la realizzazione del tram su gomma.

7 giugno 2011 – IL CIVIS E’ UN GRAN PACCO
«Lo ridiamo indietro, questo pacco!». Così risponde al giornalista di Report, Alberto Nerazzini, il sindaco Virginio Merola che si lancia poi su progetti come il People Mover e il Passante Nord: “È una vicenda che ho condiviso fin dall’inizio  io sono per partire al più presto “.

17 ottobre 2012 – STALINISTA!
Merola (bersaniano ‘de fero’) attacca Renzi e i renziani: “Quella del “se vinco io tutti gli altri a casa” è vecchia politica, che ricorda un sistema stalinista”.

25 aprile 2013 – IL MIGLIORE
Merola diventa renziano: “Io mi sono opposto a Renzi, oggi penso sia una nostra risorsa, ma non per questo mi sento un traditore. Il primo cittadino di Firenze ha tutte le caratteristiche per essere il nostro candidato per il futuro governo. Questo poi lo deciderà il congresso. Andiamo verso una fase in cui è importante essere uniti pur nelle differenti posizioni e opinioni. Bisogna fare il Pd e convivere con la pluralità. La sinistra moderna deve esser questo”.

23 ottobre 2015 – IL PASSANTE NORD SI FA
Merola è raggiante “L’accordo è vicino, Stiamo per sbloccare i fondi da 1,4 miliardi…”

11 novembre 2015 –CONTRORDINE COMPAGNI: IL PASSANTE FA SCHIFO
Merola è tranciante: “Idea superata, il miliardo e 300 milioni già stanziati per l’opera dovranno essere utilizzati per ampliare l’autostrada e la tangenziale di Bologna che corrono parallele.”

Novembre 2014 – VIVA IL JOBS ACT, ABBASSO L’ARTICOLO 18
Merola attacca i parlamentari che non votano il Jobs Act: “L’articolo 18 è un ostacolo per i precari. Chi nel Pd non lo vota faccia come gli pare. Ricordo solo- manda a dire Merola, oggi a margine di una commissione- che non siamo un’armata Brancaleone. Se si decidono le cose a maggioranza bisogna rispettare, in qualsiasi comunità che si chiami partito, i deliberati della maggioranza”.

30 Maggio 2016 – IL JOBS ACT E’ UN OBBROBRIO, ABOLIAMOLO!
Il primo cittadino Pd Virginio Merola ha firmato per la nuova Carta dei diritti proposta dalla CGIL e, soprattutto, per il referendum sulla modifica del Jobs act, la legge-simbolo del governo Renzi. Una firma che punta, tra le altre cose, a reintrodurre l’articolo 18: “L’ho fatto perché credo sia importante rimettere il lavoro al centro delle nostre riflessioni”.

Paolo Soglia

Al voto, al voto

mirco marina

Come la penso, per chi mi conosce, non è un mistero.
Ho fatto parte di Coalizione Civica fin dal primo istante e ne ho seguito tutti i passi, gli alti e i bassi, i successi e le polemiche. E ho dato il mio contributo alla nascita della lista e alla sua crescita. Un piccolo contributo. E non non lo dico con pelosa modestia: la politica è una cosa faticosissima dove il poco che ottieni lo devi sudare con enormi sforzi, e io certo non sono tra quelli che si sono sbattuti di più. Ora però siamo al dunque: alle elezioni.
Credo sinceramente che Federico Martelloni sia il miglior candidato Sindaco in gioco: il più preparato e quello che – soprattutto – ha più margini di crescita in futuro.
Ammetto che inizialmente avevo delle riserve: non sulla persona o sulle idee, ma sulla sua capacità di reggere l’impegno, oltre al fatto di esser poco noto alle cronache. Era un pregiudizio evidentemente, visto che l’impegno che ha dato e sta dando alla campagna elettorale è totale. Inoltre nei confronti diretti con gli altri candidati sindaco risulta spesso vincente (forse è per questo che se ne organizzano così pochi e tutti gli altri fanno una campagna al cloroformio…)
Quando andrò a votare mi troverò anche nella spiacevole condizione di scegliere solo due candidati: dico spiacevole perchè avrei voluto fare come all’assemblea delle Scuderie e votarli in blocco. Ma non si può.

