Il Referendum di Cefalonia: la “Acqui” combatte

Nel giorno del referendum in Grecia vorrei ricordare un altro “referendum” che si tenne nel settembre del ’43 a Cefalonia e Corfù.
L’esercito italiano portato lì dal fascismo a combattere un’assurda guerra d’aggressione, abbandonato dal Re fuggiasco, dopo l’8 settembre si trovò in una incredibile situazione: gli ex alleati tedeschi intimavano la resa incondizionata. L’11 settembre 1943 con un ultimatum chiesero al comandante della Divisione Acqui di consegnare le artiglierie, le armi pesanti e individuali e arrendersi. Dall’Italia nessun ordine preciso tranne il laconico comunicato di Badoglio che annunciava l’armistizio e la cessazione delle ostilità contro gli alleati, aggiungendo sibillino che le forze armate “reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Un capolavoro di equilibrismo…
Il 9 settembre i partigiani greci distribuiscono volantini agli Italiani: “Soldati Italiani! E’ giunta l’ora di combattere contro i tedeschi oppressori, Viva l’Italia libera! Viva la Grecia libera!”
I soldati non si fidano delle false promesse dei tedeschi che propongono la resa in cambio del rimpatrio. Sanno che ciò che li attende, se va bene, è il campo di concentramento. Anche il comando della Marina da Malta avvisa: “Ricordatevi che i tedeschi hanno affondato la corazzata “ROMA”, sicchè non bisogna assolutamente consegnare le armi, senza combattere, ai tedeschi”.

Dopo 48 ore di frenetiche trattative col comando tedesco, accade un episodio che non ha precedenti nella storia di nessun esercito regolare.
Incerto sul da farsi il Generale Gandin alle ore 1,30 del 14 settembre invita tutti i Reparti a esprimersi con un Referendum.
Queste le alternative:
1) Continuare a combattere coi tedeschi
2) Arrendersi e consegnare le armi
3) Combattere contro i tedeschi
I reparti, ufficiali, sottoufficiali e soldati – come noto – si pronunciarono unanimemente per la terza alternativa: La “Acqui” combatte contro i tedeschi.
il 15 settembre il Comando di Divisione intima ai tedeschi di sospendere l’afflusso di rinforzi: le batterie italiane aprono il fuoco contro un idrovolante tedesco che sbarcava truppe a Lixuri e la battaglia ha inizio. Dopo una prima fase in cui i tedeschi vengono respinti e subiscono pesanti perdite, con l’afflusso dei rinforzi dal continente e la copertura aerea degli Stukas la Wermacht contrattacca e il 22 settembre la resistenza della “Acqui” è spezzata.

A quel punto le divisioni dell’esercito regolare tedesco (era la Wermacht, non le SS…) si rendono responsabili di uno dei peggiori crimini della seconda guerra mondiale: In spregio a ogni convenzione internazionale, tutti i prigionieri italiani catturati vengono immediatamente passati per le armi con esecuzioni sommarie:i corpi vengono accatastati in fosse comuni o caricati su dei pontoni e poi fatti affondare in mare. Vengono giustiziati 189 ufficiali e più di 5000 tra sottoufficiali e soldati. Compiuto il crimine i tedeschi devono far sparire le tracce: per due o tre notti il cielo d’Argostoli è illuminato a giorno dai roghi degli amassi di corpi di soldati italiani cosparsi di benzina e dati alle fiamme, in quello che al Processo di Norimberga per i crimini nazisti venne definita: ” una delle azioni più arbitrarie e disonorevoli della lunga storia del conflitto.”

