Le brevi: fasciogrillismo

Che i 5 Stelle attacchino la Presidente della Camera, francamente, mi frega il giusto. Schermaglie parlamentari a cui siamo abituati da anni.
Il loro capo però sta rapidamente traghettando il movimento dal populismo al fasciogrillismo, e da buon macho-fascista motteggia e alimenta il disprezzo per le donne come ha sempre fatto.
Oggi in sole 20 righe è riuscito a trasudare montagne di bile per l’altro sesso: la Boldrini è “un oggetto d’arredamento del potere” (anche oggetto di piacere?) mentre la RAI è paragonata a “una vecchia sgualdrina senza più pudore”.
Evidentemente le “sgualdrine con pudore” sono solo quelli (uomini e donne) che si assoggettano a lui e continuano ad alimentare la sua smodata fame di potere. Se questo vecchio trombone barbuto continua nella sua deriva grillofascista  prima o poi bisognerà farci i conti.
In piazza…

Paolo Soglia

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La via d’uscita

via d'uscitaL’elezione del Presidente della Repubblica ha dimostrato l’assoluta inadeguatezza della classe dirigente del Pd e di Bersani. Ne avevo apprezzato il sacrificio dopo il voto. Con l’esito disastroso dell’operazione Marini e la deflagrazione del Pd Bersani (ma anche D’Alema, Veltroni e tutta l’allegra compagnia del “tortellino magico”) dovrebbe velocemente accomodarsi alla porta. Certo: c’è chi dice che era tutto calcolato, Marini da bruciare per spianare la strada a Prodi. Anche se un calcolo del genere ci fosse stato, certo non avevano messo in conto le rivolte, le sedi occupate, il mail bombing sui parlamentari.. E’ cambiata la politica e loro sono ormai inadeguati.

Dopo tante polemiche con Grillo e con Renzi, devo ammettere con onestà intellettuale che ambedue hanno tenuto il punto (più il primo che il secondo). Renzi ha dimostrato che la critica all’establishment Pd non è solo un fatto d’età. Soprattutto bisogna dire che se non fosse stato per Grillo e il Movimento 5 Stelle nessun cambiamento sarebbe mai stato possibile in questo paese. L’indicazione di Rodotà è stata  di grande spessore e ha salvato la dignità della sinistra ben al di là di quanto un miserabile ceto politico di presunta sinistra sia stato in grado di fare.

Quello che mi spaventa di quel ceto politico è la sua mediocrità e l’incapacità di analisi: nessun parlamentare del Pd ha espresso una critica politicamente fondata su Rodotà.
Nè tantomeno Bersani, nè alcun altro maggiorente del Pd  sono mai entrati nel merito della sua candidatura: l’unico loro problema è che doveva salire al colle un “PD”. Punto.
Detto che Rodotà è stato eletto in svariate legislature come “indipendente di sinistra”, arrivando anche a essere presidente del Pds quando cercavano una figura di chiara matrice di sinistra (ma super partes), detto che ha un curriculum istituzionale (e internazionale..) di prim’ordine, analizziamo il non detto:
Rodotà è laico e quindi è sgradito alla componente cattocomunista del Pd attenta alle reazioni della Cei e del Vaticano
Rodotà è di cultura socialista (quella vera) ed è sgradito alla componente neoliberista del Pd
Rodotà sarebbe un garante integerrimo della Costituzione. Forse troppo..
Rodotà non è disponibile a dare garanzie in bianco a Berlusconi
Rodotà non fa parte dell’apparato e quindi non è condizionabile
Rodotà non ha mai governato e quindi non ha scheletri nell’armadio da tirare in ballo al momento opportuno
Rodotà è stato messo nella lista da Grillo e quindi agevolerebbe un governo di cambiamento. Quello vero..
Rodotà è stato indicato dal movimento 5 stelle quindi non dovrebbe “gratitudine” ai grandi elettori del Pd
Rodotà non ha alleati in nessuna corrente del Pd
Rodotà ha sempre esercitato un ruolo da “garante” quindi è inviso alle lobbies economiche
Rodotà è uno spirito libero e indipendente