Sceglierò quindi convintamente due persone: Marina D’Altri e Mirco Pieralisi.

Marina l’avrei pure immaginata Sindaca e penso che la sua presenza non possa mancare nel prossimo Consiglio Comunale, dove ci sono molte cose da rimettere a posto a cominciare dal Referendum sui finanziamenti alle scuole private tradito da Merola e dalla sua Giunta. Devo dire che Marina ha una passione straordinaria e una capacità di impegno assai rara al giorno d’oggi: ho avuto la fortuna di lavorare con lei nel comitato direttivo dell’Altra Europa – alle elezioni europee – e mi sono accorto (ove ci fosse bisogno di una riconferma…) della differenza enorme che c’è tra i tanti che parlano e quelli (pochi) che invece fanno.
Marina è una persona che fa.
Ed è una bella persona, disinteressata, che non mette mai il “sè” davanti al “noi”, altra caratteristica assai rara nella politica odierna.

Per Mirco non so quasi che parole spendere: lo conosco da trent’anni e ne abbiamo fatte troppe insieme: una radio, campagne civili e di movimento per la scuola, battaglie referendarie, battaglie politiche… E poi non abbiamo solo fatto politica. Abbiamo fatto anche un bel pezzo di vita assieme. La politica, come si sa, riserva spesso brutte sorprese: persone che ti deludono o che a un certo punto ti appaiono irriconoscibili: nei modi e negli atteggiamenti ancor prima che nelle idee, condivisibili o meno.
Ma di una cosa sono assolutamente certo: su di lui non mi sono mai sbagliato.
Inoltre il fatto di aver già avuto un’esperienza amministrativa garantirà alla pattuglia della Coalizione, che io auspico la più vasta possibile, di poter contare su un riferimento certo: sia politico che tecnico. Perchè Mirco ha una capacità di leadership innata.

Infine chiudo con un rimpianto: fra i tanti che purtroppo non voterò c’è una ragazza a cui voglio bene che ho conosciuto quando aveva poco più di 15 anni e veniva in radio ad accompagnare suo fratello che lavorava già con noi… E di lì a poco, ancora studente del liceo, cominciò pure lei a farla, la radio.
Poi ha fatto anche tanto altro – pure politica – a dimostrazione che si può essere militanti ma affatto pesanti, o tonti o arrivisti: da persona pulita dentro e fuori.
In bocca al lupo anche a te Emily.

Paolo Soglia

La passione per l’impossibile

Cover soglia calcio

Una volta un conoscente che aveva stima di me e apprezzava la qualità del mio lavoro, guardandomi serio – un po’ in imbarazzo – mi fece la testuale confessione: “Scusa se te lo dico, ma non riesco a capire come faccia una persona intelligente come te a occuparsi di calcio…”.
Avrei voluto rispondere come dovuto: “Perchè è il mio unico divertimento…”
Risposta secca, di grande dignità, in cui esponendoti completamente al disprezzo altrui rivendichi una tua essenza. In realtà il calcio non è affatto un divertimento…
In una memorabile sequenza del film argentino “Il Segreto dei suoi Occhi”, il personaggio di Pablo che indaga su un efferato omicidio assieme al suo collega Benjamin e non riesce a scovare l’inafferrabile colpevole, a un certo punto ha un’illuminazione: “Quell’uomo può fare qualsiasi cosa per sembrare diverso, ma c’è una cosa che non può cambiare né lui, né te, né io, né nessun altro… Un uomo infatti può cambiare tutto: la faccia, la casa, la famiglia, la ragazza.. la religione.. anche Dio! Ma c’è una cosa che non può cambiare, Benjamin: non può cambiare la passione..”.
E la passione di quell’uomo, crudele omicida, è la sua squadra: il Racing Avellaneda. E sarà proprio allo stadio che lo troveranno.

