Ancora sul Dall’Ara. E anche Virginio nel suo piccolo s’incazza (ma perchè?)

Dopo la svolta della settimana scorsa, alla festa dell’Unità, in cui Virginio Merola ha abbandonato l’idea delle aree compensative ai Prati di Caprara e messo la mano in tasca per partecipare alle spese di ristrutturazione del Dall’Ara (come auspicavo nel mio post di luglio: che il Comune “battesse un colpo”..), molti hanno parlato di “clamoroso colpo di scena”.

L’amico  Fausto Tomei, che pur può dirsi soddisfatto essendosi battuto contro la cementificazione dei Prati di Caprara, lamentava il mancato riconoscimento da parte della stampa locale del ruolo avuto dall’opposizione (Coalizione Civica e Comitato) nel far cambiare idea al Sindaco. Personalmente ritengo che sul piano della cronaca i giornali abbiano fatto un lavoro corretto. Semmai è l’analisi della “svolta” che non è stata sufficientemente approfondita. Per quanto invece riguarda il problema della “notiziabilità”, si sa che a Bologna è appannaggio degli “opinion leader” riconosciuti (sempre quelli, peraltro, da almeno tre decenni, anche se non sono più leader e non muovono più le masse). Difficilmente ai singoli normali cittadini, specie se battitori liberi, viene riconosciuto questo ruolo.

Primogeniture a parte, non è questo il tema: personalmente son soddisfatto della cosiddetta svolta e penso che il risultato sia ben più importante delle piccole bugie che il Sindaco ha utilizzato nell’annunciarla. Quella, per esempio, che non c’è mai stato un progetto outlet sui Prati. Invece c’era eccome, se ne parlava da due anni e come ha fatto garbatamente notare Maccaferri avevano portato pure lo studio di fattibilità in comune un anno fa e in Comune gli avevano detto che andava tutto bene. Anche il Presidente di Confindustria Vacchi ha manifestato un po’ di “stupore”… Ma nessuno ha fatto polemica, perchè poi nè Maccaferri nè Confindustria si vogliono impiccare sulla Cittadella della Moda: col Comune ci lavorano tutti i giorni, quindi incassano in silenzio e vanno avanti.

Ma allora perchè Merola è così incazzato?
Io penso che  la “svolta” sia dovuta a ragioni sia tecniche che politiche e che sia frutto anche delle pressioni dell’assessore Matteo Lepore che ha intravisto il cul de sac in cui il Comune si era cacciato.
Come dicevo nel mio post precedente, era abbastanza singolare (senza riscontri in Europa) la posizione di un Comune che sosteneva l’ipotesi di una ristrutturazione milionaria dello Stadio tutta a carico di un privato, pur mantenendo pubblica la proprietà dello stadio stesso. Inoltre la questione delle aree compensative, usate come fossero un “menù” dispiegato su tutto il territorio comunale, da cui scegliere, per trovare la “quadra” con Saputo, era totalmente al di fuori di quanto previsto dalla Legge Lotti sugli stadi varata dal Governo Renzi. Lo stesso sottosegretario Lotti venne a spiegarlo di persona al Sindaco l’autunno scorso.
Ma Merola all’epoca era ben intenzionato ad andare avanti, come si legge nel pezzo di Fernando Pellerano del 9 luglio 2017.

Allora cos’è successo nell’ultimo anno? Molte cose…
Primo: è nato un comitato che via via si è ingrossato e ha fatto della battaglia per la salvaguardia del bosco urbano la “madre di tutte le battaglie”. Se all’inizio in Comune e nel Pd non l’avevano preso in considerazione e veniva perfino sbeffeggiato su radio e giornali (il solito comitatino dei “radical chic”), mano a mano che il tempo passava il comitato si ingrossava e si organizzava, sostenuto anche da Coalizione Civica, che pur mantenendo una sua autonoma posizione di fatto appoggiava la battaglia contro l’outlet e si batteva per la difesa del bosco urbano.
Politicamente poi c’è stato il 4 marzo 2018.
La sconfitta rovinosa del Pd nazionale, proseguita a livello locale con la perdita di un bastione “bulgaro” come Imola, ha messo in discussione anche le prossime elezioni nel capoluogo. Nulla è più scontato.

Si aggiunga ai problemi politici il dilemma “tecnico” di dare il via a un’operazione così impattante e complessa. Nonostante il Comune abbia sempre ostentato sicurezza appellandosi al POC, non era affatto scontato che si potesse costruire e abbattere una significativa parte di bosco. Sicuramente ci sarebbero stati ricorsi al TAR, ritardi, forse il blocco dei lavori.
Risultato? C’era il forte rischio di andare a elezioni con un’agguerrita opposizione ambientalista, esacerbata contro la Giunta, e con la spada di Damocle del blocco dei lavori. Quindi senza nessuna certezza sulla ristrutturazione dello Stadio e con la prospettiva che Saputo a quel punto abbandonasse la partita Dall’Ara (forse anche il Club..) o chiedesse un’area per farsi il suo Stadio di proprietà. Questo avrebbe fatto infuriare anche migliaia e migliaia di tifosi: insomma, la “tempesta perfetta” che avrebbe portato il partito di maggioranza a sicura rovina.

