La passione per l’impossibile

Cover soglia calcio

Una volta un conoscente che aveva stima di me e apprezzava la qualità del mio lavoro, guardandomi serio – un po’ in imbarazzo – mi fece la testuale confessione: “Scusa se te lo dico, ma non riesco a capire come faccia una persona intelligente come te a occuparsi di calcio…”.
Avrei voluto rispondere come dovuto: “Perchè è il mio unico divertimento…”
Risposta secca, di grande dignità, in cui esponendoti completamente al disprezzo altrui rivendichi una tua essenza. In realtà il calcio non è affatto un divertimento…
In una memorabile sequenza del film argentino “Il Segreto dei suoi Occhi”, il personaggio di Pablo che indaga su un efferato omicidio assieme al suo collega Benjamin e non riesce a scovare l’inafferrabile colpevole, a un certo punto ha un’illuminazione: “Quell’uomo può fare qualsiasi cosa per sembrare diverso, ma c’è una cosa che non può cambiare né lui, né te, né io, né nessun altro… Un uomo infatti può cambiare tutto: la faccia, la casa, la famiglia, la ragazza.. la religione.. anche Dio! Ma c’è una cosa che non può cambiare, Benjamin: non può cambiare la passione..”.
E la passione di quell’uomo, crudele omicida, è la sua squadra: il Racing Avellaneda. E sarà proprio allo stadio che lo troveranno.

Il calcio dunque è una passione, e come tutte le passioni riserva più delusioni che gioie (soprattutto se tifi per la squadra della mia città).
Il calcio è anche un rito: le anticipazioni della partita, la strada che fai a piedi fino allo stadio, i saluti ai conoscenti di tribuna, il caldo asfissiante e le notti gelate, i pensieri del prima e i commenti del dopo partita.
Il consueto malumore dopo una sconfitta o le notti in cui non riesci a dormire perché sei distrutto da una ignominiosa retrocessione. Ma c’è anche l’epica della vittoria, col gusto di rileggersi mentalmente le azioni della gara prima di addormentarsi.
Tutti sentimenti autentici, incomprensibili e inconfessabili se non ai tuoi simili.
In genere le donne con cui condividi la vita guardano questa passione con materna indulgenza e sufficienza: una cosa straordinariamente senza importanza che ti assecondano come se fosse il gioco di un bimbo.
E infatti lo è: ma i giochi, per i bimbi, sono straordinariamente importanti.

Il calcio esercita su di me il suo fascino perverso esattamente per gli stessi motivi che lo rendono a molti detestabile. Sono affascinato dalla rappresentazione.
La partita è una commedia, un parco a tema che inscena una battaglia campale, o se giocano le Nazionali una guerra simulata. La società è rappresentata sugli spalti in ogni sua componente, rigidamente suddivisa in classi, in maniera molto più sincera di quanto il politically correct dei media riesca mai a descrivere.
A prevalere non sono sempre i valori tecnici, tantomeno quelli sportivi. In genere vince il mercato e il potere economico/politico conseguente, spesso massicciamente corretto con generose dosi di slealtà, demonizzazione dell’avversario e corruzione. Ma non sempre. Per le stesse intrinseche caratteristiche del sistema, a volte accade l’imprevisto.

In quasi tutti gli sport di squadra guardando il tabellino si può già indovinare chi ha vinto, chi ha perso e come. Nel calcio no.
Ciò che rende il calcio unico è proprio la caratteristica di poter prescindere dal dato oggettivo: La tal squadra è fortissima, ha avuto il 60% di possesso palla, ha battuto venti angoli ad uno ed è andata al tiro diciassette volte di cui undici nello specchio.
Peccato che abbia incredibilmente perso, perché dopo aver preso tre pali e due traverse e aver sbagliato un rigore, al 92° – nell’unica azione in cui quei bidoni degli avversari si sono affacciati fuori dalla propria metà campo – su calcio d’angolo (peraltro inesistente) il centravanti ha colpito di testa e la palla sarebbe scivolata a lato se non fosse casualmente finita sullo stinco di un terzino carambolando in rete. Autogol, sconfitta per uno a zero, tutti a casa.