Il calcio dunque è una passione, e come tutte le passioni riserva più delusioni che gioie (soprattutto se tifi per la squadra della mia città).
Il calcio è anche un rito: le anticipazioni della partita, la strada che fai a piedi fino allo stadio, i saluti ai conoscenti di tribuna, il caldo asfissiante e le notti gelate, i pensieri del prima e i commenti del dopo partita.
Il consueto malumore dopo una sconfitta o le notti in cui non riesci a dormire perché sei distrutto da una ignominiosa retrocessione. Ma c’è anche l’epica della vittoria, col gusto di rileggersi mentalmente le azioni della gara prima di addormentarsi.
Tutti sentimenti autentici, incomprensibili e inconfessabili se non ai tuoi simili.
In genere le donne con cui condividi la vita guardano questa passione con materna indulgenza e sufficienza: una cosa straordinariamente senza importanza che ti assecondano come se fosse il gioco di un bimbo.
E infatti lo è: ma i giochi, per i bimbi, sono straordinariamente importanti.

Il calcio esercita su di me il suo fascino perverso esattamente per gli stessi motivi che lo rendono a molti detestabile. Sono affascinato dalla rappresentazione.
La partita è una commedia, un parco a tema che inscena una battaglia campale, o se giocano le Nazionali una guerra simulata. La società è rappresentata sugli spalti in ogni sua componente, rigidamente suddivisa in classi, in maniera molto più sincera di quanto il politically correct dei media riesca mai a descrivere.
A prevalere non sono sempre i valori tecnici, tantomeno quelli sportivi. In genere vince il mercato e il potere economico/politico conseguente, spesso massicciamente corretto con generose dosi di slealtà, demonizzazione dell’avversario e corruzione. Ma non sempre. Per le stesse intrinseche caratteristiche del sistema, a volte accade l’imprevisto.

In quasi tutti gli sport di squadra guardando il tabellino si può già indovinare chi ha vinto, chi ha perso e come. Nel calcio no.
Ciò che rende il calcio unico è proprio la caratteristica di poter prescindere dal dato oggettivo: La tal squadra è fortissima, ha avuto il 60% di possesso palla, ha battuto venti angoli ad uno ed è andata al tiro diciassette volte di cui undici nello specchio.
Peccato che abbia incredibilmente perso, perché dopo aver preso tre pali e due traverse e aver sbagliato un rigore, al 92° – nell’unica azione in cui quei bidoni degli avversari si sono affacciati fuori dalla propria metà campo – su calcio d’angolo (peraltro inesistente) il centravanti ha colpito di testa e la palla sarebbe scivolata a lato se non fosse casualmente finita sullo stinco di un terzino carambolando in rete. Autogol, sconfitta per uno a zero, tutti a casa.

Il calcio riassume in sè tutte le contraddizioni presenti nella società: è uno sport dove non esiste l’oggettività, dove l’arbitro non è un giudice imparziale ma esercita il suo potere sulla base di regole che vanno spesso interpretate di volta in volta e questo spalanca la porta all’arbitrio. E’ uno sport corrotto, nè più nè meno della società tutta che gli sta intorno, è volgare, spesso ingiusto e gli attori incarnano come maschere della commedia dell’arte i vizi (tanti) e le virtù (poche) della commedia umana.
Avidità, furbizia, generosità, slealtà, altruismo, ricatto, corruzione: c’è tutto il campionario, che trova un suo specifico linguaggio nell’instancabile ripetizione di atti e parole sempre uguali.

