Alcune differenze tra il compagno Maltese e noi…

Maltese
Recentemente su giornali come Libero e siti come Dagospia è rimbalzata una notizia: l’eurodeputato Curzio Maltese, eletto con la lista Tsipras, ritiene non solo legale ma anche giusto e etico fare l’eurodeputato e continuare a fare l’editorialista di Repubblica, regolarmente pagato.
Ora può darsi che i “pulpiti”  che hanno montato la polemica non siano così graditi ai nostri palati, ma stiamo ai fatti: su “Lettera43 Maltese conferma tutto.
Ecco alcuni virgolettati dell’Intervista:

  1. D. Quindi lavora ancora per il giornale?
    R.
    Fa parte delle mie convinzioni politiche non lasciare il mio posto di lavoro, perché io non voglio fare il politico per il resto della mia vita.
    D. Però adesso è quello che fa…
    R.
    Ho detto chiaramente che mi sono candidato perché in Italia la politica professionale è fallita, uno nella vita, che abbia 30 anni o 40 come Renzi o 50 come me, non è giusto che faccia soltanto il politico. Io faccio questo mandato, uno solo, e poi non mi ricandido.
    (…) Io ho una collaborazione su 
    Repubblica, perché al giornale interessa che io non sparisca. Certo non scrivo di politica, ma siccome sto in un posto dove è più facile per me avere relazioni con Mario Draghi o con Jean Claude Juncker che se faccio l’editorialista a Roma, stare qui è un vantaggio per me e per il giornale.
    D. L’etica giornalistica è morta?
    R. Qui l’unica posizione morale è la mia: io potrei prendere lo stipendio da
    Repubblica, invece mi metto in aspettativa e collaboro con il mio giornale con il quale ho un legame da 20 anni, è la mia casa.

Bene, che dire?
Maltese sostiene che la sua è l’unica “posizione morale”, bah…
Trovavo stravagante e inopportuno (anche per il giornale che lo paga) che Maltese continuasse a fare l’editorialista quando era candidato, figuriamoci da eletto: una condizione che assomma oltre alle problematiche etiche e deontologiche anche l’aspetto meno nobile, ma non meno importante, della pecunia
Nella cooperativa di giornalisti dove lavoravo era scritto per Statuto che nel momento in cui ci si fosse anche solo candidati (senza necessariamente essere eletti) si veniva sospesi da ogni presenza in voce: non solo dalla redazione ma anche, per dire, da trasmissioni musicali o di intrattenimento.
Inoltre, se si era socio della cooperativa con cariche amministrative (CdA, collegio sindacale, etc) ci si doveva automaticamente dimettere seduta state da quel ruolo.
Se poi si veniva eletti le cose cambiavano permanentemente: il socio dipendente andava in aspettativa (non pagata) e rientrava solo a scadenza di mandato.
Pensate che barzelletta se il mio amico Mirco Pieralisi, che era socio e ha lavorato e diretto la radio, una volta eletto in Consiglio Comunale venisse ogni mattina a fare la rassegna stampa locale o addirittura l’editorialista di politica locale…
Sarebbe da ridere non trovate? E se fosse addirittura pagato sarebbe da piangere…
Per carità, nulla di personale contro Maltese: è solo che queste nostre abitudini, questa nostra morale, in Italia è l’eccezione e non la regola.
Tempo fa polemizzai col segretario cittadino del Pd che aveva annunciato (tutto festante) di esser diventato anche direttore di una radio locale. Nessuno in quel partito, a parte rarissime eccezioni, trovò che ci fosse alcun imbarazzo, confusione, o conflitto d’interesse…
Nei piani alti italiani infatti funziona così: c’è un establishment (di qualunque colore e partito) che si considera al di sopra di tutto e che si fa deroghe e sconti in continuazione. Quello che vale per altri (a cui non si risparmia mai la morale, soprattutto se sono avversari politici o peggio, poveri cristi..) non si applica mai a se stessi, anzi: l’unica morale è quella che decidono loro, al momento…

