Merolì, Merolà…

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26 maggio 2011 – QUESTIONE DI CIVIS-TA’
Merola: “E’ interesse della città concludere i cantieri del Civis al più presto”. E’ quanto afferma il sindaco di Bologna Virginio Merola, rispondendo ai cronisti a Palazzo D’Accursio, in merito ai lavori ancora in corso per la realizzazione del tram su gomma.

7 giugno 2011 – IL CIVIS E’ UN GRAN PACCO
«Lo ridiamo indietro, questo pacco!». Così risponde al giornalista di Report, Alberto Nerazzini, il sindaco Virginio Merola che si lancia poi su progetti come il People Mover e il Passante Nord: “È una vicenda che ho condiviso fin dall’inizio  io sono per partire al più presto “.

17 ottobre 2012 – STALINISTA!
Merola (bersaniano ‘de fero’) attacca Renzi e i renziani: “Quella del “se vinco io tutti gli altri a casa” è vecchia politica, che ricorda un sistema stalinista”.

25 aprile 2013 – IL MIGLIORE
Merola diventa renziano: “Io mi sono opposto a Renzi, oggi penso sia una nostra risorsa, ma non per questo mi sento un traditore. Il primo cittadino di Firenze ha tutte le caratteristiche per essere il nostro candidato per il futuro governo. Questo poi lo deciderà il congresso. Andiamo verso una fase in cui è importante essere uniti pur nelle differenti posizioni e opinioni. Bisogna fare il Pd e convivere con la pluralità. La sinistra moderna deve esser questo”.

23 ottobre 2015 – IL PASSANTE NORD SI FA
Merola è raggiante “L’accordo è vicino, Stiamo per sbloccare i fondi da 1,4 miliardi…”

11 novembre 2015 –CONTRORDINE COMPAGNI: IL PASSANTE FA SCHIFO
Merola è tranciante: “Idea superata, il miliardo e 300 milioni già stanziati per l’opera dovranno essere utilizzati per ampliare l’autostrada e la tangenziale di Bologna che corrono parallele.”

Novembre 2014 – VIVA IL JOBS ACT, ABBASSO L’ARTICOLO 18
Merola attacca i parlamentari che non votano il Jobs Act: “L’articolo 18 è un ostacolo per i precari. Chi nel Pd non lo vota faccia come gli pare. Ricordo solo- manda a dire Merola, oggi a margine di una commissione- che non siamo un’armata Brancaleone. Se si decidono le cose a maggioranza bisogna rispettare, in qualsiasi comunità che si chiami partito, i deliberati della maggioranza”.

30 Maggio 2016 – IL JOBS ACT E’ UN OBBROBRIO, ABOLIAMOLO!
Il primo cittadino Pd Virginio Merola ha firmato per la nuova Carta dei diritti proposta dalla CGIL e, soprattutto, per il referendum sulla modifica del Jobs act, la legge-simbolo del governo Renzi. Una firma che punta, tra le altre cose, a reintrodurre l’articolo 18: “L’ho fatto perché credo sia importante rimettere il lavoro al centro delle nostre riflessioni”.

