War on Var

La guerra al Var: chi la sta facendo? E perchè?

Nell’autunno scorso è avvenuta una rivoluzione copernicana nel calcio, e a inaugurarla è stato un paese notoriamente conservatore come l’Italia: è stato introdotto il Var, ausilio tecnologico che permette di verificare la correttezza di un’azione che può essere determinante ai fini del risultato.
Fin da subito alcune grosse società (leggi su tutte: Juve) si sono dichiarate scettiche ed estremamente infastidite dal cambiamento. La tesi è che così “si stravolge il calcio”.
Esatto.. come dar loro torto? E’ proprio così: il calcio ne esce un po’ stravolto. Decisioni prima inderogabili dell’arbitro sono sottoposte a una successiva lettura che grazie all’ausilio delle immagini spesso portano a invertire il giudizio finale.
E così un supposta simulazione si trasforma in calcio di rigore (o viceversa), un gol buono viene annullato per un fuorigioco non visto (o viceversa), e via discorrendo.
Ci siamo pure abituati alla “suspense da Var”, quel tempo che intercorre tra l’intervento del Var e la decisione finale dell’arbitro in campo.
E ha preso piede l’esultanza posticipata: spesso non si esulta più sul gol, ma due minuti dopo, quando l’arbitro dopo aver rivisto tutto indica il centro del campo.

All’inizio del campionato il Var è stato grande protagonista, a volte pure eccessivo: al netto di tutte le polemiche strumentali della Juve, diedi ragione ad Allegri quando si lamentò per un gol di Mandzukic annullato a Bergamo (Atalanta – Juventus 3 a 3): la tesi del Var era che c’era stato un fallo precedente sulla trequarti su Papu Gomez, poi da lì l’azione si sviluppò e la palla arrivò sulla testa di Mandzukic che segnò un gol assolutamente regolare. Ecco, questo è uno dei casi secondo me in cui il Var non può intervenire, perchè se quel fallo l’arbitro non lo ha interpretato tale l’azione prosegue e a quel punto è tutto buono, altrimenti dovremmo fare i replay delle partite tutte le volte…
Ma a parte qualche eccesso in buona sostanza il Var funzionava: nove volte su dieci venivano corretti errori più o meno marchiani di arbitri e assistenti.
E qui è cascato l’asino… Eh si, perchè per sua ovvia natura il Var è oggettivo, e questo cozza con la cosiddetta “sudditanza psicologica”: difficilmente una grossa squadra si lamenta di errori arbitrali quando gioca con le medio-piccole, semmai è tradizione il contrario. Quindi il riequilibrio giova statisticamente di più alle meno forti, storicamente discriminate, rispetto a quanto possa esser utile ai top club.
E anche nel caso di scontri al vertice tra top club la situazione si fa più delicata, perchè decresce la possibilità di una gestione politica da parte dell’arbitro: tutti quei contentini, le compensazioni, etc etc, su cui spesso si regge l’equilibrio della partita.

Così, iniziato il girone di ritorno, adesso che i giochi si fanno duri per tutti, ecco che assistiamo a una sorta di guerriglia silenziosa contro il Var.
Chi la sta facendo? La stessa classe arbitrale, ma più in generale quella componente del calcio, grandi club compresi, che auspica il ritorno alla “gestione politica” e che dell’obiettività ne fa volentieri a meno, soprattutto quando sono in ballo titoli e milioni, scudetti e posti Champions.
Questo avviene soprattutto perchè, essendo una sperimentazione, le “regole d’ingaggio” del Var sono assai opache: quando interviene il Var? Chi lo chiama? E perchè? A inizio campionato sembrava che comandasse il Var, adesso vediamo arbitri che non si degnano minimamente di consultarlo per tutta la gara.
Inoltre, non a caso, sono aumentati anche gli errori umani degli arbitri Var, quelli messi nel furgoncino con regia mobile a vivisezionare alla moviola gli episodi.