Ma il calcio è anche sovversivo, l’unico sport veramente sovversivo che esista perché è l’unico sport in cui anche ai massimi livelli si rende possibile – in determinate situazioni – che il risultato atteso possa essere ribaltato da imponderabili varianti.
Come una società a volte viene scossa da turbolenze e rivoluzioni, da guerre e colpi di Stato che sovvertono il vecchio ordinamento e creano un nuovo equilibrio, così può capitare che l’esito della partita sia sovvertito e vada a catafascio il naturale stato delle cose.
L’ordine naturale lo tutela la forza tecnica intrinseca di una squadra che deriva dalla potenza politica ed economica del club e dei suoi padroni, poi c’è il condizionamento delle tifoserie che diventa anche un valore di mercato in termini di audience.
E quando questo non basta sovente arriva in soccorso l’arbitro, che come la “forza pubblica” è sempre pronto a correre in aiuto dei più forti.
La chiamano elegantemente “sudditanza psicologica”, un modo fine per descrivere l’umana propensione a leccare il culo ai più ricchi e ai più potenti.
Se poi forza intrinseca e spinta arbitrale non sono sufficienti ecco che si affaccia la scorrettezza e la vera e propria corruzione.
L’Argentina dei generali vinse il suo Mondiale corrompendo il Perù e comprando la partita.
Un’altra Argentina, quella del Pibe, sfogò la frustrazione della guerra persa delle Falkland andando a battere l’Inghilterra con un gol di mano, la “Mano de Dios” la battezzò Maradona.
I tedeschi drogati sconfissero la grande Ungheria nella finale del ’54, mentre gli italiani, amanti da sempre dell’arte pasticcera, si assicuravano spesso i passaggi ai turni arrabattando combine con centramericani e africani.  Svezia e Danimarca, in quanto a correttezza nordica, hanno dimostrato di non essere da meno.

Ciò nonostante, può sempre accadere l’imprevedibile.
Anzi: la slealtà, la corruzione, il doping e i favoritismi arbitrali sono tutte cose scientemente organizzate per limitare il più possibile l’eventualità che succeda l’imponderabile.
Che prima o poi però inevitabilmente accade.
La Danimarca del ’92, già in vacanza, viene ripescata in fretta e furia per sostituire la nazionale Jugoslava dissoltasi dalla guerra civile e così undici calciatori mediocri strappati all’ombrellone e alle infradito, in un crescendo trionfale, battono la Francia, vanno in finale e diventano Campioni d’Europa.
1950: la Celeste sbanca il Maracanà, impietrendo una nazione a cui bastava un pareggio per salire la cima del mondo. A Montevideo è festa, a Rio – letteralmente – c’è chi si suicida buttandosi dagli spalti (come capitò ancora nell’82 dopo l’imprevedibile terzo gol di Paolo Rossi…).
E più recentemente è accaduto che partite stradecise siano state sovvertite incredibilmente, contro ogni logica: pensate alle finali di Champions del ’99 col pareggio e il sorpasso del Manchester sul Bayern nei 3 minuti di recupero o la rimonta del Liverpool sul Milan a Istanbul nel 2005.
Robe che possono farti raggiungere il Nirvana o buttarti addosso uno sconforto dal quale è difficile riprendersi.

Il calcio è anche questo: marcio, corrotto e succube dei più forti, spesso scontato e prevedibile, ma in cui è permesso (molto raramente) che accada l’impossibile.

Paolo Soglia

(Tratto da “Hanno deciso gli episodi – 20 racconti sul calcio e i suoi luoghi comuni”Pendragon, 2015)

