La gestione della barbarie

Califfato

Molti parlano di guerra al Califfato, come se il fenomeno si fosse materializzato da pochi mesi, come una sorta di fantasma sconosciuto.
Eppure di Califfato parlava continuamente Bin Laden, ben prima dell’attentato del 2001 e della guerra in Afghanistan.
Ora vorrei sottoporre alla vostra attenzione questo documento che circola sui siti islamisti da oltre vent’anni. Difficile sia sfuggito ai nostri “strateghi”, anche perchè dal 2005 questo scritto attribuito a Abu Bakr Naji è addirittura tradotto in francese e pubblicato (lo potete pure comprare su Amazon…).
Si chiama “La gestione della barbarie” ed è un documento politico molto preciso, una sorta di “Mein Kampf” Jihadista che delinea la strategia della gestione del caos selvaggio prima della istituzione del Califfato.

Ebbene, di questo libro si parla anche in un articolo di Marco de Martino che ho trovato negli archivi di Panorama del 2006:
“Nei siti islamici circola anche un dettagliato piano ventennale di Al Qaeda per raggiungere la vittoria finale. A parlarne tra i primi è stato Fuad Hussein, un giornalista giordano che nel 1996 trascorse un periodo nella stessa prigione in cui era detenuto Abu Musab al-Zarqawi, il leader di Al Qaeda ucciso lo scorso giugno in Iraq (giugno 2006 ndr).
Quello che i terroristi vogliono veramente è alterare gli equilibri geopolitici fino a creare un nuovo ordine mondiale”.
Nel centro antiterrorismo dell’accademia militare di West Point, a poca distanza da New York, McCants lavora a identificare i principali documenti che articolano il piano di Al Qaeda contro l’Occidente. Uno di questi, da poco tradotto da McCants, è un saggio intitolato La gestione della barbarie. Nelle quasi 300 pagine dello studio, l’autore Abu Bakr Naji sostiene che nel passato gli estremisti islamici hanno fallito perché le superpotenze sono riuscite a governare il mondo arabo per interposta persona, appoggiando economicamente regimi e governi amici.
La vittoria è invece arrivata quando lo scontro è stato diretto, come è successo con i sovietici in Afghanistan, e secondo Naji lo stesso accadrà ora che gli americani sono caduti nella trappola di intervenire prima in Afghanistan e poi in Iraq.
Le difficoltà della campagna americana hanno già avuto l’effetto di annientare l’immagine di invincibilità di cui godevano gli Stati Uniti. Ma il vero punto di svolta arriverà se gli americani si ritireranno dall’Iraq, perché allora anche i governi mediorientali che hanno sostenuto gli Stati Uniti sembreranno più vulnerabili.
E i terroristi potranno lavorare per farli cadere.”

La parte più interessante è questa, dove gli ideologi della Jihad profilano il piano di Al Qaeda che prevede sei fasi, iniziate con l’attacco dell’11 settembre. Eccole:
2001-2003: IL RISVEGLIO
Secondo Hussein, gli attentati di New York e Washington sono stati ideati per portare le truppe americane a intervenire direttamente in Medio Oriente: “Colpito alla testa, il serpente ha perso lucidità e ha reagito caoticamente” scrive il giornalista. La prima fase si è esaurita con l’entrata dei soldati americani a Baghdad.
2003-2006: LA SCOPERTA
Per gli strateghi di Al Qaeda, il prolungato conflitto in Iraq non ha solo permesso di addestrare una nuova generazione di terroristi, ora pronti a combattere su altri fronti. Ha anche aumentato la popolarità dell’organizzazione di Bin Laden, che si è trasformata in una ideologia.
2007-2010: L’ASCESA
Al Qaeda intende destabilizzare e infiltrare i paesi confinanti con l’Iraq, a partire da Siria e Turchia. “I recenti attacchi contro l’ambasciata americana a Damasco e nelle località turistiche sono il preludio di questa nuova fase” sostiene Hussein. Secondo l’analista, la pressione americana contro il regime di Damasco non farà altro che giocare in favore degli uomini di Bin Laden, che nei prossimi tre anni concentreranno i loro attacchi anche contro Giordania e Libano.
2010-2013: IL RECUPERO DEL POTERE
Impegnati su troppi fronti, gli americani non potranno più sostenere i governi amici mediorientali, che inizieranno a cadere. I terroristi di Al Qaeda pensano di poter facilitare il processo con attacchi contro le strutture petrolifere e attentati elettronici contro i centri nevralgici del sistema economico americano. Secondo Hussein, l’intenzione è aumentare lo scetticismo degli investitori esteri, soprattutto in Cina e Giappone, fino a causare la caduta del dollaro e l’adozione dell’oro come valore di scambio sui mercati internazionali.
2013-2016: LA NASCITA DEL CALIFFATO
Con l’istituzione del califfato di cui spesso parla Bin Laden, diventerà impossibile il controllo occidentale sui paesi arabi e Israele non sarà più in grado di operare attacchi preventivi contro chi lo minaccia. “L’equilibrio internazionale cambierà” scrive Hussein. “Cina e India a quel punto saranno superpotenze, mentre la tendenza all’unità europea si sarà fermata”. Il nuovo sistema di potere mondiale sarà meno ostile ai musulmani di quello attuale e si creeranno nuove alleanze, che porteranno la Cina ad allearsi con gli islamisti.
2016-2020: LA VITTORIA FINALE
Il califfato formerà un esercito che porterà a una guerra mondiale contro i non credenti. “Il mondo realizzerà il vero significato della parola terrorismo” scrive Hussein pronosticando la creazione di una sorta di utopia islamica.

Noterete con quanta inquietante precisione la scadenza temporale delle fasi e degli eventi è stata finora rispettata…
Concludo con una domanda: se questa è la strategia Jihadista, conosciuta e studiata da almeno vent’anni da analisti e governi, perchè gli errori che loro si aspettano che faccia l’Occidente li sta  commettendo tutti, sistematicamente, senza mancarne uno?

Paolo Soglia

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