Grecia: è una sconfitta, ma non deve trasformarsi in una disfatta. Serrare i ranghi, la guerra continua.

grecia ue Non ci giriamo attorno: il rospo da ingoiare è grande e brutto. Non così orribile come la propaganda e le grancasse neoliberista lo fanno apparire, ma sufficientemente indigeribile. Ho letto sul post i primi dettagli del piano: Sono condizioni dure. Di positivo c’è un prestito da oltre 80 miliardi (ben più dell’elemosina stanziata pre referendum) e c’è il fatto che anche la Merkel è stata costretta a concedere una “rimodulazione” del debito. Non la chiama “ristrutturazione” perchè è un tabù, ma di fatto di questo si tratta. Il resto sono condizioni dure: la Troika che rientra a pieno titolo, il “fondo di garanzia” da 50 miliardi (che grazie alla Francia sarà gestito in Grecia e non in Lussemburgo come voleva il Dottor Stranamore Wolfgang Schaeuble per sancire la “perdita di sovranità” greca, ma che sarà comunque “supervisionato” dalla Troika). E una serie di riforme importantissime da fare in pochi giorni, una sorta di ultimatum: riforma dell’Iva e delle pensioni, tanto per iniziare.
Ebbene, sarà dura da far digerire questa minestrina al Parlamento di Atene, e c’è il rischio concreto che Syriza si spacchi e Tsipras sia costretto a dare le dimissioni. Varoufakis parla apertamente di sconfitta, dicendo che lui non avrebbe ceduto. Probabile, ma qual’era il piano B di Varoufakis? Quando dice che era “già pronto a stampare una moneta parallela per far vedere che la Grecia prendeva in considerazione il Grexit” dice una mezza verità: o sei proprio disponibile al greexit, e ti ci prepari affrontando quello che ne consegue (banche chiuse, tracollo totale delle istituzioni economiche e possibili scontri di piazza con il rischio di una guerra civile), oppure stai solo prolungando il bluff.
Insomma diciamola chiara: non esisteva alcun “Piano B”. Il problema è che a forza di sparigliare, hanno sparigliato i tedeschi: quando Wolfgang Schaeuble ha detto per la prima volta che stava “lavorando al greexit, intimando ai greci di starsene fuori 5 anni”, si è capito che i tedeschi erano disposti a giocarsi tutto, anche l’appoggio degli americani, e che la partita era chiusa. Perchè voleva dire che la Germania aveva deciso di rinunciare al proprio credito e avrebbe anche corso il rischio di un contagio e del tracollo dell’eurozona pur di cacciare fuori i greci. Ed essendo più strutturata aveva certo più tempo a disposizione, più risorse e più determinazione per affrontarne le conseguenze.
A questo si deve aggiungere la nota propensione tedesca a sacrificare anche i propri interessi e la propria razionalità (al limite della follia) pur di “non cedere”. Pensate a Stalingrado: sarebbe bastato un banale e veloce ripiegamento per salvare la sesta armata ma preferirono sacrificarla per “non cedere”.
Certo, fa piacere pensare che dopo persero la guerra…

E propio su questo concludo: la battaglia non è stata vinta, anzi, abbiamo subito una sconfitta, Siamo dovuti arretrare, per restare vivi.
Ora però sarebbe autolesionistico spaccarsi e sbranarsi vivi, facendo come gli antifascisti di Spagna che finirono per spararsi tra di loro mentre i fascisti di Franco conquistavano il paese. Spero che Syriza non si spacchi, o comunque che ci sia la possibilità di riorganizzarsi, al limite andando alle elezioni anticipate dopo la firma dell’accordo. Soprattutto penso che la guerra sia ancora lunga e che anche il nostro fronte abbia conseguito un risultato, notevolissimo: chiunque ha ormai capito che le favole del “rigore” e “dell’austerità” spacciate per discipline economiche “cartesiane”, dogmi indiscutibili, altro non sono che ciniche politiche per perseguire il potere, sia in campo economico che di supremazia di uno Stato su tutti gli altri. Il Governo Greco ha avuto il non indifferente pregio di costringere gli avversari a scoprirsi, tanto che sono stati costretti ad ammettere che se ne fottono, dei voti, della democrazia e dei referendum. Sono arrivati perfino ad affermare, platealmente, la “cessione di sovranità”: ma senza la propria sovranità non si è più tra “uomini liberi”, dunque la democrazia europea si rivela una finzione. E anche la Germania paga un prezzo: lo strapotere tedesco inquieta, la ferocia e il cinismo dimostrati cominciano a suscitare indignazione in ampi settori popolari (anche nella stessa Germania.. ) e a livello di Governi ci si chiede se non sia ora di ridimensionare la potenza tedesca.
Ripartiamo da lì dunque: in Spagna lo hanno capito, arriviamo ad ottobre e facciamo vincere Podemos cercando però di mantenere al potere Syriza in Grecia, da “1 contro 18” passeremo a “2 contro 17” e magari a “3 contro 16”, col Sinn Fein irlandese in vantaggio nei sondaggi.
Come diceva uno che se ne intendeva: “la rivoluzione non è un pranzo di gala…”