Dunque sarebbe stato un ottimo candidato per un partito laico e di sinistra. Ma evidentemente non per il Pd..
La scelta di Prodi come extrema ratio del Pd è comprensibile: avevano i forconi del loro popolo attaccati al culo e le sedi occupate, dovevano in qualche modo dare una risposta. Al di là della persona di Prodi, (che apprezzo) la scelta non mi soddisfa politicamente per due motivi:
1) Se vuoi veramente archiviare Berlusconi, il berlusconismo e il passato ventennio devi gioco forza archiviare anche il suo principale antagonista: Romano Prodi.
2) Aldilà di quello che pensa Berlusconi e suoi sodali (di cui mi frega meno di zero) per larga parte del popolo del centrodestra Prodi sarà sempre un nemico, una persona che non stimano e che detestano. E questo non è un bene perchè in fondo in fondo terrà vivo il berlusconismo ben al di là delle sorti di Berlusconi medesimo.

Ma in politica si ragiona su quel che c’è, non su quel che si vorrebbe. E adesso il Pd e Sel dalla quarta si ricompatteranno su Prodi, con insidie e possibili esiti. Vediamoli:
Pd+Sel hanno poco più di 490 voti e ne servono 504. Non mancheranno però i franchi tiratori, quelli col dente avvelenato per la vicenda Marini, difficile ipotizzare quanti saranno. In ogni caso servono voti: Monti non li garantirà da subito per tenersi le mani libere. Potrebbe garantirli l’M5S. In che modo? E’ possibile che di fronte alla candidatura Prodi, col rischio di un fallimento che riporterebbe in auge le “larghe intese” lo stesso Rodotà faccia un passo indietro spianando la strada a Grillo e ai suoi per un appoggio a Prodi (che è tra i candidati..).
Poi magari, chissà, (perchè no?) Prodi Presidente potrebbe dare a Rodotà un incarico per formare quel governo “di scopo” che eviti le urne a giugno…

Tra poche ore inizia la quarta votazione, staremo a vedere.
Per il momento buona giornata ( e come diceva Truman: anche buon pomeriggio, buonasera e buonanotte..)

Paolo Soglia

Grillo, i 5Stelle e il “Leniperonismo”

escu-p-y-e-pjOgni giorno si dibatte su un’uscita (infelice) di qualche “cittadino” a 5 Stelle o dei commissari politici messi a controllare le uscite dei medesimi.
Ovviamente ci sono in quel movimento anche altre posizioni molto meno “infelici”, o addirittura condivisibili, ma in questo momento non fanno notizia.
Se ci togliamo per un attimo dalla cronaca e analizziamo il fenomeno politico si possono fare altre considerazioni.
Qual’è lo scopo ultimo che si prefiggono Grillo e Casaleggio e che sottende tutto il loro lavoro, dai primi meet-up all’attuale forma partito rappresentata dall’M5S?
Anche qui non c’è mistero: le tesi sono pubbliche e ribadite in ogni occasione.
Grillo e Casaleggio si presentano come movimento “rivoluzionario”. La loro ambizione politica non è la conquista del Governo all’interno dell’attuale sistema parlamentare ma l’abbattimento di questo sistema di rappresentanza e la sua sostituzione con una forma nuova di “democrazia”, in cui la delega non è più conferita a un partito e al suo ceto politico e “incarnata” nella figura del rappresentante eletto nelle fila di quel partito.
L’abbattimento della delega verrebbe sostituita dalla cosiddetta “democrazia della rete”, attraverso una particolare piattaforma di voto on line, in cui ogni individuo avrà l’opportunità di esprimersi e di votare ogni singolo provvedimento o azione e che in tempo reale determinerà l’espressione di una “maggioranza di fatto” su ogni singolo punto. Questa maggioranza tuttavia varierà continuamente essendo slegata da un concetto di appartenenza e di adesione valoriale a una formazione politica.
Per fare questo Grillo e Casaleggio si propongono non come “leader del partito” ma come “garanti del processo” e ovviamente non sentono alcun bisogno di prassi elettive che li legittimi a essere loro, e non altri, i “garanti”..

