La Granduchessa Rossa

Rossana Rossanda non faceva sconti a nessuno, tanto meno a se stessa.
E’ impressionante come si possa passare quasi un secolo di vita attraversando la storia, collezionando immani sconfitte, vedendo infrangersi ogni proprio principio ideologico trascinato nel fango dalla stupidità, dalla ferocia, dall’opportunismo e dalla menzogna e al tempo stesso rimanere così lucide e salde, senza perdere mai la spietatezza dell’analisi e la dolcezza della speranza.

E’ anche difficile scrivere di lei senza essere banali, agiografici e scontati.
Per me Rossanda era una figura matriarcale nobile, stimatissima e distante come lo possono essere solo le persone a cui reputi una statura intellettuale superiore.
Ecco perchè la chiamo la Granduchessa Rossa, una definizione che immagino le avrebbe fatto orrore. Ma ognuno si costruisce le proprie raffigurazioni in base al proprio immaginario.

Scorrerà un fiume di inchiostro per ricordare la sua figura e rammentarci le sue sconfitte politiche, le amarezze per un mondo andato in direzione “ostinata e contraria” rispetto a quello che lei avrebbe voluto, persino nel giornale da lei fondato.
Ma è un inganno. Vederla così significa non aver capito nulla.
La grandezza di Rossanda sta nel fatto di aver prodotto gli anticorpi necessari a mettere in discussione le proprie convinzioni, analizzando anche le nefandezze del “proprio campo”, pagandone il prezzo necessario, senza per questo abiurare se stessi e le proprie idee.

In un mondo in cui si ragiona esclusivamente di vittoria e sconfitta, a prescindere da chi siano i vittoriosi e gli sconfitti e da cosa rappresentino, l’anticorpo sta nel continuare ostinatamente a credere che vi sia, piuttosto, il giusto e il torto, e l’esser nel giusto significa non fare mai sconti, compromessi, abiure e crimini, nè in nome della propria parte nè in nome di Dio o del Re o del Partito.
Significa che non si deve mai arretrare, per disillusione o per comodità, neanche quando si viene messi “dalla parte del torto”.

Addio compagna Granduchessa,
Allez en avant, et la foi vous viendra

Paolo Soglia

L’Unità, la fine di un giornale orfano di partito

L'unità2
L’Unità domani chiude.

Non è la prima volta che accade e non è detto che il marchio non resusciterà prossimamente, chissà sotto quale compagine e con quale progetto editoriale.
Al di là del dramma reale dei giornalisti disoccupati, ma anche della retorica, delle recriminazioni, degli errori di gestione che hanno accompagnato questo travaglio e l’infausto esito finale, cerchiamo di capire perché è morto questo giornale.
La morte dell’Unità è cominciata ben prima di questo mercoledì 30 luglio 2014: la malattia, diciamo così, affonda sostanzialmente nella fine del rapporto intrinseco che legava un partito (il PCI) al suo organo di stampa. L’Unità era la “colonna vertebrale” del partito, tanto che in alcuni momenti storici, nella percezione di molti militanti o simpatizzanti, L’Unità “era il partito”.
L’Unità e il PCI erano dunque due gemelli siamesi: corpi separati ma con uno stesso cuore. Difficile pensare che morto il primo potesse sopravvivere il secondo.
Quando il PCI ha concluso la sua vicenda politica trasformandosi prima in PDS, poi in DS, poi nel PD e successivamente nel partito di Renzi il legame storico tra queste due entità (partito e organo) si è via via affievolito e poi si è sostanzialmente dissolto del tutto.

Nel corso degli ultimi 25 anni non sono mancati anche momenti di crescita con alcuni picchi addirittura  “aurei” (pensiamo a certi momenti all’Unità veltroniana, all’operazione videocassette con un aumento esponenziale – drogato – ma significativo delle vendite,  alla nascita di costole come “Tango” e “Cuore”, all’ambizione di riprendersi pezzo per pezzo il rapporto coi territori con l’operazione delle cronache locali delle “Mattine”).

Tuttavia, nella sostanza, questi picchi (non rari peraltro nel declino di un’esperienza) erano dovuti a elementi congiunturali: a un’operazione politica/editoriale o a una stagione legata a un determinato leader, ma il rapporto intrinseco tra giornale e partito si era ormai inesorabilmente interrotto non si è mai più ricostituito.
E’ abbastanza noto ai più che da diversi lustri il ruolo di voce della comunità politica a cui facevano riferimento prima i Ds e poi il PD sia stata sostanzialmente occupata da “La Repubblica”: non ovviamente come “organo di partito”, ma senz’altro come punto di riferimento editoriale per tutta quell’area politica, che peraltro mutava e si ibridava costantemente, allontanandosi non solo politicamente ma soprattutto culturalmente dall’esperienza del vecchio PCI (pur conservando pezzi di quella storia al suo interno).
Per paradosso è apparso (e a tutt’oggi appare evidente a molti) che sia “La Repubblica” scalfariana e poi mauriana, il giornale d’area di riferimento. Un ruolo però interpretato in modo diverso. “La Repubblica” tende sempre ad assumere un ruolo guida rispetto al partito stesso:  entrando in pieno nel merito del dibattito interno al partito, con l’evidente volontà non solo di commentare ma propriamente di indicare la linea politica da percorrere. Una sensazione che ha dato luogo alla definizione diffusa di “Partito di Repubblica”, luogo ispiratore e protagonista di primo piano nella vicenda politica del centrosinistra.

