Salviamo il Dall’Ara: il Comune batta un colpo

Sulla vicenda Stadio aleggiano corvi. Mi riferisco alle voci sempre più insistenti che si rincorrono: abbandonare il Dall’Ara al suo destino e costruire un nuovo stadio, in aree da definire (tipo parco nord, ma non solo).
E’ un errore gravissimo, uno scempio che si deve assolutamente evitare: questa soluzione evidentemente farebbe felici alcuni costruttori e forse anche il club (che spenderebbe meno) ma non è certo nell’interesse di Bologna.
Quale sarebbe infatti l’interesse della città ad avere in zona semicentrale una cattedrale del deserto abbandonata, un monumento storico immodificabile (perchè tutelato) ma a quel punto completamente inutile e destinato al degrado, pur sapendo che comunque peserebbe sui contribuenti perchè la manutenzione, se non si vuol che vada in pezzi, andrebbe fatta?
Lo Stadio Dall’Ara è uno degli impianti storici più belli del mondo: bisognerebbe andarne fieri e non trattarlo come un problema ingombrante.
Ma oltre ad essere un monumento lo Stadio Dall’Ara ha un destino segnato: è fatto per giocarci a calcio. Per questo fu pensato e a questo serve e lo fa ancora ottimamente essendo – a quasi un secolo dalla sua costruzione – il tappeto verde migliore d’Italia.
Dunque per salvare il Dall’Ara è necessario fare un passo indietro, cambiare approccio. Ed è necessario che il Comune di Bologna batta un colpo.
La storia ci dice che una volta arrivato “lo zio d’America” (Saputo) in Comune hanno accarezzato la ghiotta opportunità: rifare il Dall’Ara nuovo e liberarsi di tutti gli oneri di manutenzione a costo zero.
Ma qui casca l’asino: ristrutturare il Dall’Ara costa quasi il doppio che fare uno stadio nuovo, inoltre, se lo fa un privato, non ne godrebbe la proprietà. Tecnicamente il Dall’Ara è inalienabile. Lo si può dare in concessione, anche lunghissima, ma rimane sempre di proprietà pubblica (come è giusto che sia).
Ora, l’approccio “zio d’America” prevede che a fronte degli oneri da sostenere lo “zio” sia ricompensato da aree compensative di proprietà comunale, da utilizzare in proprio o da rivendere per progetti altrui.
E qui nascono i problemi: perchè lo “zio” si trova a dover fare a un investimento doppio rispetto a quello per un nuovo stadio, con una sostanziale differenza: lo stadio nuovo sarebbe di sua esclusiva proprietà (e quindi andrebbe in patrimonio) il Dall’Ara ristrutturato no.
Ma così facendo il Comune, che vuol la botte piena e “lo zio” ubriaco, non ha più in mano il pallino, o ce l’ha solo parzialmente: da un lato non mette un euro sul Dall’Ara, ma dall’altro deve trattare da posizione di debolezza sulle aree compensative, non avendo più come faro la valorizzazione di beni pubblici, secondo principi urbanistici definiti, ma dovendo venire incontro alle esigenze dei privati che da quelle aree – evidentemente (e io aggiungo: legittimamente) – vogliono poi avere dei ritorni economici.
Infatti, come ha fatto garbatamente notare  l’Ad del BFC Claudio Fenucci al Sindaco, che in questi giorni gli sta facendo fretta e alza la voce, “è la prima volta che viene chiesto a un privato di ristrutturare completamente uno stadio pubblico, senza acquisirne la proprietà”. Un caso unico al mondo.
Da qui dunque nascono tutti i problemi: al Cierrebi come ai Prati di Caprara (ma c’è anche la questione antistadio, il destino delle società sportive all’interno del Dall’Ara, etc, etc).
Per sciogliere questo nodo è necessario dunque cambiare radicalmente approccio.
Ecco dunque la mia proposta, che parte da una considerazione: chi l’ha detto che il Comune non debba investire sul Dall’Ara, monumento storico di immenso valore e impianto efficiente e prezioso per lo sport bolognese? Perchè si postula che debba essere una operazione “a costo zero” per il Comune e a totale onere dello “zio d’America”?
Il Dall’Ara vale forse meno del Nettuno o delle Torri o di altri monumenti storici?
Alcuni rispondono: perchè il Comune non ha i soldi.
Balle.
Saputo è disposto a metterci 35 milioni (meno di quello che gli costa fare uno stadio nuovo) il resto deve saltar fuori dalle aree compensative.
Ebbene, per non impiccarsi sulle aree compensative, consentendo obtorto collo piccole/grandi speculazioni, il comune a mio avviso deve mettere l’altro 50%.
In parte è quello che propone l’amico Fausto Tomei, consigliere del quartiere Saragozza. Ma Tomei parla di un gesto oblativo della cittadinanza, una sorta di colletta tutta sulle spalle dei cittadini.
No: i soldi devono venire dal Comune, facendo ricorso al Credito Sportivo.
Coi tassi estremamente agevolati della banca pubblica per lo sport, un mutuo venticinquennale di 35/40 milioni peserebbe sul Comune per meno di 2 milioni l’anno.
Una cifra ridicola per una città area metropolitana come Bologna.
Senza contare che questa rata annuale potrebbe essere in qualche modo ammortizzata. Se non del tutto, almeno parzialmente: basterebbe che dopo la ristrutturazione il Comune si riservasse nel nuovo stadio 500/1000 posti da destinare – annualmente – ad aziende o privati che volessero contribuire al salvataggio del Dall’Ara mettendoci la firma, comprando abbonamenti speciali assegnati in base a donazioni a prezzi maggiorati.
Se metti 500 posti a 1000 euro per i privati e altri 500 a 5000 euro per le aziende, puoi ricavare fino a 3.000.000 di euro l’anno. E potresti anche prevedere che una volta coperta la rata pubblica del mutuo la parte eccedente vada nelle casse del BFC che così avrebbe tutto l’interesse a promuovere questo tipo di sovvenzione (detraibile…).
A questo punto il Comune potrebbe fare a meno di esporsi così tanto sulle aree compensative (o ridurle a qualche minimo spazio attorno allo stadio Dall’Ara, in modo che siano incluse solo quelle funzionali al progetto di ristrutturazione).
E al tempo stesso la città avrebbe un Dall’Ara riqualificato invece di una cattedrale abbandonata e dell’ennesimo progetto di ipercementificazione per un nuovo impianto (più chissà cosa…) in periferia.
Vi torna?
Paolo Soglia
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