Strage di Ustica: i morti son ben più di 81

RamsteinLa Strage di Ustica non si conclude il 27 giugno 1980 con l’abbattimento del DC9 sul mare del Tirreno. Prosegue per anni attraverso un’infinita teoria di morti sospette, che tolgono dalla scena testimoni e persone informate dei fatti. Strani incidenti, suicidi sospetti, omicidi e anomali attentati terroristici lastricano di sangue gli anni ’80 e ’90, e precedono puntualmente la magistratura, perchè i testimoni muoiono sempre prima di venir chiamati a deporre.

3 agosto 1980.
Muore in un incidente stradale il colonnello dell’aeronautica Pierangelo Taroldi.
Scrive il giudice Rosario Priore, a pagina 4.663 della suo atto istruttorio finale: «Questa inchiesta come s’è caratterizzata per la massa di inquinamenti così si distingue per il numero delle morti violente attribuite per più versi ad un qualche legame con essa, escludendo deduzioni di fantasia ed usando solo rigorosi parametri di fatto». 
Il tragico elenco si apre con la morte del colonnello-pilota dell’Aeronautica militare Pierangelo Tedoldi, 41 anni, a seguito di incidente stradale sull’Aurelia e suo figlio David. Annota Priore: «All’ufficiale era stato assegnato il comando dell’aeroporto di Grosseto (competente sul sito radar di Poggio Ballone, ndr) in successione al colonnello Tacchio Nicola». Non emerge alcun collegamento diretto con Ustica, «a meno di non supporre»,  ribadisce Priore  «che in quell’aeroporto sussistessero ancora nell’agosto di quell’anno prove di una verità difforme da quella ufficiale; che quel colonnello ne fosse a venuto a conoscenza; che comunque egli non fosse persona affidabile nel senso che avrebbe potuto denunciarle all’Autorità Giudiziaria o alla pubblica opinione».
(Fonte: Su La Testa Gianni Lannes).

9 maggio 1981. 
Muore di infarto il capitano dell’Aeronautica Maurizio Gari.
La sera del disastro è capo controllore di sala operativa presso il centro radar di Poggio Ballone. La sua testimonianza sarebbe stata di grande utilità per l’inchiesta.
(Fonte: Stragi80, Fabrizio Colarieti e Daniele Biacchessi)
Quando i magistrati inquirenti chiesero nell’88 l’elenco del personale in servizio la sera del 27 giugno 1980, si resero conto che erano stati omessi due nomi significativi: quelli del capitano Maurizio Gari e del maresciallo Alberto Maria Dettori, entrambi in servizio quel giorno. Gari era il responsabile della sala radar del 21° Cram; Dettori aveva il compito invece di identificare i velivoli. Entrambi sono morti. Maurizio Gari, 32 anni, non affetto da cardiopatie, il 9 maggio 1981 è stato comunque stroncato da un infarto a Grosseto. Dettori, invece, fu trovato impiccato ad un albero 26 anni orsono.
(Fonte: Su La Testa Gianni Lannes).

23 gennaio 1983 .
Muore in un incidente stradale il sindaco di Grosseto Giovanni Battista Finetti.
Anche la morte del sindaco – in carica nel 1980 –  rientra nella lista degli scomparsi sospetti. Il sindaco grossetano perde la vita in un incidente stradale sulla statale Scansanese nel comune di Istia d’Ombrone. Finetti aveva raccolto le confidenze di alcuni ufficiali dell’arma azzurra, secondo cui due caccia italiani si erano levati in volo dalla base della città toscana per inseguire e abbattere un Mig libico.
(Fonte: Su La Testa Gianni Lannes).

20 marzo 1987.
Muore il generale dell’Aeronautica Licio Giorgeri
Il generale Giorgieri, 62 anni, ufficiale e ingegnere viene ucciso a Roma mentre rientrava nella propria abitazione a bordo dell’auto di servizio: venne affiancato in via del Fontanile Arenato da esponenti delle Brigate rosse – Unione Comunisti Combattenti a bordo di un motociclo. I terroristi esplosero cinque colpi e uccisero il generale, lasciando illeso l’autista, Simone Narcelli, un aviere di leva. Licio Giorgieri nell’ 87 era a capo della Direzione generale delle costruzioni e degli approvvigionamenti dell’ Aeronautica, successivamente diventata Direzione generale delle costruzioni delle armi e degli armamenti aeronautici e spaziali. Secondo le ricostruzioni I terroristi lo presero di mira “quasi per caso”, frugando fra le pagine della Guida Monaci. Per loro era il terminale italiano del mega-progetto reaganiano dello scudo spaziale. Il 9 o il 10 dicembre precedente all’omicidio, il generale aveva segnalato un possibile fallito tentativo di attentato alla sua persona nello stesso luogo. Chiese maggiore protezione, ma non gli venne concessa.
Inciso: Gli esperti di terrorismo lo definirono «un attentato anomalo». In realtà, all’epoca di Ustica, il generale triestino faceva parte dei vertici del Rai, il Registro aeronautico italiano, responsabile del quale era il generale Saverio Rana, «morto per infarto»: il primo a parlare di missili nell’imminenza della strage. Dell’omicidio Giorgeri si era occupato anche il giudice Santacroce (predecessore di Priore). Lo stesso Rana – che aveva ricevuto dall’amico Giorgieri tre fotocopie di tracciati radar – subito dopo la strage riferì al ministro Formica la presenza di un caccia vicino al Dc 9.
(Fonte: Su La Testa Gianni Lannes)

