Quel pasticciaccio brutto della cittadinanza onoraria a Mihajlovic

Siamo all’ennesima puntata della storia, non edificante, della concessione a Sinisa Mihalovic della cittadinanza onoraria.
Ne avevo parlato già in altre occasioni: nell’articolo pubblicato su “Cantiere Bologna” nel luglio scorso avevo già denunciato i danni prodotti dalla “politica emozionale”, quel modo di far politica sganciato ormai da una visione ideologica complessiva del mondo che porta a fare scelte e atti politici formali sull’onda dell’emotività del momento, nello specifico la malattia che ha colpito Mihajlovic che suscitò una generalizzata e spontanea solidarietà in città nei suoi confronti.

Ma la cittadinanza onoraria è tutt’altra cosa. Una onorificenza del genere ovviamente deve fare i conti con la specificità del personaggio insignito, non solo di un suo momento di difficoltà e dolore, ma di quel che ha fatto e ha rappresentato in vita.
Ecco dunque che i nodi vengono al pettine perchè Mihajlovic non è uno stinco di santo (e mai ha voluto esserlo), nel suo passato c’è il macigno della sua amicizia con il criminale di guerra serbo Zeljko Raznatovic, al secolo la “Tigre Arkan”, come pure gesti non edificanti fatti sul campo di calcio.
Tutto questo doveva essere già ben presente a chi in Consiglio Comunale gli tributò questo onore. Invece è passato tutto in cavalleria, spazzato via dalla politica emozionale del “qui ed ora”, quella che non ricorda il passato e notoriamente non pensa al futuro.

Accade così che nei giorni scorsi tramite una lettera aperta sottoscritta da oltre cento personaggi, anche degnissimi della mia stima, (Don Ciotti, Roberto Morgantini e tanti altri), sia stato pubblicamente chiesto a Mihajlovic di dissociarsi dal suo passato e di condannare le passate frequentazioni amicali.
Premetto che io una lettera del genere avrei avuto molta difficoltà a sottoscriverla, perchè detesto le richieste di abiura, soprattutto se promulgate a mezzo stampa.
Io credo che nel percorso di un uomo si possa sbagliare, anche tanto, abbracciando fedi e ideali nefasti e compiendo gesti sbagliati, ma il percorso di revisione delle proprie idee deve partire da se stessi e deve essere una riflessione autentica su chi si era prima e su chi si è diventati poi.
Una certificazione pseudonotarile di presa di distanze postuma, rilasciata solo al fine di ritirare una onorificenza mi sembra un atto sterile e forzato: sia per chi la chiede sia per chi eventualmente la dovesse sottoscrivere per quieto vivere, senza peraltro aver mai fatto veramente i conti con le proprie posizioni.

Oggi sul Corriere della Sera Sinisa Mihajlovic annuncia che non risponderà alla richiesta, anche se poi lo fa indirettamente nell’intervista tornando sulla sua passata amicizia con Arkan: «Non condividerò mai quel che ha fatto, e ha fatto cose orrende. Ma non posso rinnegare un rapporto che fa parte della mia vita, di quel che sono stato. Altrimenti sarei un ipocrita».
Mihajlovic in sostanza si barcamena in un dualismo tra Raznatovic, l’amico (già peraltro schedato come criminale comune) dei tempi della Stella Rossa, e la Tigre Arkan, di cui ammette si sia  macchiato di crimini orrendi durante la guerra in ex Jugoslavia.
Una presa di posizione che immancabilmente susciterà nuove polemiche e imbarazzi.

Quello che tuttavia per me è più imbarazzante è la decisione del Sindaco e della stragrande maggioranza trasversale del Consiglio Comunale di Bologna che a parte qualche eccezione (Amelia Frascaroli e i consiglieri di Coalizione Civica) si sono andati a imbottigliare in questo vicolo cieco. Da cui non si esce trasformando Mihajlovic in un santino, che chiede scusa e fa il bravo bambino.
Si vorrebbe, in sostanza, che a togliere le castagne dal fuoco della politica fosse lo stesso Mihajlovic rendendosi presentabile nel momento di ritirare il premio.
Ma se era impresentabile prima, perchè glielo avete dato? Perchè avete votato una cittadinanza onoraria basata sul fatto che aveva malauguratamente contratto la leucemia?

Dunque se Mihajlovic per non essere ipocrita con se stesso, dice lui, non rinnega la sua amicizia con Arkan, le forze politiche che in consiglio hanno votato la sua cittadinanza e adesso se ne vergognano (parlo in particolare dei consiglieri del PD), dovrebbero fare un atto di onestà politica e dire che si sono sbagliati, ritirando quella onorificenza.
Altrimenti – e questo è un paradosso della storia – risulterà che alla fin fine il più coerente in tutta sta vicenda resta Mihajlovic, che quel riconoscimento non l’ha mai chiesto e il cui desiderio, passata la pietas ricevuta nel momento della malattia, è solo quello di tornare a essere (son parole sue) “uno zingaro di merda…”

Paolo Soglia

Photo by Paolo Righi

Il due agosto che vorrei

Quasi perfetto.
E’ questo che pensavo stamattina nel piazzale della stazione, in questo due agosto anomalo che la pandemia ha scombussolato proprio nell’anno del quarantennale.
Può non esser condiviso da molti e può apparire strano che a dirlo sia un giornalista con alle spalle una carriera radiofonica, che ha sempre avuto a che fare con le parole, ma il due agosto che vorrei, da qui in avanti, in stazione, è molto simile a questo: rarefatto, poi silenzioso, infine solenne.