Paolo Soglia

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Il Referendum di Cefalonia: la “Acqui” combatte

Nel giorno del referendum in Grecia vorrei ricordare un altro “referendum” che si tenne nel settembre del ’43 a Cefalonia e Corfù.
L’esercito italiano portato lì dal fascismo a combattere un’assurda guerra d’aggressione, abbandonato dal Re fuggiasco, dopo l’8 settembre si trovò in una incredibile situazione: gli ex alleati tedeschi intimavano la resa incondizionata. L’11 settembre 1943 con un ultimatum chiesero al comandante della Divisione Acqui di consegnare le artiglierie, le armi pesanti e individuali e arrendersi. Dall’Italia nessun ordine preciso tranne il laconico comunicato di Badoglio che annunciava l’armistizio e la cessazione delle ostilità contro gli alleati, aggiungendo sibillino che le forze armate “reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Un capolavoro di equilibrismo…
Il 9 settembre i partigiani greci distribuiscono volantini agli Italiani: “Soldati Italiani! E’ giunta l’ora di combattere contro i tedeschi oppressori, Viva l’Italia libera! Viva la Grecia libera!”
I soldati non si fidano delle false promesse dei tedeschi che propongono la resa in cambio del rimpatrio. Sanno che ciò che li attende, se va bene, è il campo di concentramento. Anche il comando della Marina da Malta avvisa: “Ricordatevi che i tedeschi hanno affondato la corazzata “ROMA”, sicchè non bisogna assolutamente consegnare le armi, senza combattere, ai tedeschi”.

Dopo 48 ore di frenetiche trattative col comando tedesco, accade un episodio che non ha precedenti nella storia di nessun esercito regolare.
Incerto sul da farsi il Generale Gandin alle ore 1,30 del 14 settembre invita tutti i Reparti a esprimersi con un Referendum.
Queste le alternative:
1) Continuare a combattere coi tedeschi
2) Arrendersi e consegnare le armi
3) Combattere contro i tedeschi
I reparti, ufficiali, sottoufficiali e soldati – come noto – si pronunciarono unanimemente per la terza alternativa: La “Acqui” combatte contro i tedeschi.
il 15 settembre il Comando di Divisione intima ai tedeschi di sospendere l’afflusso di rinforzi: le batterie italiane aprono il fuoco contro un idrovolante tedesco che sbarcava truppe a Lixuri e la battaglia ha inizio. Dopo una prima fase in cui i tedeschi vengono respinti e subiscono pesanti perdite, con l’afflusso dei rinforzi dal continente e la copertura aerea degli Stukas la Wermacht contrattacca e il 22 settembre la resistenza della “Acqui” è spezzata.

A quel punto le divisioni dell’esercito regolare tedesco (era la Wermacht, non le SS…) si rendono responsabili di uno dei peggiori crimini della seconda guerra mondiale: In spregio a ogni convenzione internazionale, tutti i prigionieri italiani catturati vengono immediatamente passati per le armi con esecuzioni sommarie:i corpi vengono accatastati in fosse comuni o caricati su dei pontoni e poi fatti affondare in mare. Vengono giustiziati 189 ufficiali e più di 5000 tra sottoufficiali e soldati. Compiuto il crimine i tedeschi devono far sparire le tracce: per due o tre notti il cielo d’Argostoli è illuminato a giorno dai roghi degli amassi di corpi di soldati italiani cosparsi di benzina e dati alle fiamme, in quello che al Processo di Norimberga per i crimini nazisti venne definita: ” una delle azioni più arbitrarie e disonorevoli della lunga storia del conflitto.”

