Il Referendum di Cefalonia: la “Acqui” combatte

Nel giorno del referendum in Grecia vorrei ricordare un altro “referendum” che si tenne nel settembre del ’43 a Cefalonia e Corfù.
L’esercito italiano portato lì dal fascismo a combattere un’assurda guerra d’aggressione, abbandonato dal Re fuggiasco, dopo l’8 settembre si trovò in una incredibile situazione: gli ex alleati tedeschi intimavano la resa incondizionata. L’11 settembre 1943 con un ultimatum chiesero al comandante della Divisione Acqui di consegnare le artiglierie, le armi pesanti e individuali e arrendersi. Dall’Italia nessun ordine preciso tranne il laconico comunicato di Badoglio che annunciava l’armistizio e la cessazione delle ostilità contro gli alleati, aggiungendo sibillino che le forze armate “reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Un capolavoro di equilibrismo…
Il 9 settembre i partigiani greci distribuiscono volantini agli Italiani: “Soldati Italiani! E’ giunta l’ora di combattere contro i tedeschi oppressori, Viva l’Italia libera! Viva la Grecia libera!”
I soldati non si fidano delle false promesse dei tedeschi che propongono la resa in cambio del rimpatrio. Sanno che ciò che li attende, se va bene, è il campo di concentramento. Anche il comando della Marina da Malta avvisa: “Ricordatevi che i tedeschi hanno affondato la corazzata “ROMA”, sicchè non bisogna assolutamente consegnare le armi, senza combattere, ai tedeschi”.

Dopo 48 ore di frenetiche trattative col comando tedesco, accade un episodio che non ha precedenti nella storia di nessun esercito regolare.
Incerto sul da farsi il Generale Gandin alle ore 1,30 del 14 settembre invita tutti i Reparti a esprimersi con un Referendum.
Queste le alternative:
1) Continuare a combattere coi tedeschi
2) Arrendersi e consegnare le armi
3) Combattere contro i tedeschi
I reparti, ufficiali, sottoufficiali e soldati – come noto – si pronunciarono unanimemente per la terza alternativa: La “Acqui” combatte contro i tedeschi.
il 15 settembre il Comando di Divisione intima ai tedeschi di sospendere l’afflusso di rinforzi: le batterie italiane aprono il fuoco contro un idrovolante tedesco che sbarcava truppe a Lixuri e la battaglia ha inizio. Dopo una prima fase in cui i tedeschi vengono respinti e subiscono pesanti perdite, con l’afflusso dei rinforzi dal continente e la copertura aerea degli Stukas la Wermacht contrattacca e il 22 settembre la resistenza della “Acqui” è spezzata.

A quel punto le divisioni dell’esercito regolare tedesco (era la Wermacht, non le SS…) si rendono responsabili di uno dei peggiori crimini della seconda guerra mondiale: In spregio a ogni convenzione internazionale, tutti i prigionieri italiani catturati vengono immediatamente passati per le armi con esecuzioni sommarie:i corpi vengono accatastati in fosse comuni o caricati su dei pontoni e poi fatti affondare in mare. Vengono giustiziati 189 ufficiali e più di 5000 tra sottoufficiali e soldati. Compiuto il crimine i tedeschi devono far sparire le tracce: per due o tre notti il cielo d’Argostoli è illuminato a giorno dai roghi degli amassi di corpi di soldati italiani cosparsi di benzina e dati alle fiamme, in quello che al Processo di Norimberga per i crimini nazisti venne definita: ” una delle azioni più arbitrarie e disonorevoli della lunga storia del conflitto.”

