Voto L’Altra…

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Visto che domenica si vota, per quello che può interessare, dico pubblicamente cosa farò e perchè.
Primo: andrò a votare (in tempo di astensionismo meglio premetterlo..).
Secondo: voterò per L’Altra Emilia Romagna.
Non la faccio tanto lunga: chi mi conosce sa che avevo molti dubbi sull’opportunità di traghettare l’esperienza Tsipras alle regionali, dubbi dovuti ai tempi troppo accelerati dati dalle elezioni anticipate, che avrebbero inevitabilmente reso difficoltoso procedere a un (necessario) consolidamento e soprattutto all’allargamento dell’esperienza dell’Altra Europa.

Avvertivo il rischio di un frazionamento che purtroppo si è subito manifestato con la decisione di Sel di andare in coalizione col Pd. Decisione che non approvo e che trovo politicamente insostenibile, ma che sarebbe ingeneroso catalogare solo come mero opportunismo/poltronismo, anche perchè pure dentro Sel erano in tanti a volere una soluzione diversa.
Soprattutto mi spiace perchè la situazione era (ed è) tutt’altro che “incontendibile”: il PD è in gravissima crisi politica, il modello ereditato dal PCI si è prima logorato e poi è imploso, ma la crisi viene mascherata semplicemente dall’assenza di un fronte di opposizione sufficientemente forte, nei numeri,  per potersi proporre come alternativa di governo.
Mi spiace anche che non si sia realizzato un asse con altre esperienze nate dentro il movimento cinque stelle. Se guardassimo ai contenuti su 100 proposte probabilmente in 99 la pensiamo alla stessa maniera, o comunque non in modo diametralmente opposto.
Ma tant’è: in politica non è così semplice far quadrare le cose e le aggregazioni hanno bisogno di tempo, fiducia e condizioni per realizzarsi. Senza contare che nel campo della sinistra permane un virus sempre pronto ad attaccare gli organismi sani: il settarismo.

L’Altra Europa era nata proprio per combattere questi virus, in parte c’è riuscita, in parte no. Credo in ogni caso che chi nell’Altra Emilia-Romagna si è speso con tanta difficoltà per dare vita alla lista l’abbia fatto con un obiettivo giusto: seminare guardando avanti, a prescindere dalle difficoltà (e dagli errori) di percorso.

Voterò dunque per L’Altra Emilia Romagna, e se qualcuno che è ancora incerto, leggendo questo post farà lo stesso vorrà dire che ho dato il mio piccolo contributo.

Paolo Soglia

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Leggo in tanti post l’invito al voto disgiunto, tipo: “votate Sel o questo o quel candidato del PD, o un’altra delle listine di maggioranza collegate… E poi (per lavarvi la coscienza) date la preferenza alla candidata presidente dell’Altra Emilia Romagna.”
Cazzate, dispettucci tutti interni alla logica mediocre del “dare un segnale”, da parte di gente che o si vergogna o ha il mal di pancino.
Conta solo il voto alla lista: il voto al candidato Presidente (se non è in grado di sconfiggere Bonaccini) non conta un cazzo.
Se poi l’invito arriva da esponenti di forze politiche che prima scelgono un’alleanza e poi si vergognano di votarne il Presidente di renziana fede vien da dire che forse dovevano pensarci prima…