E’ legittimo pensare che stia andando in scena una sorta di restaurazione silenziosa: stiamo assistendo a una delegittimazione strisciante del Var. Lo ripetiamo, il Var in sé è solo una tecnologia accessoria, molto precisa, per determinare la valutazione dell’azione nel modo più corretto possibile.
Sport illustri già usano la tecnologia da tempo e con grande successo: la palla è dentro o fuori (tennis, pallavolo)? Il tiro è stato scoccato in tempo utile o no (basket)? Gli esempi sono tanti e ogni sport ne ha tratto giovamento e credibilità.
Può essere così anche per il calcio?
Si, ma solo se si verificheranno nuove condizioni, ne elenco alcune:

  1. REGOLE CHIARE. Passata la sperimentazione il Var deve diventare uno standard, ratificato dalle federazioni internazionali e con un regolamento certo. Deve essere chiaro quando interviene e quando no, e soprattutto chi lo chiama. Personalmente, penso che riservare una chiamata per tempo anche ai protagonisti in campo (nella veste dell’allenatore) sia una possibilità da prendere in seria considerazione, così come avviene in altri sport. Parimenti dovrebbe essere mostrata nei maxischermi allo stadio e in tv l’azione incriminata sottoposta a giudizio. Massima trasparenza insomma.
  2. NO AI CONFLITTI D’INTERESSE. Uno dei problemi del Var è che sono arbitri in carriera sia quelli in campo che i loro colleghi  al Var. Che magari la settimana dopo si ritrovano a parti invertite: quello che era in campo è nel furgoncino e l’altro sul terreno verde. Così non va, perchè è ovvio che possono nascerne antagonismi e dissapori, o compiacenze, o peggio interpretazioni interessate, colpi di acceleratore o di freno a tutela della lobby arbitrale.
    Se l’arbitro in campo è un giudice ordinario, l’arbitro Var è come la Corte di Cassazione: e non è che uno un giorno fa il giudice ordinario e il giorno dopo quello di Cassazione. Bisogna distinguere gli ambiti. Personalmente allungherei le carriere degli arbitri: finita per limiti d’età la carriera sul campo, uno – se ne ha le capacità e la riconosciuta idoneità – può proseguire facendo l’arbitro Var, coadiuvato da assistenti Var più giovani (che però non possono fare gli arbitri). Si verrebbero così a creare delle separazioni nette tra chi sta in campo e chi davanti alla tv, evitando quella sovrapposizione di ruoli che può ingenerare conflitti, compromessi, dispetti o compiacenze.
  3. MAGGIORE CONCORRENZA. Questo è un aspetto delicato e che va anche oltre al Var: il calcio a differenza di altri sport è episodico e non necessariamente statistico. Questo determina molto anche in termini di rapporto tra investimenti effettuati vs risultati acquisiti. La finanziarizzazione del calcio ha avuto serie conseguenze: chi effettua mega investimenti non può permettersi risultati negativi che determinerebbero gravi scompensi economici, ergo perdere un titolo o l’accesso alla Champions non è solo un insuccesso sportivo ma un danno economico molto pesante. E’ per questo che spesso i posti sono come pre -appaltati e i terzi incomodi assai poco graditi.
    E questo comporta che manine e manone siano interessate ad aggiustare la classifica in un senso o nell’altro. Dunque delle due l’una: o si fa un campionato europeo senza retrocessioni, solo per top club, con delle wild card annuali riservate a determinate squadre vincitrici di campionati nazionali, oppure non se ne esce. Anche perchè se siamo arrivati a pagare dei Coutinho 160 milioni di euro questo vuol dire che nel calcio si vive in due mondi diversi e non comunicanti: è come organizzare corse in cui uno arriva in Ferrari o in Porsche e un altro in Lambretta, che senso ha?Paolo Soglia
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La passione per l’impossibile

 


Una volta un conoscente che aveva stima di me e apprezzava la qualità del mio lavoro, guardandomi serio – un po’ in imbarazzo – mi fece la testuale confessione:
“Scusa se te lo dico, ma non riesco a capire come faccia una persona intelligente come te a occuparsi di calcio…”.
Avrei voluto rispondere come dovuto: “Perchè è il mio unico divertimento…”
Risposta secca, di grande dignità, in cui esponendoti completamente al disprezzo altrui rivendichi una tua essenza. In realtà il calcio non è affatto un divertimento…

In una memorabile sequenza del film argentino “Il Segreto dei suoi Occhi”, il personaggio di Pablo che indaga su un efferato omicidio assieme al suo collega Benjamin e non riesce a scovare l’inafferrabile colpevole, a un certo punto ha un’illuminazione: “Quell’uomo può fare qualsiasi cosa per sembrare diverso, ma c’è una cosa che non può cambiare né lui, né te, né io, né nessun altro… Un uomo infatti può cambiare tutto: la faccia, la casa, la famiglia, la ragazza.. la religione.. anche Dio! Ma c’è una cosa che non può cambiare, Benjamin: non può cambiare la passione..”.
E la passione di quell’uomo, crudele omicida, è la sua squadra: il Racing Avellaneda. E sarà proprio allo stadio che lo troveranno.