Nessun tedesco però ha mai pagato per quella strage. Anzi, la stessa Germania dopo la guerra si rifiutò di inserire l’episodio di Cefalonia tra i crimini di guerra.
Questo perchè i soldati della “Acqui”, dopo esser stati traditi dai fascisti e da Badoglio, vennero traditi, per la terza volta, – nel 1956 – dal Governo della Repubblica Italiana.
Il senatote a vita Paolo Taviani all’età di 88 anni ammise al settimanale “L’Espresso” che all’epoca il Governo (di cui lui era Ministro democristiano della Difesa) insabbiò la strage.
Finita la guerra infatti i familiari delle vittime e superstiti si batterono perché i 31 militari tedeschi responsabili di quell’eccidio venissero processati. Ma la politica non permise di arrivare al processo. Nell’ottobre del 1956 Gaetano Martino, liberale, ministro degli Esteri, scrisse a Taviani, ministro della Difesa, proponendogli in sostanza l’affossamento di ogni percorso di giustizia. E ciò in nome della risurrezione della Wehrmacht, cioè dell’esercito tedesco, necessario alla Nato in funzione anti-Urss. Taviani pose una sigla di assenso sulla lettera di Martino. «Il mio consenso — ammise nell’intervista — contribuì certamente a creare la sepoltura della giustizia».

Il referendum di Cefalonia si tenne in condizioni drammatiche, in piena guerra, nella certezza che non consegnandosi al nemico non si avrebbe quasi certamente portato a casa la pelle. Oggi in Grecia si vota in condizioni meno drammatiche ma sempre con una pistola alla tempia: o la resa all’austerità permanente, o la minaccia della fame. Ma quando si decide per sè, in piena coscienza e consapevoli delle conseguenze, i popoli si dimostrano spesso più sinceri e coraggiosi di coloro che pretendono di rappresentarli.
Buon voto al popolo greco.

Paolo Soglia

Grecia: sparigliare ancora, annullare il referendum

The famous photo - fountain Nelle situazioni eccezionali, così come nelle guerre di movimento, bisogna prendere decisioni estreme in tempo rapidissimo. Lo dico alle ore 23 del 30 giugno (tra un’ora, un giorno, nulla sarà come adesso). Ritengo che dopo la riapertura della trattatativa da parte di Junker, e l’immediato irrigidimento dei falchi e della Merkel, il governo Greco dovrebbe nuovamente spiazzare l’avversario.
Annullare il referendum fino a a che non sia dato esito alla trattativa. La mossa del referendum infatti aveva spiazzato l’Eurogruppo, però nelle ultime 48 ore si sono riorganizzati: cavalcandolo. Hanno perso ogni pudore di ingerenza e hanno fatto aperta campagna per il “SI”. Molto probabilmente lo vinceranno…
Bene. Ora Tsipras dovrebbe annullarlo: hanno riaperto la trattativa? Si tratti allora, a oltranza. Togliendogli l’arma a doppio taglio della vincita nelle urne referendarie, che imporrebbe le dimissioni del Governo in caso di sconfitta, si troverebbero nuovamente in un vicolo cieco.
Ragazzi: siamo a Stalingrado, si arretra, si arretra, ma poi la terra finisce: dietro non c’è più nulla, quindi adesso o si avanza, oppure….

Paolo Soglia

Bye bye Bologna

nettuno 2Quello che è successo a Bologna ha qualcosa di emblematico, in linea coi tempi. Il processo politico democratico basato sul suffragio universale in cui “la sovranità appartiene al popolo” è al capolinea.

La sovranità non appartiene più al “popolo”, per il semplice fatto che è stata sussunta da istituzioni economiche e politiche transnazionali che esercitano il proprio potere senza legittimazione elettorale, mentre a livello locale i contenitori (Parlamento, Consigli) e gli strumenti di rappresentanza o di indirizzo (elezioni, referendum) vengono svuotati di ogni reale incidenza.
In queste condizioni, dice oggi Pieralisi, esistono solo due strade per sbloccare la situazione: “o con processi istituzionali e politici forti e grandi svolte elettorali, oppure, quando la democrazia non riesce a dare risposte, il campo si riempie di un’insorgenza popolare“.
Bene, a Bologna è improbabile che la gente scenda in piazza in maniera così massiccia e compatta da spaventare il Palazzo, facendolo sentire delegittimato e assediato.