Le elezioni dello squalo

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Direi che ci siamo.
Alla campagna elettorale regionale, la meno sentita ed entusiasmante nella storia repubblicana, costellata di scandali e disinteresse diffuso, si aggiunge un tassello significativo, la ciliegina sulla torta: la riduzione di quanto resta delle elezioni a puro format televisivo, che ovviamente ha le sue regole, molto diverse da quelle previste dalle leggi della Repubblica. E queste regole hanno il sopravvento, certificando come ormai la rappresentanza e le procedure previste dalla normativa Repubblicana siano carta straccia.
Per presentare una lista alle elezioni bisogna infatti raccogliere migliaia di firme, in ogni provincia, certificarle, portarle in tribunale e aspettare che la lista sia regolarmente approvata e messa sulla scheda.
Ma è un rito antico, la comunicazione globale va per le spicce e decide da sola il chi e il come.
Sky, la tv satellitare dello “squalo” Rupert Murdoch, colosso globale dell’informazione, ha pensato quest’anno di dedicare spazi alle elezioni locali.
Ma il chi e il come lo decide lei: sei candidati presidenti? Troppi. Ne mettiamo a confronto solo quattro. I prescelti sono Bonaccini (Pd-Sel), Fabbri (Lega), Rondoni (Udc) e Gibertoni (M5S). Gli altri fuori, Per Quintavalla (Altra Emilia Romagna) e Mazzanti (Liberi Cittadini) non c’è posto.
La reazione dell’emittente alle proteste degli esclusi è di di una banale arroganza: “ci spiace, problemi logistici”. Tutt’al più organizzeranno una trasmissioncina a parte per gli esclusi, loro due soli, come se partecipassero ad un altro campionato.
E tutte le cosiddette agenzie di controllo a cui viene delegata con costi elevati la tutela delle pari opportunità (Agcom, Corecom, commissioni elettorali, etc etc)? Non pervenute.
Daltronde a Sky sanno benissimo che le regole si possono infrangere. Tutt’al più, dopo, si paga una piccola multa.

Il caso Sky è molto diverso dal famoso “conflitto d’interesse” berlusconiano con cui ci si è baloccati per vent’anni: lì c’era un contendente/editore che schierava le sue corazzate mediatiche a sostegno della sua forza in campo. Per Sky e per Murdoch il problema non è neanche quello: bisogna solo ridurre il tutto alle regole del proprio format. Se è pensato per un confronto a quattro e invece i candidati son di più, vabbè, pazienza.
E’ Sky a decidere chi sono i candidati prescelti alla presidenza della Regione,  tutti gli altri si adattino a fare le comparse.

Paolo Soglia

Ps
Logica vorrebbe che i candidati “prescelti” si rifiutassero di presenziare a un confronto pubblico che esclude altri candidati. Ma c’è da esser certi che questo non avverrà: a piccola politica corrispondono altrettanto piccole persone.

Quello che ho da dire su Flores, Camilleri e la lista Tsipras

tsipras_EUROPAFlores e Camilleri, dimettendosi da garanti hanno compiuto un gesto grave e sbagliato.

Quando Alexis Tsipras è venuto al Teatro Valle ha detto una cosa semplice, lineare e inequivocabile. Il candidato alla Commissione Europea aveva rimproverato la nostra sinistra “divisa ed errante”, invitandola a mettere da parte le “differenze” e a fare qualcosa “tutti insieme”.
“Ho accettato di essere qui” – disse Tsipras – “non per entrare a far parte della politica italiana o per mettermi in mezzo alle vostre contrapposizioni, ne’ tantomeno per essere a capo di un nuovo partito politico. Sono tra voi come uno di voi, solo per portarvi l’esperienza di chi è arrivato a un passo dal governo, per unire e non per dividere.
Un concetto tradotto con un semplice slogan: bisogna fare tutti un passo indietro per farne due in avanti.”