Da un punto di vista storico politico le analogie più immediate (ma anche le differenze) sono con il “leninismo”, prassi dell’agire politico che avevo già evocato al tempo delle famose espulsioni dei “giovani comandanti” (Favia, Salsi, Tavolazzi, etc) all’epoca del blitz in cui Grillo/Casaleggio blindarono le liste ai militanti della prima ora, considerati più fedeli e affidabili.
Ma qui iniziano anche le differenze. Per un leninista classico alla testa di tutto c’è “il Partito” (Comunista). Il Partito agisce costituendo un’avanguardia, un cuneo, formato da rivoluzionari di professione che rispondono solo ed esclusivamente al Partito stesso.
L’avanguardia è formata da quadri preparati politicamente, che possono agire indifferentemente sia sul micro (lavoro politico di base, organizzazione delle cellule e dei militanti) sia in un contesto più ampio, parlamentare, per sfruttare le contraddizioni intrinseche della democrazia rappresentativa borghese. Ma sono sempre pronti all’opzione rivoluzionaria, compresa quello che prevede la conquista violenta del potere e l’instaurazione della “dittatura del proletariato”.

E’ ovvio che le mutate condizioni storiche nelle democrazie occidentali rendono il paradigma leninista puro del tutto impraticabile. Dunque Grillo/Casaleggio ne hanno sì mantenuto alcuni tratti, ma hanno modellato il loro movimento rivoluzionario su schemi nuovi e adatti ai tempi.
Prima di tutto è scomparsa l’avanguardia e sono scomparsi i “quadri”.
Nell’ideologia del M5S, ogni individuo che si attiva rappresenta una cellula a sé stante, del tutto impreparato politicamente, che agisce sul suo territorio in modo autonomo ma viene controllato attraverso la rete con i vincoli posti dal “Non Statuto” e soprattutto dal giudizio dei “Garanti” che in qualsiasi momento possono ritirargli questa delega, delegittimarlo agli occhi degli altri militanti o addirittura inibirlo e espellerlo attraverso il divieto dell’uso del marchio 5Stelle.
L’M5S dunque, da questo punto di vista, è molto distante da un modello “leninista” e assomiglia, se proprio dobbiamo fare un paragone storico, al “Peronismo” argentino movimento capostipite di ogni espressione politica definita (da allora) “Populista”.
Non è un caso che attraverso la figura carismatica di Peron si formò un soggetto politico nuovo che mescolava socialismo, protezionismo statalista (nazionalizzazione di molte industrie e intervento pubblico in economia), patriottismo, autoritarismo ma anche tratti di fascismo, in particolare per quanto riguardava l’assunzione dal fascismo italiano del modello del “corporativismo” in economia. Il tutto senza rinunciare formalmente al modello democratico di sovranità popolare basato sul voto e sul suffragio universale.
Per ironia della sorte i Peronisti si definivano “Giustizialisti”. Vi ricorda qualcosa?
Anche il peronismo populista tendeva ad abolire, di fatto, la schematizzazione classica di suddivisione in “destra” e “sinistra”. Il partito giustizialista comprendeva l’alta borghesia e l’intellettualità, ma anche le classi operaie e lavoratrici inquadrate nel modello corporativo e soprattutto  i “descamisados”: quel sottoproletariato che fu poi la vera potenza d’urto del primo peronismo. E difatti i peronisti che sussumevano e interiorizzavano gran parte delle precedenti tradizioni politiche si divisero poi nell’ala di destra, conservatrice e parafascista e in quella socialista-nazionalista. L’originalità del modello peronista ha prodotto odi e sostegni trasversali sia alla destra che alla sinistra e in un mondo diviso in blocchi, appoggi o contrapposizioni trasversali sia all’est che all’ovest, a seconda dei tempi e delle condizioni politiche.