31 marzo 1987 . 
Muore il maresciallo dell’Aeronautica Mario Alberto Dettori.
Viene trovato impiccato ad un albero sul greto del fiume Ombrone, nei pressi di Grosseto. La sera del 27 giugno 1980 il sottufficiale era controllore di difesa aerea al radar di Poggio Ballone. Rientrando a casa Dettori scosso dice a sua moglie “stanotte è successo un casino; qui vanno tutti in galera”. Pochi giorni dopo si confida anche con sua cognata: “Sai, l’aereo di Ustica, c’è di mezzo Gheddafi, è successo un casino, qui fanno scoppiare una guerra”. Per gli inquirenti sulla morte del sottufficiale permangono indizi di collegamento con il disastro del DC9 e con la caduta del MiG sulla Sila.
(Fonte: Stragi80, Fabrizio Colarieti e Daniele Biacchessi)

28 agosto 1988.
Muoiono in un incidente aereo i piloti Mario Naldini e Ivo Nutarelli
Durante uno spettacolo acrobatico alla base Nato di Ramstein perdono la vita, scontrandosi in volo, due ufficiali dell’Aeronautica, piloti delle Frecce tricolore. Sono i tenenti colonnello Mario Naldini e Ivo Nutarelli. La sera del 27 giugno 1980, fino a circa dieci minuti prima della scomparsa del DC9 i due ufficiali erano in volo su un intercettore TF-104 decollato da Grosseto. Per gli inquirenti i due avieri, che dovevano essere sentiti dalla Procura erano a conoscenza di molteplici circostanze sul caso Ustica.
(il 23 dicembre 1993 Un imprenditore toscano, Andrea Crociani, riferisce al giudice Rosario Priore, le confessioni ricevute dal tenente colonnello Mario Naldini, morto nel 1988 nella tragedia delle Frecce Tricolori a Ramstein. Naldini, che era in volo su un TF-104 insieme a Ivo Nutarelli, anche lui morto a Ramstein, riferì all’imprenditore di aver intercettato, prima di ricevere l’ordine di rientrare a Grosseto e prima della caduta del DC9, tre aerei: uno autorizzato e due no).
(Fonte: Stragi80, Fabrizio Colarieti e Daniele Biacchessi).
Stralcio tratto dalla sentenza-ordinanza del Giudice Priore – …Per effetto delle sopraddette dichiarazioni veniva escusso Crociani Andrea, il quale in data 20.12.93 dichiarava di aver conosciuto il pilota Naldini Mario intorno al 1980, in quanto gli era stato presentato dal dr. Siciliano Claudio, amico comune. Aveva frequentato la famiglia del Naldini fino al momento in cui questi era stato trasferito alle Frecce Tricolori intorno al 1985-86.
Aveva incontrato il Naldini a Firenze a piazza della Signoria tra il 1987 e il 1988; era in compagnia di una donna diversa dalla moglie;   sembrava preoccupato. Alcuni mesi dopo il Naldini lo aveva chiamato per telefono e gli aveva chiesto un appuntamento a Firenze; la sera andarono a cena in un ristorante a Piazzale Michelangelo. Qui il Naldini gli confidò: “Io sono stato testimone della strage di Ustica”. Gli confidò, inoltre, che la sera del disastro gli era stato ordinato di intercettare due aerei che si trovavano in una determinata rotta senza autorizzazione e che seguivano nella scia l’aereo civile autorizzato, che poi altro non era che il DC9 dell’Itavia che cadde quella stessa sera ad Ustica. Seguì i due aerei, ma arrivati all’altezza probabilmente di Gaeta, gli venne ordinato di rientrare. Al momento del rientro non poté usare l’apparato radio di bordo per le comunicazioni. Quella sera, concludeva queste sue dichiarazioni, furono abbattuti due velivoli, uno dei quali era quello civile. Aggiunse che era intenzionato a scrivere una memoria in cui avrebbe indicato tutto quello di cui era a conoscenza, descrivendo anche i dettagli tecnici sul volo di quella sera, allegando un manoscritto con le istruzioni per l’eventuale uso di tale memoria.
(…)In conclusione ben si può dire che vi sono elementi per sostenere che entrambi quei piloti deceduti a Ramstein – che la sera di Ustica volarono “per ultimi” – interpretavano la caduta del DC9 come un abbattimento e non come cagionata dall’esplosione di un ordigno interno.

