+++ULTIMORA+++ Renzi cambia verso alla lingua nazionale.

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“Basta con l’Italiano, nel mondo non lo parla più nessuno”.

Queste le parole del Premier pronunciate a margine del summit europeo che ha presieduto in Turingia sul rilancio del mercato ittico e l’abbattimento selettivo degli ungolati.
Dopo la riforma del Senato, la legge elettorale e l’articolo 18 Matteo Renzi ha sollevato un altro tema destinato a scatenare polemiche: “Se in 150 anni d’Unità d’Italia la gente fa ancora strafalcioni e continua a parlare in dialetto una ragione ci sarà: inoltre l’uso dell’italiano discrimina tutti quegli stranieri che sarebbero disponibili a investire nel nostro paese ma poi desistono perchè non ci capiscono un cazzo.”
Il premier ha annunciato entro l’autunno un apposito decreto per cambiare la lingua nazionale: Renzi ha subito escluso che il nuovo idioma possa essere l’Inglese (troppo difficile) e l’Arabo, per non irritare la Lega e soprattutto gli alleati dell’NCD di Alfano.
In Italia dal 2015 si parlerà dunque il Cinese mandarino, una scelta che Matteo Renzi ha rivendicato per consentire di attrarre investimenti dalla maggiore economia mondiale.
Dura l’opposizione della minoranza PD che preannuncia battaglia al Senato: Civati pronuncerà il suo intervento in Esperanto mentre i giovani turchi si dicono fiduciosi di poter trovare un compromesso sul Tedesco.
Delusi invece i bersaniani che avrebbero preferito il Russo.

Paolo Soglia

Renziani su Marte: “Dopo il Senato e il Job Act conquisteremo anche il pianeta rosso”

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Il premier torna ad attaccare i gufi, gli immobilisti, i dinosauri della minoranza PD, i magistrati, i sindacati conservatori e la classe arbitrale che non concede abbastanza rigori alla Viola: “il rigore sembra finito solo per la Fiorentina” – sbotta un po’ rabbuiato Renzi – che poi ritorna alla politica annunciando i prossimi impegni di Governo.
Ecco l’agenda preparata dal premier:
1) Si fa il Job Act e lo scrive Ichino: avrà solo 17 articoli.L’articolo 18 non c’è perchè non c’era più spazio nel foglio, quindi nessun complotto” spiega bonario il premier smorzando le polemiche.
Rispetto alle critiche delle opposizioni interne Renzi apre al dialogo: “Si discute tutti assieme e se poi a qualcuno non gli va bene se ne può andare affanculo.”
2) Dopo il Job Act Renzi affronterà l’agenda del semestre europeo: “Noi si va da Junker che ci deve sganciare subito i 300 miliardi: possibilmente in contanti e con banconote di piccolo taglio come richiesto da Forza Italia”. Il Premier ha infatti accolto con entusiasmo l’emendamento forzista: “Questa sì che è un’opposizione responsabile: si agisce insieme nell’interesse dell’Italia”. E rivela ai cronisti un episodio: “Silvio, che di soldi se ne intende, mi ha suggerito di non accettare nè cambiali, nè un post datato”.
Ma le sorprese non sono finite.
Durante la presidenza del semestre europeo l’Italia annuncerà all’Europa e al mondo la prossima conquista di Marte: “Basta con sta storia del Pianeta Rosso” – ha tuonato  – “Anche Marte prenda atto che se non cambia nome si torna al 25%…”
Renzi ha poi spiegato che Marte rappresenta una grande opportunità per l’Italia: “Abbiamo visto le foto e non c’è manco un pensionato. Nessun problema neanche coi sindacati: c’era un’ombra che ricordava la silhouette della Camusso e c’era venuto un dubbio, ma poi s’è scoperto che era solo una pietra che è li da un milione di anni, molto più giovane quindi della segretaria della CGIL…”
Renzi sì è poi infervorato spiegando che burocrazia e tasse su Marte sono ridotte al minimo (anche se pare che pure lì si paghi la TASI), inoltre le sonde rivelano ampie aree di terreno desertico perfettamente edificabile senza che nasca subito il solito comitato “NO qualcosa” a rompere i maroni.
Sul piano tecnico il Premier ha spiegato che il razzo sarà costruito dalla NTV di Montezemolo e Della Valle, fiore all’occhiello della tecnologia italiana, riadattando un locomotore superveloce “Italo” che monterà però un motore Ferrari da Formula 1 (quello della rossa di sei anni fa, perchè quello di oggi non va un cazzo…).
L’equipaggio sarà scelto rispettando rigorosamente le competenze e la divisione di genere: i tre astronauti saranno selezionati con le primarie al centro aerospaziale, le tre astronaute verranno estratte a sorte tra le finaliste dell’ultima Miss Italia: “Perchè ho avuto rassicurazione dal ministro Giannini – afferma Renzi – “Che i test di cultura generale effettuati a Salsomaggiore hanno dato esiti migliori di quelli della media delle Università Italiane dopo la nostra riforma”.
Agli astronauti sarà fatto un contratto d’ingresso triennale a tutele crescenti: “Ci vuole un anno e mezzo ad andare e uno e mezzo a tornare, quindi è ovvio che al rientro sulla Terra saranno tutti assunti.”
Arrivati su Marte, però, NTV si riserva di interrompere il rapporto: “Ma non c’è problema” – afferma Renzi – “Marte offre tantissime altre opportunità di reimpiego, soprattutto nel settore delle acque minerali”.