Veniamo a noi.
In questo quadro è ovvio che il gioco che si gioca in Parlamento, la formazione del Governo, le formalità della democrazia rappresentativa liberale (o borghese) non interessano per nulla a Grillo e Casaleggio. Anzi, costituiscono il modello da abbattere “dall’interno” (la scatoletta di tonno).
Ma Grillo e Casaleggio se da un lato incassano una rendita politica enorme usando il modello “peronista populista”, devono però governare internamente il movimento usando il più “spietato” leninismo. L’assenza dell’avanguardia e dei quadri di rivoluzionari di professione di provata fede permette al movimento di espandersi con incredibile velocità e trasversalità, arruolando continuamente nuove forze (in modo interpartitico e interclassista), creando così costantemente nuove “cellule” M5S, il tutto utilizzando sostanzialmente un modello in franchising (uso del marchio condizionato alle esigenze e alle direttive della Ditta).
L’unica contrapposizione forte è quella intergenerazionale: così come la spina dorsale del peronismo erano i “descamisados”, nel grillismo sono le giovani generazioni precarizzate e digitalizzate il vero motore propulsore.
La presenza massiccia di giovani e di persone politicamente impreparate rende però le truppe grilline assolutamente inaffidabili quando si tratta di giocare su più piani, compreso quello delicato della rappresentanza parlamentare, dove il controllo di Grillo/Casaleggio e dello “staff” diventa labile per via dell’autonomia degli eletti e per le continue scelte a cui i parlamentari sono sottoposti e a cui non possono sottrarsi.
Per Grillo/Casaleggio dunque l’unica via è l’isolamento del proprio gruppo parlamentare, a cui deve essere consentita solo l’attività “giustizialista”: dai controlli dei conti pubblici a quello delle caramelle, ma a cui è preclusa qualsiasi interlocuzione con le altre forze in campo e men che meno un appoggio al Governo.

Le forze politiche che si oppongono al Leniperonismo, a sinistra, hanno due strade: chiudersi nel Palazzo e blindarsi in un’alleanza di fatto dei “tutti tranne loro”, agevolando così il lavoro di Grillo/Casaleggio nella strategia di isolamento del proprio gruppo, oppure sfidare continuamente l’M5S su ogni questione, coinvolgendolo in ogni decisione, puntando così a far esplodere la contraddizione tra ala massimalista e ala riformista.
Una contraddizione che però non può che portare all’espulsione dell’ala riformista e alla distruzione della reputazione dei membri ribelli attraverso il linciaggio mediatico via web (misure già evocate dai “garanti” e dall’ala massimalista).

E’ un gioco estremamente pericoloso: la prima strada , quella dell’arroccamento, è quella a cui punta Grillo per arrivare alla sostanziale dissoluzione sistemica dei partiti (che molti peraltro già non rimpiangono..), dandogli anche il tempo di indottrinare e selezionare i quadri intermedi per far crescere il controllo ideologico sul movimento.
L’altra strada è l’unica a mio avviso da percorrere, ma il suo esito non è scontato: non è detto che le due ali si spacchino e non è detto che l’ala riformista abbia la lucidità politica per autorganizzarsi, trasformandosi da semplice diaspora a forza politica autonoma che oltre a confrontarsi in Parlamento mantenga una relazione politica con l’elettorato, portandosi dietro parte della base 5 stelle.
L’ambiguità politica in cui si muove Bersani e la sinistra che in questo momento lo sostiene è proprio questa: dare l’idea di voler semplicemente “scorporare” dei parlamentari, mentre in realtà l’obiettivo dovrebbe essere scindere l’M5S auspicando che nasca un nuovo Movimento smarcato dal controllo di Grillo e Casaleggio. Per deformazione politica data dalla sua storica vocazione egemonica i partiti organizzati della sinistra non sopportano nulla che cresca in modo autonomo e spontaneo, nella presunzione che solo la autoproclamata sinistra (in tutte le sue miriadi di componenti, partiti e partitini) sia in grado di rappresentare la società.
Se quindi questo processo fallisce si può andare a elezioni a breve: il chè rappresenta un vero terno al lotto.
Infatti uno dei rischi concreti è che un processo di sgretolamento veloce e incontrollato porti al crollo della sinistra e alla conseguente vittoria delle destre, con due scenari distinti: il successo elettorale di misura della destra eversivo/berlusconiana, oppure la variante più insidiosa che prevede la definitiva espulsione della sinistra da un partito di massa (processo già avviato dai tempi della costituzione del Pd), con il partito democratico che verrebbe trasformato definitivamente in una formazione neocentrista, moderatamente “liberal” ma molto più apertamente neoliberista.