IL SOTTUFFICIALE DELLA FELDGENDARMERIE

“…E bada Pinocchio, non fidarti mai troppo di chi sembra buono e ricordati che c’è sempre qualcosa di buono in chi ti sembra cattivo.”
—  Mangiafuoco
 Feldgendarmerie
“Proprio a un sottufficiale della Feldgendarmerie tedesca, Pietro Mosmann, io e l’amico partigiano Mario De Braud, dobbiamo la vita….
Il fatto risale al dicembre 1944. Non ricordo il giorno preciso, ma eravamo in prossimità delle feste. Eravamo giunti in città dopo l’epica battaglia di Cà di Guzzo (27/28 settembre 1944). Fu un mese terribile… Sulle peripezie del ritorno non è il caso di soffermarsi, dirò che ci sbarazzammo dei compromettenti capi di vestiario e ci fornimmo di documenti (…) si dichiarava che eravamo “sinistrati di guerra”. Ci parve così di esser tornati nella normalità.
La direttiva era di scendere a Bologna. Avevamo deciso di rifugiarci nella casa di Mario, in via Masi, ma trovammo l’abitazione distrutta dalle bombe (…) Che fare? Nostro malgrado dovemmo riparare a casa mia in Mura S.Vitale 2. Era una soluzione pericolosa ma non avevamo alternativa.
Le mia appartenenza al movimento partigiano era nota: prima di salire in montagna avevo disarmato il posto di guardia della stazione ferroviaria di Varignana. La permanenza nel mio domicilio si prolungò più del previsto. La Resistenza attraversava un brutto momento. Dopo la battaglia di Porta Lame assai difficoltosa appariva la ripresa di contatto con l’organizzazione clandestina.
In attesa di una sistemazione in “base” stavamo all’erta. Toccò a me dare l’allarme. Dal ballatoio vidi sbucare all’improvviso dai viali di circonvallazione alcuni camion tedeschi, preceduti da un autoblindo che puntò le sue batterie proprio contro il nostro edificio (…)
Io e Mario credemmo opportuno non farci trovare assieme. Io rimasi nell’abitazione a pian terreno e Mario salì dai miei cugini al piano di sopra.
Sentivo un gran via-vai sulla strada poi il tedesco che vedevo dalla finestra scese i tre gradini che portavano all’uscio e bussò.
Aprii e chiesi cosa volesse. Il tedesco mi guardò senza iattanza. “Io austriaco!” esclamò, quasi a declinare ogni responsabilità su ciò che stava succedendo. Era un ritornello che conoscevo… Gli offrii da bere. Il soldato accettò e soggiunse in discreto italiano: “Cercare ribelli. Qui ribelli!”. Io risi e scossi la testa in segno di diniego. Anche lui rise: “No… tu no ribelle. Tu ragazzo”.
La cosa sembrava volgere al meglio ma a quel punto si affacciò un sottufficiale, di quelli con la placca appesa con una catena sul petto e diede un ordine in tedesco. Capii che dovevo uscire. M’incamminai, senza baldanza, verso il gruppo delle “autorità” che sostava al centro della piazzetta davanti al caffè Mazzini. (…)
A ridosso della Porta Mazzini sostavano già, attentamente vigilati, una decina di “sospetti”. Presentai il misero foglio intestato. Il tedesco rigirava il documento tra le mani senza neanche guardarlo. Mormorai… “studente, sinistrato…”. Mi fissò con aria svagata e chiese: “Tu conoscere Capitano Bob?”:
Fu talmente grande il mio sbalordimento che dovette leggermelo chiaramente in faccia. Non aspettò la risposta, mi disse di andare avanti, bonariamente (…) Ma l’ufficiale delle “Brigate Nere” si dimostrò subito poco convinto del documento. Risposi che lavoravo e studiavo ma che in quel momento non facevo niente e aspettavo finisse la guerra. S’infuriò. “Opportunista, vigliacco” – ripeteva – verme, smidollato, traditore” e altri improperi contro di me e tutta la mia famiglia. Certo mi avrebbe picchiato. Disse, infatti: “dopo facciamo i conti”.
Anche Mario ebbe lo stesso trattamento. Passò liscio dal tedesco ma naufragò davanti al fanatico repubblichino (…) Finimmo nel gruppo dei “sospetti” solo per l’odio che l’impettito brigatista nutriva verso le persone dall’apparenza innocua e “per bene” come noi.
La nostra posizione, dunque, diventava allarmante. Tra noi “sospetti” serpeggiava la paura. Ci guardavamo l’un l’altro con aperta diffidenza preoccupati della nostra sorte. (…)
I vagli successivi ci avrebbero indubbiamente smascherati.
Era chiaro che cercavano noi due. Chi aveva fatto la spiata?
Perchè il delatore non aveva fatto i nostri nomi? Sembrava una segnalazione generica, ma perchè, mi chiedevo, era uscito il nome di Bob? Il nostro comandante di Brigata – la 36 Brigata Garibaldi – doveva essere al di là del fronte, a meno che non fosse morto o caduto prigioniero (neanche Pietro Mosmann, in seguito, me lo seppe dire).