E’ quindi cominciata l’operazione di “sganciamento”. A mio avviso portata avanti dall’Assessore Lepore che ha intravisto i pericoli e che è il più interessato ad arrivare in salute all’appuntamento elettorale, essendo uno dei papabili alla successione di Merola.
Non credo che sia un caso che Lepore, a luglio, abbia commentato il mio post dicendo che: “… per quanto riguarda i Prati di Caprara la questione è da scollegare dalle scelte dello Stadio. A mio parere non è infatti la questione ‘se i conti tornano’ alla quale dobbiamo guardare in quel caso ma se urbanisticamente le ipotesi di trasformazione dei Prati siano compatibili con le previsioni o in ogni caso sostenibili dal punto di vista ambientale e dei carichi di traffico…”.
Il segnale è subito arrivato sui giornali che il giorno dopo l’hanno interpretato come uno “stop” allo scambio automatico sulle aree compensative. 

Si arriva così al coup de theatre agostano di Merola, fatto sotto i riflettori della Festa per disinnescare la bomba: quello scambio (Stadio /Prati) non s’ha da fare, sarà il Comune ad investire direttamente in partnership con Saputo. Il Bologna fc è d’accordo, il Comitato incassa lo stop all’outlet, i tifosi hanno la certezza che l’operazione andrà avanti e Saputo non avrà la tentazione di andarsene da altre parti. Tutti contenti (più o meno, a bologna non si è mai contenti al 100%).

Resta la domanda del titolo, perchè allora Merola s’incazza? Bastano due starnuti dello stimato urbanista Cervellati e del noto architetto Cucinella a turbargli il sonno?
Certo gli starnuti dei Cervellati e dei Cucinella fanno subito notizia e vengon subito ripresi dai giornali, anche se poi dicono cose stranote e che hanno già detto 100 volte.
Cose che peraltro, come tutte le libere opinioni, hanno il diritto di ribadire quanto vogliono.
Evidentemente lo sbotto di Merola, che cade anche nel turpiloquio (“Basta con le stronzate…”), ha due spiegazioni. La prima è difensiva: visto che era ben noto che il Comune volesse rifare lo stadio coi soldi di Saputo e lo scambio delle aree, adesso che la linea è cambiata repentinamente bisogna ribadirla con forza, difendendosi attaccando e non lasciando adito a dubbi. Colorandola pure con qualche parola forte, come va di moda oggi nel far politica tra i leader che van per la maggiore (ve lo immaginate il professor Zangheri o Imbeni, ai loro tempi, a parlare di “stronzate” in tv? Ma erano appunto altri tempi…).

La seconda ragione, più insidiosa, è che il “partito dello stadio nuovo”, che coinvolge vari interessi, non è mai morto. Adesso batterà il tasto del peso sulla collettività dei costi della ristrutturazione, proponendo (l’ha già fatto in passato e forse lo sta ancora facendo) che il Comune invece dia una bell’area a Saputo per farci il suo nuovo Stadio di proprietà. Più magari qualcos’altro…

Vi torna?

Paolo Soglia

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La tragedia di una squadra ridicola

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Mi costa abbastanza scrivere questo post, ma purtroppo ce ne sono le ragioni.
Nello sport, nel calcio in particolare, può accadere tutto. E molto spesso le amarezze sorpassano di gran lunga le gioie.
Se sei un tifoso del Bologna poi questa non è una probabilità: è una certezza…

Ma questo non è mai stato un motivo per fermare la passione. Anzi questa si alimenta spesso anche dalle epiche difficoltà con cui la squadra si deve confrontare, vista la sua condizione quarantennale di claudicante nobile decaduta, sempre a cavallo tra A, B (ma anche serie C), tra proprietà balneari e fallimenti.

Poi un bel giorno, due anni fa, tutto è cambiato: il club sembra aver vinto il superenalotto: sull’orlo dell’ennesimo precipizio il Bologna viene rilevato da una proprietà tra le più solide del pianeta. A seguire viene creato un staff dirigenziale di ottimo livello e ingaggiato un allenatore di grande prestigio e di sicura affidabilità.
Vengono spese montagne di soldi, prima per ripianare i debiti, poi per rinforzare la squadra e infine per dare l’avvio a rilevantissimi investimenti strutturali: dal centro tecnico allo stadio.
Ebbene, il bengodi. Nulla di quanto è stato fatto, se lo analizziamo sulla carta, appare sbagliato: anzi. Sembra talmente perfetto da non poter che promettere gioie e soddisfazioni che la piazza  non vive da quasi mezzo secolo,

E invece, a parte alcuni sprazzi, alcuni rari momenti di impennata in cui la squadra sembra poter prendere il volo, da quando è risalito in serie A il Bologna ha collezionato più rovinose cadute che epiche gesta: tante sconfitte, alcune rovinose, altre incolori, tantissime poi sul filo di lana a risultato ormai quasi acquisito, che fa ancor più male.
E poco spettacolo, a parte come dicevamo alcuni lampi nel buio.