Paolo Soglia

Bologna: cosa passa oggi il convento

Merola-rcdc Oggi ho incontrato Virginio in radio: lui aveva appena finito di fare l’intervista che vedete sul sito di RCdC: io arrivavo per preparare la rassegna stampa. due chiacchiere veloci, abbracci e saluti, ma le cose politicamente “pesanti” le ha dette in onda:
1) Non si tira indietro (“l’unica mia passione è fare il sindaco…”) e lancia un guanto di sfida ai presunti candidati alternativi (Galletti, Dionigi) sfidandoli apertamente, anche a fare le primarie.
2) Attacca il suo partito, e De Maria in particolare: vuole quindi riaffermare quella figura da “outsider” interno al Pd con cui si era presentato nel 2011.
3) Vuole rinsaldare l’alleanza con Sel (Merola infatti è ormai l’unico tra vecchi e neo “renziani” che parla di rilanciare l’esperienza del centrosinistra che è ormai sostanzialmente estinta). Parla di progetti concreti, di amministrazione e partecipazione: però per quanto riguarda la “partecipazione” ha glissato alla grandissima sul referendum sulle scuole private dove ci aveva messo la faccia, ha perso, e ha poi bellamente ignorato. Insomma, mi sembra che Merola tenti di uscire dalla tenaglia in cui lo sta mettendo il PD, cercando di ripresentarsi come un outsider civico di centrosinistra capace di tenere in piedi quello che in Italia Renzi (e prima di lui molta “ditta” affascinata dai Mario Monti e compagnia) ha sfasciato completamente.
Sul piano comunicativo devo riconoscere che è stato abile e che si è smarcato bene. Sul piano politico credo che non avrà comunque vita facile e bisogna vedere se regge l’urto: in molti nel suo partito (e in ambienti limitrofi, editoriali, etc) continueranno a provare a farlo fuori, magari cercando di sganciare qualche “bomba” (il solito ammuffito “briscolone” ?) o cercheranno di logorarlo sganciando qualche assessore di peso dalla sua squadra per convincerlo a farsi da parte. Chissà..
Quel che è certo è che Merola si candida a rappresentare un progetto politico che è finito, non esiste più : un centrosinistra con una bella gamba di centro e una gambetta di sinistra più o meno moderata, più o meno attenta a questioni sociali e diritti civili.
Una cosa è certa: in questo momento Bologna è “contendibile”, nel senso che nessuna forza in campo è organizzata, coesa e sicura di vincere: sembra anzi che si debba competere più sulle debolezze degli avversari che sulle sicurezze proprie.
Questo potrebbe presupporre, in linea teorica, anche il successo di una lista civica alternativa al PD.
L’ennesima implosione di un “nuovo” progetto politico a sinistra (L’Altra Europa) deve però far riflettere.
Quell’aggregazione non è fallita elettoralmente (quorum e tre eletti), nè politicamente (perchè la vittoria in Grecia di Tsipras e le ragioni politiche per cui era sorta sono sempre in campo, sono attualissime e in alcuni paesi europei anche vincenti). E’ fallita per la macroscopica incapacità, direi quasi strutturale, di darsi una leadership credibile e di creare una classe dirigente affidabile e responsabile: sono tutti finiti a far le solite assemblee inutili con mozioni verbose, incomprensibili ai più, lontane mille miglia da un qualsiasi problema serio che una qualsiasi persona normale vive ogni giorno della sua vita.
A Bologna una lista civica potrebbe puntare a essere “maggioranza” e governare la città? Per me solo a tre condizioni:
1) Avere un/a leader candidato/a sindaco credibile e carismatico, sufficientemente autorevole da tenere tutti gli immancabili cagacazzo che saltano fuori in questi casi al loro posto.
2) Avere il supporto forte e convinto di un numero consistente di persone/personalità che in modo disinteressato (rispetto alle loro sorti personali o poltrone) e interessato (ai temi amministrativi, sociali e politici della città) siano pronti a dare il loro contributo sia in termini di faccia che di braccia.
3) Dare la percezione a una parte consistente dell’elettorato che non si tratta della solita fuffa autoreferenziale di sinistra ma di un progetto che assieme a contenuti innovativi e autonomi coniuga anche leader e dirigenti capaci di portarli avanti.
Non so se queste tre condizioni ci siano, ritengo però che sia necessario andarlo ad appurare…

Paolo Soglia

Le grandi manovre per le Comuniadi 2016

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Odo rumor di cingoli in movimento: partitoni, partitini e partitelli, ex partiti, notabilato politico di lungo corso e nuovi funzionarietti zelanti. Attorno tanti esponenti orfani di formazioni scomparse che vagano in cerca d’autore. Tutti comunque pronti al posizionamento.
Virginio è lì, ma dice poco. L’impressione è quella dell’ostaggio che tiene in ostaggio. Attorno ha l’amorevole partito che farebbe molto volentieri a meno di lui ma che al tempo stesso non vuol rischiare “effetti Bartolini”. Quindi i pretendenti stanno tutti quieti come piccoli fonzie. Ciò nonostante ogni giorno c’è qualcuno nel PD che salta su a dire che “Virginio è il nostro candidato Sindaco”. Se lo è perchè ribadirlo tutti i giorni? Mica è uno yogurt che scade in 24 ore… Lui è ostaggio di un partito che lo ricandida commissariandolo, ma al tempo stesso tiene in ostaggio il suo partito tramite la sua intrinseca debolezza.
Attorno, comunque, girano in cerchio tanti squaletti che alimentano il consueto stillicidio delle voci di corridoio: Siam poi sicuri che ce la fa? E se si dimette prima….

Fuori dal palazzo fioccano liste, listine, listoni e listelle. Parola d’ordine obbligatoria: “aperti e inclusivi”. Frase che abrogherei assieme a “dal basso” , “cittadinanza attiva” e “società civile”. Ovviamente tutti sono aperti e inclusivi ma intanto ognuno fa (o sta pensando di fare) la sua lista aperta e inclusiva con gli amici suoi, perorandosi di preannunciarlo via web per fregare sul tempo gli altri aperti e inclusivi che arriveranno dopo.
Ne parlo con amici e ogni tanto mi contatta anche qualcuno che mi chiede cosa ne penso di un’idea che ha in mente…
Quasi sempre ne penso bene, perchè la teoria magari sta in piedi, ma la pratica… Mannaggia la pratica…. E come si fa? E poi sta città così frammentata e fatta di mondi sempre più distanti e impermeabili tra loro non aiuta.

Potendo dare ancora il cattivo esempio non abbondo quindi di buoni consigli, ma come diceva Forrest Gump dopo aver corso senza meta per un anno: “sono un po’ stanchino”.