Paolo Soglia

L’Unità, la fine di un giornale orfano di partito

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L’Unità domani chiude.

Non è la prima volta che accade e non è detto che il marchio non resusciterà prossimamente, chissà sotto quale compagine e con quale progetto editoriale.
Al di là del dramma reale dei giornalisti disoccupati, ma anche della retorica, delle recriminazioni, degli errori di gestione che hanno accompagnato questo travaglio e l’infausto esito finale, cerchiamo di capire perché è morto questo giornale.
La morte dell’Unità è cominciata ben prima di questo mercoledì 30 luglio 2014: la malattia, diciamo così, affonda sostanzialmente nella fine del rapporto intrinseco che legava un partito (il PCI) al suo organo di stampa. L’Unità era la “colonna vertebrale” del partito, tanto che in alcuni momenti storici, nella percezione di molti militanti o simpatizzanti, L’Unità “era il partito”.
L’Unità e il PCI erano dunque due gemelli siamesi: corpi separati ma con uno stesso cuore. Difficile pensare che morto il primo potesse sopravvivere il secondo.
Quando il PCI ha concluso la sua vicenda politica trasformandosi prima in PDS, poi in DS, poi nel PD e successivamente nel partito di Renzi il legame storico tra queste due entità (partito e organo) si è via via affievolito e poi si è sostanzialmente dissolto del tutto.

Nel corso degli ultimi 25 anni non sono mancati anche momenti di crescita con alcuni picchi addirittura  “aurei” (pensiamo a certi momenti all’Unità veltroniana, all’operazione videocassette con un aumento esponenziale – drogato – ma significativo delle vendite,  alla nascita di costole come “Tango” e “Cuore”, all’ambizione di riprendersi pezzo per pezzo il rapporto coi territori con l’operazione delle cronache locali delle “Mattine”).

Tuttavia, nella sostanza, questi picchi (non rari peraltro nel declino di un’esperienza) erano dovuti a elementi congiunturali: a un’operazione politica/editoriale o a una stagione legata a un determinato leader, ma il rapporto intrinseco tra giornale e partito si era ormai inesorabilmente interrotto non si è mai più ricostituito.
E’ abbastanza noto ai più che da diversi lustri il ruolo di voce della comunità politica a cui facevano riferimento prima i Ds e poi il PD sia stata sostanzialmente occupata da “La Repubblica”: non ovviamente come “organo di partito”, ma senz’altro come punto di riferimento editoriale per tutta quell’area politica, che peraltro mutava e si ibridava costantemente, allontanandosi non solo politicamente ma soprattutto culturalmente dall’esperienza del vecchio PCI (pur conservando pezzi di quella storia al suo interno).
Per paradosso è apparso (e a tutt’oggi appare evidente a molti) che sia “La Repubblica” scalfariana e poi mauriana, il giornale d’area di riferimento. Un ruolo però interpretato in modo diverso. “La Repubblica” tende sempre ad assumere un ruolo guida rispetto al partito stesso:  entrando in pieno nel merito del dibattito interno al partito, con l’evidente volontà non solo di commentare ma propriamente di indicare la linea politica da percorrere. Una sensazione che ha dato luogo alla definizione diffusa di “Partito di Repubblica”, luogo ispiratore e protagonista di primo piano nella vicenda politica del centrosinistra.

