Il 1° maggio e la Cavalleria perduta

Era solo il secolo scorso, ma sembra passato un secolo. Allora l’enorme massa operaia costituiva la fanteria pesante, ma il mondo del lavoro aveva anche la sua “Cavalleria”: gli autoferrotranvieri. A Bologna, in particolare, l’autista del Tram, del Filobus e degli Autobus faceva parte di una sorta di aristocrazia proletaria: in divisa, era l’ambasciatore circolante della città. In migliaia, costituivano la rete connettiva. Erano gli autisti che accoglievano gli stranieri, turisti o immigrati del sud. Ed era sull’autobus che iniziava la lenta, non sempre facile integrazione. E l’autista non era solo un guidatore a cui era “vietato parlare”. Era il Comandante del mezzo pubblico e parlava eccome, essendo ambasciatore e pedagogo. Era su di loro, sulla “Cavalleria” dell’ATM che faceva affidamento il Sindaco Fanti (e il Partito) quando in meno di 24 ore mobilitava i soccorsi per l’alluvione di Firenze e decine di mezzi partivano per varcare gli appennini carichi di soccorsi e di volontari.
E quando all’apice del consenso il socialismo emiliano ospitava lo “straniero” la faceva salire sul bus. Il forestiero andava per pagare e si trovava la macchinetta bloccata, guardava l’autista che bonariamente gli rispondeva: “A Bologna l’autobus non si paga…”, godendosi poi la faccia del suo ignaro interlocutore e il suo straordinario stupore. L’azienda era del Comune, gli autisti per tanti aspetti “erano il Comune”. Tant’è che in questa fetta prevalente di città che si identificava nella triade Partito-Comune-Lavoro suscitò particolare sgomento e indignazione, ancor più delle vetrine sfondate, il fatto che il Movimento del’77, durante i disordini seguiti all’uccisione di Francesco Lorusso avesse bruciato un autobus. Un atto sacrilego, la fine dell’innocenza… L’ultima battaglia campale la nostra “Cavalleria” la combattè  il 2 agosto dell’80 con i mezzi trasformati in ospedali da campo e obitori di fortuna per trasportare i cadaveri delle vittime della bomba. Poi il lento, inesorabile declino. La caduta del muro dispiega le ali del capitalismo mercantile e speculativo: non c’è più bisogno di Colonnelli macellai e sanguinosi golpe in Cile, ma in pochi si accorgono – all’inizio – che non c’è nemmeno più bisogno di socialdemocrazia a frapporsi tra Capitale e Lavoro. Fine dei giochi: comanda solo il mercato, la democrazia è un optional per dare un simulacro di leggittimità alle leggi imprescindibili del mercato capitalistico. E il lavoro? Torna ad essere esclusivamente una merce, un costo da comprimere il più possibile. L’identità del lavoratore (il “mestiere”, il proprio ruolo sociale, il sentirsi elemento di una comunità) si sgretola, assieme alla possibilità di riscatto e ascesa sociale che sottendeva una visione socialista della realtà. L’azienda pubblica diventa un costo da privatizzare, i lavoratori un costo da contenere. Finisce anche l’epoca della “Cavalleria” su filo, su gomma e su ferro. Essa si trasforma in quello che è ora: una legione straniera senza alcuna coesione sociale con ciò che la circonda. L’autista è solo merce, un costo in bilancio per un’azienda in deficit, un arancio secco da spremere il più possibile. Le cronache attuali, nel 2015, ci parlano di un autista “carnefice”, feroce e frustrato, che dà calci in pancia a una ragazzina, ma anche di autisti “vittime”, stressate e frustrate, che si pigliano insulti tutti i giorni per conto dell’azienda e dell’amministrazione. Un’autista di origine cubana racconta a voce bassa di tutti gli insulti che si è presa, soprattutto dai vecchi bolognesi, perchè è donna ma soprattutto colorata, e mentre ne parla piange. L’imbarbarimento dei rapporti sociali è il frutto avvelenato del dominio assoluto e incontrastato del capitalismo di mercato: tutti devono stare al loro posto, ma nessuno si sente al suo posto. Buon 1° maggio 2015. Paolo Soglia