Le parole non vanno abolite, ma decentrate. Gli interventi istituzionali di sindaci e ministri, l’orazione del Presidente dei familiari, se potessi decidere io, continuerei a farli solo in sede istituzionale, a Palazzo D’Accursio o in Piazza Maggiore.
E poi via, un grande corteo: non solo quello ufficiale ma quello di popolo che arriva in stazione da tutte le parti e con tutti i mezzi, e che va a riempire Piazza Medaglie D’oro.

Chi vuol portare una bandiera la porti, chi vuole portare uno striscione lo faccia, una foto, una scritta. Ma per favore niente megafoni e niente comizietti improvvisati: non ce nè bisogno, non lì, a quell’ora e in quel luogo.
Quello è un grande momento: una messa laica solenne, senza officianti.

Vedo la gente che affluisce, gli amici che si incontrano e si salutano, le generazioni che si mischiano. Chi c’era, chi non c’era e chi ci sarà tra qualche anno, perchè adesso è ancora nella pancia di una mamma incinta o a sonnecchiare in un passeggino.

Poi quel vociare diffuso, determinato ma affettuoso, si affievolisce.
Sono le 10,25, la piazza è in silenzio.
Ma non è muta, anzi, quel silenzio è assordante, struggente, denso di significato.
E quando si sentono i tre fischi della sirena parte un applauso scrosciante che dura minuti.

E’ un sogno impossibile e non accadrà, ma mi piace pensarlo.
D’ora in poi questo è il due agosto che vorrei.

La notte delle sardine

Stavolta Salvini ha sbagliato strategia.
Si è presentato come il conquistatore dell’Emilia-Romagna, dichiarando esplicitamente che la sua conquista serve a far cadere il Governo e a conquistare il paese.
Ha scelto una controfigura come candidata, una che fa meno danni se sta zitta e che vive all’ombra del leader, senza alcuna autonomia di parola e di pensiero.
Salvini, ingolosito dai numeri e dai successi elettorali, ha quindi calato la maschera: è qui per conquistare.
Si presenta da “occupante”, facendosi pure scortare dalle truppe lombarde.
Non avendo letto quasi nulla siamo sicuri che non ha letto Sun Tzu, nè tantomeno è conoscitore della terra emiliana.
La sua smaccata volontà conquistatrice per il sol fine di mettere un’altra regione, straordinariamente simbolica, nel carniere dei vinti, sta producendo una spinta esattamente contraria.
Aumenta la partecipazione, attiva gli apatici, crea momenti di grandissima partecipazione autorganizzata, rafforza spiriti unitari solo poche settimane fa impensabili.
Tutte cose che l’asfittico partito di governo, il Pd, col suo apparato, non riesce più a fare da tempo immemore.
Salvini ha intenzione di stravincere.
E lo fa parlando di “Liberazione”, una parola delicatissima in questa terra, che mai avrebbe dovuto usare.
La Liberazione qui c’è già stata, ed è stata fatta a caro prezzo contro gente le cui idee sono diventate patrimonio integrante del repertorio del suo partito. Salvini ha trasformato la Lega da autonomista/secessionista in nazionalista e parafascista.
Evocare la Liberazione ha prodotto una spontanea reazione di ribellione che è identitaria e culturale prima ancora che politica e la piazza di ieri ne è il plastico esempio.
Quelli che erano li fisicamente, e le centinaia di migliaia che erano li col pensiero, non erano li per un’elezione, per Bonacini, il Pd o la coalizione del centrosinistra.
Erano li perchè non si sentono e non vogliono quella roba li, la Lega, il razzismo, l’odio servito a colazione, pranzo e cena.
Erano li per se stesse e per ritrovarsi con altri se stessi in una enorme manifestazione di popolo che diventa una presa di coscienza della propria forza.
Salvini ha sottovalutato tutto questo, pensando che la debolezza del Pd, la caccia al migrante e la speculazione su Bibbiano fossero sufficienti, ma sta sottovalutando la forza straordinaria e l’energia che si scatena quando ti trovi a difendere te stesso e la tua terra, le tue radici sociali e culturali.
Di fronte hai la calata leghista e tu sei la preda, il trofeo da esibire. Dietro non c’è più nulla, non c’è più terra, nè rifugio. Persa quella, perso tutto. È l’ultimo avamposto.
È questo l’errore di Salvini (che se avesse letto Sun Tzu non avrebbe mai fatto..): aver messo gli emiliani con le spalle al muro. Aver trasformato un’elezione in una occupazione.
Salvini, coscientemente o meno, ha voluto trasformare la battaglia d’Emilia nella sua personale Stalingrado.
E quindi avrà la sua Stalingrado: la piazza di Bologna diventerà simbolica ed evocativa in ogni città e in ogni paese d’Emilia e di Romagna, e la sardina ne sarà il simbolo.