Dunque, dopo aver creato un apparato giornalistico ipertrofico, supportato dalle feste, dalla diffusione militante e successivamente da ingenti trasfusioni di danaro pubblico attraverso il finanziamento della stampa di partito, L’Unità è diventata sempre di più un corpo estraneo al partito stesso (il cui percorso peraltro andava modificandosi profondamente). Il giornale rimaneva sempre a metà strada: non un’entità editoriale autonoma ma nemmeno più un organo di partito reale.
Dal canto suo il partito erede del Pci si trovava in mano un “organo” che anche a causa delle proprie debolezze e contraddizioni interne sempre meno gli serviva e sempre meno lo rappresentava.
Anzi, in certi momenti non sono mancate vere e proprie “guerre” tra la direzione dell’Unità e quella del partito di riferimento, una situazione imbarazzante e inimmaginabile se pensiamo alla storia precedente: certo anche nell’Unità del PCI non mancavano contrasti tra redazione e segreteria, ma in un quadro e in uno scenario completamente diverso, in cui i ruoli erano chiari e definiti.
Tuttavia nel partito erede del PCI la rottura del cordone ombelicale con l’Unità ha sempre rappresentato un problema: da un lato non poteva e non voleva più sostenerne i costi ma soprattutto non aveva più alcun interesse politico a mantenerla in vita, dall’altro sapeva che all’interno del proprio corpo sociale, per tanti militanti, la chiusura sic et simpliciter dell’Unità comportava un costo troppo alto da pagare che nessun segretario o dirigente erede della tradizione PCI intendeva assumersi (dirigenti che peraltro L’Unità  non la compravano più da un  pezzo…) .
A un certo punto si è quindi pensato di prendere una scorciatoia, rendere autonoma la proprietà trasformando il giornale in un ibrido conclamato: una proprietà privata formalmente indipendente che gestisse un marchio e un giornale percepito e autoproclamantosi come un organo di partito (che pure non era più tale).
Le precedenti chiusure e le successive rinascite sono avvenute all’insegna di questo sganciamento definitivo della proprietà editoriale dal partito,  che tutt’al più serviva come “nume tutelare” per convincere imprenditori “d’area” a farsi carico della gestione mentre al giornale il partito continuava a devolvere, in forma indiretta, il finanziamento statale.

Ma in cambio di cosa un Soru o chi per lui avrebbe dovuto farsi carico di un organo di cui il suo stesso partito di riferimento avrebbe fatto volentieri a meno? E’ questa la domanda, infatti finita la congiuntura politica del momento da cui l’imprenditore sperava in un ritorno politico e economico, partiva la corsa dell’editore privato a sganciarsi e la ricerca di un nuovo soggetto (ma sempre alle stesse condizioni).
Il paradosso si è rivelato talmente azzardato che nella compagine proprietaria sono entrate persone dichiaratamente di destra e addirittura una delle esponenti più estremiste del berlusconismo, Daniela Santanchè, con cinica perfidia si è avventata sulle spoglie offrendosi ai liquidatori dell’Unità per rilevarla.
Non è singolare però che il partito erede del PCI, ora PD, al suo massimo fulgore dalla scomparsa del PCI stesso, con il suo segretario che occupa anche la carica di Presidente del Consiglio, lasci andare al suo destino il giornale senza muovere un dito.
Renzi può esser cinico ma non è un ipocrita: sa che questa storia (che peraltro non gli appartiene) è finita e agisce di conseguenza.

Ebbene, ora l’Unità è morta.
Le storie umane finiscono, come finiscono quelle sociali e quelle politiche finiscono anche quelle editoriali.
Io mi auguro che tutti i validi giornalisti che vi lavoravano trovino una nuova collocazione quanto prima e che magari dalle ceneri dell’Unità rinasca presto una nuova esperienza editoriale, autonoma e forte, con una proprietà competente e motivata che faccia risorgere una nuova testata con un nuovo nome.
Una testata che non dovrà necessariamente essere di carta stampata, che pensi di rivolgersi e dare spazio a una nuova area vasta di società (non solo di sinistra) che si agita e non trova canali d’espressione.
E che soprattutto metta il giornalismo davanti a tutto, davanti alle logiche di partito, di corrente e anche di “parte”, davanti anche a  quel “senso comune” che fa da sottofondo a ogni audience di riferimento.
Me lo auguro di cuore, ma al tempo stesso mi auguro che L’Unità, glorioso giornale, riposi in pace.
Che nessun apprendista stregone la resusciti solo per sfruttarne il marchio per la durata di un’estate, finendo poi, magari, per consegnare quel marchio in mani sporche e immorali oppure politicamente impresentabili come è successo con “L’Avanti” del faccendiere Lavitola o come poteva succedere con L’Unità nelle mani della Santanchè.