2 febbraio 1992.
Muore in un incidente aereo Alessandro Marcucci, ex pilota dell’aeronautica militare.
Un lancio dell’agenzia Adnkronos del 23 febbraio 2013 segnala: «Uno dei piloti era un testimone di Ustica: riaperta l’inchiesta su aereo caduto nel ’92. Si indaga per omicidio sulla morte di Alessandro Marcucci e del collega Silvio Lorenzini, precipitati con il loro velivolo anti-incendio sulle Alpi Apuane il 2 febbraio 1992. Marcucci era un ex pilota dell’aeronautica militare coinvolto come testimone nell’inchiesta per la strage del Dc9 Itavia. Clamorosa riapertura dell’inchiesta sull’incidente aereo di Campo Cecina del 2 febbraio 1992, quando i piloti Alessandro Marcucci e Silvio Lorenzini persero la vita cadendo con il loro velivolo anti-incendio, sulle Alpi Apuane. Il pm di Massa, Vito Bertoni indagherà per omicidio contro ignoti. A riportare l’attenzione sul caso, chiedendo la riapertura delle indagini, era stata l’associazione antimafia ‘Rita Atria’, che aveva presentato un esposto. Alessandro Marcucci era un ex pilota dell’aeronautica militare coinvolto come testimone nell’inchiesta per la strage di Ustica. Secondo l’associazione antimafia, l’incidente non fu causato da una condotta di volo azzardata, come sostennero i tecnici della commissione di inchiesta, ma probabilmente da una bomba al fosforo piazzata nel cruscotto dell’aereo».
(Fonte: Su La Testa Gianni Lannes)

12 gennaio 1993.
Muore il generale dell’Aeronautica Roberto Boemio
Durante uno strano tentativo di rapina in strada viene ucciso a Bruxelles il consulente dell’Alenia e generale dell’Aeronautica Roberto Boemio. Nel 1980 era capo di Stato maggiore presso la Terza Regione aerea di Bari. La magistratura belga non ha mai risolto il caso.
(Fonte: Stragi80, Fabrizio Colarieti e Daniele Biacchessi)
Il consulente dell’Alenia presso la NATO era un testimone chiave. Nel ’91, con buon anticipo aveva abbandonato l’Aeronautica. Le modalità dell’omicidio coinvolgono, secondo  la magistratura belga – che non ha ancora risolto il caso – i «servizi segreti internazionali». Secondo la ricostruzione del giudice Guy Laffineur «Gli aggressori si sono allontanati a bordo di una Ford Escort bianca, poi risultata rubata e alla quale era stata sostituita la targa». E’ stata tale circostanza a far pensare a un’azione ben preparata. Il delitto di Boemio rimane ancora un mistero. L’unica certezza è che l’alto ufficiale in pensione aveva cominciato a collaborare con la magistratura inquirente proprio sulla strage di Ustica. Non a caso, il suo nome compare tra i riscontri di innumerevoli contestazioni processuali fatte ai generali Bartolucci, Tascio, Ferri, Melillo. Proprio da Boemio, all’epoca della strage comandante della III Regione Aerea, dipendevano direttamente il Terzo Roc di Martinafranca in Puglia (nome in codice ‘Imaz’: cuore del sistema Nadge, di controllo USA) con le basi radaristiche di Jacotenente (Gargano), Marsala e Licola, coinvolte nell’allarme per la presenza di caccia non identificati nel cielo di Ustica e di una portaerei in navigazione nel Tirreno al momento dell’esplosione del Dc 9.
(Fonte: Su La Testa Gianni Lannes).

2 Novembre 1994.
Muore Giampaolo Totaro ex ufficiale medico dell’Aeronautica Militare
43 anni, Totaro,  dal 1976 all’84 in servizio presso la base delle Frecce Tricolori a Rivolto è stato trovato impiccato accanto alla porta del bagno della sua abitazione. Ancora coincidenze. Innanzitutto gli anni trascorsi accanto agli amici Naldini, Nutarelli e Gallus. E poi la pubblicazione il 31 ottobre, prima del “suicidio” di varie rivelazioni che collegano Ustica alle Frecce e a Ramstein. Registra il referto giudiziario: «Le modalità dell’atto – la corda era attaccata a una sbarra poco più di un  metro di altezza – hanno indotto a qualche sospetto sulla realtà di un’azione suicidaria».
(Fonte: Su La Testa Gianni Lannes)