Il calcio riassume in sè tutte le contraddizioni presenti nella società: è uno sport dove non esiste l’oggettività, dove l’arbitro non è un giudice imparziale ma esercita il suo potere sulla base di regole che vanno spesso interpretate di volta in volta e questo spalanca la porta all’arbitrio. E’ uno sport corrotto, nè più nè meno della società tutta che gli sta intorno, è volgare, spesso ingiusto e gli attori incarnano come maschere della commedia dell’arte i vizi (tanti) e le virtù (poche) della commedia umana.
Avidità, furbizia, generosità, slealtà, altruismo, ricatto, corruzione: c’è tutto il campionario, che trova un suo specifico linguaggio nell’instancabile ripetizione di atti e parole sempre uguali.

Ma il calcio è anche sovversivo, l’unico sport veramente sovversivo che esista perché è l’unico sport in cui anche ai massimi livelli si rende possibile – in determinate situazioni – che il risultato atteso possa essere ribaltato da imponderabili varianti.
Come una società a volte viene scossa da turbolenze e rivoluzioni, da guerre e colpi di Stato che sovvertono il vecchio ordinamento e creano un nuovo equilibrio, così può capitare che l’esito della partita sia sovvertito e vada a catafascio il naturale stato delle cose.
L’ordine naturale lo tutela la forza tecnica intrinseca di una squadra che deriva dalla potenza politica ed economica del club e dei suoi padroni, poi c’è il condizionamento delle tifoserie che diventa anche un valore di mercato in termini di audience.
E quando questo non basta sovente arriva in soccorso l’arbitro, che come la “forza pubblica” è sempre pronto a correre in aiuto dei più forti.
La chiamano elegantemente “sudditanza psicologica”, un modo fine per descrivere l’umana propensione a leccare il culo ai più ricchi e ai più potenti.
Se poi forza intrinseca e spinta arbitrale non sono sufficienti ecco che si affaccia la scorrettezza e la vera e propria corruzione.
L’Argentina dei generali vinse il suo Mondiale corrompendo il Perù e comprando la partita.
Un’altra Argentina, quella del Pibe, sfogò la frustrazione della guerra persa delle Falkland andando a battere l’Inghilterra con un gol di mano, la “Mano de Dios” la battezzò Maradona.
I tedeschi drogati sconfissero la grande Ungheria nella finale del ’54, mentre gli italiani, amanti da sempre dell’arte pasticcera, si assicuravano spesso i passaggi ai turni arrabattando combine con centramericani e africani.  Svezia e Danimarca, in quanto a correttezza nordica, hanno dimostrato di non essere da meno.

Ciò nonostante, può sempre accadere l’imprevedibile.
Anzi: la slealtà, la corruzione, il doping e i favoritismi arbitrali sono tutte cose scientemente organizzate per limitare il più possibile l’eventualità che succeda l’imponderabile.
Che prima o poi però inevitabilmente accade.
La Danimarca del ’92, già in vacanza, viene ripescata in fretta e furia per sostituire la nazionale Jugoslava dissoltasi dalla guerra civile e così undici calciatori mediocri strappati all’ombrellone e alle infradito, in un crescendo trionfale, battono la Francia, vanno in finale e diventano Campioni d’Europa.
1950: la Celeste sbanca il Maracanà, impietrendo una nazione a cui bastava un pareggio per salire la cima del mondo. A Montevideo è festa, a Rio – letteralmente – c’è chi si suicida buttandosi dagli spalti (come capitò ancora nell’82 dopo l’imprevedibile terzo gol di Paolo Rossi…).
E più recentemente è accaduto che partite stradecise siano state sovvertite incredibilmente, contro ogni logica: pensate alle finali di Champions del ’99 col pareggio e il sorpasso del Manchester sul Bayern nei 3 minuti di recupero o la rimonta del Liverpool sul Milan a Istanbul nel 2005.
Robe che possono farti raggiungere il Nirvana o buttarti addosso uno sconforto dal quale è difficile riprendersi.

