L’11 settembre… tredici anni dopo

Siamo abituati a scrivere sull’onda degli eventi, condannati a vivere un eterno presente.
E’ un salutare esercizio critico invece guardarsi un po’ indietro: anche per avere il coraggio di rileggere le analisi fatte a caldo di quello che si riteneva fosse successo o stesse per succedere.
Subito dopo l’11 settembre scrissi questo pezzo: alcune previsioni si sono rivelate errate, influenzate dalla straordinarietà del momento, altre mi appaiono ancora attuali.
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ATTACCO AGLI USA:
LA RIVINCITA DEGLI STATI NAZIONE?

Dopo l’11 settembre il mondo è cambiato e nulla sarà più come prima.
Quante volte abbiamo sentito dire questa frase nelle ultime settimane?
Centinaia di volte.
Eppure sono poche le analisi seguite a questa affermazione epocale che
cerchino di spiegare in cosa consista questo cambiamento col quale si
inaugura il nuovo millennio.
Senza alcuna pretesa di esaustività, tentiamo allora di addentrarci in
qualche riflessione: puliamo la mente da ogni considerazione legata alla
cronaca e cerchiamo di evitare l’approccio dietrologico.
Fatto questo, analizziamo come era la situazione il 10 settembre e come si
è radicalmente modificato lo scenario il 12.

I dati sono questi: il 10 settembre (ma anche il giorno prima, e quello
prima ancora) l’economia globale batteva in testa.
Il boom della new economy era già finito da tempo, i titoli tecnologici
andavano allegramente in caduta libera, le società di telecomunicazioni si
ritrovavano indebitate fino al collo dopo la spensierata corsa alle
meravigliose e progressive sorti delle nuove tecnologie digitali (UMTS etc,
etc).
Gli Usa registravano per la prima volta da un decennio un forte aumento
della disoccupazione interna mentre le prospettive di crescita
dell’economia venivano giorno dopo giorno aggiornate verso il basso.
Nelle piazze finanziarie aleggiava una parola che nessuno osava pronunciare
ad alta voce: recessione.
C’è di più: se la crescita in Usa e in Europa era in forte rallentamento,
il pilastro orientale del capitalismo, il Giappone, si trovava (e si trova)
in una situazione più grave.
La bancarotta imminente nel paese del Sol Levante pesava come una spada di
damocle sull’intero sistema finanziario internazionale.
Una crisi di tale portata avrebbe sicuramente travolto l’intera economia
capitalistica, poiché nessun organismo finanziario (FMI, Banca Mondiale)
avrebbe potuto controllare un effetto domino dalla portata così devastante.
Tutto questo alla vigilia dell’entrata ufficiale nel WTO di una potenza
economica in fortissima espansione come la Cina, che col suo enorme mercato
interno si apprestava a diventare il vero regolatore del mercato del nuovo
millennio.
Dotata ancora di una solida leadership politica, la Cina poteva assumere
una posizione del tutto inedita: aprendo o restringendo il proprio immenso
mercato interno – l’unico canale di sbocco alla sovraproduzione occidentale
– aveva potenzialmente in mano un’arma micidiale, capace di far la fortuna
o viceversa di deprimere le borse di tutto il mondo, a cominciare da Wall
Street.
Sul piano politico si registrava intanto il progressivo isolamento degli
Stati Uniti nel contesto internazionale: la nuova amministrazione
americana, preoccupata di non mortificare i consumi interni, aveva
stracciato il trattato di Kioto sui gas serra, subendo le critiche compatte
dell’Unione Europea. Subito dopo gli alleati storici degli Usa avevano
mortificato gli entusiasmi di Bush sul progetto di scudo spaziale,
Le guerre stellari non solo non ottenevano consensi tra i partners europei, ma
provocavano la denuncia della Russia sulla sospensione unilaterale degli
USA dei trattati SALT sui missili balistici. Contemporaneamente prendeva
vigore un nuovo asse di cooperazione politico/militare tra Russia e Cina,
potenze apertamente ostili al piano di riarmo americano.