Resta dunque la prima strada, peraltro assai impervia:  avviare un processo politico nuovo, che metta in discussione l’esistente. Per poter incidere bisogna tuttavia essere legittimati da una grande forza elettorale e saper fare politica.
Il referendum eclissato è una sorta di spartiacque che può servire a fare chiarezza.
Molti chiedono che Sel esca dalla maggioranza, ma in effetti quella “maggioranza” non esiste più da un pezzo. Perché non esiste più quel Pd del 2011, già in crisi ma emilianamente convinto di essere il solo dominus sulla scena politica, ancorato ai suoi riti e al suo apparato, innamorato della sua autoreferenzialità e del suo piccolo cabotaggio.
E’ stato spazzato via dalla crisi, dall’affermazione dei 5 stelle e dall’implosione post elettorale del partito. Nel dramma, tutti ora rinnegano i loro leader ormai logori (Bersani, Errani) e si attaccano a Renzi, vogliono “resettarsi” sperando torni tutto come prima: per continuare col buonsensimo conservatore a tutela delle corporazioni economiche e delle nomenclature di riferimento.

Ma anche l’altro pezzetto di maggioranza è mutato geneticamente: nel 2011 l’alleato del Pd non era “Sel”, ma la lista civica di Amelia Frascaroli, primarista Pd, appoggiata in corsa da un piccolo partito (Sinistra Ecologia Libertà).
Era un esperimento interessante, ma è finito da tempo, senza neppure un’elaborazione politica di quello che è successo. In Giunta la capolista Frascaroli e Riccardo Malagoli (in quota Sel) ormai rappresentano sé stessi.
Per quanto riguarda i consiglieri, due sono dirigenti di Sel (La Torre e Cipriani), uno è un indipendente entrato in lista con Amelia (Pieralisi) con una storia di movimento e di impegno civile sulla scuola, e l’ultimo è un giovane di belle speranze vicinissimo a Frascaroli (Sazzini) di cui da tempo si son perse le tracce.

Disquisire sull’uscita di Sel dalla maggioranza è legittimo ma può anche esser fuorviante: quale maggioranza? Quale Sel? Tutto il blocco dell’ex lista civica (che non esiste più)? Solo il consigliere indipendente? Con o senza i consiglieri dirigenti di Sel? Se si pensa che una compagine abbia esaurito il proprio ruolo si può legittimamente “togliere il disturbo”. Un atto altamente simbolico, ma che – ricordiamolo – non produrrebbe una crisi di “maggioranza”, visto che il Pd con l’ex Idv è autosufficiente anche senza larghe intese.
Forse sarebbe più utile guardare avanti: il Comitato Articolo 33, per esempio, si è sciolto avendo esaurito il suo mandato. Giusto.
Tuttavia, se non si vuole dissipare l’energia che ha prodotto e le empatie politiche e umane che ha generato, sarebbe opportuno che chi vi ha partecipato possa ritrovarsi in altre forme: un contenitore progettuale aperto, che incalzi fin d’ora la Giunta e il Consiglio Comunale e che sia capace di arrivare alle prossime elezioni con credibilità e idee innovative (non solo sulla scuola), indicando persone in grado di proporsi per amministrare tutta la città.
D’altronde sperare che i miracoli non capitino solo a Messina non è chieder troppo.