Dunque, dopo aver creato un apparato giornalistico ipertrofico, supportato dalle feste, dalla diffusione militante e successivamente da ingenti trasfusioni di danaro pubblico attraverso il finanziamento della stampa di partito, L’Unità è diventata sempre di più un corpo estraneo al partito stesso (il cui percorso peraltro andava modificandosi profondamente). Il giornale rimaneva sempre a metà strada: non un’entità editoriale autonoma ma nemmeno più un organo di partito reale.
Dal canto suo il partito erede del Pci si trovava in mano un “organo” che anche a causa delle proprie debolezze e contraddizioni interne sempre meno gli serviva e sempre meno lo rappresentava.
Anzi, in certi momenti non sono mancate vere e proprie “guerre” tra la direzione dell’Unità e quella del partito di riferimento, una situazione imbarazzante e inimmaginabile se pensiamo alla storia precedente: certo anche nell’Unità del PCI non mancavano contrasti tra redazione e segreteria, ma in un quadro e in uno scenario completamente diverso, in cui i ruoli erano chiari e definiti.
Tuttavia nel partito erede del PCI la rottura del cordone ombelicale con l’Unità ha sempre rappresentato un problema: da un lato non poteva e non voleva più sostenerne i costi ma soprattutto non aveva più alcun interesse politico a mantenerla in vita, dall’altro sapeva che all’interno del proprio corpo sociale, per tanti militanti, la chiusura sic et simpliciter dell’Unità comportava un costo troppo alto da pagare che nessun segretario o dirigente erede della tradizione PCI intendeva assumersi (dirigenti che peraltro L’Unità  non la compravano più da un  pezzo…) .
A un certo punto si è quindi pensato di prendere una scorciatoia, rendere autonoma la proprietà trasformando il giornale in un ibrido conclamato: una proprietà privata formalmente indipendente che gestisse un marchio e un giornale percepito e autoproclamantosi come un organo di partito (che pure non era più tale).
Le precedenti chiusure e le successive rinascite sono avvenute all’insegna di questo sganciamento definitivo della proprietà editoriale dal partito,  che tutt’al più serviva come “nume tutelare” per convincere imprenditori “d’area” a farsi carico della gestione mentre al giornale il partito continuava a devolvere, in forma indiretta, il finanziamento statale.

Ma in cambio di cosa un Soru o chi per lui avrebbe dovuto farsi carico di un organo di cui il suo stesso partito di riferimento avrebbe fatto volentieri a meno? E’ questa la domanda, infatti finita la congiuntura politica del momento da cui l’imprenditore sperava in un ritorno politico e economico, partiva la corsa dell’editore privato a sganciarsi e la ricerca di un nuovo soggetto (ma sempre alle stesse condizioni).
Il paradosso si è rivelato talmente azzardato che nella compagine proprietaria sono entrate persone dichiaratamente di destra e addirittura una delle esponenti più estremiste del berlusconismo, Daniela Santanchè, con cinica perfidia si è avventata sulle spoglie offrendosi ai liquidatori dell’Unità per rilevarla.
Non è singolare però che il partito erede del PCI, ora PD, al suo massimo fulgore dalla scomparsa del PCI stesso, con il suo segretario che occupa anche la carica di Presidente del Consiglio, lasci andare al suo destino il giornale senza muovere un dito.
Renzi può esser cinico ma non è un ipocrita: sa che questa storia (che peraltro non gli appartiene) è finita e agisce di conseguenza.

Ebbene, ora l’Unità è morta.
Le storie umane finiscono, come finiscono quelle sociali e quelle politiche finiscono anche quelle editoriali.
Io mi auguro che tutti i validi giornalisti che vi lavoravano trovino una nuova collocazione quanto prima e che magari dalle ceneri dell’Unità rinasca presto una nuova esperienza editoriale, autonoma e forte, con una proprietà competente e motivata che faccia risorgere una nuova testata con un nuovo nome.
Una testata che non dovrà necessariamente essere di carta stampata, che pensi di rivolgersi e dare spazio a una nuova area vasta di società (non solo di sinistra) che si agita e non trova canali d’espressione.
E che soprattutto metta il giornalismo davanti a tutto, davanti alle logiche di partito, di corrente e anche di “parte”, davanti anche a  quel “senso comune” che fa da sottofondo a ogni audience di riferimento.
Me lo auguro di cuore, ma al tempo stesso mi auguro che L’Unità, glorioso giornale, riposi in pace.
Che nessun apprendista stregone la resusciti solo per sfruttarne il marchio per la durata di un’estate, finendo poi, magari, per consegnare quel marchio in mani sporche e immorali oppure politicamente impresentabili come è successo con “L’Avanti” del faccendiere Lavitola o come poteva succedere con L’Unità nelle mani della Santanchè.

RIP Unità, son cresciuto sulle tue ginocchia ed è stato bello fare un tratto di strada insieme.

Paolo Soglia