Sul fronte diplomatico si profilava l’empasse completa dell’amministrazione
americana rispetto all’incancrenimento della situazione mediorientale. Il
conflitto tra palestinesi e israeliani era completamente sfuggito di mano
agli americani, con la prevedibile prospettiva di una progressiva
espansione della crisi a tutto il medio oriente. Tale scenario non era
certo sfuggito a Wasinghton.
Ricordiamo che il primo provvedimento dell’amministrazione Bush era
orientato ad arginare le conseguenze di una crisi energetica causata da un
conflitto mediorientale e prevedeva il maggior sfruttamento delle riserve
petrolifere interne (Alaska), un accordo col Messico, e la ripresa del
piano energetico nucleare.
La difficoltà dell’amministrazione Bush era palese anche nei confronti
dell’ONU, organizzazione che rappresenta ormai solo le istanze di
visibilità dei paesi del terzo mondo: il ritiro della delegazione dalla
conferenza di Durban sul razzismo dava il segno di questa debolezza.
Continuamo pure. Il 10 settembre ancora erano accese le luci sul
sostanziale fallimento del vertice del G8 a Genova. Le polemiche interne,
in Italia, vertevano principalmente sulle violenze poliziesche; sul piano
internazionale invece si traducevano nella consapevolezza delle elite
politiche e istituzionali dell’occidente sulla debolezza intrinseca che la
globalizzazione portava alle loro capacità di orientamento e di guida del
processo stesso.
Il bisogno quasi spasmodico di celebrare vertici internazionali celava la
necessità di ritagliarsi un ruolo all’interno di un processo che per molti
aspetti era completamente sfuggito al controllo della politica: le elite
politiche che basavano la loro legittimità su criteri di rappresentanza di
Stati Nazionali risultavano ormai completamente inadeguate nel governare un
tale processo.
I cosiddetti “governanti del mondo” erano perfettamente consapevoli di
perdere giorno dopo giorno fette di potere reale. Sempre più spesso si
trovavano nell’imbarazzante posizione di portaborse: decisioni strategiche
di portata globale relative ai processi di produzione, all’impatto delle
nuove tecnologie, alle nuove esigenze di penetrazione economica, con tutte
le derivanti conseguenze in termini politici, strategici e militari,
passavano sopra le loro teste, all’interno del vortice incontrollato
prodotto dal turbocapitalismo transnazionale.
Il processo, pur non essendo governato politicamente, pesava però
inesorabilmente sulle loro teste: il peso delle contraddizioni della
globalizzazione si scaricava sulle spalle delle comunità degli Stati
Nazionali sempre più in affanno nel cercare di metter delle pezze.
Nel giro di pochissimo, parliamo più di mesi che non di anni, si sarebbe
arrivati al punto di rottura, con l’esplosione di gravissimi disordini che
dalle “periferie” (sia quelle poste all’interno degli stati ricchi, sia le
disgraziate “banlieue” del terzo mondo) si sarebbero rapidamente estese
verso il centro.
E’ paradossale, ma in fondo i capi di Stato impegnati ad autocelebrarsi al
G8 di luglio avevano un buon motivo per essere grati alla contestazione no
global: gli assegnava, infatti, un’importanza e un potere di intervento sui
processi in corso che avevano smarrito da tempo.
L’imbarazzante e impronunciabile verità era, infatti, un’altra: il mondo
così com’è non va bene? Ci chiedete di intervenire, di cambiare le
politiche economiche, di correggere le aberrazioni, di riequilibrare gli
squilibri, di governare le migrazioni? Spiacenti, anche se volessimo (e non
è detto che vogliamo) non siamo assolutamente in grado di farlo. Il nostro
potere è molto più limitato di quanto la gente comune tenda a credere (e
che a noi fa comodo continui a credere). La realtà è che sempre più spesso
siamo ridotti a fare i cani da guardia di processi che non controlliamo più
e rispetto ai quali abbiamo pure parecchie difficoltà ad esercitare una
qualche influenza.