Nel 2013 mi sono candidato alle primarie come indipendente per Sel: avendole vinte a Bologna ed essendo arrivato secondo in Regione sono stato candidato anche alle successive elezioni politiche nazionali.
Dal momento dell’annuncio della candidatura alle primarie le mie collaborazioni con la Radio si sono azzerate: nessuna presenza in voce, nemmeno per parlare di calcio. Non solo: si è azzerata anche la collaborazione con Repubblica Bologna per la quale pubblicavo editoriali con una certa regolarità.
Finite le elezioni ho ripreso a collaborare con la Radio, con Repubblica invece il rapporto non è più ripreso: sono usciti solo un paio di articoli. Una presenza dunque abbastanza episodica, e nessuno mi ha più chiesto regolarmente dei pezzi. Ma questo fa parte della normale dinamica editoriale, le collaborazioni si aprono e si chiudono. A differenza di quanto è successo ad altri, è lecito però pensare che il mio (temporaneo) ruolo politico non mi abbia certo giovato sul piano professionale.

In conclusione:  il comportamento di Curzio Maltese forse è legalmente ineccepibile ma è moralmente (molto) discutibile e sicuramente politicamente condannabile.
Visto che le posizioni e le scelte individuali alla fine chiamano in causa tutta la lista Tsipras, e inevitabilmente la danneggiano, sarebbe meglio dirlo chiaro e forte e non fare finta di niente.

Paolo Soglia

Ps
Ho l’abitudine di dire come la penso, anche nei confronti delle situazioni che ho appoggiato e delle persone che ho contribuito a eleggere. Ciò detto, si prega eventuali entusiasti denigratori dell’esperienza europea della Lista Tsipras di astenersi dall’arruolarmi tra i loro sodali perché con loro non ho nulla a cui spartire.

Renzi ha vinto troppo?

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Altolà!
Prima che qualche lettore Pd imbracci il fucile per leso renzismo chiarisco: stavo ascoltando ieri a Radio Pop l’analisi sui flussi del Professor Corbetta dell’Istituto Cattaneo.
Corbetta da serio professionista qual’è stava spiegando da dove arrivano questi 11 milioni di voti al PD.
In questa che è stata l’elezione con la più scarsa affluenza dal dopoguerra Corbetta sottolineava, innanzitutto, che il Pd di Renzi ha tenuto i suoi. E qui già c’è una vittoria perchè se tutti calano e tu tieni almeno i tuoi hai già vinto. Poi non ha perso nulla a sinistra: solo qualche rivolo sulla lista Tsipras, ma bilanciato da rivoli in entrata da Sel, quindi inezie.
Ma la vera ragione è – secondo Corbetta – che Renzi ha fatto il pieno al centro: ha inglobato praticamente tutto il blocco Monti (quasi 3 milioni di voti nel 2013), tant’è che Scelta Civica è scomparsa. Infine ha rosicchiato qualcosa anche al Cavaliere, anche se la debacle di Berlusconi si è manifestata soprattutto con l’astensione, un prezzo analogo pagato caramente anche da Grillo che ha consolidato il suo elettorato più fedele ma ha invogliato molti a stare a casa o addirittura a tornare al Pd.
Corbetta ha concluso il suo ragionamento così: “forse Renzi ha vinto troppo, un successo che nemmeno lui pensava essere così rotondo e che adesso avrà il compito non facile di gestire perchè è presumibile che in un’elezione politica, con una partecipazione più alta e una polarizzazione forte, non potrà che calare”.
Infatti adesso Renzi, assieme a una grande agibilità e un suffragio elettorale che gli mancava (essendo arrivato a Palazzo Chigi silurando Letta)  qualche problemino ce l’ha. Paradossalmente, sarà sempre più difficile rinnovare quei patti siglati prima del cambio del rapporto di forze che ora potrebbero rivelarsi carta straccia (Italicum, riforme istituzionali) perchè non più condivisibili nè convenienti per i “perdenti”: in primis da Berlusconi, ma sotto sotto anche da Alfano, in caduta libera, e molto vicino alla soglia del limbo politico.
Una vittoria così netta di Renzi impone però una riflessione non viziata da pregiudizi e partigianerie. Renzi ha vinto perchè è riuscito abilmente a cavalcare una voglia di cambiamento e al tempo stesso di stabilità, dote fondamentale in un paese estremamente conservatore come il nostro. E’ riuscito a intercettare, almeno in parte, anche alcune “istanze” dei 5 stelle facendole proprie (deideologizzazione della sua formazione politica trasformata da “partito di sinistra” a partito trasversale, abbattimento delle spese della politica, tetti agli stipendi pubblici e sburocratizzazione della macchina statale).
Ha dato gli 80 euro (potendo così indossare i panni del redistributore di “sinistra”) ma si è presentato pure con il Job Acts (provvedimento che intercetta l’esigenza neoliberista di una definitiva deregulation del mondo del lavoro).
Insomma, mentre Beppe Grillo predicava il suo “nè di destra nè di sinistra”, attorcigliandosi sempre più in un solipsimo livoroso e inconcludente, Renzi (che a differenza di Grillo sa far politica) questa sorta di immagine “bipartisan” se la spendeva ogni giorno: la metteva in pratica, presentandosi come alternativa pragmatica e non rancorosamente ideologica al berlusconismo.
La demenziale campagna elettorale di Grillo tutta tesa allo “scontro finale”, all’evocazione dell’Apocalisse (o noi o loro), al referendum su chi prendeva un voto in più ha fatto il resto compattando sul partito la minoranza interna del Pd (quella più incline a far qualche “dispetto” nel segreto dell’urna..), portando inoltre in dote tutto il centro (e in parte un voto di destra orfano di Berlusconi).
Renzi ha senz’altro il merito di aver trasformato l’immagine del PD: da Ditta Immobile, appannaggio dello stesso ceto politico formatosi negli anni ’70, a partito “dinamico” che intende occupare lo spazio politico ponendosi al centro, come motore di una trasformazione di stampo modernista/liberale.
A questo punto la domanda d’obbligo è: perchè molti elettori che si ritengono comunque “di sinistra” hanno votato Renzi? In parte ha funzionato il richiamo del voto utile nel ballottaggio con Grillo, ma soprattutto perchè le persone di sinistra, per primi, sanno perfettamente che non esiste più una sinistra politica nel Pd capace di interpretare una politica di cambiamento, e quindi non avevano alternative.
Quella che ostinatamente i giornali chiamano “sinistra interna” altro non è, infatti, che il vecchio mandarinato diessino di cui gli stessi elettori di sinistra sono disgustati da anni e di cui certo non sentono la mancanza.
Dunque anche chi, in cuor suo, condivide poco o per nulla le politiche neoliberal di Renzi non si è certo strappato i capelli per il ridimensionamento della minoranza interna, nè si è indignato più di tanto per l’attacco alla CGIL, interpretandolo più come un attacco all’apparato burocratico sindacale che non ai diritti in quanto tali.