Paolo Soglia

Grillo ha iniziato una guerra per il potere e per adesso la sta vincendo

animal-farmIeri gran  bordata di Grillo ai giornali: tutti venduti. E alle TV, con tanto di fatwa: son tutti servi dei partiti, bisogna privatizzare due reti Rai e ritirare le concessioni ai privati per ridarle sotto precise condizioni. Dice il “caro fratello” dei 5 stelle:  E’ indispensabile creare una sola televisione pubblica, senza alcun legame con i partiti e con la politica e senza pubblicità. Le due rimanenti possono essere vendute al mercato. E’ necessario rivedere anche i contratti di concessione per le televisioni private e definire un codice deontologico al quale devono attenersi”. (Quale codice? non è dato sapere..)
A seguire l’ennesima stretta sulla libertà di parola ai suoi parlamentari: possono parlare solo i capigruppo Crimi e Lombardi. Gli altri muti: devono tacere perché il nemico li ascolta.
L’attacco alla libertà di stampa e d’espressione arriva dopo il tentativo di abbattere l’art. 67 della Costituzione che difende la libertà di coscienza dei parlamentari, ed è condito dal vaneggiamento su un “governo assoluto”: obiettivo 100%, totale omologazione di tutta la popolazione italiana al grillismo e al verbo nuovo.

C’è da preoccuparsi? Si, parecchio.
E la preoccupazione deriva dal fatto che le tesi di Grillo poggiano su solidissime basi: Grillo attinge a piene mani il suo consenso dalla critica violentissima alla degenerazione della politica e dei centri di potere tradizionali, una degenerazione talmente palese che nessuno può, se non è in malafede, non condividere.
Stessa cosa avviene per i media e l’informazione: la degenerazione del sistema informativo, il suo asservimento e acquiescenza ai poteri che lo alimentano, l’uso strumentale dell’informazione come enorme macchina di delegittimazione e di linciaggio dell’avversario, non li ha inventati Grillo.

Come non ha inventato la lottizzazione alla RAI, i virgolettati travisati, gli abili montaggi manipolatori e tutto il resto, compresa  la derisione o l’occultamento di tutto quello che si muove nella società ma non è approvato e riconosciuto dalle agenzie ufficiali del consenso.
Il passaggio da un giornalismo infamante a un giornalismo lecchino però è altrettanto rapido: molti di quelli che fino a ieri alacremente delegittimavano lui e il suo movimento adesso farebbero a gara a leccargli il culo, magari per accreditarsi un domani pensando a future poltrone.
Il fatto che a tempo di record in RAI sia sorto un “comitato 5 stelle” tra i dipendenti la dice lunga sul trasformismo di questo paese e sull’abitudine a servire il potente di turno..
Certo: mica tutti i giornalisti sono venduti, mica tutti i media sono macchine del fango. Ma è la vibrazione di fondo quella che dà il tono a tutta l’orchestra: si potrebbe dire la stessa cosa per la politica e gli esponenti politici. Mica sono tutti ladri, corrotti e opportunisti. Ma se gran parte della politica si riduce a corruzione e degradazione e se gran parte della popolazione italiana (mica solo Grillo e i grillini..) li percepisce così, a prescindere, ecco che l’equazione si realizza.

L’altra sera sentivo Franco Siddi (presidente FNSI) a Radio Popolare arrampicarsi sugli specchi. Doveva commentare la fatwa di Grillo, ma sentirlo difendere l’Usigrai definendolo un baluardo dell’indipendenza dei giornalisti RAI dall’invadenza dei partiti metteva sinceramente pena: ero in imbarazzo per lui.
In questi anni poi, tanti (ma proprio tanti..), anche quando non hanno direttamente rubato, corrotto o approfittato di entrature politiche per acquisire vantaggi personali a scapito di quelli collettivi, hanno taciuto. Un silenzio assordante, che metto al pari solo a quello attuale di tanti intellettuali senili, osannati da sempre come “libertari”, che adesso si sbracciano con Grillo sui palchi o sulle spiagge mascherate e non trovano una parola, dico UNA, per denunciare – o quantomeno criticare – le derive antilibertarie e regimeggianti di Grillo. Un conformismo della rivolta davvero rivoltante. D’altronde anche a Sartre, ai suoi tempi, veniva difficile criticare Stalin e l’Unione Sovietica, preferendo incensarne solo gli aspetti positivi…
Senza poi parlare dei corifei settuagenari del mondo dello spettacolo o del jet set rampante: Albertazzi, Villaggio, Mina, la Laurito, Ramazzotti, Lapo Elkan e via osannando.