Il calcio dunque è una passione, e come tutte le passioni riserva più delusioni che gioie (soprattutto se tifi per la squadra della mia città).
Il calcio è anche un rito: le anticipazioni della partita, la strada che fai a piedi fino allo stadio, i saluti ai conoscenti di tribuna, il caldo asfissiante e le notti gelate, i pensieri del prima e i commenti del dopo partita.
Il consueto malumore dopo una sconfitta o le notti in cui non riesci a dormire perché sei distrutto da una ignominiosa retrocessione.
Ma c’è anche l’epica della vittoria, col gusto di rileggersi mentalmente le azioni della gara prima di addormentarsi.
Tutti sentimenti autentici, incomprensibili e inconfessabili se non ai tuoi simili.

In genere le donne con cui condividi la vita guardano questa passione con materna indulgenza e sufficienza: una cosa straordinariamente senza importanza che ti assecondano come se fosse il gioco di un bimbo.
E infatti lo è: ma i giochi, per i bimbi, sono straordinariamente importanti.
Il calcio esercita su di me il suo fascino perverso esattamente per gli stessi motivi che lo rendono a molti detestabile. Sono affascinato dalla rappresentazione.
La partita è una commedia, un parco a tema che inscena una battaglia campale, o se giocano le Nazionali una guerra simulata. La società è rappresentata sugli spalti in ogni sua componente, rigidamente suddivisa in classi, in maniera molto più sincera di quanto il politically correct dei media riesca mai a descrivere.
A prevalere non sono sempre i valori tecnici, tantomeno quelli sportivi. In genere vince il mercato e il potere economico/politico conseguente, spesso massicciamente corretto con generose dosi di slealtà, demonizzazione dell’avversario e corruzione. Ma non sempre. Per le stesse intrinseche caratteristiche del sistema, a volte accade l’imprevisto.

In quasi tutti gli sport di squadra guardando il tabellino si può già indovinare chi ha vinto, chi ha perso e come. Nel calcio no.
Ciò che rende il calcio unico è proprio la caratteristica di poter prescindere dal dato oggettivo: La tal squadra è fortissima, ha avuto il 60% di possesso palla, ha battuto venti angoli ad uno ed è andata al tiro diciassette volte di cui undici nello specchio.
Peccato che abbia incredibilmente perso, perché dopo aver preso tre pali e due traverse e aver sbagliato un rigore, al 92° – nell’unica azione in cui quei bidoni degli avversari si sono affacciati fuori dalla propria metà campo – su calcio d’angolo (peraltro inesistente) il centravanti ha colpito di testa e la palla sarebbe scivolata a lato se non fosse casualmente finita sullo stinco di un terzino carambolando in rete. Autogol, sconfitta per uno a zero, tutti a casa.

Il calcio riassume in sè tutte le contraddizioni presenti nella società: è uno sport dove non esiste l’oggettività, dove l’arbitro non è un giudice imparziale ma esercita il suo potere sulla base di regole che vanno spesso interpretate di volta in volta e questo spalanca la porta all’arbitrio. E’ uno sport corrotto, nè più nè meno della società tutta che gli sta intorno, è volgare, spesso ingiusto e gli attori incarnano come maschere della commedia dell’arte i vizi (tanti) e le virtù (poche) della commedia umana.
Avidità, furbizia, generosità, slealtà, altruismo, ricatto, corruzione: c’è tutto il campionario, che trova un suo specifico linguaggio nell’instancabile ripetizione di atti e parole sempre uguali.

Ma il calcio è anche sovversivo, l’unico sport veramente sovversivo che esista perché è l’unico sport in cui anche ai massimi livelli si rende possibile – in determinate situazioni – che il risultato atteso possa essere ribaltato da imponderabili varianti.
Come una società a volte viene scossa da turbolenze e rivoluzioni, da guerre e colpi di Stato che sovvertono il vecchio ordinamento e creano un nuovo equilibrio, così può capitare che l’esito della partita sia sovvertito e vada a catafascio il naturale stato delle cose.
L’ordine naturale lo tutela la forza tecnica intrinseca di una squadra che deriva dalla potenza politica ed economica del club e dei suoi padroni, poi c’è il condizionamento delle tifoserie che diventa anche un valore di mercato in termini di audience.
E quando questo non basta sovente arriva in soccorso l’arbitro, che come la “forza pubblica” è sempre pronto a correre in aiuto dei più forti.
La chiamano elegantemente “sudditanza psicologica”, un modo fine per descrivere l’umana propensione a leccare il culo ai più ricchi e ai più potenti.
Se poi forza intrinseca e spinta arbitrale non sono sufficienti ecco che si affaccia la scorrettezza e la vera e propria corruzione.