In conclusione: si è aperto un nuovo ciclo politico e la nuova balena biancorossa renziana si presenta come una sorta di DC postmoderna che contiene dentro tutto: dal governo all’opposizione, ed è pronta a gestire il potere spartendolo tra le sue varie componenti, compreso il giovin Civati, che non passa giorno che non dica che questo non è “il suo Pd” ma che alla fine pare trovarsi anche lui piuttosto bene.
Renzi si propone come modernizzatore del paese, e su questo il suo intervento può avere su singoli aspetti anche effetti positivi e terapeutici. Bisognerà infatti valutare ogni sua singola azione politica senza lasciarsi andare al vetusto preconcetto che ha già portato a tanti errori, quello che identifica il nemico in chi non è “di sinistra” e quindi condanna di default tutto quello che fa come sbagliato (come se poi tutto quello fatto da qualcuno che si proclama “di sinistra” fosse automaticamente giusto e santo…).

Ma una cosa deve essere chiara: la visione politica di Renzi resta saldamente ancorata a un sistema di valori e di relazioni economiche di impronta neoliberista, neoblairiana, la stessa impronta  che sta portando al collasso la società Europea.
Un conflitto strisciante che ha spinto molti elettorati nazionali impoveriti, impauriti e confusi a dare risposte assai diverse: il dinamico neocentrista Renzi in Italia (ma anche Merkel e le larghe intese in Germania), Marine Le Pen e il crollo dei socialisti in Francia, l’euroscettico Nigel Farrage in Gran Bretagna o, all’opposto, Alexis Tsipras e la sinistra radicale (ma di Governo) in Grecia.
Senza dimenticare le varie formazioni più o meno “anti euro” e populiste, o peggio, quelle più o meno nazistoidi che si sono fatte breccia e che porteranno dei loro rappresentanti in Europa.
La sfida al “renzismo” non è dunque un regolamento di conti elettorale nel condominio Italia ma è parte integrante del grande conflitto sociale che si è aperto in Europa.

Paolo Soglia

Alzare il livello (dello scontro..)