Paolo Soglia

Troppo ciechi?

welcometorealityReferendum: leggo con un certo stupore i giornali del giorno dopo.
Non c’è analisi politica, non c’è uno sforzo per capire realmente cosa ha spinto decine di migliaia di bolognesi a recarsi al voto e in maggioranza a esprimere la propria preferenza alla scuola pubblica.
C’è soprattutto una gran voglia di metter tutto da parte e passare oltre: una grande opera di rimozione collettiva che porta ad affermare in coro “non è successo niente”
Il più netto è stato a caldo l’amico Giovanni Egidio, che nel vergare l’editoriale su Repubblica di commento al voto è stato addirittura tranchant: “Troppo pochi”.
Un epitaffio, una pietra tombale. Una lettura liquidatoria di un processo che invece è ricco di significati e di conseguenze politiche.
E’ successo infatti che nella giornata dell’astensione generalizzata, in cui da Roma a Imola si registravano cali d’affluenza a due cifre, dal 12 al 24 %, a Bologna in un referendum meramente consultivo, in un’unica giornata organizzata in modo a dir poco approssimativo, un terzo degli aventi diritto si sia recata al voto a esprimere la sua preferenza. 85.000 persone.
Troppo poche? Nel 2011 alle comunali per il sindaco, con ben altra posta in palio, votarono in 215.546 (di cui 106.000 per Merola) e nel voto di lista gli elettori furono ancora meno: 194.435.
50.500 voti presi dai referendari sono più dei due terzi dei voti presi dall’intero Pd in quell’elezione (72.530 voti di lista).

Vorrebbe quindi da dire: ma di cosa stiamo parlando?
Un Sindaco in carica e il suo partito fanno campagna per il B, a fianco della Curia, di tutto il centrodestra, affiancato dai poteri economici e da quasi tutti i sindacati della città, con un fuoco amico di giornali e tv che ad avercelo contro sono dolori…

Ripeto di cosa stiamo parlando? Se quegli stessi 85.000 votanti avessero prodotto un risultato favorevole al fronte B adesso saremmo tutti qui a sorbirci le litanie su quanto i bolognesi si sono dimostrati “seri”, “responsabili” e “in sintonia col sentire dell’amministrazione”, e quel risultato sarebbe già sacro. Era proprio questo il rischio del referendum: se lo si perdeva si sarebbe pregiudicata la possibilità di invertire la tendenza e tornare a parlare di diritti e di scuola pubblica per tutti.

Chi dice son “troppo pochi”, mi pare non colga affatto un dato politico eclatante e rischi di essere a sua volta un po’ troppo cieco. Lo schieramento di cui sopra, favorevole al mantenimento dello status quo, non ha puntato sull’astensione: ha puntato a vincere, mettendo in campo tutta la capacità persuasiva di cui era in possesso.
Le parrocchie hanno fatto propaganda anche durante il voto, le suore sono state mobilitate. Ma soprattutto il sindaco e il Pd ci hanno messo la faccia. Merola ha drammatizzato il voto più che ha potuto, facendone una sorta di referendum su di sé, attirandosi anche critiche per questo atteggiamento aggressivo.
E adesso tutto questo non vale più niente? Hanno già scordato i commentatori le parole di Merola sul PD che “sarebbe ripartito dal referendum del 26 maggio” ?
Invece che delegittimare il voto referendario ci si dovrebbe interrogare sull’enorme insuccesso a cui è andato incontro il partito di maggioranza, che ha portato al voto sulle proprie posizioni appena 35.000 persone, in gran parte peraltro mobilitate dalla destra e dalla curia.
Un commentatore politico obiettivo, analizzando il voto, dovrebbe chiedersi come mai il fronte B vince solo in Santo Stefano, quartiere storicamente di centrodestra, mentre perde in tutte le roccaforti della sinistra: dal Navile al Savena passando per Borgo Panigale, Bolognina e Santa viola.
Infine una considerazione sull’astensione.
Accreditarsela è sempre un rischio, anche quando la si chiama.
Ma se si invita l’elettorato a schierarsi non è politicamente accettabile farsi forte di chi è rimasto a casa. Leggere l’astensione non è facile: c’è chi è disinteressato al tema e chi ha preferito non esprimersi perché schifato dai partiti. Ma non è difficile capire che in quest’occasione moltissimi elettori del Pd non hanno risposto alla chiamata del partito perché non se la sentivano di legittimare la politica di quel partito in cui non si riconoscono più.
Tra il chinar la testa agli ordini di scuderia e il votare contro al proprio partito, in tanti hanno evidentemente espresso il loro disagio anche restando a casa.
Credo che in via Rivani questo lo sappiano bene e al di là delle dichiarazioni di rito abbiano molto su cui riflettere.