Il calcio è anche questo: marcio, corrotto e succube dei più forti, spesso scontato e prevedibile, ma in cui è permesso (molto raramente) che accada l’impossibile.

Paolo Soglia

(Tratto da “Hanno deciso gli episodi – 20 racconti sul calcio e i suoi luoghi comuni”Pendragon, 2015)

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Lo Stato di Intimidazione

« Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure…»

lato oscuro

“Denunciati per “diffamazione” due consiglieri del Comune di Bologna (Mazzanti e La Torre) per aver criticato la decisione della Magistratura bolognese di tagliare l’acqua a famiglie povere di occupanti”.
“…C’è anche il nome dell’assessore comunale al Welfare, Amelia Frascaroli, nel fascicolo che la Procura della Repubblica di Bologna ha aperto sul capitolo delle occupazioni. La Frascaroli è formalmente indagata dalla magistratura cittadina per le dichiarazioni rilasciate il 15 ottobre scorso, all’indomani dello sgombero di via Solferino 42. La Procura avrebbe ipotizzato il reato di istigazione:  In quella occasione, incontrando i militanti del movimento in comune, l’assessore affermò: “Sono ben consapevole che queste esperienze, lo dico con molta tranquillità, stanno creando valore sociale”,

Quando il mero fatto di criticare una decisione della Magistratura o esprimere un giudizio sul valore sociale di un’occupazione viene considerato un reato e scatta immediata querela significa che le libertà democratiche non sono più garantite, che un potere dello Stato è andato fuori controllo.
Da tempo denuncio la deriva autoritaria e anticostituzionale che sembra aver preso il sopravvento nella Procura di Bologna: Magistrati che intendono sostituirsi alla politica, eterodirigere la città usando i poteri che gli sono stati conferiti per sottomettere alla loro giurisdizione la libera volontà espressa dai cittadini attraverso le elezioni.
C’è su questo un assordante silenzio di tutti coloro che sul fronte istituzionale sono coinvolti. Il peccato originale a sinistra è la ventennale delega in bianco data alla Magistratura nella lotta politica contro Berlusconi e il berlusconismo.
Finito Berlusconi tuttavia il genio non è tornato nella lampada, la funzione politica impropria assunta da una parte della Magistratura è diventata una costante. La politica indebolita dalla sua endemica corruzione e assenza d’ideali è ormai alla mercè delle decisioni e degli umori delle Procure che intendono ergersi a “superiore istituzione morale di orientamento e indirizzo della società”, senza assogettarsi a nessuna forma di controllo e tantomeno di critica.
A questo si aggiunge la sonnolenta aquiescenza e sottomissione di una società civile democratica che soprattutto a sinistra ha glorificato aprioristicamente i giudici fino a ieri, che si è sdraiata sulle Procure, ed è ormai incapace di valutare politicamente il giusto dall’errore, essendosi abituata a delegare ogni cosa a una sentenza o al pronunciamento di un magistrato.
E poi c’è la stampa (web a parte) sempre più controllata e quindi azzittita: ogni cosa detta su una Procura e riportata su un giornale può diventare oggetto di reato.
I giornalisti dunque sanno che quei fili sono pericolosissimi (altro che politica…) chi tocca quei fili “muore” e quindi se ne stanno alla larga inibendo ogni eventuale critica e commento, autocensurandosi, venendo meno così al loro sacrosanto dovere: essere il “cane da guardia” dei cittadini nei confronti del Potere, tutti i poteri, non solo quello politico ma anche quello giudiziario.

A farne le spese in massima parte sono i più poveri e i diseredati, le fasce più deboli della società, che nel caso specifico delle occupazioni abusive sono diventati il bersaglio privilegiato nella repressione attuata per il “ripristino della legalità”: non importa quanti ne rimangono sul terreno, sono solo il campo di battaglia di questo scontro di potere.
Vittime di leggi ingiuste, carne da macello per scontri istituzionali in cui nulla c’entra la legalità, tantomeno la ricerca di soluzioni ai disagi e alla sofferenza delle persone.