Il livello della politica italiana è questo:
Berlusconi attacca chi gli vuole vivisezionare il cane: “Grillo vuole fare del male a Dudù…”
Grillo intanto avverte Renzi che rischia la Lupara bianca: “Prevenire è meglio che curare. La lupara bianca attende Renzie che in fondo è uno smargiasso, ma va avvertito…”.
Renzi, mentre si scalda per la partita del cuore, tuona: “Non mandate i buffoni in Europa, domenica prossima si vota tra due schieramenti: da un lato i gufi – che sperano che il Pil vada male – e dall’altra ci siamo noi, che siamo imperfetti, ma siamo dei ragazzi che hanno cercato di fare qualcosa in 80 giorni”.
Insomma: Dudù, la lupara e le (poco) velate minacce, i Gufi e quei bravi ragazzi.. il livello è questo: e i personaggi sono povera cosa, rimestatori di consenso ma non costruttori di senso.
Misure di austerità insostenibili, discussione del debito, povertà e ricchezza, redistribuzione delle risorse: sono per loro discorsi alieni, e la tristezza è che questi discorsi appaiono alieni anche a chi li vota e queste cose le subisce: è come se uno volesse risolvere i suoi problemi affidandosi a Wanna Marchi e al mago Do Nascimiento.
La realtà è che nei prossimi anni in Europa ci sarà uno scontro sociale di vaste dimensioni: bisogna prepararsi a tutto questo e alzare il livello altrimenti si resterà schiacciati non solo dalla miseria ma anche dall’ignoranza (che in qualche misura è pure peggio).
E’ per questo che alle Europee voterò per Alexis Tsipras e per la lista dell’Altra Europa che in Italia lo rappresenta, scegliendo di dare la preferenza (quella che hanno tolto in tutte le altre elezioni..) a quei candidati che più apprezzo. Sapendo benissimo, peraltro, che questa lista non è la panacea di tutti i mali e che la politica è fatta anche di contraddizioni, ma consapevole del fatto che, quantomeno, mi sono del tutto chiare le motivazioni che mi spingono a schierarmi.

Buona fortuna a tutti noi,
Paolo Soglia

Misteri della fede… crescono le firme e calano i sondaggi

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Dunque: a quanto pare per L’Altra Europa con Tsipras c’è stato un boom di firme: 220.000 quelle raccolte in tre settimane, tutte le circoscrizioni coperte, tutte le Regioni (compresa la Valle D’Aosta dove le firme sono quasi 4000 su 100.000 abitanti, risultato incredibile). Ebbene, al boom di firme ha fatto immediato seguito un crollo della lista nei sondaggi: dal 7% si passati attorno al 4%. Ipsos di Pagnoncelli (che va su Ballarò ogni settimana…), in particolare, si “supera” e la da al 3.1%… Ben lontani dunque dalla soglia d’accesso e addirittura sotto al fantasmagorico Centro Sciolto di Monti (chi?) ed altri fantasmi che fino a due giorni fa era scomparso allo zero virgola è adesso è improvvisamente resuscitato come Lazzaro…
Ora, io non son dietrologo, mi piacerebbe però capire come si spiegano questi due fenomeni: o ci sono misteri statistici e cortocircuiti tra le firme “vere”, quelle raccolte in piazza, e i dati “presunti” (i sondaggi…) oppure… Oppure è scattata l’operazione “Voto Utile”, della serie #cosalivotateafarechenonpassanolosbarramento. Che i sondaggi sovrastimino o sottostimino grossolanamente non è una novità: basti pensare a quali erano le previsioni prima del voto alle politiche e a quelli che sono stati poi i dati reali (Grillo era sottostimato di “appena” un 7%.. inezie..). Ma chi si occupa di comunicazione sa perfettamente che il sondaggio serve anche a produrre un effetto indotto, è la “profezia che si autoavvera”: serve per tirare la volata creando l’effetto onda lunga o viceversa a deprimere un elettorato.
A questo punto non resta che lavorare sui territori, con un vantaggio in più: siamo talmente sottostimati che anche se prendiamo solo il 4,5% diventeremo per forza la “sorpresa” delle Europee… Tanto i sondaggisti se la cavano sempre: saranno tutti li in tv a dire che si sono sbagliati (ma guarda un po’…) mica perdono il lavoro, anzi… Più si sbaglia e più si sonda.

Paolo Soglia