21 dicembre 1995.
Muore Il maresciallo dell’Aeronautica Franco Parisi
Il sottuficiale s’impicca ad un albero nella periferia di Lecce. Nel 1980 Parisi era controllore di difesa aerea presso la sala operativa del centro radar di Otranto. Anche su quest’ultimo suicidio gli inquirenti nutrono fortissimi dubbi; potrebbe essere collegato con il disastro del DC9 e la caduta del MiG sulla Sila.
(Fonte: Stragi80, Fabrizio Colarieti e Daniele Biacchessi)
Franco Parisi, 46 anni, Nell’80 era controllore di Difesa Aerea nella sala operativa del 32° Cram di Otranto. Era di turno la mattina del 18 luglio ’80, quando sarebbe avvenuto il fantomatico incidente del Mig. Dichiara nell’ordinanza-sentenza il giudice Priore: «Erano emerse al tempo del suo primo esame testimoniale, nel settembre ’95, palesi contraddizioni nelle sue dichiarazioni, così come s’erano verificati incresciosi episodi con ogni probabilità di minacce nei suoi confronti». Citato a comparire una seconda volta, il 10 gennaio ’96, Parisi muore qualche giorno dopo aver ricevuto la convocazione giudiziaria. Nel novembre ’97 il Gip Vincenzo Scardia, aveva ordinato la riapertura del caso, che era stato archiviato in tutta fretta dal pm Nicola D’Amato, come ‘suicidio’. I familiari hanno sempre sollevato il sospetto che Franco Parisi ‘sia stato suicidato’. Il maresciallo fu bastonato? Fatto sta che i medici legali gli riscontrarono un’ematoma all’altezza della nuca, opportunamente fotografato dagli investigatori Digos di Lecce subito dopo il ritrovamento del cadavere. Tra gli aspetti oscuri dell’impiccagione, la compatibilità della lunghezza della corda trovata legata all’albero con la distanza dal suolo e la stessa altezza della vittima. Ma anche il rilasciamento dei muscoli del collo al quale era stretta la fune – è stato tale allorché il corpo del Parisi è stato lasciato penzolare nel vuoto – da far trovare il cadavere con i piedi poggiati per terra. Ci sono foto della polizia giudiziaria che lo confermano.
«Come ben si vede analogie forti con il caso Dettori – argomenta il giudice Priore -. Entrambi marescialli controllori di sala operativa in un centro radar. Entrambi in servizio dinanzi al PPI, con funzioni delicatissime, rispettivamente la notte del 27 giugno e il mattino del 18 luglio. Venuti a conoscenza di fatti diversi dalle ricostruzioni ufficiali, rivelano la loro conoscenza in ambiti strettissimi, ma non al punto tale da non essere percepita da ambienti che li stringono od osteggiano anche in maniera pesante. E così ne restano soffocati»
(Fonte: Su La Testa Gianni Lannes

26 dicembre 1995.
Attentato intimidatorio nei confronti del Maresciallo Giuseppe Caragliano
I primi  anni ’90 sono caratterizzati da tanti casi di morti sospette. Ma non mancano le intimidazioni, in una fase in cui le inchieste del giudice Priore stanno incanzando i vertici dell’arma azzurra. Particolarmente inquietante l’episodio che avviene a Bologna, in via Saragozza, firmato da un sedicente gruppo che si firma: Nucleo per l’ eliminazione fisica dei militari corrotti e coinvolti in Ustica”. così Daniele Matrogiacomo racconta l’episodio sulle pagine di Repubblica: Due bottiglie incendiarie sono state scoperte per puro caso davanti alla porta d’ ingresso di un maresciallo dell’ Aeronautica militare a Bologna. Il sottufficiale si chiama Giuseppe Caragliano. Nel 1980 e per alcuni anni ha lavorato presso il Rita a Roma. Si tratta del reparto interno trasmissioni, l’ ufficio che controlla il servizio telefonico interno dei vertici dell’ Arma azzurra. Da molte settimane il militare riceveva continue e pesanti minacce. Soprattutto per telefono. Lo chiamavano a tutte le ore del giorno e della notte parlando in dialetto sardo o pugliese. Poi, il 26 dicembre scorso, tornando a casa, il maresciallo ha notato due bottiglie appoggiate sulla sua porta di casa. Sotto tensione per via delle minacce, ha subito pensato a qualcosa di brutto. Si è avvicinato e ha notato che erano piene di liquido, risultato poi infiammabile. Le bottiglie non erano comunque innestate, quindi, teoricamente non potevano esplodere. Non solo. Guardandosi attorno, il sottufficiale ha notato su una parete del ballatoio di casa anche una scritta, tracciata con vernice spray: “Militari corrotti”.
(FonteLa Repubblica)

Paolo Soglia

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