Con le denunce e i processi per reato d’opinione dunque abbiamo passato il segno e al momento nulla sembra possa cambiare questo plumbeo scenario.
Con la rappresaglia giudiziaria nei confronti di chi ha espresso legittimamente e pubblicamente la sua critica all’operato della Procura si instaura, nei fatti, lo Stato di Intimidazione: attenti a voi, anche solo ad affermare le vostre opinioni, la Procura vi ascolta, la Procura vi controlla, la Procura vi punisce.
Ebbene, ogni uomo libero deve avere come stella polare la difesa della libertà d’espressione, che è la prima e ineludibile forma di libertà da cui dipendono tutte le altre in uno Stato di Diritto.
Se questa libertà viene messa in discussione l’uomo libero deve difenderla, costi quel che costi, sapendo che dovrà pagarne eventualmente un prezzo.
Quindi bisogna rendersi disponibili a prendersi delle denunce o a finire direttamente in galera per difendere questi principi.

Personalmente se nel ribellarmi allo Stato di Intimidazione dovesse mai succedermi di essere denunciato e processato, certo non sarebbe un’esperienza piacevole, ma la considererei comunque una dolorosa contingenza in una battaglia che da uomo libero, ancorchè nello specifico da giornalista, non posso esimermi dal condurre.
Una battaglia (questa sì!) per il ripristino della legalità democratica: quella sancita dall’art.21 della nostra Costituzione nata dalla Resistenza.

Paolo Soglia

Zaloneide (post riservato agli spettatori Zalonidi)

Zalone

Pur da estimatore di Checco premetto che nel trattare Zalone bisogna assolutamente evitare di cadere nella sindrome del perfido intellettuale “Guidobaldo Maria Riccardelli”, passando dal crudo disprezzo per il nazional popolare allo smaccato elogio dell’opera d’arte…
Tuttavia questo Quo Vado? visto con l’amico Giacomo Manzoli (di cui condivido il giudizio) mi ha dato sensazioni ambivalenti: film tecnicamente migliore di “Sole a Catinelle”, ma mi è piaciuto meno. Perchè?

Nel passaggio dal Berlusconismo crepuscolare degli anni della crisi al Renzismo rampante (degli anni della crisi) Checco perde a mio avviso un po’ di mordente: Il Checco di “Sole a Catinelle” è un essere perduto e quindi irrecuperabile: una plastica rappresentazione del vuoto positivismo dell’homo berlusconiano, incarnatosi in un ventennio nel quale anche il più sfigato degli italiani ha consumato la sua adesione alla nuova dominazione culturale, interiorizzandone i suoi miti prepotenti: il falso efficientismo, “l’imprenditore di se stesso”, l’uomo che “si fa da sé”. Un personaggio che affidandosi solo alla sua tragica e tracotante ignoranza travalica qualsiasi possibilità di redenzione.

All’adesione acritica per questi miti, all’inossidabile fiducia del Checco – sfigato venditore a cottimo di scope a domicilio – nell’unico “valore” in cui credere, il danaro, in “Sole a catinelle” Luca Medici oppone il gioco del rovesciamento dei fronti nel quale è la classe dirigente acculturata a incarnare il “politicamente corretto”: è la razza padrona quella che assieme alla beneficienza pelosa può permettersi di fare yoga, salvare le balene, mangiare vegano e pure mettersi la maglietta di Che Guevara.
“Sole a catinelle” è la rappresentazione del cupio dissolvi di un mondo irredimibile.
In “Sole a Catinelle”, insomma, non c’è salvezza possibile se non nella botta di culo, altro archetipo del berlusconismo.
Ma tutto passa.
Berlusconi era falso come un biglietto da trenta euro: falso liberista che blandiva in realtà ogni corporazione, falso riformatore a cui in realtà fregava solo delle sue di “riforme”, per blindarsi patrimoni e proteggersi dalle inchieste.
Il suo messaggio era di una semplicità dirompente: fatemi fare i cazzi miei e io – Stato Berlusconiano – mi farò il meno possibile i vostri. Un tripudio ventennale….