RIP Unità, son cresciuto sulle tue ginocchia ed è stato bello fare un tratto di strada insieme.

Paolo Soglia

Le Brevi: Renzi Mundial

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Il CT dell’Inghilterra Hodgson vuole battere l’Italia, lo sdegno di Renzi: “Non possiamo farci ricattare da chi avendo perso le Europee cerca la rivincita coi piedi”.
Monta la rabbia anche tra i renziani che avvertono: “L’Inghilterra prenda atto che abbiamo il 41% , Hodgson non può occupare il campo con 11 giocatori bloccando il passaggio del turno: si adegui al volere della maggioranza”.

Paolo Soglia

Le Brevi: Meteo Renzi

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Nubifragi e grandine nel week end, lo sdegno di Renzi: “Non lascio il paese in mano alle correnti atlantiche del Nord Europa”.
Monta la rabbia anche tra i renziani che avvertono: “il tempo prenda atto che abbiamo il 41% e si adegui al volere della maggioranza”.

Paolo Soglia

Renzi ha vinto troppo?

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Altolà!
Prima che qualche lettore Pd imbracci il fucile per leso renzismo chiarisco: stavo ascoltando ieri a Radio Pop l’analisi sui flussi del Professor Corbetta dell’Istituto Cattaneo.
Corbetta da serio professionista qual’è stava spiegando da dove arrivano questi 11 milioni di voti al PD.
In questa che è stata l’elezione con la più scarsa affluenza dal dopoguerra Corbetta sottolineava, innanzitutto, che il Pd di Renzi ha tenuto i suoi. E qui già c’è una vittoria perchè se tutti calano e tu tieni almeno i tuoi hai già vinto. Poi non ha perso nulla a sinistra: solo qualche rivolo sulla lista Tsipras, ma bilanciato da rivoli in entrata da Sel, quindi inezie.
Ma la vera ragione è – secondo Corbetta – che Renzi ha fatto il pieno al centro: ha inglobato praticamente tutto il blocco Monti (quasi 3 milioni di voti nel 2013), tant’è che Scelta Civica è scomparsa. Infine ha rosicchiato qualcosa anche al Cavaliere, anche se la debacle di Berlusconi si è manifestata soprattutto con l’astensione, un prezzo analogo pagato caramente anche da Grillo che ha consolidato il suo elettorato più fedele ma ha invogliato molti a stare a casa o addirittura a tornare al Pd.
Corbetta ha concluso il suo ragionamento così: “forse Renzi ha vinto troppo, un successo che nemmeno lui pensava essere così rotondo e che adesso avrà il compito non facile di gestire perchè è presumibile che in un’elezione politica, con una partecipazione più alta e una polarizzazione forte, non potrà che calare”.
Infatti adesso Renzi, assieme a una grande agibilità e un suffragio elettorale che gli mancava (essendo arrivato a Palazzo Chigi silurando Letta)  qualche problemino ce l’ha. Paradossalmente, sarà sempre più difficile rinnovare quei patti siglati prima del cambio del rapporto di forze che ora potrebbero rivelarsi carta straccia (Italicum, riforme istituzionali) perchè non più condivisibili nè convenienti per i “perdenti”: in primis da Berlusconi, ma sotto sotto anche da Alfano, in caduta libera, e molto vicino alla soglia del limbo politico.
Una vittoria così netta di Renzi impone però una riflessione non viziata da pregiudizi e partigianerie. Renzi ha vinto perchè è riuscito abilmente a cavalcare una voglia di cambiamento e al tempo stesso di stabilità, dote fondamentale in un paese estremamente conservatore come il nostro. E’ riuscito a intercettare, almeno in parte, anche alcune “istanze” dei 5 stelle facendole proprie (deideologizzazione della sua formazione politica trasformata da “partito di sinistra” a partito trasversale, abbattimento delle spese della politica, tetti agli stipendi pubblici e sburocratizzazione della macchina statale).
Ha dato gli 80 euro (potendo così indossare i panni del redistributore di “sinistra”) ma si è presentato pure con il Job Acts (provvedimento che intercetta l’esigenza neoliberista di una definitiva deregulation del mondo del lavoro).
Insomma, mentre Beppe Grillo predicava il suo “nè di destra nè di sinistra”, attorcigliandosi sempre più in un solipsimo livoroso e inconcludente, Renzi (che a differenza di Grillo sa far politica) questa sorta di immagine “bipartisan” se la spendeva ogni giorno: la metteva in pratica, presentandosi come alternativa pragmatica e non rancorosamente ideologica al berlusconismo.
La demenziale campagna elettorale di Grillo tutta tesa allo “scontro finale”, all’evocazione dell’Apocalisse (o noi o loro), al referendum su chi prendeva un voto in più ha fatto il resto compattando sul partito la minoranza interna del Pd (quella più incline a far qualche “dispetto” nel segreto dell’urna..), portando inoltre in dote tutto il centro (e in parte un voto di destra orfano di Berlusconi).
Renzi ha senz’altro il merito di aver trasformato l’immagine del PD: da Ditta Immobile, appannaggio dello stesso ceto politico formatosi negli anni ’70, a partito “dinamico” che intende occupare lo spazio politico ponendosi al centro, come motore di una trasformazione di stampo modernista/liberale.
A questo punto la domanda d’obbligo è: perchè molti elettori che si ritengono comunque “di sinistra” hanno votato Renzi? In parte ha funzionato il richiamo del voto utile nel ballottaggio con Grillo, ma soprattutto perchè le persone di sinistra, per primi, sanno perfettamente che non esiste più una sinistra politica nel Pd capace di interpretare una politica di cambiamento, e quindi non avevano alternative.
Quella che ostinatamente i giornali chiamano “sinistra interna” altro non è, infatti, che il vecchio mandarinato diessino di cui gli stessi elettori di sinistra sono disgustati da anni e di cui certo non sentono la mancanza.
Dunque anche chi, in cuor suo, condivide poco o per nulla le politiche neoliberal di Renzi non si è certo strappato i capelli per il ridimensionamento della minoranza interna, nè si è indignato più di tanto per l’attacco alla CGIL, interpretandolo più come un attacco all’apparato burocratico sindacale che non ai diritti in quanto tali.