Nessun tedesco però ha mai pagato per quella strage. Anzi, la stessa Germania dopo la guerra si rifiutò di inserire l’episodio di Cefalonia tra i crimini di guerra.
Questo perchè i soldati della “Acqui”, dopo esser stati traditi dai fascisti e da Badoglio, vennero traditi, per la terza volta, – nel 1956 – dal Governo della Repubblica Italiana.
Il senatote a vita Paolo Taviani all’età di 88 anni ammise al settimanale “L’Espresso” che all’epoca il Governo (di cui lui era Ministro democristiano della Difesa) insabbiò la strage.
Finita la guerra infatti i familiari delle vittime e superstiti si batterono perché i 31 militari tedeschi responsabili di quell’eccidio venissero processati. Ma la politica non permise di arrivare al processo. Nell’ottobre del 1956 Gaetano Martino, liberale, ministro degli Esteri, scrisse a Taviani, ministro della Difesa, proponendogli in sostanza l’affossamento di ogni percorso di giustizia. E ciò in nome della risurrezione della Wehrmacht, cioè dell’esercito tedesco, necessario alla Nato in funzione anti-Urss. Taviani pose una sigla di assenso sulla lettera di Martino. «Il mio consenso — ammise nell’intervista — contribuì certamente a creare la sepoltura della giustizia».

Il referendum di Cefalonia si tenne in condizioni drammatiche, in piena guerra, nella certezza che non consegnandosi al nemico non si avrebbe quasi certamente portato a casa la pelle. Oggi in Grecia si vota in condizioni meno drammatiche ma sempre con una pistola alla tempia: o la resa all’austerità permanente, o la minaccia della fame. Ma quando si decide per sè, in piena coscienza e consapevoli delle conseguenze, i popoli si dimostrano spesso più sinceri e coraggiosi di coloro che pretendono di rappresentarli.
Buon voto al popolo greco.

Paolo Soglia

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Da oggi la Grecia è la linea del fronte

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Finalmente dopo tante teorie ecco irrompere la realtà: semplice, comprensibile, a suo modo spietata, ma chiara. In Grecia ha vinto democraticamente una forza che si oppone al neoliberismo e alle sue follie finanziare, giudicate peraltro assolutamente fallimentari ormai da quasi tutti gli economisti mondiali.
Alla chiara volontà espressa dal popolo Greco di non voler più sottostare al regime di usura messo in piedi dalla Troika (pur dichiarando di voler rientrare dal debito e di non voler “pesare” sugli altri popoli europei), la trimurti ha risposto immediatamente e concretamente.
La decisione della BCE di Draghi di impedire alle banche greche di approvvigionarsi di liquidità in cambio di titoli di Stato non è un tecnicismo, è una decisione politica gravissima che mira a tre obiettivi:
Il primo: chiarire che in Europa comanda una tecnostruttura economico-finanziaria che si appoggia ad alcune enclave politiche e non è sottoposta a nessuna autorità democraticamente eletta (il vecchio detto: “noi siamo noi e voi non siete un cazzo…”)
il secondo obiettivo: mettere da subito Tsipras e il suo governo con le spalle al muro, soffocarlo economicamente e politicamente, sgretolare il suo consenso interno, creando le condizioni per evitare qualsiasi negoziato. Casomai qualche piccola concessione, minima, ma pretendendo che la debba mendicare, ringraziando pure quando un piccolo osso di consolazione gli verrà gettato per terra come a un cane.
L’ultimo obiettivo riguarda gli altri governi e cancellerie, soprattutto dei paesi in difficoltà, per i quali il messaggio è chiaro: “attenti a non fare troppo i furbi e a spendervi in sostegno alle richieste greche: oggi bastoniamo loro, poi domani potrebbe toccare a voi”.