Paolo Soglia

 

La festa bolognese dell’ipocrisia e del conformismo

746147 procesione dei Battenti di Guardia Sanframondi,

La polemica politica scatenata nei confronti del Cassero per la serata “Venerdì Credici” contiene tutti gli elementi che caratterizzano l’attuale livello del dibattito bolognese: un festival dell’ipocrisia e del conformismo.
Politici e commentatori che solo un mese fa si sbracciavano per far vedere che anche loro  “erano Charlie” adesso fanno a gara a chi fa il fervorino più accalorato.
Particolarmente triste, in questa poco nobile competizione, la figura fatta dal Sindaco Merola che addirittura minaccia: “vigilerò perchè questi fatti vergognosi non si ripetano”.
Verrebbe da dire: e con che diritto vigilerà? E’ forse il Sindaco di una città il tutore dell’ortodossia, il fustigatore della morale pubblica, o il sanzionatore del (presunto) reato di blasfemia?
No, non lo è. E se posso permettermi un’ipotesi neanche tanto ardita penso che lo sdegno che in pubblico manifesta Merola sia ben più amplificato di quel che realmente pensa nel privato.
Che poi si tirino in ballo 4 danari, in una città che regala milioni alle scuole private cattoliche in spregio alla Costituzione e a un referendum che ne ha sancito, col voto, l’inopportunità appare ridicolo e singolare. Sempre a vedere la pagliuzza e mai la luna, vero caro PD e caro Virginio?
Ma l’ipocrisia è fatta così: prevede che se si levan gli scudi da via Altabella suoni anche il campanone a Palazzo D’Accursio.

Per cosa poi? Per una festicciola scema e una foto di cattivo gusto pubblicata su facebook; una foto che fa veramente cagare, ma per la quale chiedere una “pubblica abiura” e minacciare sanzioni al Movimento Gay tutto, dalle Alpi alle Piramidi, appare un tantino eccessivo.
Anche perchè se si scandalizzano tanto si vede che il Cassero negli ultimi trent’anni l’hanno frequentato poco, visto che non è certo la prima volta che vengono fatte feste mascherate che hanno per tema la Chiesa e i suoi simboli. Certo, prima non c’erano gli smartphone e i social, e si poteva far finta di nulla (ipocrisia canaglia…).

Ebbene, non hanno forse diritto i cattolici (alcuni cattolici) a sentirsi offesi? Certo perchè è un sentimento personale assolutamente legittimo, come quello che prova un musulmano quando vede il Profeta sputazzato su un giornale.
Anch’io, nel mio piccolo, da ateo e laico, da marxista positivista, o semplicemente da persona libertaria, mi sento a volte offeso dalla carica aggressiva, intimidatrice e in alcuni spiacevoli casi addirittura criminale che in nome di tutte le religioni molti presunti credenti pensano di dover riversarmi addosso.
Ma so distinguere e so pure accettare che le manifestazioni altrui, quando non ledono alcuna legge della Repubblica, nè mettono in pericolo l’incolumità di terzi (nè la libertà di terzi) bisogna saperle accettare.

Anche quando mi irritano profondamente, anche quando d’istinto mi verrebbe da impedirgliele. Perchè altrimenti son tutti Charlie, col culo degli altri…

Paolo Soglia

ps
A proposito di libera stampa: quest’articolo non verrebbe mai pubblicato da alcun quotidiano di Bologna. Probabilmente perchè è brutto, volgare e scritto male, ma ho il sospetto che non siano le uniche ragioni…

Voto L’Altra…

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Visto che domenica si vota, per quello che può interessare, dico pubblicamente cosa farò e perchè.
Primo: andrò a votare (in tempo di astensionismo meglio premetterlo..).
Secondo: voterò per L’Altra Emilia Romagna.
Non la faccio tanto lunga: chi mi conosce sa che avevo molti dubbi sull’opportunità di traghettare l’esperienza Tsipras alle regionali, dubbi dovuti ai tempi troppo accelerati dati dalle elezioni anticipate, che avrebbero inevitabilmente reso difficoltoso procedere a un (necessario) consolidamento e soprattutto all’allargamento dell’esperienza dell’Altra Europa.

Avvertivo il rischio di un frazionamento che purtroppo si è subito manifestato con la decisione di Sel di andare in coalizione col Pd. Decisione che non approvo e che trovo politicamente insostenibile, ma che sarebbe ingeneroso catalogare solo come mero opportunismo/poltronismo, anche perchè pure dentro Sel erano in tanti a volere una soluzione diversa.
Soprattutto mi spiace perchè la situazione era (ed è) tutt’altro che “incontendibile”: il PD è in gravissima crisi politica, il modello ereditato dal PCI si è prima logorato e poi è imploso, ma la crisi viene mascherata semplicemente dall’assenza di un fronte di opposizione sufficientemente forte, nei numeri,  per potersi proporre come alternativa di governo.
Mi spiace anche che non si sia realizzato un asse con altre esperienze nate dentro il movimento cinque stelle. Se guardassimo ai contenuti su 100 proposte probabilmente in 99 la pensiamo alla stessa maniera, o comunque non in modo diametralmente opposto.
Ma tant’è: in politica non è così semplice far quadrare le cose e le aggregazioni hanno bisogno di tempo, fiducia e condizioni per realizzarsi. Senza contare che nel campo della sinistra permane un virus sempre pronto ad attaccare gli organismi sani: il settarismo.