In conclusione: si è aperto un nuovo ciclo politico e la nuova balena biancorossa renziana si presenta come una sorta di DC postmoderna che contiene dentro tutto: dal governo all’opposizione, ed è pronta a gestire il potere spartendolo tra le sue varie componenti, compreso il giovin Civati, che non passa giorno che non dica che questo non è “il suo Pd” ma che alla fine pare trovarsi anche lui piuttosto bene.
Renzi si propone come modernizzatore del paese, e su questo il suo intervento può avere su singoli aspetti anche effetti positivi e terapeutici. Bisognerà infatti valutare ogni sua singola azione politica senza lasciarsi andare al vetusto preconcetto che ha già portato a tanti errori, quello che identifica il nemico in chi non è “di sinistra” e quindi condanna di default tutto quello che fa come sbagliato (come se poi tutto quello fatto da qualcuno che si proclama “di sinistra” fosse automaticamente giusto e santo…).

Ma una cosa deve essere chiara: la visione politica di Renzi resta saldamente ancorata a un sistema di valori e di relazioni economiche di impronta neoliberista, neoblairiana, la stessa impronta  che sta portando al collasso la società Europea.
Un conflitto strisciante che ha spinto molti elettorati nazionali impoveriti, impauriti e confusi a dare risposte assai diverse: il dinamico neocentrista Renzi in Italia (ma anche Merkel e le larghe intese in Germania), Marine Le Pen e il crollo dei socialisti in Francia, l’euroscettico Nigel Farrage in Gran Bretagna o, all’opposto, Alexis Tsipras e la sinistra radicale (ma di Governo) in Grecia.
Senza dimenticare le varie formazioni più o meno “anti euro” e populiste, o peggio, quelle più o meno nazistoidi che si sono fatte breccia e che porteranno dei loro rappresentanti in Europa.
La sfida al “renzismo” non è dunque un regolamento di conti elettorale nel condominio Italia ma è parte integrante del grande conflitto sociale che si è aperto in Europa.

Paolo Soglia

Per far quello che dice Renzi è necessario che vinca Tsipras

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Siamo realisti: Io prendo 1.300 euro al mese. Mi chiedete se son contento di arrivare a 1.380? Naturalmente si, e che ciò sia strettamente connesso al fatto che Renzi ha un maledetto bisogno di far risultato alle europee non toglie nulla alla mia personale situazione. Tuttavia non vi sfuggirà una cosa: il cuneo fiscale l’aveva già tagliato Letta: una miseria, 15 euro al mese perchè diceva che non si poteva far di più non avendo i soldi. Ebbene, mi chiedo: i soldi che non aveva Letta dove li ha trovati Renzi? E’ questo il mistero: oltretutto Renzi promette anche la restituzione totale del debito della PA che sono una paccata di miliardi.
La BCE e l’allegra compagnia della Troika (non noi “disfattisti”) hanno subito fatto presente all’Italia che non ha un euro, anzi, chiedono ulteriori rientri.