Ma quello che certamente addolora di più è l’incombente sensazione di un pericolo: la tragedia di veder trasformata la propria squadra nello zimbello del campionato, peraltro senza nemmeno rischiare l’ennesima umiliante retrocessione.
E’ il peggior incubo del tifoso.
Puoi vedere tutto: meste partite in cui in 94 minuti mai (dico mai) la tua squadra tira in porta, orrende prestazioni, errori marchiani e torti arbitrali.

Ma quello che un tifoso proprio non può sopportare è una squadra che fa ridere di se tutta Italia.
Quelle squadre che fanno sempre l’epopea al contrario: capaci di abbattere record negativi e la partita successiva di superarsi.
L’uno/due della sconfitta in casa col Napoli per 1 a 7, passivo mai subito nella centenaria storia rossoblù, unito all’incredibile partita fatta tre giorni dopo contro il Milan, in cui siamo riusciti nella titanica impresa di non segnare mai e poi addirittura di perdere al 90° contro una squadra ridotta in nove, candidano il Bologna a essere il peggio che un tifoso possa aspettarsi, l’unica cosa che può disamorare anche il più inossidabile innamorato dei colori rossoblù:
Essere una squadra ridicola.

Paolo Soglia

L’assurdo “veto” della Curia alla curva “Arpad Weisz”

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Ai funerali di Ezio Pascutti Monsignor Vecchi ha lanciato il suo monito: “Non si cambi nome alla curva San Luca”.
Difficile capire a che titolo parli il vulcanico prelato bolognese: la curva ospiti dello stadio Dall’Ara non è un luogo sacro per la Chiesa Cattolica, nè la medesima ha titoli di proprietà nè di usufrutto da vantare per avere voce in capitolo.
Ma in una città in cui si è usi dare credito ad ogni esternazione di via Altabella, senza mai chiedersi il perchè, la cosa non stupisce più di tanto.
Annotiamo dunque che Vecchi, subito sostenuto dalle truppe di complemento (Pierferdinando Casini e altri) rivendica un potere di veto su una decisione che spetta unicamente al Comune in accordo con la Società Bologna Football Club 1909.

La polemica si è improvvisamente riaccesa quando dal Comune, per bocca dell’assessore Matteo Lepore, è stata confermata la decisione.
Perchè Vecchi non vuole sia nominata la curva ospiti all’ebreo Arpad Weisz, il grande allenatore ungherese d’ante guerra più titolato e vincente nella storia centenaria del Club, cacciato come un cane da Bologna e dall’Italia a causa delle leggi razziali volute dal fascismo e poi morto con la sua famiglia ad Auschwitz? Questo non lo dice e non si sa.
Un’offesa alla Madonna di San Luca? E perchè mai? San Luca continuerà a stagliarsi sopra Bologna e la Madonna non ne sarà turbata.
Bisognerebbe ricordare a Vecchi, e a tutti coloro che gridano allo scandalo, che la titolazione delle curve del Littoriale e poi Comunale ha avuto una mera origine toponomastica: la “Andrea Costa”, catino del tifo rossoblù, si affaccia sulla via omonima, così come la “San Luca” si appoggia di fatto al Meloncello e ai portici che conducono alla basilica sul colle. Tutto qua.

E d’altronde: quando l’Andrea Costa venne rinominata “Bulgarelli”, in onore del glorioso capitano, mica si sono alzati in piedi sdegnati migliaia di laici e l’intero popolo di sinistra. Nessuno storico del pensiero socialista si è eretto con foga ad evitare che venisse “cancellata” l’intitolazione della curva al primo deputato socialista del Regno d’Italia, al fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, pluriarrestato per le sue battaglie e più volte condannato come organizzatore di manifestazioni sediziose, come quella repressa a cannonate a Milano da quella canaglia del generale Bava Beccaris.
Nessuno ha detto beo: perchè è evidente a tutti che con l’omaggio a Bulgarelli nulla si toglieva alla figura di Andrea Costa, di cui la curva portava il nome solo per il fatto di affacciarsi sull’omonima via.

E dunque stia tranquillo il Monsignore: la curva “Arpad Weisz” non cancella San Luca e non offende la Madonna. Anzi: è un gesto doveroso nei confronti di un uomo che ha reso grande il Bologna, che alla sua epoca era “la squadra che faceva tremare il mondo”, la squadra da battere, come oggi lo sono Barcellona, Bayern o Real Madrid.
E che questa città ha lasciato fosse espulso in silenzio, in quanto ebreo, senza dire nulla, costringendolo a fuggire braccato in tutta Europa, scordandosi persino – per tanti anni – della sua stessa esistenza e dell’orribile fine nel mattatoio nazista quando – purtroppo – le SS lo catturarono in Olanda e lo deportarono in Polonia.

Un po’ più di rispetto e di moderazione da parte della Curia su questa vicenda, prima di lanciar moniti e scomodare categorie come “la sensibilità” e le “offese”, non guasterebbe…

Paolo Soglia