L’Altra Europa era nata proprio per combattere questi virus, in parte c’è riuscita, in parte no. Credo in ogni caso che chi nell’Altra Emilia-Romagna si è speso con tanta difficoltà per dare vita alla lista l’abbia fatto con un obiettivo giusto: seminare guardando avanti, a prescindere dalle difficoltà (e dagli errori) di percorso.

Voterò dunque per L’Altra Emilia Romagna, e se qualcuno che è ancora incerto, leggendo questo post farà lo stesso vorrà dire che ho dato il mio piccolo contributo.

Paolo Soglia

ps
Leggo in tanti post l’invito al voto disgiunto, tipo: “votate Sel o questo o quel candidato del PD, o un’altra delle listine di maggioranza collegate… E poi (per lavarvi la coscienza) date la preferenza alla candidata presidente dell’Altra Emilia Romagna.”
Cazzate, dispettucci tutti interni alla logica mediocre del “dare un segnale”, da parte di gente che o si vergogna o ha il mal di pancino.
Conta solo il voto alla lista: il voto al candidato Presidente (se non è in grado di sconfiggere Bonaccini) non conta un cazzo.
Se poi l’invito arriva da esponenti di forze politiche che prima scelgono un’alleanza e poi si vergognano di votarne il Presidente di renziana fede vien da dire che forse dovevano pensarci prima…

Le elezioni dello squalo

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Direi che ci siamo.
Alla campagna elettorale regionale, la meno sentita ed entusiasmante nella storia repubblicana, costellata di scandali e disinteresse diffuso, si aggiunge un tassello significativo, la ciliegina sulla torta: la riduzione di quanto resta delle elezioni a puro format televisivo, che ovviamente ha le sue regole, molto diverse da quelle previste dalle leggi della Repubblica. E queste regole hanno il sopravvento, certificando come ormai la rappresentanza e le procedure previste dalla normativa Repubblicana siano carta straccia.
Per presentare una lista alle elezioni bisogna infatti raccogliere migliaia di firme, in ogni provincia, certificarle, portarle in tribunale e aspettare che la lista sia regolarmente approvata e messa sulla scheda.
Ma è un rito antico, la comunicazione globale va per le spicce e decide da sola il chi e il come.
Sky, la tv satellitare dello “squalo” Rupert Murdoch, colosso globale dell’informazione, ha pensato quest’anno di dedicare spazi alle elezioni locali.
Ma il chi e il come lo decide lei: sei candidati presidenti? Troppi. Ne mettiamo a confronto solo quattro. I prescelti sono Bonaccini (Pd-Sel), Fabbri (Lega), Rondoni (Udc) e Gibertoni (M5S). Gli altri fuori, Per Quintavalla (Altra Emilia Romagna) e Mazzanti (Liberi Cittadini) non c’è posto.
La reazione dell’emittente alle proteste degli esclusi è di di una banale arroganza: “ci spiace, problemi logistici”. Tutt’al più organizzeranno una trasmissioncina a parte per gli esclusi, loro due soli, come se partecipassero ad un altro campionato.
E tutte le cosiddette agenzie di controllo a cui viene delegata con costi elevati la tutela delle pari opportunità (Agcom, Corecom, commissioni elettorali, etc etc)? Non pervenute.
Daltronde a Sky sanno benissimo che le regole si possono infrangere. Tutt’al più, dopo, si paga una piccola multa.

Il caso Sky è molto diverso dal famoso “conflitto d’interesse” berlusconiano con cui ci si è baloccati per vent’anni: lì c’era un contendente/editore che schierava le sue corazzate mediatiche a sostegno della sua forza in campo. Per Sky e per Murdoch il problema non è neanche quello: bisogna solo ridurre il tutto alle regole del proprio format. Se è pensato per un confronto a quattro e invece i candidati son di più, vabbè, pazienza.
E’ Sky a decidere chi sono i candidati prescelti alla presidenza della Regione,  tutti gli altri si adattino a fare le comparse.

Paolo Soglia

Ps
Logica vorrebbe che i candidati “prescelti” si rifiutassero di presenziare a un confronto pubblico che esclude altri candidati. Ma c’è da esser certi che questo non avverrà: a piccola politica corrispondono altrettanto piccole persone.

+++ULTIMORA+++ Renzi cambia verso alla lingua nazionale.

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“Basta con l’Italiano, nel mondo non lo parla più nessuno”.

