Zaloneide (post riservato agli spettatori Zalonidi)

Zalone

Pur da estimatore di Checco premetto che nel trattare Zalone bisogna assolutamente evitare di cadere nella sindrome del perfido intellettuale “Guidobaldo Maria Riccardelli”, passando dal crudo disprezzo per il nazional popolare allo smaccato elogio dell’opera d’arte…
Tuttavia questo Quo Vado? visto con l’amico Giacomo Manzoli (di cui condivido il giudizio) mi ha dato sensazioni ambivalenti: film tecnicamente migliore di “Sole a Catinelle”, ma mi è piaciuto meno. Perchè?

Nel passaggio dal Berlusconismo crepuscolare degli anni della crisi al Renzismo rampante (degli anni della crisi) Checco perde a mio avviso un po’ di mordente: Il Checco di “Sole a Catinelle” è un essere perduto e quindi irrecuperabile: una plastica rappresentazione del vuoto positivismo dell’homo berlusconiano, incarnatosi in un ventennio nel quale anche il più sfigato degli italiani ha consumato la sua adesione alla nuova dominazione culturale, interiorizzandone i suoi miti prepotenti: il falso efficientismo, “l’imprenditore di se stesso”, l’uomo che “si fa da sé”. Un personaggio che affidandosi solo alla sua tragica e tracotante ignoranza travalica qualsiasi possibilità di redenzione.

All’adesione acritica per questi miti, all’inossidabile fiducia del Checco – sfigato venditore a cottimo di scope a domicilio – nell’unico “valore” in cui credere, il danaro, in “Sole a catinelle” Luca Medici oppone il gioco del rovesciamento dei fronti nel quale è la classe dirigente acculturata a incarnare il “politicamente corretto”: è la razza padrona quella che assieme alla beneficienza pelosa può permettersi di fare yoga, salvare le balene, mangiare vegano e pure mettersi la maglietta di Che Guevara.
“Sole a catinelle” è la rappresentazione del cupio dissolvi di un mondo irredimibile.
In “Sole a Catinelle”, insomma, non c’è salvezza possibile se non nella botta di culo, altro archetipo del berlusconismo.
Ma tutto passa.
Berlusconi era falso come un biglietto da trenta euro: falso liberista che blandiva in realtà ogni corporazione, falso riformatore a cui in realtà fregava solo delle sue di “riforme”, per blindarsi patrimoni e proteggersi dalle inchieste.
Il suo messaggio era di una semplicità dirompente: fatemi fare i cazzi miei e io – Stato Berlusconiano – mi farò il meno possibile i vostri. Un tripudio ventennale….

Con Quo Vado? Si entra invece prepotentemente nel renzismo rampante, prova ben più difficile…
Checco è sempre un triviale buzzurro, ma più colto: in fondo è un impiegato dello Stato, ha studiato, sa la differenza tra concussione e corruzione. Inoltre ha uno “status sociale” assente nel Checco di “Sole”: appartiene a un mondo che storicamente è sempre stato rispettato e invidiato, soprattutto al sud: quelli dal posto fisso.
L’intuizione di mettere al centro del film l’attacco mortale al tanto vituperato statalismo straccione di democristiana memoria è geniale. Lo scontro epico Zalone/Sironi è in realtà una battaglia mortale tra il senatore predemocristiano rottamato (Banfi/Sen. Binetto) e il Ministro postdemocristiano renzizzato (Bruschetta/Ministro Magno), uomo ideologicamente efficientista e neoliberista.
Uno scontro di potere all’ultimo sangue… che rende abbastanza scoperto anche l’accostamento simbolico Magno/Sironi con la magica coppia politica del momento: Renzi/Boschi…

Tuttavia i Renzidi a differenza dei Berluscones non fanno sconti comitiva e portano l’attacco al cuore del sistema. Non importa che ne salvino 99, che gattopardescamente il mondo si ripeta, perché abolita una provincia si fa un’area metropolitana: serve il capro espiatorio, serve qualcuno che dovrà pagare per tutti ed esser licenziato. Serve una martirizzazione per affermare il definitivo trionfo simbolico del neoliberismo anche sulle italiche genti e per determinare il passaggio definitivo dalla inefficiente sicurezza sociale garantita dallo Stato Corruttore alla pragmatica e generalizzata insicurezza efficientista dello Stato Corrotto, asservito al neoliberismo:  la battaglia si gioca sui rimasugli di quel patto sociale distorto che ha retto le sorti per 50 anni nella prima Repubblica (che non è finita con Berlusconi, è finita adesso con Renzi).
Ma qui casca l’asino, la posta è troppo alta e impegnativa, e il film comincia a vacillare… in questa battaglia epica Checco a poco a poco perde terreno.
Cede al (finto) cambiamento, che altro non è che una (vera) normalizzazione: la rieducazione norvegese è molto divertente ma piena di omaggi alla grande storia della commedia all’italiana, un déja vù continuo, il cui picco a mio avviso è l’assimilazione fisica del modello calvinista nordico incarnato dal pizzo biondo di Checco, che rimanda direttamente al Manfredi emigrante che si tinge i capelli nella svizzera xenofoba di “Pane e cioccolata” dei primi anni ’70.

A poco a poco dunque la verve di Zalone evapora ed emerge sempre più la razionalità di Luca Medici/Gennaro Nunziante che tentano faticosamente di trovare una via d’uscita.
Il tentativo fallisce immancabilmente con la chiusa: un mieloso finale tardobuonista che cercando di darci una speranza di “vita libera” in un’Africa posticcia, rimasta ferma ai tempi del viaggio di Sordi alla ricerca di Manfredi (Tittìnuncelassà), in realtà ce la toglie definitivamente.
Checco perde gran parte della sua carica eversiva: per campare bisogna adattarsi a far seghe agli elefanti, ma il dubbio atroce è che probabilmente non basterà…

Paolo Soglia