La mesta fine di quella che fu una grande radio

Alè. Nel silenzio si son “venduti” una frequenza…
Fa una certa impressione leggere il laconico comunicato degli attuali responsabili di RCdC, che nel silenzio generale hanno “venduto” (pardon, scambiato..) una delle due frequenze da cui si può ascoltare la radio in città.
Tutto lecito intendiamoci, è roba loro..
Ma c’è un tono farsescamente da ventennio in quel comunicato in cui si informa che sui 94.7 Mhz ora si ascolta RDS. E che si conclude così: “Non è una ritirata, ma un passo indietro per compiere un balzo in avanti.”
Mussolini che amava i proclami tronfi e vanagloriosi faceva scrivere sui muri: “Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi !”.
E fu preso in parola, anche perchè ormai fuggendo era arrivato al Brennero.

Tornando a noi: fa una certa impressione questa dismissione nel silenzio assoluto, perchè quella era una frequenza storica che fece molto discutere: era dell’Arci che trasmetteva col nome di “Oasi Radio” negli anni ottanta/novanta. Poi L’Arci la diede in gestione a un gruppo di giovani che fondò “Radio Fujiko”.
Nel 2003/2004 la radio era sommersa di debiti e l’Arci voleva vendere la frequenza a Radio Gamma che ne deteneva una prelazione. Come editori di Radio Città del Capo, all’epoca, riuscimmo a convincere l’Arci a non vendere a una radio commerciale ma a fondersi con noi in cambio del ripiano di tutti i debiti.
Ci furono anche delle tensioni, perchè il gruppo che gestiva la radio si sentì tradito: volarono comunicati, accuse pubbliche e articoli di giornali.
Altri tempi: c’era una passione forte che animava i progetti radiofonici e di comunicazione.
Una passione che ora non c’è più, tant’è che una radio dalla storia importante come Radio Città del Capo, da quando la proprietà è passata di mano nel 2012 a una grossa coop multiservizi ha cominciato a languire e poi a spegnersi:
Prima sono stati abbandonati gli abbonati e i soci sovventori che sostenevano l’emittente, ritenuti ormai inutili. Poi è iniziato l’isolamento e la diaspora delle voci più importanti.
Ora quella radio non si sa più cosa sia: assorbita da una srl che asserisce di voler fare “un network”, ma che sembra più appassionata a collezionare e scambiare frequenze che non a produrre contenuti.
Certamente RCdC, quella vera, non il moribondo involucro che ne porta il nome, non c’è più da tempo, come spiega benissimo il video che i fuoriusciti di quella esperienza produssero e diffusero per lasciare testimonianza di come erano andate le cose.
E certamente, oggi, della radio non importa più nulla a nessuno…
Per quei pochi che fossero interessati allego il comunicato inviato l’altro giorno dall’Associazione Humus.
Paolo Soglia

 

Ciao a tutt*, 
Negli ultimi due anni, attraverso le proposte che avevamo raccolto sotto il nome RCDCViva, da cui è poi nata l’Associazione Humus, abbiamo condiviso una serie di informazioni di chi, partecipando con ruoli, competenze e tempi diversi alla trentennale esperienza di Radio Città del Capo era e probabilmente è ancora a parlare e conoscere l’evolversi dei fatti di questa emittente che abbiamo contribuito a creare, e cui eravamo incredibilmente attaccati, crediamo che si possa in questo momento parlare di:
Radio Città del Capo (pen)ultimo atto.
Con una stringata nota sul sito di RCdC si legge che hanno venduto una frequenza, il 94.700, pertanto la radio a Bologna si sente ora solo sui 96.250.
Particolarmente laconica la spiegazione: un cambio per prendere una frequenza su Firenze. Purtroppo non si dice cosa abbiano preso nella città toscana, su quale frequenza trasmettano e – soprattutto – se mandino i programmi di Radio Città del Capo.
C’è da dubitarne visto che non si capisce perché a Firenze interessi ascoltare una radio che parla di Bologna.
Ma il punto è un altro: si sta puntualmente avverando quello che il gruppo “RCdCViva”, aveva previsto – e pubblicamente denunciato – già due anni fa: la dismissione dell’esperienza radiofonica di Radio Città del Capo.
Un declino cominciato nel 2012 col cambio di proprietà (Voli/OpenGroup /Netlit): prima sono state espulse, o indotte ad andarsene, tutte le voci storiche e importanti della radio. E adesso inizia il processo di dismissione del patrimonio.
Tutto (tristemente) previsto e raccontato nel monologo “Requiem per Laradio” messo in scena in occasione del trentennale della storica emittente cittadina.
Parafrasando il comunicato di RCdC, che si giustifica dicendo  testualmente che “Non è una ritirata, ma un passo indietro per compiere un balzo in avanti”, si potrebbe aggiungere che sì, in effetti è un balzo in avanti: verso il baratro.
Nel più completo silenzio dell’informazione cittadina e in piena estate – quando da sempre, si sa, l’attenzione rispetto a certi temi è più bassa – viene ceduta una frequenza a una nota emittente nazionale commerciale: RDS.
Tutto lecito naturalmente, ma ancora una volta ci permettiamo di far notare come sia stato disperso e svilito un patrimonio culturale, sociale e politico. E di come mancherà una frequenza a voci e temi che a Bologna sono stati da sempre i protagonisti di una vivace dialettica che si riverberava anche su territorio nazionale. 
Ci è sembrato ancora una volta tristemente strano che questa straordinaria esperienza si stia dissolvendo nella più totale indifferenza, attraverso il lavoro di smantellamento di maldestri liquidatori.