Adesso però anche i partiti che hanno sostenuto il Referendum debbono riflettere, a cominciare da Sel che a Bologna è in maggioranza.
Il primo punto non è negoziabile: se si vuole stare in maggioranza bisogna pretendere da subito che d’ora in poi a nessun genitore che richiede la scuola pubblica sia sbattuta la porta in faccia rispondendogli “vai dalle private e pagati la retta”.
Il secondo punto è di percorso: la revisione delle convenzioni deve essere affrontata in consiglio comunale a viso aperto, senza paletti pregiudiziali né da una parte né dall’altra, ma con la consapevolezza che il voto referendario va rispettato.
C’è poi un terzo punto, che non riguarda  Sel a Bologna ma riguarda Vendola: in molte città dopo quello che è successo ieri si sta cominciando a pensare di chiedere consultazioni cittadine in merito all’opportunità di finanziare la scuola privata.
Vendola non può chiamarsi fuori, è vero che si parla dei finanziamenti dei Comuni e non della Regione, ma si è detto che quello che vale per Bologna vale per l’Italia, quindi a maggior ragione ci si attende che valga anche per la Puglia dove il leader di Sel guida la maggioranza di centrosinistra: la riflessione deve iniziare anche lì.

Paolo Soglia

Romano Dixit

ROMANO L’AFRICANO mLa posizione di Prodi sul Referendum (“voterò B”) è assolutamente coerente: è strano, casomai, che arrivi così in ritardo, cosa che stava mandando in fibrillazione tutto il Pd bolognese. Credo che il Professore, di cui è ben nota la posizione favorevole al sistema pubblico integrato, fosse invece ben poco incline a dare entusiastiche adesioni preventive che levassero le castagne dal fuoco al Pd, soprattutto dopo le note vicende che l’hanno visto protagonista.
Prodi assume inoltre la posizione del paciere, il suo post si intitola:
Perché argomenti che potrebbero essere risolti in condivisione e serenità devono sempre finire in rissa?
Evidentemente non gli sono piaciute certe accentuazioni polemiche da parte di chi siede sulla poltrona più alta di Palazzo D’Accursio.
Infine sono molto importanti le parole finali del suo post: “Credo tuttavia che le restrizioni che oggi drammaticamente limitano l’azione del Comune (per cui non tutti coloro che vogliono mandare i figli alle scuole statali e comunali possono farlo) e in generale penalizzano la scuola siano dovute a una errata gerarchia nella soluzione dei problemi del Paese e non ad accordi di questo tipo.”
Prodi vuole mantenere la convenzione che è anche figlia sua, dell’Ulivo, ma  mette il dito sulla piaga ben più di quanto non abbia mai fatto Merola: ci sono famiglie che vogliono mandare i figli alla scuola pubblica e non possono farlo, un diritto che prima c’era e adesso è negato. Insomma: quando le vacche erano grasse si davano i soldi alle private e nessuno se ne accorgeva più di tanto, adesso che le vacche sono magre e la scuola pubblica non soddisfa più tutte le richieste casca l’asino.
Secondo Prodi però la soluzione non sta nello smontare il sistema pubblico integrato, ma nell’errata gerarchia nella soluzione dei problemi del Paese.