Nessun tedesco però ha mai pagato per quella strage. Anzi, la stessa Germania dopo la guerra si rifiutò di inserire l’episodio di Cefalonia tra i crimini di guerra.
Questo perchè i soldati della “Acqui”, dopo esser stati traditi dai fascisti e da Badoglio, vennero traditi, per la terza volta, – nel 1956 – dal Governo della Repubblica Italiana.
Il senatote a vita Paolo Taviani all’età di 88 anni ammise al settimanale “L’Espresso” che all’epoca il Governo (di cui lui era Ministro democristiano della Difesa) insabbiò la strage.
Finita la guerra infatti i familiari delle vittime e superstiti si batterono perché i 31 militari tedeschi responsabili di quell’eccidio venissero processati. Ma la politica non permise di arrivare al processo. Nell’ottobre del 1956 Gaetano Martino, liberale, ministro degli Esteri, scrisse a Taviani, ministro della Difesa, proponendogli in sostanza l’affossamento di ogni percorso di giustizia. E ciò in nome della risurrezione della Wehrmacht, cioè dell’esercito tedesco, necessario alla Nato in funzione anti-Urss. Taviani pose una sigla di assenso sulla lettera di Martino. «Il mio consenso — ammise nell’intervista — contribuì certamente a creare la sepoltura della giustizia».

Il referendum di Cefalonia si tenne in condizioni drammatiche, in piena guerra, nella certezza che non consegnandosi al nemico non si avrebbe quasi certamente portato a casa la pelle. Oggi in Grecia si vota in condizioni meno drammatiche ma sempre con una pistola alla tempia: o la resa all’austerità permanente, o la minaccia della fame. Ma quando si decide per sè, in piena coscienza e consapevoli delle conseguenze, i popoli si dimostrano spesso più sinceri e coraggiosi di coloro che pretendono di rappresentarli.
Buon voto al popolo greco.

Paolo Soglia

Grecia: sparigliare ancora, annullare il referendum

The famous photo - fountain Nelle situazioni eccezionali, così come nelle guerre di movimento, bisogna prendere decisioni estreme in tempo rapidissimo. Lo dico alle ore 23 del 30 giugno (tra un’ora, un giorno, nulla sarà come adesso). Ritengo che dopo la riapertura della trattatativa da parte di Junker, e l’immediato irrigidimento dei falchi e della Merkel, il governo Greco dovrebbe nuovamente spiazzare l’avversario.
Annullare il referendum fino a a che non sia dato esito alla trattativa. La mossa del referendum infatti aveva spiazzato l’Eurogruppo, però nelle ultime 48 ore si sono riorganizzati: cavalcandolo. Hanno perso ogni pudore di ingerenza e hanno fatto aperta campagna per il “SI”. Molto probabilmente lo vinceranno…
Bene. Ora Tsipras dovrebbe annullarlo: hanno riaperto la trattativa? Si tratti allora, a oltranza. Togliendogli l’arma a doppio taglio della vincita nelle urne referendarie, che imporrebbe le dimissioni del Governo in caso di sconfitta, si troverebbero nuovamente in un vicolo cieco.
Ragazzi: siamo a Stalingrado, si arretra, si arretra, ma poi la terra finisce: dietro non c’è più nulla, quindi adesso o si avanza, oppure….

Paolo Soglia

Rischio “Allende” per Tsipras?

E’ iniziata la fase due: la destabilizzazione della Grecia. I continui tentativi dell’arpia Lagarde di alzare l’asticella per far fallire un negoziato che era in dirittura d’arrivo non hanno alcun motivo tecnico. La distanza tra il debitore e le richieste dei creditori era ormai assotigliata a 300 milioni: in termini macroeconomici è più o meno il costo di tartine e frizzantini che l’FMI spende per i suoi vertici internazionali.

La realtà è che gli Usa non si fidano e temono che la Grecia finisca nell’orbita di Mosca. Uno scenario con Putin che sbarca sull’egeo e controlla il mediterraneo è per loro inaccettabile. Dunque, dopo aver provato a comprarlo adesso l’alternativa è abbatterlo. Ieri in Belgio si è svolto un summit coi capi delle opposizioni greche. Obiettivo: preparare un governo di “salvezza nazionale” ligio sia economicamente che politicamente. Una mano potrebbero darla anche le frange estremiste anarchiche o della stessa Syriza che abilmente manovrate provochino disordine, manifestazioni e contestazioni a Tsipras “da sinistra”.