Salviamo il Dall’Ara: il Comune batta un colpo

Sulla vicenda Stadio aleggiano corvi. Mi riferisco alle voci sempre più insistenti che si rincorrono: abbandonare il Dall’Ara al suo destino e costruire un nuovo stadio, in aree da definire (tipo parco nord, ma non solo).
E’ un errore gravissimo, uno scempio che si deve assolutamente evitare: questa soluzione evidentemente farebbe felici alcuni costruttori e forse anche il club (che spenderebbe meno) ma non è certo nell’interesse di Bologna.
Quale sarebbe infatti l’interesse della città ad avere in zona semicentrale una cattedrale del deserto abbandonata, un monumento storico immodificabile (perchè tutelato) ma a quel punto completamente inutile e destinato al degrado, pur sapendo che comunque peserebbe sui contribuenti perchè la manutenzione, se non si vuol che vada in pezzi, andrebbe fatta?
Lo Stadio Dall’Ara è uno degli impianti storici più belli del mondo: bisognerebbe andarne fieri e non trattarlo come un problema ingombrante.
Ma oltre ad essere un monumento lo Stadio Dall’Ara ha un destino segnato: è fatto per giocarci a calcio. Per questo fu pensato e a questo serve e lo fa ancora ottimamente essendo – a quasi un secolo dalla sua costruzione – il tappeto verde migliore d’Italia.
Dunque per salvare il Dall’Ara è necessario fare un passo indietro, cambiare approccio. Ed è necessario che il Comune di Bologna batta un colpo.
La storia ci dice che una volta arrivato “lo zio d’America” (Saputo) in Comune hanno accarezzato la ghiotta opportunità: rifare il Dall’Ara nuovo e liberarsi di tutti gli oneri di manutenzione a costo zero.
Ma qui casca l’asino: ristrutturare il Dall’Ara costa quasi il doppio che fare uno stadio nuovo, inoltre, se lo fa un privato, non ne godrebbe la proprietà. Tecnicamente il Dall’Ara è inalienabile. Lo si può dare in concessione, anche lunghissima, ma rimane sempre di proprietà pubblica (come è giusto che sia).
Ora, l’approccio “zio d’America” prevede che a fronte degli oneri da sostenere lo “zio” sia ricompensato da aree compensative di proprietà comunale, da utilizzare in proprio o da rivendere per progetti altrui.
E qui nascono i problemi: perchè lo “zio” si trova a dover fare a un investimento doppio rispetto a quello per un nuovo stadio, con una sostanziale differenza: lo stadio nuovo sarebbe di sua esclusiva proprietà (e quindi andrebbe in patrimonio) il Dall’Ara ristrutturato no.
Ma così facendo il Comune, che vuol la botte piena e “lo zio” ubriaco, non ha più in mano il pallino, o ce l’ha solo parzialmente: da un lato non mette un euro sul Dall’Ara, ma dall’altro deve trattare da posizione di debolezza sulle aree compensative, non avendo più come faro la valorizzazione di beni pubblici, secondo principi urbanistici definiti, ma dovendo venire incontro alle esigenze dei privati che da quelle aree – evidentemente (e io aggiungo: legittimamente) – vogliono poi avere dei ritorni economici.
Infatti, come ha fatto garbatamente notare  l’Ad del BFC Claudio Fenucci al Sindaco, che in questi giorni gli sta facendo fretta e alza la voce, “è la prima volta che viene chiesto a un privato di ristrutturare completamente uno stadio pubblico, senza acquisirne la proprietà”. Un caso unico al mondo.
Da qui dunque nascono tutti i problemi: al Cierrebi come ai Prati di Caprara (ma c’è anche la questione antistadio, il destino delle società sportive all’interno del Dall’Ara, etc, etc).
Per sciogliere questo nodo è necessario dunque cambiare radicalmente approccio.
Ecco dunque la mia proposta, che parte da una considerazione: chi l’ha detto che il Comune non debba investire sul Dall’Ara, monumento storico di immenso valore e impianto efficiente e prezioso per lo sport bolognese? Perchè si postula che debba essere una operazione “a costo zero” per il Comune e a totale onere dello “zio d’America”?
Il Dall’Ara vale forse meno del Nettuno o delle Torri o di altri monumenti storici?
Alcuni rispondono: perchè il Comune non ha i soldi.
Balle.
Saputo è disposto a metterci 35 milioni (meno di quello che gli costa fare uno stadio nuovo) il resto deve saltar fuori dalle aree compensative.
Ebbene, per non impiccarsi sulle aree compensative, consentendo obtorto collo piccole/grandi speculazioni, il comune a mio avviso deve mettere l’altro 50%.
In parte è quello che propone l’amico Fausto Tomei, consigliere del quartiere Saragozza. Ma Tomei parla di un gesto oblativo della cittadinanza, una sorta di colletta tutta sulle spalle dei cittadini.
No: i soldi devono venire dal Comune, facendo ricorso al Credito Sportivo.
Coi tassi estremamente agevolati della banca pubblica per lo sport, un mutuo venticinquennale di 35/40 milioni peserebbe sul Comune per meno di 2 milioni l’anno.
Una cifra ridicola per una città area metropolitana come Bologna.
Senza contare che questa rata annuale potrebbe essere in qualche modo ammortizzata. Se non del tutto, almeno parzialmente: basterebbe che dopo la ristrutturazione il Comune si riservasse nel nuovo stadio 500/1000 posti da destinare – annualmente – ad aziende o privati che volessero contribuire al salvataggio del Dall’Ara mettendoci la firma, comprando abbonamenti speciali assegnati in base a donazioni a prezzi maggiorati.
Se metti 500 posti a 1000 euro per i privati e altri 500 a 5000 euro per le aziende, puoi ricavare fino a 3.000.000 di euro l’anno. E potresti anche prevedere che una volta coperta la rata pubblica del mutuo la parte eccedente vada nelle casse del BFC che così avrebbe tutto l’interesse a promuovere questo tipo di sovvenzione (detraibile…).
A questo punto il Comune potrebbe fare a meno di esporsi così tanto sulle aree compensative (o ridurle a qualche minimo spazio attorno allo stadio Dall’Ara, in modo che siano incluse solo quelle funzionali al progetto di ristrutturazione).
E al tempo stesso la città avrebbe un Dall’Ara riqualificato invece di una cattedrale abbandonata e dell’ennesimo progetto di ipercementificazione per un nuovo impianto (più chissà cosa…) in periferia.
Vi torna?
Paolo Soglia