Ecco: Camilleri e Flores non hanno avuto né la sensibilità politica né l’intelligenza umana di convivere con le contraddizioni che inevitabilmente il loro progetto avrebbe generato, e che andavano condivise faticosamente, direi con sofferenza.
Hanno preferito percorrere il facile solco tracciato in tutti questi anni dal frazionismo e dal settarismo, comportandosi come antichi capipartito bizzosi e irascibili: non vedendosi accontentati si sono prima offesi poi pubblicamente tirati fuori, cercando come sempre in questi casi la più ampia risonanza mediatica possibile in modo da fare più danno possibile.
Bravi.
Qualcuno a questo punto mi chiederà del merito. E il merito sono le candidature, un banco di prova delicatissimo in cui ovviamente sarebbero venute a galla tutte quelle contraddizioni che è molto più facile annullare in un documento astrattamente unitario, o sedare in un’assemblea, che gestire giorno per giorno.
Invece non è possibile annullarle come per incanto: bisogna conviverci. Che senso ha avuto l’alzata di scudi di Camilleri per Sonia Alfano quando era stato enunciato fin dal principio che non si poteva presentare chi aveva avuto un incarico elettivo regionale o nazionale negli ultimi 10 anni? Derogare su Alfano avrebbe avuto come immediato effetto quello di ritirare dentro tutto il vecchio ceto politico che giustamente si voleva lasciar fuori.

E veniamo al caso Battaglia. Dico subito che nel merito del caso Ilva non ho certo una posizione politicamente benevola nei confronti di Vendola. E questo può essere ben riassunto con quanto scrissi all’epoca dello scandalo delle intercettazioni. Ma come si può pensare che un partito come Sel che con grande fatica (e sorpresa) si spacca al congresso decidendo di non presentarsi alle elezioni per appoggiare il progetto Tsipras, che decide di annullarsi completamente come lista, non abbia a quel punto neanche il diritto di presentare delle candidature di persone incensurate e senza incarichi parlamentari?
Come si può inoltre accettare che un candidato (qualunque esso sia), in questo contesto ponga l’aut aut: “io dentro e tu fuori”, come in una qualsiasi lotta intestina tra correnti? Ha senso in una lista che presenta candidature che tengono dentro dai No Tav a Curzio Maltese un atteggiamento di totale contrapposizione?

Allora tanto valeva che la lista Tsipras si presentasse da sola facendo la fine dell’ennesimo frammento di sinistra in competizione con tutti gli altri. Invece la posta in palio è molto più alta, ambiziosa e vitale, anche per il futuro del Paese.
La linea passata a Rimini ha spiazzato tutto il ceto politico Vendoliano, in particolare quello che non vede altro approdo che una confluenza nel Pd (Questo Pd, quello di Renzi…). Un risultato a mio modo di vedere insperato e salutare.

Ebbene, anche a fronte della fortissima contraddizione che c’è a Taranto sull’Ilva bisognava che Flores e Camilleri dessero come garanti della lista una prova ben diversa di unità e compattezza: gli altri garanti hanno provato in tutti i modi a convincere Battaglia a convivere con quella che sicuramente per lei è una contraddizione lacerante. Non ce l’hanno fatta.
Il problema però non è la scelta della Battaglia ma quella compiuta da Camilleri e Flores, che hanno deciso su questa vicenda di vanificare quanto sin qui avevano contribuito a costruire consumando il loro malessere montato sui casi Alfano e Casarini.

La costruzione di una lista unitaria fra soggetti diversissimi e molto conflittuali fra loro è una scommessa difficilissima, non un pranzo di gala: ci vogliono cabeza, corazon y cojones.
Flores e Camilleri hanno dimostrato di non averli e di non aver capito nulla di quanto detto e auspicato da Alexis Tsipras.
Peccato.