Altro che Tobin Tax! Per mettere un po’ di sabbia nei fin troppo oliati
meccanismi del turbocapitalismo finanziario, come affermava James Tobin 25
anni orsono, ci vorrebbe ben altro.
Ci vorrebbe una grande crisi mondiale.

12 settembre 2001, cos’è cambiato?
I giornali continuano a parlare di guerra, cercando di descrivere quale
sarà la risposta americana all’attacco suicida alle torri gemelle.
In questo parossismo quasi tutti si esercitano in valutazioni
strategico/militari di vario genere, e mentre si aspetta la guerra futura
(Missilistica? Chirurgica? Guerrigliera? Duratura? Invisibile?) si
tralasciano considerazioni su quanto sta già succedendo.
Il mondo, infatti, è già cambiato, e c’è un fenomeno che non sarà più lo
stesso di prima: questo fenomeno, variamente analizzato soprattutto in
tempi recenti, passa sotto il nome di globalizzazione. Consideriamo gli
aspetti essenziali di questo processo che sono entrati in crisi.
La mobilità
Negli Usa il concetto di mobilità è strettamente associato a quello di
libertà, ma l’amministrazione americana ha già avvertito che negli anni a
venire gli americani (e quindi gli occidentali tutti) sacrificheranno un
po’ della loro libertà per privilegiare la sicurezza.
In un’economia globalizzata l’interdipendenza è fortissima; questo implica
che la mobilità è un fattore essenziale, che non si esercita solo nel
processo di scambio ma anche in quello di produzione.
Il concetto di produzione just in time, come quello di outsourcing,
dipendono da questa variante fondamentale. Mentre alla produzione fordista
bastava la consapevolezza di poter usufruire (controllare) le materie
prime, nella produzione just in time si associa al controllo delle materie
prime la delocalizzazione della loro trasformazione e del loro
sfruttamento. Il concetto di magazzino è abolito: le materie prime e la
componentistica arrivano da altri centri di produzione dislocati spesso
nelle periferie del mondo.
Successivamente le varie componenti sono assemblate e soprattutto
valorizzate (il famoso concetto di logo) in tempo reale, seguendo così
minuto per minuto l’andamento del mercato.
La stessa flessibilità del lavoro è una componente essenziale di tale
processo. Lavoro flessibile nel tempo (quantità di forza lavoro occupata) e
nello spazio (delocalizzazione dei centri di produzione e sfruttamento di
manodopera immigrata a bassa o elevatissima qualificazione).
Mentre nel sistema di produzione fordista la possibilità di mettere in
crisi il sistema di produzione capitalistico poteva essere raggiunto
organizzando la classe operaia all’interno dei singoli Stati nazionali,
l’odierna economia globalizzata si sentiva invulnerabile, poiché il
processo di produzione esternalizzato e atomizzato in ogni angolo del
pianeta era al riparo da qualsiasi forma di contestazione organizzata.
Non è un caso che si contestasse la globalizzazione con manifestazioni che
prendevano di mira i vertici internazionali, oppure si agisse sul fronte
del consumo rispetto a quello della produzione: chi avrebbe la forza di
organizzare uno sciopero su scala globale per bloccare e danneggiare
seriamente le principali organizzazioni multinazionali? Tuttavia l’economia
globalizzata è stata messa la tappeto con molto meno: un unico colpo, bene
assestato, ha dimostrato ampiamente i limiti e la vulnerabilità del sistema.
Le frontiere nazionali che nel sistema globalizzato devono essere
estremamente flessibili, diventano, al contempo, estremamente perforabili.