La legittimazione del fascismo come strategia elettorale?

Il PD di Renzi e Minniti perderà le elezioni. Sperano di non perderle troppo male, e se ciò accadesse è già pronto l’accordo con Forza Italia e responsabili vari che spunteranno come funghi per un governo di larghe intese. Essendo in grande difficoltà, sia sul piano politico che su quello sociale, il PD di Renzi ha ben poco da offrire: la propaganda si limita alla chiamata alle armi contro “le destre” (ma quali?) e all’invito al “voto utile”. Ci sono però due aspetti particolarmente curiosi da analizzare:

  1. Il Pd ha prodotto una legge elettorale fatta apposta per farli perdere e far vincere Berlusconi, da qui l’appello al voto utile che in realtà sarà ben poco utile.
  2. Il Pd non avendo una proposta chiara nè un’identità politica forte, ha bisogno assoluto di un nemico da sbandierare: la destra. Però funziona poco, visto che le politiche assunte dal Pd ricorrono costantemente le destre sul loro stesso terreno.

Evocare il solito mostro Salvini e la Lega non basta più, anche perchè Salvini ha il vento in poppa e le politiche del PD sull’immigrazione fatte da Minniti e company non si differenziano, anzi inseguono, quelle di Salvini. Ecco dunque il necessario salto di qualità, diciamo così, dettato più dalla disperazione e dal calcolo di basso profilo che non da una strategia compiuta: rilegittimare formazioni fasciste, piccole ma altamente “evocative”, aprendogli le porte alle elezioni politiche.
Il che significa visibilità, comizi in piazza, cortei e propaganda elettorale su tutte le tv pubbliche e private:
Il calcolo è tanto gretto quanto politicamente indecente: intanto Casapound e Forza Nuova, per quanto minoritari, rosicchieranno voti alla Lega: pochi ma magari sufficienti per non farli arrivare ad avere una maggioranza assoluta.
In secondo luogo, accendendo la mina della ri-legittimazione del fascismo, il PD renziano si sta invischiando in una farsesca (ma vedendo Macerata mica poi tanto..) mini “strategia della tensione”: alimentare l’instabilità, le provocazioni e quindi gli scontri di piazza, e subito dopo additare ai moderati spaventati “gli opposti estremismi responsabili dei disordini”.
La linea appare chiara, soprattutto dopo la giornata di ieri a Bologna gestita in perfetta sintonia tra Prefettura, Comune e Viminale: da Renzi a Fassino, da Minniti a Gentiloni, passando per le retroguardie locali dei De Maria e dei Merola, il coro era identico: “Rossi e Neri” tutti uguali, tutti portatori di “violenza”.
Mentre il fascismo per un cinico e sciagurato calcolo elettorale viene pedissequamente equiparato all’antifascismo, paro paro, l’antifascismo, lungi dall’esser più considerato un pilastro fondativo della Repubblica, viene declassato a fenomeno residuale: una sorta di conventicola di “violenti” tutta gestita dai temibili centri sociali (cosa peraltro falsa vista l’eterogeneità della gente che ieri era in piazza).
Insomma, è la riproposizione in salsa renziana della vecchia teoria anni ’70 della DC: “avanti al centro contro gli opposti estremismi”.
Il PD è alla frutta, e per restare sull’arcione pensa forse di blandire la paura dei moderati per limitare l’astensione e far votare “la grande forza tranquilla”.
Un calcolo cinico perchè basato su meschine esigenze di marketing elettorale, ma dalle conseguenze devastanti sul medio lungo periodo.