Il golpe è pronto. Non coi carri nè bombardando la Moneda, nè coi colonnelli. Temo che entro domani venga posto a Tsipras il classico ultimatum irricevibile: accettare condizioni impossibili che portano alla sconfessione totale del programma elettorale e conseguentemente al tracollo del consenso. Tsipras non accetterà, ma l’alternativa è il famigerato “grexit”. A quel punto inizierà ad abbattersi sul paese una tempesta di inaudita potenza, dirompente: obiettivo il tracollo economico immediato, col blocco dei capitali, il blocco della fornitura delle materie prime e dell’energia  per mettere in ginocchio il paese e creare le condizioni per “ristabilire l’ordine”. Non esluderei nemmeno attentati e morti in piazza per aumentare la tensione… orchestrati da quelle forze di polizia e forze armate controllate da Alba Dorata. Non c’è da stare allegri, e soprattutto non si può commettere alcun errore.

Paolo Soglia

The Network of Global Corporate Control*

take the money

30.000 miliardi di liquidità sono depositati nei paradisi fiscali (ma la stima è assai per difetto…), una fittissima ragnatela di società off-shore è stata costruita appositamente per spostare continuamente i capitali sottraendoli al controllo degli Stati Nazione.
In questo contesto agisce quello che si usa chiamare “libero mercato”. In realtà si tratta di una enorme rete concentrata in pochissime mani: 147 super multinazionali controllano infatti oltre il 40% del mercato finanziario mondiale.
La parte del leone la fanno le istituzioni finanziarie. La top 20 include Barclays Bank, JPMorgan Chase & Co, e The Goldman Sachs Group:

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Tassare e controllare questi soggetti sovranazionali da parte degli Stati Nazionali è semplicemente impossibile (e infatti nessuno di questi versa una lira all’erario, o nel caso si tratta di spiccioli. Sono loro infatti quelli che determinano il sistema e quindi che possono stabilire anche le elemosine da versare ogni tanto per tener buoni governi nazionali o Federazioni imperfette come la UE).
Stati di fatto impotenti, con opinioni pubbliche sempre più impoverite.
Anche i timidissimi accordi tra Stati nazionali, vedi il caso Svizzera-Italia, in questo contesto sono gocce nel mare. Chiudiamo un po’ i cordoni con la Svizzera? Benissimo, restano altri 49 paradisi fiscali certificati da poter scegliere.
Senza spostarsi troppo basta andare in Gran Bretagna con la sua “City”, una vera e propria porta d’ingresso alla piattaforma off-shore: metà dei “paradisi”, infatti, sono stati inventati sotto la corona britannica che li controlla e li protegge.

Cosa contano popoli e persone in questo contesto? Nulla, diciamolo chiaramente.
Anzi, non parlerei neanche più di persone, meglio dire “utenti” , la cui funzione si riduce alla possibilità o meno di diventare “consumatori”, quindi di alimentare il sistema.
Ai più fortunati, diciamo così, viene riservata anche una parodia di democrazia: il rito del voto dei governanti locali. Un rito sempre più inutile (al di là del profilo politico dei competitors), visto che le leve del potere risiedono altrove.

Visto sotto questa luce anche l’ottimo proposito di Tsipras di tassare armatori e oligarchi può risultare un’arma spuntata. La minaccia abbastanza scontata è già partita: “Ci vuoi tassare? Bene spostiamo le flotte sotto un’altra più ospitale bandiera e tanti saluti”.
L’effetto perverso di questa situazione è una tassazione inversamente proporzionale alla ricchezza posseduta: si va dal nulla che pagano i soggetti sovranazionali, al pochissimo per i patrimoni personali dei ricchissimi. Poi si passa al poco dei ricchi, al già più consistente esborso per la classe media che diventa poi un macigno enorme e insostenibile per lavoratori dipendenti, autonomi, piccole e medie imprese residenti e commercio residente: chiunque non possa fuggire al fisco viene scorticato vivo da Stati Nazionali gabellieri sempre più strangolati dal loro stesso debito.
Un debito pubblico che nel nostro caso non può che aumentare visto che rinunciando alla Sovranità monetaria e al potere di emissione (e tutela) della moneta gli Stati Nazionali si indebitano esattamente con quelle stesse entità finanziarie sovranazionali di cui parlavamo sopra, che a loro volta sfuggono alla tassazione.
E’ un circolo vizioso irrazionale e mortale.
L’unico dato positivo ottenuto con la vittoria in Grecia è che sia caduto qualche velo su questo meccanismo infernale e si sia delineato più chiaramente, anche a livello popolare, qual è il problema e chi è il nemico.
L’aumento della consapevolezza non è certo indice di vittoria ma è la condizione “sine qua non” per determinare delle possibilità di reazione.