Queste le parole del Premier pronunciate a margine del summit europeo che ha presieduto in Turingia sul rilancio del mercato ittico e l’abbattimento selettivo degli ungolati.
Dopo la riforma del Senato, la legge elettorale e l’articolo 18 Matteo Renzi ha sollevato un altro tema destinato a scatenare polemiche: “Se in 150 anni d’Unità d’Italia la gente fa ancora strafalcioni e continua a parlare in dialetto una ragione ci sarà: inoltre l’uso dell’italiano discrimina tutti quegli stranieri che sarebbero disponibili a investire nel nostro paese ma poi desistono perchè non ci capiscono un cazzo.”
Il premier ha annunciato entro l’autunno un apposito decreto per cambiare la lingua nazionale: Renzi ha subito escluso che il nuovo idioma possa essere l’Inglese (troppo difficile) e l’Arabo, per non irritare la Lega e soprattutto gli alleati dell’NCD di Alfano.
In Italia dal 2015 si parlerà dunque il Cinese mandarino, una scelta che Matteo Renzi ha rivendicato per consentire di attrarre investimenti dalla maggiore economia mondiale.
Dura l’opposizione della minoranza PD che preannuncia battaglia al Senato: Civati pronuncerà il suo intervento in Esperanto mentre i giovani turchi si dicono fiduciosi di poter trovare un compromesso sul Tedesco.
Delusi invece i bersaniani che avrebbero preferito il Russo.

Paolo Soglia

“Regionals” : la serie tv che ha conquistato i tele-elettori emilianos spopola anche negli States.

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La trama è semplice: il partito che da sempre ha governato gli emilians è preso in contropiede dalle dimissioni dell’anziano leader. Tutti quelli che vorrebbero fare il Governatore cercano un accordo nel partito per avere l’investitura come si suol dire “alla vecchia”, anche se poi bisogna fare le solite finte primarie per sancire il risultato.
Tutti infatti sanno come funziona tra gli emilians: prima si designa il vincitore, poi si fanno le primarie.

Il pubblico italiano all’inizio ha un po’ snobbato “Regionals” che invece – a sorpresa – sta riscuotendo un enorme successo negli Stati Uniti. Gli americani sembrano essersi stufati delle loro serie brillantissime, originali e piene di colpi di scena e pare apprezzino parecchio la noiosa e tediosa ripetitività di un serial come “Regionals”.
“House of Cards” è bellissimo , per carità,  ma un po’ troppo stressante: con “Regionals” gli americani riescono invece a rilassarsi completamente e alcuni hanno pure smesso di prendere psicofarmaci per dormire.
“Prima riuscivo ad assopirmi solo per pochi minuti quando mandavano il GP di Formula Uno” – afferma il settantenne Clayton Manson, pensionato del New Hampshire – “poi mi ha telefonato mio cognato per segnalarmi questa meravigliosa serie italiana: ormai dopo i titoli di testa son già cotto e mi faccio tutto un sonno fino al mattino.”
Susan Weston è una giovane mamma alle prese con due gemelli scalmanati: “addormentarli era un problema e facevo sempre la notte in bianco: quando dormiva uno piangeva l’altro.
Adesso il piccolo John  appena accendo “Regionals” è come ipnotizzato: vede il faccione di Steve Bonaccini, sbadiglia subito e chiude gli occhietti e lo stesso succede per Malcom. Si sono svegliati solo una volta: quando sembrava che il sindaco Manca fosse stato accusato di omicidio. Poi abbiamo capito di aver schiacciato involontariamente il telecomando finendo su “Crime” e tutto è tornato a posto…”.

La formula vincente di “Regionals” è quella di basarsi su una trama talmente consumata e risaputa, trita e ritrita, che la conoscono tutti a memoria.
Le puntate si ripetono una uguale all’altra, con i presunti sfidanti che si sfilano dalla corsa uno dopo l’altro appena percepiscono di non avere dietro al sedere la macchina di partito: meglio contrattare subito un posto, o un futuro incarico, piuttosto che fare la figura dello sparring partner e finire impallinati.
Non accade mai nulla e la serie va avanti stancamente e noiosamente fino alla duecentosettesima puntata, quella in cui Steve Bonaccini, candidato in pectore alla poltrona di Governatore, stravince le primarie trionfando col 98,7% dei voti. Il fatto che fosse l’unico candidato in lizza non toglie il gusto della battuta a Steve, che commentando il risultato un po’ commosso dichiara: “è stata una sfida difficile e affascinante, adesso tutti uniti dentro il partito per vincere le regionali”.

Paolo Soglia

 

L’Unità, la fine di un giornale orfano di partito

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L’Unità domani chiude.