In sostanza si è sdoganato il diritto di formazioni neofasciste come Forza Nuova e Casapound non solo di esistere e partecipare al gioco democratico presentandosi alle elezioni politiche, infischiandosene della Costituzione, ma pure di poter impunemente rivendicare un atto terroristico di tentata strage, come ha fatto Forza Nuova con Traini a Macerata, e il tutto senza fare una piega.
Anzi: si schiera la polizia a loro difesa, pur essendo 4 gatti che potrebbero benissimo esser decentrati altrove, con un dispendio di forze degno del G8, e gli si concedono le piazze più importanti nelle ore di punta in modo che possano fare più danno possibile rivendicando con slogan e urla il suprematismo nazionalista, ammiccando a una tentata strage di cui hanno assunto la responsabilità politica, pagando pure le spese legali allo stragista. E se c’è chi si oppone allora botte, salvo poi il giorno dopo lanciare accorati strali contro la violenza dei manifestanti, e fare la semplice equazione: “rossi o neri, sono tutti uguali”.

Pura DC anni ’70, pura e semplice strategia della tensione a bassa intensità, per il momento con qualche sparo ma senza bombe.
Per il momento…

Paolo Soglia

Addio Don Novello

 
Per noialtri di San Mamolo, noi nati in quel microcosmo che va da Porta D’Azeglio fino alle vie dei Colli e di Roncrio, Don Novello era una delle “istituzioni”: presenti, eterne e inamovibili.
Come lo erano il Moretto e i suoi osti, a cominciare da Artemio, come il Bar Ciccio con Ciccio, Fausto e la Dolly.
Come lo era la Casa del Popolo, che oltre a ospitare il circolo Arci coi suoi biliardi (poi Bar Ciccio), e pure casa mia dal lato di San Vittore, ospitava l’enorme sezione del PCI, la “Martelli”, coi suoi saloni sempre pregni dell’odore di fumo per le mille riunioni, i ritratti del santuario comunista, i manifesti di propaganda.
Poco più su c’era la chiesa di Saverio e Mamolo, regno incontrastato di Don Novello, fin dall’anno 1970.
Lo conobbi ovviamente prestissimo Don Novello: io ero un bambino comunista che a dieci anni girava la domenica la via San Mamolo per distribuire L’Unità, lui era sempre in giro, da solo o con il suo seguito di chierichetti.
Ci incrociavamo quindi, e quando mi vedeva mi fermava per far due chiacchiere. Era furbo Don Novello, mica mi faceva prediche,o si lamentava perchè non facevo catechismo, anzi… mi diceva con nonchalance: “Paolo, perchè non vieni qualche volta su da noi (in Parrocchia, ndr), abbiamo messo su la squadra di basket e facciamo i corsi di judo e karate..”. Insomma, un vero “diavolo tentatore” per la mia fede di giovane comunista.
Ci siamo incrociati poi tante altre volte nel corso del tempo, coi miei vecchi, Ciro e Anna, aveva instaurato un rapporto che andava oltre le rispettive chiese e il reciproco rispetto. Correva una vena di simpatia, anche perchè Don Novello era uomo di grande ironia e intelligenza, e dove ci sono queste componenti l’empatia scatta immediata.
Quando facevo il fotoreporter una volta lo immortalai mentre donava un’ambulanza all’Ospedale Bellaria (era anche nei Cavalieri dell’Ordine di Malta). Le stampai e gliele feci avere e lui ne fu contentissimo. Nel corso del tempo ci siamo scambiati lettere e soprattutto libri: era teologo, esprimeva un cattolicesimo tradizionale ma non privo di umanità. Io a quel punto per ricambiare gli regalavo i miei di libri (con qualche pudore), perchè lui era attento e quando usciva qualcosa di mio subito ne parlava con mia madre e io glielo facevo avere.
Ma di Don Novello, come dicevo, mi faceva sangue la sua ironia, il “motto di spirito” freudiano di cui era dotato. Passati gli ottanta ancora andava in giro a benedire, una volta andò su da mia madre e faceva fatica a far le scale, mia madre gli aprì e disse: “Ben Don Novello, va ancora in giro a far le benedizioni alla sua età ?” E lui senza scomporsi: “Cosa vuol mai cara Anna, non abbiamo più preti: ci stiamo estinguendo come i comunisti..”.
Caro Don Novello, se avevi ragione tu avrai sicuramente avuto modo di notare che ieri non ero al tuo funerale, in chiesa a San Mamolo, con Zuppi e tutti i tuoi fedeli.
Massimo rispetto, ma quello era il tuo ambiente, non il mio: ancora una volta, come quarant’anni fa, non mi son presentato in Parrocchia…
Ma questo non significa che non ti abbia pensato.
Un abbraccio,
Paolo