Paolo Soglia

*The Network of Global Corporate Control
è uno studio condotto da tre ricercatori (Stefania Vitali, Stefano Battiston e James Glattfelder) dell’ETH, il Politecnico federale di Zurigo, una delle migliori università del mondo, cui sono legati una ventina di premi Nobel.
Alcuni abstract in italiano:
http://www.swissinfo.ch/ita/una–super-entit%C3%A0–controlla-l-intera-economia/31476812
http://www.onb-analytics.com/the-network-of-global-corporate-control/
https://publicintelligence.net/global-network-of-corporate-control/
http://it.peacereporter.net/articolo/30376/Poteri+forti%3A+nomi+e+cognomi+dei+signori+della+globalizzazione

Grecia: analisi del primo scontro

Alexis-Tsipras-e-Janis-Varoufakis

La partita è lunga.
La prima battaglia europea del fronte antiliberista si è conclusa con un sostanziale pareggio in trasferta, un ottimo risultato se consideriamo le condizioni date.
Tsipras non poteva non sapere che l’impatto del dopo vittoria sarebbe stato durissimo. Quello che ha fatto in questo mese è tuttavia straordinario: in meno di 30 giorni Syriza ha dovuto formare un governo di coalizione perchè non aveva i numeri, eleggere un presidente della Repubblica e al contempo battersi in un durissimo confronto in sede europea avendo tutti contro e con una pistola puntata alla testa: la minaccia di asfissia economica e il default del paese.

Dalla sua parte giocava una situazione geopolitica favorevole, con gli Stati Uniti fortemente contrari a una destabilizzazione della zona euro e preoccupati di una eventuale deriva della Grecia verso lidi non controllabili.
Naturalmente poteva contare anche su un ampio consenso popolare, sia in patria che  in altri paesi UE, e godeva di una sostanziale simpatia di fondo anche da parte di settori di opinione pubblica non di sinistra stanchi delle fallimentari politiche di austerità imposte dalla Germania.
Ma il consenso popolare con tempi così stretti non è un’arma così cruciale al tavolo dei negoziati, soprattutto a breve termine.
Infine c’è stato l’ambiguo e mellifluo appoggio a corrente alternata da parte di Francia e Italia, un canale sotterraneo per ammorbidire un po’ le condizioni imposte dalla Troika senza però schierarsi apertamente: se andava male, a sbattere la faccia doveva essere solo la Grecia, se andava bene i paesi indebitati avrebbero goduto dell’apertura in sede politica di un negoziato sull’austerità. Insomma la solita politica da pusillanimi, in cui si gioca sempre col sedere degli altri.

Di positivo c’è che l’operazione di isolamento della Grecia e dell’implosione del progetto Syriza con la minaccia del default e del ribaltamento del Governo Tsipras è fallita.
Per ottenere tempo naturalmente Tsipras e Varoufakis devono accettare molti compromessi: il proseguo del programma con un sostanziale allentamento dei vincoli ma senza quella autonomia totale che chiedevano. La Germania non poteva assolutamente  uscirne ammettendo il totale fallimento delle sue politiche economiche: dunque – formalmente – si rimane all’interno del quadro tracciato dalla Troika negli anni scorsi.
In sostanza però la Troika deve incassare una sconfitta politica: il Governo Tsipras ha dettato una nuova agenda politica alla UE. Ha imposto il dibattito sulle politiche di austerità e ha già imposto una declinazione lessicale negativa: non si devono più pronunciare le parole “Troika” e “Memorandum”.
Il governo greco ha dimostrato un grande pragmatismo: nelle condizioni date è un buon risultato. La battaglia prosegue.