Ma torniamo a noi. Grillo e Casaleggio sfruttano un potenziale di situazione enorme: ogni critica alle loro farneticazioni da regime viene sistematicamente rivoltata contro gli interlocutori accusati di difendere l’esistente e il sistema corrotto e marcio che si vuole abbattere. Le elezioni svolte nel momento di più alta crisi sistemica ed economica del dopoguerra hanno dimostrato che un quarto della popolazione lo ha seguito e altrettanti potrebbero esser pronti a farlo, a dispetto di ogni ragionamento critico o di paventato rischio di deriva autoritaria.
Cercare di “sputtanarlo”, come si usa fare comunemente in questo paese, nel tentativo di dimostrare che essendo tutti delle merde nessuno si può ergere a moralizzatore non funziona, anzi, può rafforzarlo: non saranno le accuse di fascismo né le case in Costarica a fermare il grillismo a cui in tanti sembrano in procinto di abbandonarsi.
In questo contesto difficilissimo Bersani si è mosso in modo intelligente, ma sconta gli errori del passato (anche recentissimo) per essere credibile. Primo fra tutti il fatto che nessuno crede che il Pd avrebbe intrapreso un cammino di cambiamento e discontinuità senza aver il fiato sul collo dei 5 stelle. E anche Sel appare in difficoltà: pur incassando la sterzata a sinistra della coalizione è evidente che gli elettori non hanno creduto che questo potesse avvenire rafforzando Sel e gli hanno preferito Grillo che si opponeva frontalmente al Pd dall’esterno.
Infine nel Pd l’appoggio unanime alla svolta di Bersani appare, ai più, solo un espediente tattico del funzionariato, più che un vero e proprio cambio di linea: molti sembrano acquattati ad aspettare il “cadavere” del segretario scendere dalle scale di Palazzo Madama, per poi vedere cosa fare.

Il paradosso del Pd è che molti di quelli che hanno approvato la linea in Direzione sono già pronti ad appoggiare Renzi che di quella linea è il più fiero oppositore: dunque l’ennesima prova di trasformismo di un ceto politico disposto a tutto pur di perpetuare se stesso.
Servirebbe una forza nettamente più innovatrice e al tempo stesso più autorevole rispetto a quella che sta mettendo in campo ora l’attuale centrosinistra. Servirebbe una linea chiara di discontinuità dal passato che si incarni in nuove facce e nuove parole. Ma per farlo serve tempo e soprattutto occorre “liberare” i parlamentari cittadini eletti coi 5 stelle dall’ammorbante controllo del “caro fratello” e del suo guru. Vendola quando andrà da Napolitano, oltre a confermare l’appoggio scontato al tentativo di Bersani, dovrebbe suggerire al Capo dello Stato, in caso di fallimento della prima ipotesi, un governo civico presieduto da una personalità di indiscussa garanzia (si faceva il nome di Rodotà..) che componga un governo di scopo, aperto nella sua composizione anche a persone molto in gamba (non “personalità”: persone)  che possano far camminare questa voglia di cambiamento andando oltre gli otto punti di Bersani.

Sui nomi e sui contenuti però devono esprimersi anche i parlamentari a 5 stelle. Sicuramente ci sono tanti parlamentari grillini felici di assecodare i “cari fratelli” seguendone diligentemente ogni ordine. Ce ne sono sicuramente altri, che per ora stanno in silenzio, che potrebbero presto aver voglia di affrancarsi: a loro deve essere restituita la parola, vanno assolutamente liberati dal condizionamento di sorveglianza poliziesca e di intimidazione dei “grandi fratelli” Grillo/Casaleggio.  Insomma, bisogna cercar di far vincere quello che c’è di buono in questa (presunta) “rivoluzione” arginando e combattendo i “cari fratelli” che la promuovono e la cavalcano per i loro obiettivi di potere. E avviare la legislatura è l’unico modo per cominciare a provarci.

Paolo Soglia