Dunque io penso questo: giusto tagliare il cuneo ma non sufficiente perchè ci sono in Italia milioni di poveri e disoccupati a cui una detrazione fa un baffo visto che non prendono la busta paga. Serve pertanto sia quello che il reddito minimo garantito e per farlo bisogna sforare i paletti di Maastricht.
Serve dunque esattamente quello che chiede e vuole Tsipras: rimettere tutto in discussione a livello Europeo con una grande conferenza sul debito e la trasformazione della BCE in prestatore d’ultima istanza (come sono tutte le altre banche centrali) in modo da permettere agli stati di investire.
Altrimenti il giochetto dell’amico Renzi ha le gambe corte e appena arriva il bidello Olli Rehn tornano tutti in classe a fare i compiti con le orecchie basse .

Paolo Soglia

Le brevi: la perfetta sintonia

berlusconi_renziIl pifferaio di Firenze prima pugnala la parità di genere affidando a 60 franchi tiratori il compito di mantenere la “perfetta sintonia” con Berlusconi, poi fa la voce grossa quando c’è da votare le altre porcate (tipo la soglia di sbarramento all’8% e le liste bloccate): «Se qualcuno non vuole votare oggi, lo deve spiegare bene fuori da qui».
Allora: fuori di qui fra poco ci sono le elezioni europee. Da lì deve arrivare un segnale forte e chiaro, unitario e di massa a favore dell’Altra Europa con Tsipras, altrimenti è finita: perchè il Renzismo non è altro che la prosecuzione del Berlusconismo con altri mezzi.

Paolo Soglia

Il Renzi è proprio bravo (a parlare…)

HeroLo dico sul serio: comunicativamente è stato efficacissimo.
Il suo discorso al Senato era comprensibile, sintetico, leggermente influenzato da quella sua voglia di far sempre lo sborone, ma che poi un po’ piace perchè non è quella modalità pretesca e falsamente istituzionale da politico navigato.
Efficace perchè ha dettato un’agenda precisa dando però solo suggestioni, senza entrare mai nel merito del “come” fare: un discorso rivolto non tanto ai senatori ma a chi lo guardava in tv o sul web, in cui  prendeva costantemente le distanze dalla politica percepita come “Kasta”, cosa che al di là delle repliche stizzite spiazzerà parte dei 5 stelle.

Poi naturalmente abbiamo già visto lo schema: grande fascinazione delle masse con la creazione del consenso e poi nei fatti la smentita di quanto si è andato proclamando fino al giorno prima, sulla base di una “ragion del fare”, di una “inderogabile necessità” o di una “emergenza paese” che permette ogni giravolta.

Ma Renzi resta comunque una “grande risorsa”: ha assoluto bisogno di dimostrare che lui può fare quello che nessun altro ha mai fatto: lancia una sfida sul piano politico e la sfida deve essere accettata.
Guai a contrastare Renzi dandogli la possibilità di ritagliare addosso ai suoi oppositori il vestito della conservazione: anzi, bisogna incalzarlo fino alle estreme conseguenze dei suoi ragionamenti: Vuoi fare investimenti sulla scuola? Ebbene ti diciamo il come e il cosa e pure il quando. Vuoi riformare la pubblica amministrazione e la giustizia? Idem. E poi soprattutto lavoro e economia: lì si gioca la partita degli interessi veri, pesanti, che non sono a somma zero: chi vai a tassare e come, chi evade e come, chi vuoi tutelare tra capitale finanziario e lavoro. Lì tutti i nodi verranno al pettine…

Paolo Soglia

Le brevi: il Golpetto

-renzi 2E così Don Matteo senza passare dalle elezioni 2013 e senza andare al voto nel 2014 va direttamente al Governo sfiduciando Letta senza passare dal Parlamento e mandando un tweet al Presidente della Repubblica (che con Bersani sembrava Cesare e adesso è Ponzio Pilato). A forza di invocare il golpe (finto) va a finire che poi a uno gli vien l’idea e ci prova davvero…

Paolo Soglia