L’Argentina dei generali vinse il suo Mondiale corrompendo il Perù e comprando la partita.
Un’altra Argentina, quella del Pibe, sfogò la frustrazione della guerra persa delle Falkland andando a battere l’Inghilterra con un gol di mano, la “Mano de Dios” la battezzò Maradona.
I tedeschi drogati sconfissero la grande Ungheria nella finale del ’54, mentre gli italiani, amanti da sempre dell’arte pasticcera, si assicuravano spesso i passaggi ai turni arrabattando combine con centramericani e africani.
Svezia e Danimarca, in quanto a correttezza nordica, hanno dimostrato di non essere da meno.

Ciò nonostante, può sempre accadere l’imprevedibile.
Anzi: la slealtà, la corruzione, il doping e i favoritismi arbitrali sono tutte cose scientemente organizzate per limitare il più possibile l’eventualità che succeda l’imponderabile.
Che prima o poi però inevitabilmente accade.
La Danimarca del ’92, già in vacanza, viene ripescata in fretta e furia per sostituire la nazionale Jugoslava dissoltasi dalla guerra civile e così undici calciatori mediocri strappati all’ombrellone e alle infradito, in un crescendo trionfale, vanno in finale e diventano Campioni d’Europa.
1950: la Celeste sbanca il Maracanà, impietrendo una nazione a cui bastava un pareggio per salire la cima del mondo. A Montevideo è festa, a Rio – letteralmente – c’è chi si suicida buttandosi dagli spalti (come capitò ancora nell’82 dopo l’imprevedibile terzo gol di Paolo Rossi…).
E più recentemente è accaduto che partite stradecise siano state sovvertite incredibilmente, contro ogni logica: pensate alle finali di Champions del ’99 col pareggio e il sorpasso del Manchester sul Bayern nei 3 minuti di recupero o la rimonta del Liverpool sul Milan a Istanbul nel 2005.

Robe che possono farti raggiungere il Nirvana o buttarti addosso uno sconforto dal quale è difficile riprendersi.
Il calcio è anche questo: marcio, corrotto e succube dei più forti, spesso scontato e prevedibile, ma in cui è permesso (molto raramente) che accada l’impossibile.

Paolo Soglia

 

Aforismi calcistici di personaggi famosi (leggermente apocrifi)

Cover soglia calcio

Esistono 5 categorie di bugie nel calcio; la speranza del tifoso, i buoni propositi del giocatore, la conferenza stampa del Mister, la cronaca del giornalista e il comunicato ufficiale della società” (George Bernard Shaw)

La formazione è una cosa troppo importante per lasciarla fare agli allenatori” (Georges Benjamin Clemenceau)

Dio non gioca a dadi, ma neanche a zona: ti marca a uomo…” (Albert Einstein)

Eppur si muove! (Galileo Galilei, osservando la classifica)

“La partita non è che la continuazione della guerra con altri mezzi”  (Karl von Clausewitz)

Disapprovo le scelte del Mister, ma difenderò fino alla morte il risultato” (François Marie Arouet Voltaire)

Non tiferei mai per una squadra che mi accetta fra i suoi giocatori” (Groucho Marx)

Ci sono due errori che si possono fare lungo la via della rete… non crossare dal fondo, e non tirare in porta”  (Confucio)

Alea iacta est: ludemus cum III-IV-III” (il dado è tratto: giochiamo col 3-4-3) (Giulio Cesare)

Il Mondiale non è un pranzo di gala” (Mao Tse-tung)

Nessun selezionatore tecnico è bene accetto in patria” (Gesù Cristo)

Vivi ogni minuto della partita come se fosse l’ultimo”  (Seneca)

Ci sono cose peggiori della morte. Se hai condotto tutta la finale in vantaggio e ti fai raggiungere e superare nel recupero sai di cosa parlo. (Woody Allen)

Primum non prender gol, deinde philosophari” (Aristotele)

Sii il cambiamento tattico che vorresti veder avvenire in campo” (Mahatma Gandhi)

Gli italiani perdono le guerre come fossero delle partite di calcio e le partite di calcio come fossero delle guerre” (Winston Churchill)