Paolo Soglia

Caro Vendola, non mi hai convinto…

Ilva-Taranto-foto_0il Fatto Quotidiano ha pubblicato una telefonata tra Nichi Vendola e Girolamo Archinà, il pr della famiglia Riva, longa manus nella gestione dell’Ilva.
In un altro video Repubblica mostra Archinà che per difendere il suo padrone Emilio Riva dalle domande imbarazzanti sui tumori a Taranto causati dalle esalazioni dell’azienda strappa il microfono al cronista Luigi Abbate.
Un atteggiamento padronale e arrogante nei confronti di un giornalista che faceva il suo mestiere. Faceva domande.
La telefonata nella quale si sente il Presidente della Puglia Nichi Vendola parlare con Archinà  prima ancora che politicamente scandalosa è umanamente penosa.
Al netto delle speculazioni (Nichi Vendola non ride sui morti di tumore), al netto del fatto che in una telefonata personale si parla in modo molto diverso che in un comizio pubblico e mettendoci pure una sincera preoccupazione per i posti di lavoro a rischio (anche la Fiom sulle pressioni a Vendola ha qualcosa da dire?), resta la netta sensazione di un ruolo ancillare del Presidente della Puglia nei confronti di Riva.
Il tono di Archinà è secco, deciso, quasi inquisitorio, soprattutto quando rinfaccia al Governatore il comportamento del Direttore dell’Arpa pugliese che si è messo di traverso: “Tutto è appoggiato sulla scivolata del nostro stimato amico Direttore…”,
Archinà ha sempre il tono che caratterizza gli uomini oscuri: dice quel che deve dire, a volte direttamente, a volte per immagini, come quando rispondendo a Vendola che giustifica le sue assenze con un viaggio in oriente gli dice che si meraviglia che parli ancora italiano visto che è sempre in Cina a fare affari… Cosa intende Archinà? Sta solo ricordando a Vendola che può andare in giro dove vuole ma lì deve tornare, in Puglia, e in Puglia c’è l’ILVA…

Il tono di Vendola invece è docile, imbarazzato, premuroso, fa le risatine (Archinà non ride mai…), vuol far sapere che “non si è defilato” ed è preoccupato che il messaggio arrivi a Riva.
Le sue risate per compiacere Archinà elogiando il suo “scatto felino” per strappare il microfono al cronista in realtà poco aggiungono a questo quadro, se non una punta in più di tristezza. Anche perchè sono convinto che pure quelle fossero false. Vendola quando ha visto il video della conferenza stampa secondo me non ha riso: si è preoccupato perchè la situazione gli stava sfuggendo di mano e allora si è precipitato a tranquillizzare i Riva blandendo Archinà, spingendosi fino ad infamare un giornalista reo di fare il suo mestiere (un “provocatore”) pur di compiacerlo.

Fin qui la storia.
Adesso veniamo alle reazioni: Vendola è stato zitto tutto il giorno, poi ha redatto una nota in cui parlando di “operazione lurida” smentisce di aver riso dei morti di tumore ( e su questo ha perfettamente ragione). Definisce quella del Fatto una strumentalizzazione e annuncia querela: si giustifica dicendo che rideva dello “scatto felino”, rideva insomma della prepotenza nei confronti del giornalista. Successivamente, intervistato da Repubblica, ammette che riascoltandosi ha provato un po’ di vergogna e quest’ammissione gli fa onore.
Sulla “sudditanza psicologica” nei confronti di Archinà però manco una parola.
Ovviamente tutta la dirigenza di partito si è schierata a difesa di Vendola: più che una riflessione un riflesso condizionato, in ossequio alla più che centenaria tradizione liturgica dei partiti di sinistra nei confronti del  leader di turno. Per trovare un dirigente critico bisogna guardare a quelli che stanno in silenzio. La critica, dentro l’apparato, è il silenzio.
Molto più vivace la situazione tra i militanti e/o simpatizzanti, anche tra quelli che svolgono incarichi elettivi in enti locali sotto le bandiere di Sel: non manca chi difende appassionatamente Vendola e ci mette la faccia, prevale però un forte senso di delusione, l’ennesima botta in testa, perchè al di là delle posizioni politiche quello che ci si aspetta sempre è l’onestà intellettuale nei comportamenti. Tra quello che si dice in piazza e quello che si dice al telefono in privato può esserci un differente linguaggio e a volte anche qualche scivolone rispetto al politically correct, ma i concetti fondamentali devono essere gli stessi, i messaggi che si mandano devono essere i medesimi e tale dev’essere la chiarezza tra cosa si difende e cosa si osteggia.
Nella melassa della telefonata di Vendola tutto questo sfuma nel più collaudato dei meccanismi levantini di rapporti ambigui e di doppiezze assortite: non è un quadro limpido. Sentendo Vendola non si ravvisano reati, ma politicamente uno può chiedersi: “da che parte sta?” . Vendola ora si sgola a dire che molto ha fatto per rendere L’ILVA compatibile con l’ambiente, e al contempo si difende dicendo che difendere i posti di lavoro a Taranto non è una colpa. Vero. Ha fatto molto, ma non abbastanza, tant’è che ancora una volta è dovuta intervenire la magistratura perchè i suoi procedimenti amministrativi cozzavano contro l’enorme potere dei Riva e col ricatto occupazionale.