Qui le nostre strade divergono, ovviamente.
Merola e il Pd (locale e nazionale) si affretteranno ad arruolare il Professore, li vediamo già alacremente compresi (carta, penna e calamaio…) a stendere la sfilza di esternazioni di rito che domani vedremo stampate su tutti i giornaloni.
Dovrebbero però rispondere anche a una semplice domanda, che viene posta pure da Prodi: vogliono continuare a dare i soldi alle private, ma come intendono garantire il diritto inalienabile dei cittadini della Repubblica Italiana a frequentare una scuola della Repubblica?
Se la risposta sono le minacce usate da Puglisi (“se vince “A” materne a pagamento)  andiamo male cari compagni…

Paolo Soglia

ps
Prodi ha aggiunto che voterà B: “se riuscirò a tornare in tempo da Addis Abeba…” . Come ama dire Merola, votare B “non è una priorità…”

Attenti ai Lupi

LupiIl neoministro alle infrastrutture Lupi, area Comunione e Fatturazione, attacca (manco a dirlo) i referendari di Bologna. Il quesito del referendum secondo Lupi  “è ingannevole perché non dice che sia le scuole comunali e statali, sia quelle paritarie sono tutte scuole pubbliche. Le dichiara tali una legge del 2000 voluta da un ministro del Pd, Giovanni Berlinguer.”
Ebbene, è proprio questo il punto: prima si fanno le leggi su misura stabilendo che ciò che è privato in realtà è pubblico, poi ci si appella alla medesima legge per dire che a quel punto lo Stato se ne deve far carico. Perfetto..
E’ lo stesso schema che CL vorrebbe e persegue per la sanità: superare il concetto di “convenzione” per arrivare a un finanziamento diretto da parte dello Stato della Sanità privata, col risultato che i cittadini devono pagare due volte per ottenere un servizio peggiore.

Resta infine una considerazione politica che riguarda il Partito Democratico: se sul sessanta/settanta percento delle questioni (e sto basso) si è d’accordo con Lupi, Alfano e Monti, questa linea politica andrebbe definitivamente esplicitata uscendo dall’ambiguità di voler rappresentare non dico la sinistra (concetto ormai molto vago) ma quantomeno la difesa delle classi meno abbienti e dell’interesse pubblico.

Ci si proclami conservatori e moderatamente riformisti, nel solco della grande tradizione democratica cristiana, tradizione politica da cui proviene ormai la quasi totalità dei suoi dirigenti di livello e che comunque, al di là delle appartenenze, rappresenta ormai l’orizzonte di pensiero egemone in quel partito.

Paolo Soglia

Dizionario referendario

merolaIl Sindaco è sceso in campo direttamente per difendere lo stanziamento di fondi alle scuole private messo in discussione dal referendum. Il comitato promotore accusa Merola di giocare due ruoli in commedia: quello dell’arbitro che deve dettare le regole della consultazione e quello del giocatore che tifa per la sua squadra.
Che il sindaco abbia una sua opinione e la difenda è legittimo. Che affermi che comunque vada, anche se vincerà l’opzione “A” lui tirerà dritto per la sua strada continuando a donare soldi alle paritarie private, molto meno. Non va neanche bene che Merola e i difensori del “pedaggio” al privato sbandierino argomenti che non stanno né il cielo né in terra facendo disinformazione.