Con Quo Vado? Si entra invece prepotentemente nel renzismo rampante, prova ben più difficile…
Checco è sempre un triviale buzzurro, ma più colto: in fondo è un impiegato dello Stato, ha studiato, sa la differenza tra concussione e corruzione. Inoltre ha uno “status sociale” assente nel Checco di “Sole”: appartiene a un mondo che storicamente è sempre stato rispettato e invidiato, soprattutto al sud: quelli dal posto fisso.
L’intuizione di mettere al centro del film l’attacco mortale al tanto vituperato statalismo straccione di democristiana memoria è geniale. Lo scontro epico Zalone/Sironi è in realtà una battaglia mortale tra il senatore predemocristiano rottamato (Banfi/Sen. Binetto) e il Ministro postdemocristiano renzizzato (Bruschetta/Ministro Magno), uomo ideologicamente efficientista e neoliberista.
Uno scontro di potere all’ultimo sangue… che rende abbastanza scoperto anche l’accostamento simbolico Magno/Sironi con la magica coppia politica del momento: Renzi/Boschi…

Tuttavia i Renzidi a differenza dei Berluscones non fanno sconti comitiva e portano l’attacco al cuore del sistema. Non importa che ne salvino 99, che gattopardescamente il mondo si ripeta, perché abolita una provincia si fa un’area metropolitana: serve il capro espiatorio, serve qualcuno che dovrà pagare per tutti ed esser licenziato. Serve una martirizzazione per affermare il definitivo trionfo simbolico del neoliberismo anche sulle italiche genti e per determinare il passaggio definitivo dalla inefficiente sicurezza sociale garantita dallo Stato Corruttore alla pragmatica e generalizzata insicurezza efficientista dello Stato Corrotto, asservito al neoliberismo:  la battaglia si gioca sui rimasugli di quel patto sociale distorto che ha retto le sorti per 50 anni nella prima Repubblica (che non è finita con Berlusconi, è finita adesso con Renzi).
Ma qui casca l’asino, la posta è troppo alta e impegnativa, e il film comincia a vacillare… in questa battaglia epica Checco a poco a poco perde terreno.
Cede al (finto) cambiamento, che altro non è che una (vera) normalizzazione: la rieducazione norvegese è molto divertente ma piena di omaggi alla grande storia della commedia all’italiana, un déja vù continuo, il cui picco a mio avviso è l’assimilazione fisica del modello calvinista nordico incarnato dal pizzo biondo di Checco, che rimanda direttamente al Manfredi emigrante che si tinge i capelli nella svizzera xenofoba di “Pane e cioccolata” dei primi anni ’70.

A poco a poco dunque la verve di Zalone evapora ed emerge sempre più la razionalità di Luca Medici/Gennaro Nunziante che tentano faticosamente di trovare una via d’uscita.
Il tentativo fallisce immancabilmente con la chiusa: un mieloso finale tardobuonista che cercando di darci una speranza di “vita libera” in un’Africa posticcia, rimasta ferma ai tempi del viaggio di Sordi alla ricerca di Manfredi (Tittìnuncelassà), in realtà ce la toglie definitivamente.
Checco perde gran parte della sua carica eversiva: per campare bisogna adattarsi a far seghe agli elefanti, ma il dubbio atroce è che probabilmente non basterà…