Intanto vedevo Clara, mia cugina, piangere sul portone di casa.
Il sottufficiale della gendarmeria cercava di consolarla. “Quel somaro – pensai – prima ci arresta e poi fa il cascamorto”.
Le lacrime di mia cugina, allora diciasettenne, commossero il gendarme nazista. Costui infatti attraversò lentamente la piazzetta e venne da me. “Tu Sergio?”. Alla mia risposta affermativa fece cenno di seguirlo. “Anche Mario?” chiesi. Acconsentì col capo. Trascinai il mio amico. Nessun altro ci seguì. Credo  fossero convinti, Mario compreso, che per noi le cose si mettessero male.
Superammo lo sbarramento con facilità. Il sottufficiale parlò in tedesco. Più che una spiegazione mi sembrò un ordine. Imboccammo le mura di Porta Mazzini, noi davanti e lui dietro. Giunti al primo cancello a destra, ci fece segno di entrare. Cominciò a bussare, nervosamente, contro i vetri di una finestra. Una donna anziana si affacciò. “Su presto” comandò il tedesco mettendomi la sua machinepistole tra le braccia per aiutarsi a salire sul davanzale.
Irrompemmo uno dietro l’altro nell’abitazione tra lo sbigottimento dei padroni di casa, due donne e un uomo. Ci parve che l’uomo, in pantofole, canottiera e pantaloni grigioverde, fosse il più allarmato.
“Stia tranquilla, non gridi!” ripetevo alla vecchia signora, anche per dissipare la sorpresa di ritrovarmi tra le braccia l’arma tedesca. Volli subito “regolarizzare” le posizioni e restituii la machinepistole al nostro insospettato liberatore.
“Tu essere bravo italiano – esclamò il gendarme – salvare due bravi italiani”.
Il tedesco ci aveva individuati? O si trattava di una frase casuale? Il signore in pantofole uscì e ricomparve poco dopo mostrando una giacca da tenente delle SS italiane appesa a una crociera. Il sottufficiale rimase un attimo interdetto. Quindi battè i tacchi in segno di saluto e chiese di uscire.
E noi – era il caso di dire – eravamo caduti dalla padella nella brace. Ci fu un silenzio che mi sembrò molto lungo. L’uomo lo ruppe chiedendoci una spiegazione. Dissi che eravamo studenti amici del sottufficiale tedesco. “C’è un rastrellamento – soggiunsi – cercano gente per lavorare al fronte. Il nostro amico è fortunatamente intervenuto.”
Non penso abbia creduto alla mia storiella. Chiedemmo di ospitarci fino a rastrellamento concluso. Rifiutò, ma non ci mise alla porta. Aprì un’ampia vetrata che dava su un terrazzo, invitandoci ad abbandonare la casa. Non chiedevamo di meglio.
Saltammo in un cortile, entrammo e uscimmo da diverse abitazioni, con la solidarietà degli inquilini. Sbucammo, all’aperto, in via del Piombo. Erano le 16 del pomeriggio, il rastrellamento aveva avuto inizio alle 11.
Fummo ospitati nella casa di un alto ufficiale dell’esercito collega del defunto genitore di Mario. Qualche giorno dopo riparammo in un appartamento in vicolo Pusterla. Il nostro amico della Feldgendarmerie ci faceva conoscere, con discrezione, le zone dove i tedeschi avrebbero compiuto rastrellamenti. L’utile servizio si interruppe molto presto. Nei primi giorni del 1945 il sottufficiale Pietro Mosmann scomparve. Noi riuscimmo nel frattempo a riprendere i collegamenti con i compagni.
Il giorno dopo la Liberazione bussai alla porta dell’ufficiale italiano delle SS. Ero certo che nessuno mi avrebbe aperto, invece una giovane donna comparve sulla soglia. Mi presentai e chiesi del marito. Era a letto indisposto.
“Io non so chi lei sia – gli dissi – non voglio nemmeno saperlo. Il fatto che sia rimasto è segno di buona coscienza. Tra qualche giorno torno a salutarla. Sarò lieto, allora, di fare la sua conoscenza”.
Due giorni dopo la sua casa era abbandonata.
Tornò invece, nel maggio 1945, il sottufficiale della Feldgendarmerie. Non lo riconobbi vestito in borghese. Aveva una maglietta rossa di cotone. Mi chiamò per nome e disse chi era. Ci abbracciammo. Era certo che stavamo con i partigiani del comandante “Bob”. Mi raccontò di lui. Aveva disertato e si era unito ai partigiani nel modenese. Mi mostrò con orgoglio i documenti timbrati e firmati da comandanti partigiani della Divisione Modena. Era in procinto di partire per la Germania. Chissà se c’è arrivato?
Abitava a Norimberga. Non sapeva più niente della sua famiglia da mesi. Temeva di essere rimasto solo al mondo. Manifestò il proposito di tornare a Bologna, o a Modena. “Sono – mi disse – un bravo cuoco”.
Non ho più avuto sue notizie.
Sono passati vent’anni e credo che Pietro Mosmann non lo rivedrò mai più”.
 