Il contropiede è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri progetti” (Allen Saunders, ma citata anche da John Lennon)

E’ meglio giocar chiusi con il rischio di essere considerati scarsi che prender tre pere subito e dissipare ogni dubbio” (Anonimo. La frase è stata attribuita a personaggi assai eterogenei: Abraham Lincoln, Oscar Wilde, Confucio, ma propendo a credere che sia di Nereo Rocco)

Paolo Soglia

La passione per l’impossibile

Cover soglia calcio

Una volta un conoscente che aveva stima di me e apprezzava la qualità del mio lavoro, guardandomi serio – un po’ in imbarazzo – mi fece la testuale confessione: “Scusa se te lo dico, ma non riesco a capire come faccia una persona intelligente come te a occuparsi di calcio…”.
Avrei voluto rispondere come dovuto: “Perchè è il mio unico divertimento…”
Risposta secca, di grande dignità, in cui esponendoti completamente al disprezzo altrui rivendichi una tua essenza. In realtà il calcio non è affatto un divertimento…
In una memorabile sequenza del film argentino “Il Segreto dei suoi Occhi”, il personaggio di Pablo che indaga su un efferato omicidio assieme al suo collega Benjamin e non riesce a scovare l’inafferrabile colpevole, a un certo punto ha un’illuminazione: “Quell’uomo può fare qualsiasi cosa per sembrare diverso, ma c’è una cosa che non può cambiare né lui, né te, né io, né nessun altro… Un uomo infatti può cambiare tutto: la faccia, la casa, la famiglia, la ragazza.. la religione.. anche Dio! Ma c’è una cosa che non può cambiare, Benjamin: non può cambiare la passione..”.
E la passione di quell’uomo, crudele omicida, è la sua squadra: il Racing Avellaneda. E sarà proprio allo stadio che lo troveranno.

Il calcio dunque è una passione, e come tutte le passioni riserva più delusioni che gioie (soprattutto se tifi per la squadra della mia città).
Il calcio è anche un rito: le anticipazioni della partita, la strada che fai a piedi fino allo stadio, i saluti ai conoscenti di tribuna, il caldo asfissiante e le notti gelate, i pensieri del prima e i commenti del dopo partita.
Il consueto malumore dopo una sconfitta o le notti in cui non riesci a dormire perché sei distrutto da una ignominiosa retrocessione. Ma c’è anche l’epica della vittoria, col gusto di rileggersi mentalmente le azioni della gara prima di addormentarsi.
Tutti sentimenti autentici, incomprensibili e inconfessabili se non ai tuoi simili.
In genere le donne con cui condividi la vita guardano questa passione con materna indulgenza e sufficienza: una cosa straordinariamente senza importanza che ti assecondano come se fosse il gioco di un bimbo.
E infatti lo è: ma i giochi, per i bimbi, sono straordinariamente importanti.

Il calcio esercita su di me il suo fascino perverso esattamente per gli stessi motivi che lo rendono a molti detestabile. Sono affascinato dalla rappresentazione.
La partita è una commedia, un parco a tema che inscena una battaglia campale, o se giocano le Nazionali una guerra simulata. La società è rappresentata sugli spalti in ogni sua componente, rigidamente suddivisa in classi, in maniera molto più sincera di quanto il politically correct dei media riesca mai a descrivere.
A prevalere non sono sempre i valori tecnici, tantomeno quelli sportivi. In genere vince il mercato e il potere economico/politico conseguente, spesso massicciamente corretto con generose dosi di slealtà, demonizzazione dell’avversario e corruzione. Ma non sempre. Per le stesse intrinseche caratteristiche del sistema, a volte accade l’imprevisto.

In quasi tutti gli sport di squadra guardando il tabellino si può già indovinare chi ha vinto, chi ha perso e come. Nel calcio no.
Ciò che rende il calcio unico è proprio la caratteristica di poter prescindere dal dato oggettivo: La tal squadra è fortissima, ha avuto il 60% di possesso palla, ha battuto venti angoli ad uno ed è andata al tiro diciassette volte di cui undici nello specchio.
Peccato che abbia incredibilmente perso, perché dopo aver preso tre pali e due traverse e aver sbagliato un rigore, al 92° – nell’unica azione in cui quei bidoni degli avversari si sono affacciati fuori dalla propria metà campo – su calcio d’angolo (peraltro inesistente) il centravanti ha colpito di testa e la palla sarebbe scivolata a lato se non fosse casualmente finita sullo stinco di un terzino carambolando in rete. Autogol, sconfitta per uno a zero, tutti a casa.