Quello che ci si aspetta da uno che fa il Governatore della Puglia e il Presidente di SEL è che se deve parlare dell’ILVA ne parli direttamente coi Riva e non coi potenti tirapiedi, che ne parli con la schiena dritta e non supino, che sia responsabile (ci sono in gioco migliaia di posti di lavoro) ma anche fermo. il Direttore dell’Arpa odiato dall’ILVA è un pubblico funzionario, è il “suo” Direttore (non il “nostro” come gli ricorda Archinà) e Vendola non lo difende affatto, anzi, rassicura Archinà dicendo che “ognuno farà la sua parte”…

Possiamo dire con questo che il compagno Nichi Vendola “ha esaurito la sua spinta propulsiva” ? Non lo so. So però che i partiti fondati sulla figura del leader carismatico, appena sfili il leader, cascano come castelli di carte. Da quel che so la soluzione che sta meditando Vendola è un buen retiro al Parlamento Europeo e l’impressione che dà in questo momento l’apparato, il giro stretto di SEL, quello che sta in Parlamento e in Segreteria, è quella di un’estrema preoccupazione su come piazzarsi al prossimo giro elettorale, e in questo senso va letta l’apertura a Renzi.
La politica? Per il momento può attendere…

In conclusione: mi spiace, ma Vendola non mi ha convinto. Se fino ad ora avevo un disaccordo politico sulle recenti scelte sue e del suo gruppo dirigente, (la prospettiva unica dell’alleanza col PD, l’abbraccio mortale con Renzi, etc,) adesso aggiungo anche considerazioni di tipo morale e devo dire che me ne dispiace e ne avrei fatto volentieri a meno.
Vendola è sufficientemente intelligente per capire che il percorso che aveva intrapreso quando fondò SEL è finito, e può trarne le conclusioni da solo.
Per quanto riguarda SEL difficilmente potrà sopravvivere se l’unico collante rimarrà l’alleanza tra ex combattenti e reduci per garantirsi il piccolo, piccolissimo, spazio politico/elettorale che si è riconquistato con il ritorno in Parlamento nel 2013.
Serve tornare all’aria aperta, nel “deserto”, che sarà anche più scomodo ma è più fertile dei “transatlantici”.

Paolo Soglia

Ps
Ne approfitto per ribadire la massima solidarietà al giornalista Luigi Abbate: andate a rivedervi il video, poi confrontate la dignità di quest’uomo rispetto a quella di tutti gli altri protagonisti…

Bye bye Bologna

nettuno 2Quello che è successo a Bologna ha qualcosa di emblematico, in linea coi tempi. Il processo politico democratico basato sul suffragio universale in cui “la sovranità appartiene al popolo” è al capolinea.

La sovranità non appartiene più al “popolo”, per il semplice fatto che è stata sussunta da istituzioni economiche e politiche transnazionali che esercitano il proprio potere senza legittimazione elettorale, mentre a livello locale i contenitori (Parlamento, Consigli) e gli strumenti di rappresentanza o di indirizzo (elezioni, referendum) vengono svuotati di ogni reale incidenza.
In queste condizioni, dice oggi Pieralisi, esistono solo due strade per sbloccare la situazione: “o con processi istituzionali e politici forti e grandi svolte elettorali, oppure, quando la democrazia non riesce a dare risposte, il campo si riempie di un’insorgenza popolare“.
Bene, a Bologna è improbabile che la gente scenda in piazza in maniera così massiccia e compatta da spaventare il Palazzo, facendolo sentire delegittimato e assediato.