Paolo Soglia

Bologna: cosa passa oggi il convento

Merola-rcdc Oggi ho incontrato Virginio in radio: lui aveva appena finito di fare l’intervista che vedete sul sito di RCdC: io arrivavo per preparare la rassegna stampa. due chiacchiere veloci, abbracci e saluti, ma le cose politicamente “pesanti” le ha dette in onda:
1) Non si tira indietro (“l’unica mia passione è fare il sindaco…”) e lancia un guanto di sfida ai presunti candidati alternativi (Galletti, Dionigi) sfidandoli apertamente, anche a fare le primarie.
2) Attacca il suo partito, e De Maria in particolare: vuole quindi riaffermare quella figura da “outsider” interno al Pd con cui si era presentato nel 2011.
3) Vuole rinsaldare l’alleanza con Sel (Merola infatti è ormai l’unico tra vecchi e neo “renziani” che parla di rilanciare l’esperienza del centrosinistra che è ormai sostanzialmente estinta). Parla di progetti concreti, di amministrazione e partecipazione: però per quanto riguarda la “partecipazione” ha glissato alla grandissima sul referendum sulle scuole private dove ci aveva messo la faccia, ha perso, e ha poi bellamente ignorato. Insomma, mi sembra che Merola tenti di uscire dalla tenaglia in cui lo sta mettendo il PD, cercando di ripresentarsi come un outsider civico di centrosinistra capace di tenere in piedi quello che in Italia Renzi (e prima di lui molta “ditta” affascinata dai Mario Monti e compagnia) ha sfasciato completamente.
Sul piano comunicativo devo riconoscere che è stato abile e che si è smarcato bene. Sul piano politico credo che non avrà comunque vita facile e bisogna vedere se regge l’urto: in molti nel suo partito (e in ambienti limitrofi, editoriali, etc) continueranno a provare a farlo fuori, magari cercando di sganciare qualche “bomba” (il solito ammuffito “briscolone” ?) o cercheranno di logorarlo sganciando qualche assessore di peso dalla sua squadra per convincerlo a farsi da parte. Chissà..
Quel che è certo è che Merola si candida a rappresentare un progetto politico che è finito, non esiste più : un centrosinistra con una bella gamba di centro e una gambetta di sinistra più o meno moderata, più o meno attenta a questioni sociali e diritti civili.
Una cosa è certa: in questo momento Bologna è “contendibile”, nel senso che nessuna forza in campo è organizzata, coesa e sicura di vincere: sembra anzi che si debba competere più sulle debolezze degli avversari che sulle sicurezze proprie.
Questo potrebbe presupporre, in linea teorica, anche il successo di una lista civica alternativa al PD.
L’ennesima implosione di un “nuovo” progetto politico a sinistra (L’Altra Europa) deve però far riflettere.
Quell’aggregazione non è fallita elettoralmente (quorum e tre eletti), nè politicamente (perchè la vittoria in Grecia di Tsipras e le ragioni politiche per cui era sorta sono sempre in campo, sono attualissime e in alcuni paesi europei anche vincenti). E’ fallita per la macroscopica incapacità, direi quasi strutturale, di darsi una leadership credibile e di creare una classe dirigente affidabile e responsabile: sono tutti finiti a far le solite assemblee inutili con mozioni verbose, incomprensibili ai più, lontane mille miglia da un qualsiasi problema serio che una qualsiasi persona normale vive ogni giorno della sua vita.
A Bologna una lista civica potrebbe puntare a essere “maggioranza” e governare la città? Per me solo a tre condizioni:
1) Avere un/a leader candidato/a sindaco credibile e carismatico, sufficientemente autorevole da tenere tutti gli immancabili cagacazzo che saltano fuori in questi casi al loro posto.
2) Avere il supporto forte e convinto di un numero consistente di persone/personalità che in modo disinteressato (rispetto alle loro sorti personali o poltrone) e interessato (ai temi amministrativi, sociali e politici della città) siano pronti a dare il loro contributo sia in termini di faccia che di braccia.
3) Dare la percezione a una parte consistente dell’elettorato che non si tratta della solita fuffa autoreferenziale di sinistra ma di un progetto che assieme a contenuti innovativi e autonomi coniuga anche leader e dirigenti capaci di portarli avanti.
Non so se queste tre condizioni ci siano, ritengo però che sia necessario andarlo ad appurare…

Paolo Soglia

Tutti su “Mia madre”

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Il mio amico Giacomo Manzoli chiede con un pizzico di bonaria retorica ai suoi amici di FB di spiegargli (leggasi: confutargli) il fatto che l’ultimo film di Moretti non sia un fallimento completo e un’esperienza sconcertante.
Su questo ovviamente non posso aiutarlo perchè ogni esperienza è soggettiva.
Ma non posso esimermi come intellettuale dal dire la mia (uso con grande baldanza e sfacciataggine questa parola ormai ostentatamente rifiutata da tutti gli “intellettuali” a fatturazione continua che ammorbano le cronache, ma che rifuggono questa etichetta perchè evidentemente la considerano una polverosa memoria che rimanda a personaggi con la barba, organici al PCI).