Il calcio riassume in sè tutte le contraddizioni presenti nella società: è uno sport dove non esiste l’oggettività, dove l’arbitro non è un giudice imparziale ma esercita il suo potere sulla base di regole che vanno spesso interpretate di volta in volta e questo spalanca la porta all’arbitrio. E’ uno sport corrotto, nè più nè meno della società tutta che gli sta intorno, è volgare, spesso ingiusto e gli attori incarnano come maschere della commedia dell’arte i vizi (tanti) e le virtù (poche) della commedia umana.
Avidità, furbizia, generosità, slealtà, altruismo, ricatto, corruzione: c’è tutto il campionario, che trova un suo specifico linguaggio nell’instancabile ripetizione di atti e parole sempre uguali.

Ma il calcio è anche sovversivo, l’unico sport veramente sovversivo che esista perché è l’unico sport in cui anche ai massimi livelli si rende possibile – in determinate situazioni – che il risultato atteso possa essere ribaltato da imponderabili varianti.
Come una società a volte viene scossa da turbolenze e rivoluzioni, da guerre e colpi di Stato che sovvertono il vecchio ordinamento e creano un nuovo equilibrio, così può capitare che l’esito della partita sia sovvertito e vada a catafascio il naturale stato delle cose.
L’ordine naturale lo tutela la forza tecnica intrinseca di una squadra che deriva dalla potenza politica ed economica del club e dei suoi padroni, poi c’è il condizionamento delle tifoserie che diventa anche un valore di mercato in termini di audience.
E quando questo non basta sovente arriva in soccorso l’arbitro, che come la “forza pubblica” è sempre pronto a correre in aiuto dei più forti.
La chiamano elegantemente “sudditanza psicologica”, un modo fine per descrivere l’umana propensione a leccare il culo ai più ricchi e ai più potenti.
Se poi forza intrinseca e spinta arbitrale non sono sufficienti ecco che si affaccia la scorrettezza e la vera e propria corruzione.
L’Argentina dei generali vinse il suo Mondiale corrompendo il Perù e comprando la partita.
Un’altra Argentina, quella del Pibe, sfogò la frustrazione della guerra persa delle Falkland andando a battere l’Inghilterra con un gol di mano, la “Mano de Dios” la battezzò Maradona.
I tedeschi drogati sconfissero la grande Ungheria nella finale del ’54, mentre gli italiani, amanti da sempre dell’arte pasticcera, si assicuravano spesso i passaggi ai turni arrabattando combine con centramericani e africani.  Svezia e Danimarca, in quanto a correttezza nordica, hanno dimostrato di non essere da meno.

Ciò nonostante, può sempre accadere l’imprevedibile.
Anzi: la slealtà, la corruzione, il doping e i favoritismi arbitrali sono tutte cose scientemente organizzate per limitare il più possibile l’eventualità che succeda l’imponderabile.
Che prima o poi però inevitabilmente accade.
La Danimarca del ’92, già in vacanza, viene ripescata in fretta e furia per sostituire la nazionale Jugoslava dissoltasi dalla guerra civile e così undici calciatori mediocri strappati all’ombrellone e alle infradito, in un crescendo trionfale, battono la Francia, vanno in finale e diventano Campioni d’Europa.
1950: la Celeste sbanca il Maracanà, impietrendo una nazione a cui bastava un pareggio per salire la cima del mondo. A Montevideo è festa, a Rio – letteralmente – c’è chi si suicida buttandosi dagli spalti (come capitò ancora nell’82 dopo l’imprevedibile terzo gol di Paolo Rossi…).
E più recentemente è accaduto che partite stradecise siano state sovvertite incredibilmente, contro ogni logica: pensate alle finali di Champions del ’99 col pareggio e il sorpasso del Manchester sul Bayern nei 3 minuti di recupero o la rimonta del Liverpool sul Milan a Istanbul nel 2005.
Robe che possono farti raggiungere il Nirvana o buttarti addosso uno sconforto dal quale è difficile riprendersi.

Il calcio è anche questo: marcio, corrotto e succube dei più forti, spesso scontato e prevedibile, ma in cui è permesso (molto raramente) che accada l’impossibile.

Paolo Soglia

(Tratto da “Hanno deciso gli episodi – 20 racconti sul calcio e i suoi luoghi comuni”Pendragon, 2015)