L’impatto devastante dell’attacco non sta nei danni, seppure ingenti,
provocati dall’attentato in sé. Consiste nel mettere l’economia in uno
stato di soggezione permanente: essendo inutili gli strumenti militari
tradizionali, efficacissimi quando c’è da garantirsi le risorse ma spuntati
per difendersi dal terrorismo, ecco che i costi e le misure necessarie per
la difesa (limitazioni alla mobilità di persone e merci, blocchi alle
frontiere, tracciabilità dei movimenti finanziari, limitazione del segreto
bancario, lotta ai paradisi fiscali) diventano immediatamente incompatibili
con la struttura di flusso dell’odierna economia capitalistica globalizzata.
Dopo l’11 settembre, infatti, si apre una crisi non congiunturale ma di
lungo termine: la mobilità delle merci è fortemente rallentata così come la
mobilità delle persone. Questo rallentamento però costituisce un attentato
al processo di produzione just in time.
Si presuppone quindi una riconversione del processo di produzione
capitalistico di dimensioni non indifferenti.
Ma l’aspetto cruciale legato alla mobilità nel processo di globalizzazione
è quello legato ai movimenti del capitale finanziario.
Al giorno d’oggi non v’è nulla di più mobile del denaro. La quantità di
scambi raggiunta negli ultimi anni ha volumi impressionanti e viaggia alla
velocità della luce.
Tutti i segnali che abbiamo a seguito dell’attentato lasciano pensare che
questa estrema libertà di movimento sarà ridimensionata: la guerra al
terrorismo implicherà una stretta alla facilità di scambio, si stringerà la
morsa sulle piazze off-shore, si cercherà di schedare, per quanto
possibile, le anonime e vorticose manovre del capitale speculativo.
L’annientamento delle torri gemelle ha raggelato le inattaccabili certezze
dei Chicago Boys sulle capacità autoregolatrici e taumaturgiche del libero
mercato: adesso tocca allo Stato il compito di ristabilire la legalità e
combattere il terrorismo, è lo Stato che deve sedare il panico delle piazze
finanziarie e rivitalizzare l’economia, è lo Stato che fa le guerre e che
chiama i suoi cittadini a combattere ed eventualmente a morire, ed è ai
rappresentanti dello Stato (degli Stati) che si torna a guardare con
trepidazione per sapere casa riserva il futuro.
Con la non trascurabile conseguenza che ora c’è sicuramente chi è disposto
a combattere e a morire per gli Stati Uniti d’America. Difficilmente lo
farebbe per la Coca Cola.
C’è da scommettere che questa situazione decreti la fine dell’arretramento
dello Stato nell’economia e che anzi si determini una nuova stagione di
interventi forti e di processi di regolazione del sistema economico che
segneranno una netta discontinuità con le politiche seguite negli ultimi
tre decenni.

La sicurezza
Una prospettiva di guerra di lungo periodo implica una serie di
conseguenze, molto ben conosciute.
Tuttavia in questo caso non siamo di fronte a uno scenario tradizionale
poiché, in effetti, non si tratta di una vera e propria guerra, né calda né
fredda.
Sarebbe, infatti, più appropriato chiamarlo Stato di Allarme Permanente
(S.A.P.), uno stato di cose che implica naturalmente anche conflitti
bellici di varia intensità, ma che a differenza delle guerre tradizionali
non ha una definizione spazio-temporale precisa.
Lo scenario ha delle similitudini con la guerra fredda: anche qui si
tratta, infatti, di una sorta di conflitto permanente a bassa intensità.
Nella logica di contrapposizioni in blocchi però avevamo una definizione
chiara delle rispettive aree d’influenza e un’organizzazione speculare
delle due superpotenze.
Il S.A.P. ha conseguenze ed effetti differenti:
1) Permette di ridisegnare le geometrie delle alleanze ereditate dalla
guerra fredda.
2) Consente (e per certi versi impone) allo Stato di riappropriarsi del
governo dell’economia, sia attraverso interventi di sostegno sia con la
gestione diretta di comparti e servizi dai quali era stato progressivamente
estromesso attraverso i processi di privatizzazione. Tra i più importanti
potremmo citare: sorveglianza e controllo, trasporti, sanità, produzioni
strategiche di primario interesse nazionale.