Ebbene, memore di una fenomenale analisi del caso Corazzata Potëmkin/Fantozzi che ha scritto proprio Giacomo, sono sicuro che anche Guidobaldo Maria Riccardelli sarebbe rimasto sconcertato dal film e dalla sua grammatica espressiva, perchè “Mia Madre” è un film imperfetto e altalenante che inevitabilmente tradisce tutti gli spettatori che si aspettano il capolavoro.
Ma altrettanto inevitabilmente “Mia Madre” è un film assolutamente morettiano, anzi, per me il più morettiano in assoluto degli ultimi trent’anni, che conclude la trilogia composta tra il ’76 e l’81 con  “Io sono un autarchico”/”Ecce Bombo” e “Sogni D’oro”.
La dinamica è totalmente sovrapponibile: il racconto autobiografico ostentatamente e provocatoriamente portato su celluloide come se a noi potesse fregarne qualcosa di uno che ci racconta i cazzi suoi. La vittoria di Moretti è stata che sì, in effetti, ce ne importava.
Nel fare “Mia Madre” si percepisce abbastanza bene come a Moretti di quello che ne pensano gli altri di questo suo film (a differenza degli ultimi in cui il giudizio altrui lo attraversava e lo tormentava) non freghi assolutamente nulla, tanto da far interpretare sè stesso a un’altra attrice, sapendo benissimo, immagino, che se il paragone è quello lì nessuno potrà mai dire che a interpretare Moretti sia meglio la Buy di sè stesso.
Il perchè di queste scelte sta tutto nel senso del film, che altro non è che un omaggio alla madre e al bisogno del regista di raccontare questa perdita.
Mentre nelle opere giovanili aveva bisogno di mettere narcisisticamente al centro sè stesso, cosa che costituirà egoticamente anche la cifra del suo cinema successivo, ma in modo via via meno ossessivo, qui invece si fa da parte come attore/autore, altrimenti la sua figura occuperebbe troppo spazio e oscurerebbe  tutto: si perderebbe l’omaggio. Dunque l’imperfezione è un omaggio nell’omaggio.

Non so dire se sia un “bel film” o un “brutto film” e in fondo chi se ne frega. Sicuramente è un film che dimostra questa urgenza propria degli umani a “rendere omaggio”. Che sia la salva di fucili al passaggio della bara dell’eroe o, nelle vite di noi tutti, di tutti i giorni, un gesto, una foto, un articolo, un libro biografico: chi compie quest’atto non lo fa per gli altri. Lo fa esclusivamente per sè, sapendo perfettamente che l’unica persona da cui avrebbe tremendamente bisogno di avere un feedback è l’unica che non può darglielo.

E in genere “gli altri” sono abbastanza intelligenti per non aspettarsi da questi gesti il capolavoro artistico, ma – spesso – sufficientemente sensibili per commuoversene.

Paolo Soglia

La festa bolognese dell’ipocrisia e del conformismo

746147 procesione dei Battenti di Guardia Sanframondi,

La polemica politica scatenata nei confronti del Cassero per la serata “Venerdì Credici” contiene tutti gli elementi che caratterizzano l’attuale livello del dibattito bolognese: un festival dell’ipocrisia e del conformismo.
Politici e commentatori che solo un mese fa si sbracciavano per far vedere che anche loro  “erano Charlie” adesso fanno a gara a chi fa il fervorino più accalorato.
Particolarmente triste, in questa poco nobile competizione, la figura fatta dal Sindaco Merola che addirittura minaccia: “vigilerò perchè questi fatti vergognosi non si ripetano”.
Verrebbe da dire: e con che diritto vigilerà? E’ forse il Sindaco di una città il tutore dell’ortodossia, il fustigatore della morale pubblica, o il sanzionatore del (presunto) reato di blasfemia?
No, non lo è. E se posso permettermi un’ipotesi neanche tanto ardita penso che lo sdegno che in pubblico manifesta Merola sia ben più amplificato di quel che realmente pensa nel privato.
Che poi si tirino in ballo 4 danari, in una città che regala milioni alle scuole private cattoliche in spregio alla Costituzione e a un referendum che ne ha sancito, col voto, l’inopportunità appare ridicolo e singolare. Sempre a vedere la pagliuzza e mai la luna, vero caro PD e caro Virginio?
Ma l’ipocrisia è fatta così: prevede che se si levan gli scudi da via Altabella suoni anche il campanone a Palazzo D’Accursio.