Non è la prima volta che accade e non è detto che il marchio non resusciterà prossimamente, chissà sotto quale compagine e con quale progetto editoriale.
Al di là del dramma reale dei giornalisti disoccupati, ma anche della retorica, delle recriminazioni, degli errori di gestione che hanno accompagnato questo travaglio e l’infausto esito finale, cerchiamo di capire perché è morto questo giornale.
La morte dell’Unità è cominciata ben prima di questo mercoledì 30 luglio 2014: la malattia, diciamo così, affonda sostanzialmente nella fine del rapporto intrinseco che legava un partito (il PCI) al suo organo di stampa. L’Unità era la “colonna vertebrale” del partito, tanto che in alcuni momenti storici, nella percezione di molti militanti o simpatizzanti, L’Unità “era il partito”.
L’Unità e il PCI erano dunque due gemelli siamesi: corpi separati ma con uno stesso cuore. Difficile pensare che morto il primo potesse sopravvivere il secondo.
Quando il PCI ha concluso la sua vicenda politica trasformandosi prima in PDS, poi in DS, poi nel PD e successivamente nel partito di Renzi il legame storico tra queste due entità (partito e organo) si è via via affievolito e poi si è sostanzialmente dissolto del tutto.

Nel corso degli ultimi 25 anni non sono mancati anche momenti di crescita con alcuni picchi addirittura  “aurei” (pensiamo a certi momenti all’Unità veltroniana, all’operazione videocassette con un aumento esponenziale – drogato – ma significativo delle vendite,  alla nascita di costole come “Tango” e “Cuore”, all’ambizione di riprendersi pezzo per pezzo il rapporto coi territori con l’operazione delle cronache locali delle “Mattine”).

Tuttavia, nella sostanza, questi picchi (non rari peraltro nel declino di un’esperienza) erano dovuti a elementi congiunturali: a un’operazione politica/editoriale o a una stagione legata a un determinato leader, ma il rapporto intrinseco tra giornale e partito si era ormai inesorabilmente interrotto non si è mai più ricostituito.
E’ abbastanza noto ai più che da diversi lustri il ruolo di voce della comunità politica a cui facevano riferimento prima i Ds e poi il PD sia stata sostanzialmente occupata da “La Repubblica”: non ovviamente come “organo di partito”, ma senz’altro come punto di riferimento editoriale per tutta quell’area politica, che peraltro mutava e si ibridava costantemente, allontanandosi non solo politicamente ma soprattutto culturalmente dall’esperienza del vecchio PCI (pur conservando pezzi di quella storia al suo interno).
Per paradosso è apparso (e a tutt’oggi appare evidente a molti) che sia “La Repubblica” scalfariana e poi mauriana, il giornale d’area di riferimento. Un ruolo però interpretato in modo diverso. “La Repubblica” tende sempre ad assumere un ruolo guida rispetto al partito stesso:  entrando in pieno nel merito del dibattito interno al partito, con l’evidente volontà non solo di commentare ma propriamente di indicare la linea politica da percorrere. Una sensazione che ha dato luogo alla definizione diffusa di “Partito di Repubblica”, luogo ispiratore e protagonista di primo piano nella vicenda politica del centrosinistra.

Dunque, dopo aver creato un apparato giornalistico ipertrofico, supportato dalle feste, dalla diffusione militante e successivamente da ingenti trasfusioni di danaro pubblico attraverso il finanziamento della stampa di partito, L’Unità è diventata sempre di più un corpo estraneo al partito stesso (il cui percorso peraltro andava modificandosi profondamente). Il giornale rimaneva sempre a metà strada: non un’entità editoriale autonoma ma nemmeno più un organo di partito reale.
Dal canto suo il partito erede del Pci si trovava in mano un “organo” che anche a causa delle proprie debolezze e contraddizioni interne sempre meno gli serviva e sempre meno lo rappresentava.
Anzi, in certi momenti non sono mancate vere e proprie “guerre” tra la direzione dell’Unità e quella del partito di riferimento, una situazione imbarazzante e inimmaginabile se pensiamo alla storia precedente: certo anche nell’Unità del PCI non mancavano contrasti tra redazione e segreteria, ma in un quadro e in uno scenario completamente diverso, in cui i ruoli erano chiari e definiti.
Tuttavia nel partito erede del PCI la rottura del cordone ombelicale con l’Unità ha sempre rappresentato un problema: da un lato non poteva e non voleva più sostenerne i costi ma soprattutto non aveva più alcun interesse politico a mantenerla in vita, dall’altro sapeva che all’interno del proprio corpo sociale, per tanti militanti, la chiusura sic et simpliciter dell’Unità comportava un costo troppo alto da pagare che nessun segretario o dirigente erede della tradizione PCI intendeva assumersi (dirigenti che peraltro L’Unità  non la compravano più da un  pezzo…) .
A un certo punto si è quindi pensato di prendere una scorciatoia, rendere autonoma la proprietà trasformando il giornale in un ibrido conclamato: una proprietà privata formalmente indipendente che gestisse un marchio e un giornale percepito e autoproclamantosi come un organo di partito (che pure non era più tale).
Le precedenti chiusure e le successive rinascite sono avvenute all’insegna di questo sganciamento definitivo della proprietà editoriale dal partito,  che tutt’al più serviva come “nume tutelare” per convincere imprenditori “d’area” a farsi carico della gestione mentre al giornale il partito continuava a devolvere, in forma indiretta, il finanziamento statale.