Resta dunque la prima strada, peraltro assai impervia:  avviare un processo politico nuovo, che metta in discussione l’esistente. Per poter incidere bisogna tuttavia essere legittimati da una grande forza elettorale e saper fare politica.
Il referendum eclissato è una sorta di spartiacque che può servire a fare chiarezza.
Molti chiedono che Sel esca dalla maggioranza, ma in effetti quella “maggioranza” non esiste più da un pezzo. Perché non esiste più quel Pd del 2011, già in crisi ma emilianamente convinto di essere il solo dominus sulla scena politica, ancorato ai suoi riti e al suo apparato, innamorato della sua autoreferenzialità e del suo piccolo cabotaggio.
E’ stato spazzato via dalla crisi, dall’affermazione dei 5 stelle e dall’implosione post elettorale del partito. Nel dramma, tutti ora rinnegano i loro leader ormai logori (Bersani, Errani) e si attaccano a Renzi, vogliono “resettarsi” sperando torni tutto come prima: per continuare col buonsensimo conservatore a tutela delle corporazioni economiche e delle nomenclature di riferimento.

Ma anche l’altro pezzetto di maggioranza è mutato geneticamente: nel 2011 l’alleato del Pd non era “Sel”, ma la lista civica di Amelia Frascaroli, primarista Pd, appoggiata in corsa da un piccolo partito (Sinistra Ecologia Libertà).
Era un esperimento interessante, ma è finito da tempo, senza neppure un’elaborazione politica di quello che è successo. In Giunta la capolista Frascaroli e Riccardo Malagoli (in quota Sel) ormai rappresentano sé stessi.
Per quanto riguarda i consiglieri, due sono dirigenti di Sel (La Torre e Cipriani), uno è un indipendente entrato in lista con Amelia (Pieralisi) con una storia di movimento e di impegno civile sulla scuola, e l’ultimo è un giovane di belle speranze vicinissimo a Frascaroli (Sazzini) di cui da tempo si son perse le tracce.

Disquisire sull’uscita di Sel dalla maggioranza è legittimo ma può anche esser fuorviante: quale maggioranza? Quale Sel? Tutto il blocco dell’ex lista civica (che non esiste più)? Solo il consigliere indipendente? Con o senza i consiglieri dirigenti di Sel? Se si pensa che una compagine abbia esaurito il proprio ruolo si può legittimamente “togliere il disturbo”. Un atto altamente simbolico, ma che – ricordiamolo – non produrrebbe una crisi di “maggioranza”, visto che il Pd con l’ex Idv è autosufficiente anche senza larghe intese.
Forse sarebbe più utile guardare avanti: il Comitato Articolo 33, per esempio, si è sciolto avendo esaurito il suo mandato. Giusto.
Tuttavia, se non si vuole dissipare l’energia che ha prodotto e le empatie politiche e umane che ha generato, sarebbe opportuno che chi vi ha partecipato possa ritrovarsi in altre forme: un contenitore progettuale aperto, che incalzi fin d’ora la Giunta e il Consiglio Comunale e che sia capace di arrivare alle prossime elezioni con credibilità e idee innovative (non solo sulla scuola), indicando persone in grado di proporsi per amministrare tutta la città.
D’altronde sperare che i miracoli non capitino solo a Messina non è chieder troppo.

Paolo Soglia

“Se non dopo ieri, quando?”, una prima riflessione

lettereA tutti gli amici di penna.
Ho letto con grande interesse le vostre mail  relative al ragionamento “Se non dopo ieri.. Quando?” scritto con Mirco Pieralisi, che si aggiungono ai commenti pubblici e privati che sono stati espressi su fb.