Per cosa poi? Per una festicciola scema e una foto di cattivo gusto pubblicata su facebook; una foto che fa veramente cagare, ma per la quale chiedere una “pubblica abiura” e minacciare sanzioni al Movimento Gay tutto, dalle Alpi alle Piramidi, appare un tantino eccessivo.
Anche perchè se si scandalizzano tanto si vede che il Cassero negli ultimi trent’anni l’hanno frequentato poco, visto che non è certo la prima volta che vengono fatte feste mascherate che hanno per tema la Chiesa e i suoi simboli. Certo, prima non c’erano gli smartphone e i social, e si poteva far finta di nulla (ipocrisia canaglia…).

Ebbene, non hanno forse diritto i cattolici (alcuni cattolici) a sentirsi offesi? Certo perchè è un sentimento personale assolutamente legittimo, come quello che prova un musulmano quando vede il Profeta sputazzato su un giornale.
Anch’io, nel mio piccolo, da ateo e laico, da marxista positivista, o semplicemente da persona libertaria, mi sento a volte offeso dalla carica aggressiva, intimidatrice e in alcuni spiacevoli casi addirittura criminale che in nome di tutte le religioni molti presunti credenti pensano di dover riversarmi addosso.
Ma so distinguere e so pure accettare che le manifestazioni altrui, quando non ledono alcuna legge della Repubblica, nè mettono in pericolo l’incolumità di terzi (nè la libertà di terzi) bisogna saperle accettare.

Anche quando mi irritano profondamente, anche quando d’istinto mi verrebbe da impedirgliele. Perchè altrimenti son tutti Charlie, col culo degli altri…

Paolo Soglia

ps
A proposito di libera stampa: quest’articolo non verrebbe mai pubblicato da alcun quotidiano di Bologna. Probabilmente perchè è brutto, volgare e scritto male, ma ho il sospetto che non siano le uniche ragioni…

“Alexis”, da febbraio in edicola…

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Dal prossimo mese esce “Alexis”, la nuova rivista sul culto della personalità dedicata al nostro caro leader. Nel primo numero:
– La raccolta degli aforismi storici: da “Proletari di tutto il mondo unitevi!” a “Socialismo o muerte”. E ancora: “Tito è il Partito, il Partito è Tito” , “No pasaran!”, “La rivoluzione non è un pranzo di gala”, “Hasta la victoria siempre!!”,  e tante altre frasi celebri per farvi fare bella figura nelle serate tra amici.
Corso di greco in dispense: Dì finalmente “basta” alle traduzioni simultanee e ai sottotitoli e goditi i discorsi di Tsipras in lingua originale!
– Sondaggio: Perchè le donne preferiscono Tsipras a Brad Pitt.
Inchiesta esclusiva sui deviazionismi: “kim Jong Un è molto malvagio perchè ha avuto un’infanzia difficile (e soprattutto non è mai stato in classe con Tsipras)”.
– Bricolage: 10 semplici illustrazioni per costruire un busto di Tsipras solo con Lego, Das e pan grattato.
– Pulizie di casa: Come togliere gli acari dal divano e i neoliberisti dalle poltrone usando prodotti ecologici.
Porca Troika!: il simpatico gioco di società che sta facendo impazzire l’Europa.

E in omaggio nel primo numero la fantastica App per fare un piano quinquennale comodamente sul tuo smartphone…
Corri in edicola!

Paolo Soglia