Piero Santi

Ballotta In Radio
Tanti e tanti anni fa una volta incontrai l’attrice Piera Degli Esposti che mi disse: “Mi ha intervistato la tua radio, una persona bravissima, veramente molto competente”.
Mi riempii di orgoglio: noi avevamo Piero Santi.
La quantità di artisti che Piero conosceva e contattava personalmente, che quando venivano a Bologna non potevano non venire in studio a RCdC per farsi intervistare da Piero era impressionante
E altrettanto mi impressionava constatare come molti di questi artisti, spesso formidabili ma altamente egotici, vedessero subito in Piero qualcosa di  speciale.
Passare dai suoi microfoni non era una semplice comparsata: lo stimavano.

Non era una persona facile Piero: lingua tagliente e a volte bizzoso perchè anche lui era un artista. Ma era il regista conduttore professionalmente migliore che abbiamo mai avuto.
A me però piace anche ricordarmelo quando cazzeggiava. Era uno spettacolo meraviglioso vedere quando intervistava al telefono qualche personaggio minore che se la tirava un po’ troppo: a voi fuori arrivava un audio impeccabile e professionale, ma noi da dentro vedevamo le facce che faceva Piero e come lo prendeva silenziosamente per i fondelli gesticolando e ridendosela da solo, da attore consumato.
Uno spettacolo, da scompisciarsi…

Piero per me che facevo informazione era anche una spalla eccezionale.
non è mai facile andare in onda in due: questioni di chimica, di tempi, di intesa.
Ebbene con Piero era un piacere, l’intesa era perfetta, i tempi giusti: sembrava che fare la radio fosse sempre la cosa più facile del mondo.
Tra collegamenti che saltavano, Ansa da leggere, dirette impazzite da manifestazioni tumultuose, collegamenti con Popolare Network: con Piero Santi al tuo fianco eri al sicuro.

Quando nel ’92 cominciai a fare radio ero un pivellino che aveva paura del microfono: poi col tempo imparai e diventai pure Presidente della radio e Direttore dell’informazione.
Piero Santi invece era già lì, era li da prima di tutti noi e noi eravamo abituati al fatto che sarebbe rimasto li per sempre.
E così voglio che sia: Piero è li, al microfono, è li che sta per chiamare al telefono il suo ospite, è lì che sente in preascolto il disco Humus della settimana.

Per sempre.

Merolì, Merolà…

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26 maggio 2011 – QUESTIONE DI CIVIS-TA’
Merola: “E’ interesse della città concludere i cantieri del Civis al più presto”. E’ quanto afferma il sindaco di Bologna Virginio Merola, rispondendo ai cronisti a Palazzo D’Accursio, in merito ai lavori ancora in corso per la realizzazione del tram su gomma.

7 giugno 2011 – IL CIVIS E’ UN GRAN PACCO
«Lo ridiamo indietro, questo pacco!». Così risponde al giornalista di Report, Alberto Nerazzini, il sindaco Virginio Merola che si lancia poi su progetti come il People Mover e il Passante Nord: “È una vicenda che ho condiviso fin dall’inizio  io sono per partire al più presto “.

17 ottobre 2012 – STALINISTA!
Merola (bersaniano ‘de fero’) attacca Renzi e i renziani: “Quella del “se vinco io tutti gli altri a casa” è vecchia politica, che ricorda un sistema stalinista”.

25 aprile 2013 – IL MIGLIORE
Merola diventa renziano: “Io mi sono opposto a Renzi, oggi penso sia una nostra risorsa, ma non per questo mi sento un traditore. Il primo cittadino di Firenze ha tutte le caratteristiche per essere il nostro candidato per il futuro governo. Questo poi lo deciderà il congresso. Andiamo verso una fase in cui è importante essere uniti pur nelle differenti posizioni e opinioni. Bisogna fare il Pd e convivere con la pluralità. La sinistra moderna deve esser questo”.

23 ottobre 2015 – IL PASSANTE NORD SI FA
Merola è raggiante “L’accordo è vicino, Stiamo per sbloccare i fondi da 1,4 miliardi…”

11 novembre 2015 –CONTRORDINE COMPAGNI: IL PASSANTE FA SCHIFO
Merola è tranciante: “Idea superata, il miliardo e 300 milioni già stanziati per l’opera dovranno essere utilizzati per ampliare l’autostrada e la tangenziale di Bologna che corrono parallele.”