Partiamo da un dato:
Per la prima volta da vent’anni non siamo solo di fronte a una sconfitta elettorale o politica del centrosinistra, ma alla definitiva implosione di un modello che (al di là delle intenzioni) nasceva già vecchio: l’ulivo/unione prodiana, maltradotta nel contenitore PD con la simbiosi di tutti i ceti politici preesistenti.
Questo partito non ha solo perso dando negli ultimi giorni la peggiore prova di sè con la lotta tra bande e i killeraggi. Ha perso perchè non è in grado di interpretare la società. Ha assistito impotente per anni all’avanzamento e all’esplosione dell’M5S senza mai fare uno sforzo minimo per capire cosa succedeva: semplicemente negava il fenomeno.
Nè tantomeno ha mai cercato di proporsi come strumento di traduzione politica di un’idea di società, per il semplice fatto che non ha evidentemente – come partito – un’idea di società.
Detto quindi che la crisi del Pd non è episodica e non potrà essere coperta dall’ennesima operazione trasformistica o cambio di marchio, nè dalla rottamazione dell’ennesimo uomo della provvidenza, il problema immediatamente successivo è cosa nascerà dalle macerie.
La riflessione mia e di Mirco è iniziata da lì: a prescindere da quello che farà Sel, Vendola, Barca e altri. Tanto siamo già in questa fase, volenti o nolenti.
La scorciatoia più pericolosa a nostro avviso è quella del nuovo/vecchio partito di sinistra: il classico contenitore dei delusi e degli scontenti, che mette dentro tutto il ceto politico e sindacale transfuga dal Pd e si proponga così al “popolo della sinistra”, con i vecchi riti conosciuti e consolatori e con le stesse ennesime facce, una sorta di refugium peccatoris.
Dinanzi a questa prospettiva noi abbiamo voluto non solo dare un netto altolà, ma anche un percorso alternativo, ovviamente non esaustivo nè tantomeno dettagliato, diciamo anche assai carente dal punto di vista dell’analisi.  Ma almeno abbozzato sì.
C’è una società reale da interpretare, da riconoscere e con cui condividere i bisogni: abbiamo riferimenti valoriali alti e plurali per ancorare queste richieste a una prospettiva politica. La questione comunque è di sostanza, ma è anche di forma.
Nel nostro pezzo evidenziamo come la forma che porta alla costruzione del ragionamento politico, della discussione e condivisione, nella scelta delle persone che vanno poi a rappresentare queste ragioni, non sia un mero problema organizzativo: è sostanza.
Così come è sostanza la lotta al corporativismo e al conservatorismo che alberga in tanti gangli della società e anche della sinistra organizzata.
Dunque quello che a noi interessa è questa prospettiva: la differenza epocale che c’è tra un’operazione di ri-fondazione o ri-costruzione e una rinascita. Per questo parliamo di un partito che non abbia come fondativo il suo identitarismo di sinistra, ma quello laico e costituzionale: non perchè non debba “essere di sinistra”, ma perchè dovrà fare ben di più. Dovrà essere partito di massa, interpretare i bisogni e tradurli in azione politica senza escludere a priori nessuno da questo percorso, ma anzi formarlo a questo percorso.
Detto con franchezza, negli ultimi tempi abbiamo assistito a un dato inequivocabile: gli “interessi” (individuali, collettivi, strutturati, etc) si rivolgevano ai partiti, mentre i “bisogni” (individuali, collettivi, etc) bussavano (e spesso venivano accolti) dai 5 stelle.
A loro modo certo, che magari non ci piace, ma è così.
Con altrettanta franchezza vi dico che ai portatori di questi bisogni individuali e collettivi noi non possiamo dire: “li conosciamo, li abbiamo pure scritti nel nostro dettagliatissimo programma, ma adesso scusate: siamo impegnati nella ricostruzione della sinistra..”.
Vorremmo partire da qui. Il senso del documento è questo.
Visto che l’articolo ha suscitato un po’ di interesse e che le cose vanno avanti velocemente, visto che l’11 maggio Vendola ha annunciato un’assemblea a Roma per aprire “il cantiere delle fabbriche di una nuova sinistra di governo”, sarebbe un bene discuterne anche a Bologna, on line e faccia a faccia.
Stay tuned..
Paolo Soglia