Ma in cambio di cosa un Soru o chi per lui avrebbe dovuto farsi carico di un organo di cui il suo stesso partito di riferimento avrebbe fatto volentieri a meno? E’ questa la domanda, infatti finita la congiuntura politica del momento da cui l’imprenditore sperava in un ritorno politico e economico, partiva la corsa dell’editore privato a sganciarsi e la ricerca di un nuovo soggetto (ma sempre alle stesse condizioni).
Il paradosso si è rivelato talmente azzardato che nella compagine proprietaria sono entrate persone dichiaratamente di destra e addirittura una delle esponenti più estremiste del berlusconismo, Daniela Santanchè, con cinica perfidia si è avventata sulle spoglie offrendosi ai liquidatori dell’Unità per rilevarla.
Non è singolare però che il partito erede del PCI, ora PD, al suo massimo fulgore dalla scomparsa del PCI stesso, con il suo segretario che occupa anche la carica di Presidente del Consiglio, lasci andare al suo destino il giornale senza muovere un dito.
Renzi può esser cinico ma non è un ipocrita: sa che questa storia (che peraltro non gli appartiene) è finita e agisce di conseguenza.

Ebbene, ora l’Unità è morta.
Le storie umane finiscono, come finiscono quelle sociali e quelle politiche finiscono anche quelle editoriali.
Io mi auguro che tutti i validi giornalisti che vi lavoravano trovino una nuova collocazione quanto prima e che magari dalle ceneri dell’Unità rinasca presto una nuova esperienza editoriale, autonoma e forte, con una proprietà competente e motivata che faccia risorgere una nuova testata con un nuovo nome.
Una testata che non dovrà necessariamente essere di carta stampata, che pensi di rivolgersi e dare spazio a una nuova area vasta di società (non solo di sinistra) che si agita e non trova canali d’espressione.
E che soprattutto metta il giornalismo davanti a tutto, davanti alle logiche di partito, di corrente e anche di “parte”, davanti anche a  quel “senso comune” che fa da sottofondo a ogni audience di riferimento.
Me lo auguro di cuore, ma al tempo stesso mi auguro che L’Unità, glorioso giornale, riposi in pace.
Che nessun apprendista stregone la resusciti solo per sfruttarne il marchio per la durata di un’estate, finendo poi, magari, per consegnare quel marchio in mani sporche e immorali oppure politicamente impresentabili come è successo con “L’Avanti” del faccendiere Lavitola o come poteva succedere con L’Unità nelle mani della Santanchè.

RIP Unità, son cresciuto sulle tue ginocchia ed è stato bello fare un tratto di strada insieme.

Paolo Soglia

Renzi ha vinto troppo?