A questo punto è chiaro che senza eventi esterni che producano un cambiamento dei rapporti di forza, alla Grecia verranno “stroncate le reni” con poco sforzo.
Ma se viene sconfitto il Governo Greco non sarà solo una sconfitta di Syriza, o della cosiddetta sinistra radicale, ma una sconfitta popolare dalle conseguenze enormi: la trimurti avrà la strada spianata per ennesimi furti legalizzati, spostando continuamente i crack delle banche e i buchi degli speculatori sui conti pubblici degli Stati (a 4500 miliardi di euro ammontano gli aiuti di Stato concessi a fondo perduto dalla UE alle banche dopo il 2008, altro che debito greco…).
E continuerà indisturbata anche la distruzione di quanto rimane dello stato sociale, con l’accaparramento delle risorse in mano a pochissimi a scapito dei più: tagli alle pensioni, agli stipendi, nel tentativo (peraltro ormai a buon punto) di riportare la cosiddetta “forza lavoro” nelle condizioni di mera riproduzione di se stessa, come agli albori della rivoluzione industriale.
Dunque non è possibile permettere che questa battaglia si svolga solo sul piano politico-diplomatico, lasciando che il Governo greco resti solo a districarsi nella lotta coi poteri finanziari e con le lobby politiche che li spalleggiano, schivando anche quei (finti) “amici” di alcuni Governi, compreso il nostro, pronti a fare dichiarazioni di sostegno da quattro soldi e poi a scomparire appena i padroni veri fanno la voce grossa.

La Grecia oggi è la linea del fronte: se crolla non ci sarà nessun “Podemos” in Spagna a novembre, nè alcuna reale ripresa economica in Europa.
Ma se crolla il fronte non sarà solo responsabilità di Tsipras e del suo Governo, ma di tutti coloro che potevano fare qualcosa e non lo hanno fatto.
Cosa possono fare però in concreto cittadine e cittadini d’Europa? Una sola cosa: determinare la maggiore pressione politica possibile sui propri Governi che all’interno dell’Eurogruppo dovranno decidere le sorti della Grecia.
Dunque è necessario fare una delle poche cose che ormai sappiamo e possiamo fare: manifestare in sostegno delle richieste del Governo Greco, per una revisione dei trattati europei e contro l’attuale politica economica e monetaria della UE.

La responsabilità dell’organizzazione spetta in primo luogo alla Sinistra europea raggruppata  nel GUE/NGL, ma organizzazioni sociali, sindacati e partiti a vario titolo critici con lo status quo non dovrebbero chiamarsi fuori.
Personalmente, vista la posta in gioco, non andrei troppo per il sottile: auspico anzi che alle proteste si uniscano quanti più soggetti possibile, anche movimenti che non si riconoscono nella sinistra, come da noi il Movimento 5 Stelle, o i tanti movimenti euroscettici presenti in varie forme in europa.
Qualcuno storcerà il naso, ma come dice un vecchio proverbio cinese: “quando sei inseguito dalla tigre non puoi camminare maestoso…”

Paolo Soglia

Gatto bianco e gatto nero

“Non importa che il gatto sia bianco o nero; ciò che importa è se acchiappa i topi”
Deng Xiaoping

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Non passano neanche 24 ore è già per i commentatori italiani il pesce Tsipras puzza…
Ma come? Si è alleato coi nazionalisti indipendenti?
In casa Pd alcuni ridono beotamente. Molti renzidi infatti gongolano: “Visto? E’  proprio una merdaccia come noi che stiamo con Berlusconi e Alfano…”
Mentre nella sinistra purista iniziano i mal di pancia: abituati a viver d’apparenze e di frasi fatte, senza mai fare i conti con la sostanza, ad alcuni si è spento il sorriso.
Si è rianimato persino il Movimento 5 Stelle che non ne ha azzeccata una (e ormai conta come il due di coppe quando briscola è a bastoni) per giustificare a posteriori la sua alleanza in Europa con Nigel Farage.

I commentatori alla Scanzi chiedono invece a tutta la sinistra italiana di sentirsi imbarazzata e di fare pubblico vergognino (Ma perchè? Ma tu poi chi sei?).
Ora: di cose di cui imbarazzarsi a sinistra ce n’è a iosa, su questa però non provo il minimo imbarazzo.