Paolo Soglia

Da oggi la Grecia è la linea del fronte

Partigiani_mortirolo

Finalmente dopo tante teorie ecco irrompere la realtà: semplice, comprensibile, a suo modo spietata, ma chiara. In Grecia ha vinto democraticamente una forza che si oppone al neoliberismo e alle sue follie finanziare, giudicate peraltro assolutamente fallimentari ormai da quasi tutti gli economisti mondiali.
Alla chiara volontà espressa dal popolo Greco di non voler più sottostare al regime di usura messo in piedi dalla Troika (pur dichiarando di voler rientrare dal debito e di non voler “pesare” sugli altri popoli europei), la trimurti ha risposto immediatamente e concretamente.
La decisione della BCE di Draghi di impedire alle banche greche di approvvigionarsi di liquidità in cambio di titoli di Stato non è un tecnicismo, è una decisione politica gravissima che mira a tre obiettivi:
Il primo: chiarire che in Europa comanda una tecnostruttura economico-finanziaria che si appoggia ad alcune enclave politiche e non è sottoposta a nessuna autorità democraticamente eletta (il vecchio detto: “noi siamo noi e voi non siete un cazzo…”)
il secondo obiettivo: mettere da subito Tsipras e il suo governo con le spalle al muro, soffocarlo economicamente e politicamente, sgretolare il suo consenso interno, creando le condizioni per evitare qualsiasi negoziato. Casomai qualche piccola concessione, minima, ma pretendendo che la debba mendicare, ringraziando pure quando un piccolo osso di consolazione gli verrà gettato per terra come a un cane.
L’ultimo obiettivo riguarda gli altri governi e cancellerie, soprattutto dei paesi in difficoltà, per i quali il messaggio è chiaro: “attenti a non fare troppo i furbi e a spendervi in sostegno alle richieste greche: oggi bastoniamo loro, poi domani potrebbe toccare a voi”.

A questo punto è chiaro che senza eventi esterni che producano un cambiamento dei rapporti di forza, alla Grecia verranno “stroncate le reni” con poco sforzo.
Ma se viene sconfitto il Governo Greco non sarà solo una sconfitta di Syriza, o della cosiddetta sinistra radicale, ma una sconfitta popolare dalle conseguenze enormi: la trimurti avrà la strada spianata per ennesimi furti legalizzati, spostando continuamente i crack delle banche e i buchi degli speculatori sui conti pubblici degli Stati (a 4500 miliardi di euro ammontano gli aiuti di Stato concessi a fondo perduto dalla UE alle banche dopo il 2008, altro che debito greco…).
E continuerà indisturbata anche la distruzione di quanto rimane dello stato sociale, con l’accaparramento delle risorse in mano a pochissimi a scapito dei più: tagli alle pensioni, agli stipendi, nel tentativo (peraltro ormai a buon punto) di riportare la cosiddetta “forza lavoro” nelle condizioni di mera riproduzione di se stessa, come agli albori della rivoluzione industriale.
Dunque non è possibile permettere che questa battaglia si svolga solo sul piano politico-diplomatico, lasciando che il Governo greco resti solo a districarsi nella lotta coi poteri finanziari e con le lobby politiche che li spalleggiano, schivando anche quei (finti) “amici” di alcuni Governi, compreso il nostro, pronti a fare dichiarazioni di sostegno da quattro soldi e poi a scomparire appena i padroni veri fanno la voce grossa.

La Grecia oggi è la linea del fronte: se crolla non ci sarà nessun “Podemos” in Spagna a novembre, nè alcuna reale ripresa economica in Europa.
Ma se crolla il fronte non sarà solo responsabilità di Tsipras e del suo Governo, ma di tutti coloro che potevano fare qualcosa e non lo hanno fatto.
Cosa possono fare però in concreto cittadine e cittadini d’Europa? Una sola cosa: determinare la maggiore pressione politica possibile sui propri Governi che all’interno dell’Eurogruppo dovranno decidere le sorti della Grecia.
Dunque è necessario fare una delle poche cose che ormai sappiamo e possiamo fare: manifestare in sostegno delle richieste del Governo Greco, per una revisione dei trattati europei e contro l’attuale politica economica e monetaria della UE.

La responsabilità dell’organizzazione spetta in primo luogo alla Sinistra europea raggruppata  nel GUE/NGL, ma organizzazioni sociali, sindacati e partiti a vario titolo critici con lo status quo non dovrebbero chiamarsi fuori.
Personalmente, vista la posta in gioco, non andrei troppo per il sottile: auspico anzi che alle proteste si uniscano quanti più soggetti possibile, anche movimenti che non si riconoscono nella sinistra, come da noi il Movimento 5 Stelle, o i tanti movimenti euroscettici presenti in varie forme in europa.
Qualcuno storcerà il naso, ma come dice un vecchio proverbio cinese: “quando sei inseguito dalla tigre non puoi camminare maestoso…”

Paolo Soglia