Vediamo di fare luce su alcuni punti usati dal fronte “B” in maniera propagandistica:
A come “anticlericali”. La vulgata diffusa a piene mani soprattutto dalle componenti cattoliche dello schieramento è che la battaglia referendaria sia fatta per colpire le scuole cattoliche da parte degli “anticlericali”. Naturalmente l’accusa serve a svicolare dal merito cercando di trasformare il referendum in una guerra di religione, cosa tutt’altro che vera. Infatti i cattolici, come chiunque altro, hanno tutto il diritto di istituire scuole private, che tuttavia non devono costituire un “onere per lo Stato” (art. 33 della Costituzione Italiana).
B come bambini (e come “bugie..). “Se togliamo alle private lo stanziamento di oltre un milione di euro come faremo a dare un posto ai 1700 bambini ora accolti nelle paritarie private?” Avrete certamente sentito mille volte Sindaco e Curia fare questa affermazione. Ebbene, è totalmente destituita di fondamento. Equivarrebbe a dire che togliendo un contributo che incide in maniera non rilevante sul bilancio di ogni istituto tutte le scuole private chiuderebbero contemporaneamente facendo aumentare la domanda di 1700 unità. E’ assurdo e infatti non chiuderà nessuno, perché le private si finanziano con le rette e inoltre continuerebbero a prendere i contributi dalla Regione e dallo Stato (li paghiamo ben tre volte, manca solo un obolo dai quartieri e poi siamo a posto…).
C come Conti. Le private cattoliche non pubblicano i bilanci. Prima di erogare un contributo ci si aspetterebbe di vedere i bilanci e di capire se quelle aziende sono sane o hanno problemi, e di che entità. Nulla di tutto questo, i contributi vengono dati a tutti a scatola chiusa in base al numero di sezioni di ogni istituto. Per quanto ne sanno i cittadini di Bologna alcuni istituti potrebbero anche essere in pareggio e il contributo a quel punto diventerebbe un utile d’impresa. Il Sindaco avrebbe dovuto pubblicare i bilanci e verificare le condizioni di retribuzione del personale docente e non docente delle scuole private, invece si limita a fare i conti della serva per cercare di risparmiare sull’istruzione pubblica.
I come ideologici. Ebbene, se c’è una componente ideologica tra gli schieramenti in campo è proprio quella che non intende mettere in discussione, mai e poi mai e per nessuna ragione, la scelta di destinare fondi pubblici alla scuola privata.
Questa rigidità ha una ragione prettamente politica: fa parte del patto fondativo dell’attuale Pd, come serenamente afferma anche il consigliere Giuseppe Paruolo nel suo blog sponsorizzando i fondi alle private: “La scelta del sistema scolastico pubblico integrato è costitutiva del PD. Spesso si dice che al PD manca una linea politica chiara su alcuni argomenti, e si mette in luce il faticoso dibattito per giungere a sintesi. Ma in questo caso fortunatamente la linea c’è, fin dalla fondazione. Basta leggere il manifesto dei valori del PD: “Il Partito Democratico sostiene un sistema scolastico pubblico integrato, imperniato sulla valorizzazione del ruolo educativo degli insegnanti, e in grado di garantire un’elevata qualità dei percorsi formativi” (al punto 6, il grassetto è nel documento).
M come Marziani. Ogni autorevole firma a sostegno del quesito posto dal comitato referendario da parte di un esponente della cultura (ultimo Daniele Silvestri..) viene vista come un atto d’invasione, un pericoloso attentato all’autonomia della città. Secondo l’assessore Lepore si tratta di “Marziani”, pericolosi “intellettuali di sinistra” calati su Bologna per distruggerla e da cui difendersi con ogni mezzo. Lepore evidentemente è fortemente scosso, forse ha visto “L’invasione degli ultracorpi”, si è impressionato e non ha dormito bene. Vedrà che con una settimana di buone letture passa tutto.
S come Scuola. Pubblica, laica, accogliente e di qualità. Una scuola con queste caratteristiche non può affidarsi ai privati che infatti hanno percentuali di bambini stranieri ben al di sotto di quelli che frequentano le materne comunali e statali. Per non dire di bambini portatori di handicap o bisognosi di sostegno di vario tipo. Le statistiche sono impietose, e mentre il pubblico si fa carico quasi totalmente di questi compiti, per un mero accordo di partito si è deciso di stornare le già scarse risorse destinate al pubblico per dirottarle, in parte, sui privati.

Per queste ragioni signor Sindaco, oltre ad andare a fare propaganda per l’opzione “B” in giro per la città, sarebbe opportuno che si confrontasse sul merito e rispondesse nel merito anche con chi legittimamente ha opinioni diverse dalle sue.
Possibilmente con carte e conti alla mano, così evitiamo dibattiti “ideologici”…

Paolo Soglia