Novembre 2014 – VIVA IL JOBS ACT, ABBASSO L’ARTICOLO 18
Merola attacca i parlamentari che non votano il Jobs Act: “L’articolo 18 è un ostacolo per i precari. Chi nel Pd non lo vota faccia come gli pare. Ricordo solo- manda a dire Merola, oggi a margine di una commissione- che non siamo un’armata Brancaleone. Se si decidono le cose a maggioranza bisogna rispettare, in qualsiasi comunità che si chiami partito, i deliberati della maggioranza”.

30 Maggio 2016 – IL JOBS ACT E’ UN OBBROBRIO, ABOLIAMOLO!
Il primo cittadino Pd Virginio Merola ha firmato per la nuova Carta dei diritti proposta dalla CGIL e, soprattutto, per il referendum sulla modifica del Jobs act, la legge-simbolo del governo Renzi. Una firma che punta, tra le altre cose, a reintrodurre l’articolo 18: “L’ho fatto perché credo sia importante rimettere il lavoro al centro delle nostre riflessioni”.

Paolo Soglia

Al voto, al voto

mirco marina

Come la penso, per chi mi conosce, non è un mistero.
Ho fatto parte di Coalizione Civica fin dal primo istante e ne ho seguito tutti i passi, gli alti e i bassi, i successi e le polemiche. E ho dato il mio contributo alla nascita della lista e alla sua crescita. Un piccolo contributo. E non non lo dico con pelosa modestia: la politica è una cosa faticosissima dove il poco che ottieni lo devi sudare con enormi sforzi, e io certo non sono tra quelli che si sono sbattuti di più. Ora però siamo al dunque: alle elezioni.
Credo sinceramente che Federico Martelloni sia il miglior candidato Sindaco in gioco: il più preparato e quello che – soprattutto – ha più margini di crescita in futuro.
Ammetto che inizialmente avevo delle riserve: non sulla persona o sulle idee, ma sulla sua capacità di reggere l’impegno, oltre al fatto di esser poco noto alle cronache. Era un pregiudizio evidentemente, visto che l’impegno che ha dato e sta dando alla campagna elettorale è totale. Inoltre nei confronti diretti con gli altri candidati sindaco risulta spesso vincente (forse è per questo che se ne organizzano così pochi e tutti gli altri fanno una campagna al cloroformio…)
Quando andrò a votare mi troverò anche nella spiacevole condizione di scegliere solo due candidati: dico spiacevole perchè avrei voluto fare come all’assemblea delle Scuderie e votarli in blocco. Ma non si può.

Sceglierò quindi convintamente due persone: Marina D’Altri e Mirco Pieralisi.

Marina l’avrei pure immaginata Sindaca e penso che la sua presenza non possa mancare nel prossimo Consiglio Comunale, dove ci sono molte cose da rimettere a posto a cominciare dal Referendum sui finanziamenti alle scuole private tradito da Merola e dalla sua Giunta. Devo dire che Marina ha una passione straordinaria e una capacità di impegno assai rara al giorno d’oggi: ho avuto la fortuna di lavorare con lei nel comitato direttivo dell’Altra Europa – alle elezioni europee – e mi sono accorto (ove ci fosse bisogno di una riconferma…) della differenza enorme che c’è tra i tanti che parlano e quelli (pochi) che invece fanno.
Marina è una persona che fa.
Ed è una bella persona, disinteressata, che non mette mai il “sè” davanti al “noi”, altra caratteristica assai rara nella politica odierna.

Per Mirco non so quasi che parole spendere: lo conosco da trent’anni e ne abbiamo fatte troppe insieme: una radio, campagne civili e di movimento per la scuola, battaglie referendarie, battaglie politiche… E poi non abbiamo solo fatto politica. Abbiamo fatto anche un bel pezzo di vita assieme. La politica, come si sa, riserva spesso brutte sorprese: persone che ti deludono o che a un certo punto ti appaiono irriconoscibili: nei modi e negli atteggiamenti ancor prima che nelle idee, condivisibili o meno.
Ma di una cosa sono assolutamente certo: su di lui non mi sono mai sbagliato.
Inoltre il fatto di aver già avuto un’esperienza amministrativa garantirà alla pattuglia della Coalizione, che io auspico la più vasta possibile, di poter contare su un riferimento certo: sia politico che tecnico. Perchè Mirco ha una capacità di leadership innata.

Infine chiudo con un rimpianto: fra i tanti che purtroppo non voterò c’è una ragazza a cui voglio bene che ho conosciuto quando aveva poco più di 15 anni e veniva in radio ad accompagnare suo fratello che lavorava già con noi… E di lì a poco, ancora studente del liceo, cominciò pure lei a farla, la radio.
Poi ha fatto anche tanto altro – pure politica – a dimostrazione che si può essere militanti ma affatto pesanti, o tonti o arrivisti: da persona pulita dentro e fuori.
In bocca al lupo anche a te Emily.

Paolo Soglia