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Altolà!
Prima che qualche lettore Pd imbracci il fucile per leso renzismo chiarisco: stavo ascoltando ieri a Radio Pop l’analisi sui flussi del Professor Corbetta dell’Istituto Cattaneo.
Corbetta da serio professionista qual’è stava spiegando da dove arrivano questi 11 milioni di voti al PD.
In questa che è stata l’elezione con la più scarsa affluenza dal dopoguerra Corbetta sottolineava, innanzitutto, che il Pd di Renzi ha tenuto i suoi. E qui già c’è una vittoria perchè se tutti calano e tu tieni almeno i tuoi hai già vinto. Poi non ha perso nulla a sinistra: solo qualche rivolo sulla lista Tsipras, ma bilanciato da rivoli in entrata da Sel, quindi inezie.
Ma la vera ragione è – secondo Corbetta – che Renzi ha fatto il pieno al centro: ha inglobato praticamente tutto il blocco Monti (quasi 3 milioni di voti nel 2013), tant’è che Scelta Civica è scomparsa. Infine ha rosicchiato qualcosa anche al Cavaliere, anche se la debacle di Berlusconi si è manifestata soprattutto con l’astensione, un prezzo analogo pagato caramente anche da Grillo che ha consolidato il suo elettorato più fedele ma ha invogliato molti a stare a casa o addirittura a tornare al Pd.
Corbetta ha concluso il suo ragionamento così: “forse Renzi ha vinto troppo, un successo che nemmeno lui pensava essere così rotondo e che adesso avrà il compito non facile di gestire perchè è presumibile che in un’elezione politica, con una partecipazione più alta e una polarizzazione forte, non potrà che calare”.
Infatti adesso Renzi, assieme a una grande agibilità e un suffragio elettorale che gli mancava (essendo arrivato a Palazzo Chigi silurando Letta)  qualche problemino ce l’ha. Paradossalmente, sarà sempre più difficile rinnovare quei patti siglati prima del cambio del rapporto di forze che ora potrebbero rivelarsi carta straccia (Italicum, riforme istituzionali) perchè non più condivisibili nè convenienti per i “perdenti”: in primis da Berlusconi, ma sotto sotto anche da Alfano, in caduta libera, e molto vicino alla soglia del limbo politico.
Una vittoria così netta di Renzi impone però una riflessione non viziata da pregiudizi e partigianerie. Renzi ha vinto perchè è riuscito abilmente a cavalcare una voglia di cambiamento e al tempo stesso di stabilità, dote fondamentale in un paese estremamente conservatore come il nostro. E’ riuscito a intercettare, almeno in parte, anche alcune “istanze” dei 5 stelle facendole proprie (deideologizzazione della sua formazione politica trasformata da “partito di sinistra” a partito trasversale, abbattimento delle spese della politica, tetti agli stipendi pubblici e sburocratizzazione della macchina statale).
Ha dato gli 80 euro (potendo così indossare i panni del redistributore di “sinistra”) ma si è presentato pure con il Job Acts (provvedimento che intercetta l’esigenza neoliberista di una definitiva deregulation del mondo del lavoro).
Insomma, mentre Beppe Grillo predicava il suo “nè di destra nè di sinistra”, attorcigliandosi sempre più in un solipsimo livoroso e inconcludente, Renzi (che a differenza di Grillo sa far politica) questa sorta di immagine “bipartisan” se la spendeva ogni giorno: la metteva in pratica, presentandosi come alternativa pragmatica e non rancorosamente ideologica al berlusconismo.
La demenziale campagna elettorale di Grillo tutta tesa allo “scontro finale”, all’evocazione dell’Apocalisse (o noi o loro), al referendum su chi prendeva un voto in più ha fatto il resto compattando sul partito la minoranza interna del Pd (quella più incline a far qualche “dispetto” nel segreto dell’urna..), portando inoltre in dote tutto il centro (e in parte un voto di destra orfano di Berlusconi).
Renzi ha senz’altro il merito di aver trasformato l’immagine del PD: da Ditta Immobile, appannaggio dello stesso ceto politico formatosi negli anni ’70, a partito “dinamico” che intende occupare lo spazio politico ponendosi al centro, come motore di una trasformazione di stampo modernista/liberale.
A questo punto la domanda d’obbligo è: perchè molti elettori che si ritengono comunque “di sinistra” hanno votato Renzi? In parte ha funzionato il richiamo del voto utile nel ballottaggio con Grillo, ma soprattutto perchè le persone di sinistra, per primi, sanno perfettamente che non esiste più una sinistra politica nel Pd capace di interpretare una politica di cambiamento, e quindi non avevano alternative.
Quella che ostinatamente i giornali chiamano “sinistra interna” altro non è, infatti, che il vecchio mandarinato diessino di cui gli stessi elettori di sinistra sono disgustati da anni e di cui certo non sentono la mancanza.
Dunque anche chi, in cuor suo, condivide poco o per nulla le politiche neoliberal di Renzi non si è certo strappato i capelli per il ridimensionamento della minoranza interna, nè si è indignato più di tanto per l’attacco alla CGIL, interpretandolo più come un attacco all’apparato burocratico sindacale che non ai diritti in quanto tali.

In conclusione: si è aperto un nuovo ciclo politico e la nuova balena biancorossa renziana si presenta come una sorta di DC postmoderna che contiene dentro tutto: dal governo all’opposizione, ed è pronta a gestire il potere spartendolo tra le sue varie componenti, compreso il giovin Civati, che non passa giorno che non dica che questo non è “il suo Pd” ma che alla fine pare trovarsi anche lui piuttosto bene.
Renzi si propone come modernizzatore del paese, e su questo il suo intervento può avere su singoli aspetti anche effetti positivi e terapeutici. Bisognerà infatti valutare ogni sua singola azione politica senza lasciarsi andare al vetusto preconcetto che ha già portato a tanti errori, quello che identifica il nemico in chi non è “di sinistra” e quindi condanna di default tutto quello che fa come sbagliato (come se poi tutto quello fatto da qualcuno che si proclama “di sinistra” fosse automaticamente giusto e santo…).

Ma una cosa deve essere chiara: la visione politica di Renzi resta saldamente ancorata a un sistema di valori e di relazioni economiche di impronta neoliberista, neoblairiana, la stessa impronta  che sta portando al collasso la società Europea.
Un conflitto strisciante che ha spinto molti elettorati nazionali impoveriti, impauriti e confusi a dare risposte assai diverse: il dinamico neocentrista Renzi in Italia (ma anche Merkel e le larghe intese in Germania), Marine Le Pen e il crollo dei socialisti in Francia, l’euroscettico Nigel Farrage in Gran Bretagna o, all’opposto, Alexis Tsipras e la sinistra radicale (ma di Governo) in Grecia.
Senza dimenticare le varie formazioni più o meno “anti euro” e populiste, o peggio, quelle più o meno nazistoidi che si sono fatte breccia e che porteranno dei loro rappresentanti in Europa.
La sfida al “renzismo” non è dunque un regolamento di conti elettorale nel condominio Italia ma è parte integrante del grande conflitto sociale che si è aperto in Europa.

Paolo Soglia