Mi chiedo infatti dove sia il problema. Se Tsipras avesse fatto un’alleanza al centro, tipo col Pasok, annacquando la sua linea di intransigente battaglia contro il neoliberismo ci sarebbe stato di che preoccuparsi.
Non avendo l’appoggio dei comunisti del KKE, che odiano Tsipras e Syriza, e avendo mancato di due voti la maggioranza assoluta ha stretto un’alleanza con i “greci indipendenti”, costola fuoriuscita da Nea Demokratia, fatta di conservatori di centrodestra, il cui programma anti troika è però molto simile a quello di Syriza.
Qual’è la sostanziale differenza con la situazione italiana? Che Tsipras ha quasi la maggioranza assoluta e che a differenza di Renzi non fa un’alleanza con una piccola formazione di destra per fare una politica di destra, ma fa un accordo che gli dà la possibilità di sviluppare un programma di sinistra.
Mi sembra un punto piuttosto dirimente.. Inoltre mancandogli solo due voti non si è messo a fare campagna acquisti per far cambiar casacca a qualcuno (come avrebbero subito fatto da noi).

La mossa era evidentemente già stata preparata perchè si è giocata in pochissimo tempo: Tsipras può dunque diventare immediatamente Primo Ministro con tutti i poteri e non incartarsi in una logorante ricerca di alleanze a destra, al centro o a sinistra sottoponendosi ai ricattini e alle mediazioni.
Il tempo in questi casi è fondamentale: l’FMI, la Bundesbank, e tutta la compagnia di giro hanno già iniziato a lanciare colpi di mortaio e si apprestano alla controffensiva.
Tispras non può permettersi di temporeggiare: deve avere alle spalle un governo già in carica per fronteggiare l’attacco, che si svilupperà attraverso minacce e blande promesse. Lo scenario di uno strangolamento finanziario della Grecia però non è da sottovalutare.

Tsipras si è dunque preso l’onere di una alleanza alla luce del sole con un (piccolo) partito di destra antiliberista, che difficilmente potrà condizionare più di tanto la sua azione. Adesso che ha messo a posto il fronte interno può concentrarsi sul fronte esterno che è ben più preoccupante e aggressivo.
L’operato di Tsipras non va giudicato su questa che è una mossa obbligata, ma andrà giudicato sulla base di cosa saprà fare o non fare. Il guanto di sfida è sul tavolo: o cambiano gli equilibri e le politiche in Europa innescando una grande offensiva antiliberista e neo socialista a livello continentale o l’esperienza di Syriza perirà miseramente.

Quindi o ne esce vivo portando la Grecia fuori dal tunnel o non ne esce affatto…
Certo per me è preferibile uno che rischia e si gioca tutto, facendo i conti con la realtà data,  rispetto a chi non rischiando mai nulla non ha mai nulla da perdere.

Paolo Soglia

Perchè stiamo tornando alla guerra fredda rischiando la guerra nucleare?

 

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Il reporter indipendente Robert Parry scava: Per gli USA l’Ucraina non è strategica, quindi perchè stiamo rischiando la guerra termonucleare in Europa?
Secondo Parry Obama è ormai ostaggio dei neocon statunitensi che si giocano le ultime carte per la supremazia mondiale e vogliono togliere ai russi la loro miglior arma, che non sono i missili ma il gas, e impedire che Russia e Cina e altre potenze emergenti si affranchino dall’egemonia finanziaria USA basata sul dollaro spodestando la dittatura di Wall Street.
due informazioni importanti:
1) Dopo il colpo di Stato a Kiev la più grande azienda privata di gas dell’Ucraina, Burisma Holdings, ha nominato il figlio del vicepresidente degli Stati Uniti Biden, Hunter Biden, nel suo consiglio di amministrazione (un piccolo conflitto d’interessi?).
2) Secondo la US Energy Information Administration, l’Ucraina ha le terze maggiori riserve di gas di scisto in Europa, pari a 42.000 miliardi di metri cubi, un bersaglio invitante soprattutto perché le altre nazioni europee, come la Gran Bretagna, Polonia, Francia e Bulgaria, hanno resistito alla tecnologia fracking a causa delle preoccupazioni ambientali.
Piccolo particolare: le riserve sono nell’est dell’Ucraina… (guarda un po’…)

Ecco l’intero articolo, da leggere assolutamente:
http://consortiumnews.com/2014/09/03/the-whys-behind-the-ukraine-crisis/