Sergio Soglia (Ciro)
Comandante battaglione “Walter Busi” – 1 Brigata “Irma Bandiera”
(Tratto da “Ribelli per la Libertà 1940/45 – Ricordi, cronache, racconti)

10 idee per Bologna

torri
E’ tempo di elezioni: da qui in avanti sarà tutto un fiorire di proposte e voli pindarici.
Meglio esser concreti: ecco le mie “10 idee per bologna”:
1) Più Torri per tutti
Da tempo c’è chi propone di riaprire i canali, io al contrario sono per tenerli tombati: di città canalizzate ce ne sono già fin troppe e ben più famose. Bisogna invece ricostruire tutte le Torri abbattute ignobilmente tra fine ottocento e primi del novecento: un grande progetto per riportare nuovamente la città ad essere la più turrita del mondo!
Per evitare guai con gli appalti e finire per assegnare i lavori ai soliti palazzinari la direzione tecnica sarà assegnata a una commissione di Umarels, selezionati tra quelli che più si sono distinti nell’osservazione dei cantieri, e sarà presieduta da Danilo Masotti.
L’idea in sè è facilmente realizzabile: molto più difficile sarà stabilire forma e colore dei fittoni da mettere a protezione delle nuove torri.
2) Ruotare la Maniglia
Beppe Maniglia: un bene superfluo o un male necessario? La polemica sull’anziano cantore di strada impazza da circa tre decenni, senza che mai estimatori e detrattori si siano messi d’accordo. L’amministrazione non ha mai affrontato il problema, ora è tempo di prendere la questione di petto: propongo che di Beppe, nel bene e nel male, se ne faccia carico l’intera città e non solo Piazza Maggiore. Quindi il Maniglia, come accade per i venditori di strada, sarà delocalizzato settimanalmente in piazze diverse in modo da coprire tutti i quartieri e i comuni dell’area metropolitana.
In caso di rifiuto, all’artista saranno inflitti i domiciliari e il servizio sarà comunque assicurato dal corpo della Polizia Municipale: un agente con parrucca bionda e boccoli, a torso nudo, girerà per le piazze dei quartieri facendo scoppiare borse d’acqua calda e suonando “Apache” a squarciagola…
3) Lunga vita al “Magnifico”
Per ogni imperatore arriva il momento del declino: Fabio Alberto Roversi Monaco ha regnato incontrastato su Felsina negli ultimi 40 anni, è giunto il momento di voltar pagina.
Il Consiglio Comunale Rivoluzionario, concordi tutti i gruppi (Gironda, Giacobini, Montagna, etc etc) emanerà quindi un editto di esilio per il Sire, con l’ingiunzione a trasferirsi immediatamente fuori dai confini dell’area metropolitana e l’obbligo a mai più farvi ritorno. Tutti gli ottimati, i baroni e i lacchè nominati dall’ex Magnifico decadranno dai loro incarichi e i posti nei CdA delle istituzioni e delle Fondazioni verranno redistribuiti al Popolo per estrazione a sorte in una grande riffa organizzata in Piazza Maggiore.
Gli appartamenti dell’ex imperatore saranno adibiti a casa di riposo per graffitisti quando raggiungeranno l’età della pensione.
4) Aperol o Campari?
E’ ormai un fatto assodato che il centro di Bologna serva ad un unico scopo: prendersi un aperitivo. Quindi bando alle false coscienze: prendiamone atto e agiamo di conseguenza. Per valorizzare questa nuova vocazione del nostro centro storico la mia proposta è di realizzare in città, negli anni a venire, un grande evento mondiale:
il Festival Internazionale della Gastronomia e dell’Aperitivo.
Oltretutto l’acronimo spacca… altro che F.I.C.O.
5) Panebianco: un nuovo format
La contestazione al professor Panebianco va avanti ormai da anni, stanca e ripetitiva, a beneficio di pochi studenti e addetti ai lavori: bisogna rivitalizzare e socializzare questa avvincente saga anche a scopo di promozione turistica.
“Contestazione a Panebianco” non ha infatti nulla da invidiare a “The Rocky Horror Picture Show”, spettacolo che ha tenuto le scene a Broadway per più di un quarantennio.
Per organizzare il nuovo format verrà subito istituito un tavolo a cui parteciperanno i collettivi, le forze dell’ordine, il super magistrato Uolter Giovannini e ovviamente il professor Panebianco: ogni settimana cittadini e turisti, prenotandosi comodamente on line e pagando il biglietto, potranno assistere alla consueta contestazione all’Università del noto politologo, con urla, tafferugli e cariche della polizia.
Versando un piccolo supplemento si potrà anche partecipare, urlando slogan e insulti da dietro le quinte o facendo cordone con gli agenti a protezione del Professore.
6) Il Trasversalone
Avete ancora voglia di parlare di passante Nord, passantone, passantino, doppia corsia o minipassante? Basta! La questione è semplice: deviamo l’Autostrada del Sole a Modena e facciamo un nuovo trasversalone a quattro corsie che raggiunga direttamente Firenze, così nessuno verrà più ad attraversare Bologna e a romperci i coglioni.
7) Stadio Dall’Ara
Bologna non avrà mai altro stadio che non sia il Dall’Ara. Per ristrutturarlo, oltre ai soldi di Saputo, si rende però necessario ibernare la Soprintendenza facendoli risvegliare solo a lavori ultimati.
Unica raccomandazione: segnarsi bene sul nuovo progetto che i colori del BFC sono il Rosso e il Blù. L’ultima volta che hanno ristrutturato lo stadio infatti, oltre ad aver fatto un obbrobrio, l’hanno pure dipinto di giallo blù manco fossimo il Verona…
8) Rilancio del genere neomelodico
I cantanti neomelodici bolognesi sono da sempre emarginati e ignorati, mentre rockband, cantanti di musica leggera, cantautori e jazzisti hanno avuto finora tutte le luci della ribalta.
E’ tempo di cambiare: il fatto che il genere neomelodico bolognese non esista non è una scusante, anzi, proprio per questo è necessaria una forte politica di rilancio e di valorizzazione.
9) Spagheti Bolognaise
In tutto il mondo si mangiano gli “spagheti bolognaise” tranne che a Bologna.
E’ uno scandalo…
Gli “Spagheti Bolognaise” verranno imposti d’ufficio nel menù di tutte le mense scolastiche, mentre all’ex Mercato di Mezzo verrà aperto un nuovo locale denominato: “Il vero Spagheti Bolognaise”, dove cittadini e turisti potranno gustare questa prelibatezza fatta secondo l’antica tradizione: pasta di grano tenero scotta e sugo compero del discount.
10) Abolizione degli origami di Lepore
Questo è facile: tanto del nuovo simbolino inventato dall’attuale assessore (copiato paro paro da quei cilindretti coi prismi e le pietruzze colorate che andavano tanto di moda negli anni ’70) non se ne è mai accorto nessuno…

Paolo Soglia