3) Determina la reintroduzione del concetto di frontiera consentendo un più
capillare controllo nel processo di trasferimento di merci e persone.
4) Tende a riassorbire i flussi di capitali off-shore riallocandoli
all’interno delle suddette frontiere, permettendo all’occasione di
usufruirne per finanziare le spese militari, di sorveglianza e controllo, o
per effettuare abbondanti iniezioni di danaro pubblico col quale
rivitalizzare i consumi interni e dare slancio all’economia fiaccata dalla
recessione.
La situazione futura non sarà però caratterizzata dalla stabilità e dalla
fiducia e certo non sarà esente da rischi. L’equilibrio del terrore su cui
si basava la guerra fredda con la deterrenza nucleare non escludeva per
niente che l’acuirsi periodico di scenari di crisi potesse innescare il
conflitto.
Un mondo caratterizzato dal S.A.P. non è un mondo tranquillo e tantomeno
democratico. La guerra sarà spesso sporca e brutale perché al terrorismo si
risponde con una strategia che dal terrorismo mutua le feroci metodologie
d’azione (assassinio sistematizzato dei bersagli individuati
dall’intelligence, azioni di commandos, rappresaglie in territori definiti
ostili con armi tradizionali o di sterminio).
L’eterna ricerca di un nemico invisibile e indefinito, all’interno di un
contesto in cui il conflitto stesso, per ragioni di sicurezza, è sottratto
alla discussione e alle autorizzazioni dei parlamenti, in cui si presuppone
l’oscuramento dei media e la perdita di influenza dell’opinione pubblica,
può indurre in errori gravi che possono causare anche l’esplosione di
guerre generalizzate.
Sarebbe però erroneo pensare che tale situazione non possa anche portare,
paradossalmente, alla risoluzione di antichi conflitti, come quello in
corso in medio oriente.
Sicuramente si apre una nuova stagione in cui risorgono gli Stati
Nazionali, variamente confederati, e in questo nuovo contesto ognuno
giocherà le proprie carte.
Inutile dire che l’Italia si appresta a entrare in questa nuova fase nel
peggior modo possibile: è rappresentata da un governo totalmente screditato
sul piano internazionale, privo degli strumenti culturali e politici per
comprendere il nuovo contesto e che si muove unicamente sulla spinta di
interessi particolari e corporativi di basso profilo.
Il dramma è che una tale compagine da avanspettacolo può anche essere
tentata di forzare la situazione cercando la svolta autoritaria.

Chiudiamo con una considerazione sul valore simbolico dell’attentato
dell’11 settembre.
Gli obiettivi erano tre e ognuno di questi rappresentava un simbolo
istituzionale.
L’aereo abbattuto a Pittsbourgh era diretto contro la Casa Bianca, cioè il
principale simbolo del potere politico. Un altro velivolo ha centrato il
Pentagono, il luogo che nell’immaginario collettivo rappresenta la più
forte e articolata struttura del potere militare. Ben due aerei, infine,
sono stati lanciati contro le torri gemelle di New York, il simbolo del
potere economico e finanziario nell’epoca della globalizzazione.
Analizzando la sequenza temporale degli attentati possiamo dire che per
ordine d’importanza la scala dovrebbe essere ribaltata, infatti, la
priorità dei terroristi è stata data alle Twin Towers, poi al Pentagono e
infine alla Casa Bianca.
Gli effetti fisici dell’attentato sono simili a quelli simbolici: il potere
politico, preservato dai caccia dell’Air Forces, ha sventato l’attacco
rimanendo illeso. Il potere militare ha accusato il colpo, è rimasto ferito
subendo l’umiliazione di non saper difendere neanche se stesso. Il potere
finanziario è stato investito in pieno dall’onda d’urto dell’attentato:
colpite al cuore le torri sono crollate lasciando sul terreno morte e
distruzione.

Paolo Soglia