Grillo ha iniziato una guerra per il potere e per adesso la sta vincendo

animal-farmIeri gran  bordata di Grillo ai giornali: tutti venduti. E alle TV, con tanto di fatwa: son tutti servi dei partiti, bisogna privatizzare due reti Rai e ritirare le concessioni ai privati per ridarle sotto precise condizioni. Dice il “caro fratello” dei 5 stelle:  E’ indispensabile creare una sola televisione pubblica, senza alcun legame con i partiti e con la politica e senza pubblicità. Le due rimanenti possono essere vendute al mercato. E’ necessario rivedere anche i contratti di concessione per le televisioni private e definire un codice deontologico al quale devono attenersi”. (Quale codice? non è dato sapere..)
A seguire l’ennesima stretta sulla libertà di parola ai suoi parlamentari: possono parlare solo i capigruppo Crimi e Lombardi. Gli altri muti: devono tacere perché il nemico li ascolta.
L’attacco alla libertà di stampa e d’espressione arriva dopo il tentativo di abbattere l’art. 67 della Costituzione che difende la libertà di coscienza dei parlamentari, ed è condito dal vaneggiamento su un “governo assoluto”: obiettivo 100%, totale omologazione di tutta la popolazione italiana al grillismo e al verbo nuovo.

C’è da preoccuparsi? Si, parecchio.
E la preoccupazione deriva dal fatto che le tesi di Grillo poggiano su solidissime basi: Grillo attinge a piene mani il suo consenso dalla critica violentissima alla degenerazione della politica e dei centri di potere tradizionali, una degenerazione talmente palese che nessuno può, se non è in malafede, non condividere.
Stessa cosa avviene per i media e l’informazione: la degenerazione del sistema informativo, il suo asservimento e acquiescenza ai poteri che lo alimentano, l’uso strumentale dell’informazione come enorme macchina di delegittimazione e di linciaggio dell’avversario, non li ha inventati Grillo.

Come non ha inventato la lottizzazione alla RAI, i virgolettati travisati, gli abili montaggi manipolatori e tutto il resto, compresa  la derisione o l’occultamento di tutto quello che si muove nella società ma non è approvato e riconosciuto dalle agenzie ufficiali del consenso.
Il passaggio da un giornalismo infamante a un giornalismo lecchino però è altrettanto rapido: molti di quelli che fino a ieri alacremente delegittimavano lui e il suo movimento adesso farebbero a gara a leccargli il culo, magari per accreditarsi un domani pensando a future poltrone.
Il fatto che a tempo di record in RAI sia sorto un “comitato 5 stelle” tra i dipendenti la dice lunga sul trasformismo di questo paese e sull’abitudine a servire il potente di turno..
Certo: mica tutti i giornalisti sono venduti, mica tutti i media sono macchine del fango. Ma è la vibrazione di fondo quella che dà il tono a tutta l’orchestra: si potrebbe dire la stessa cosa per la politica e gli esponenti politici. Mica sono tutti ladri, corrotti e opportunisti. Ma se gran parte della politica si riduce a corruzione e degradazione e se gran parte della popolazione italiana (mica solo Grillo e i grillini..) li percepisce così, a prescindere, ecco che l’equazione si realizza.

L’altra sera sentivo Franco Siddi (presidente FNSI) a Radio Popolare arrampicarsi sugli specchi. Doveva commentare la fatwa di Grillo, ma sentirlo difendere l’Usigrai definendolo un baluardo dell’indipendenza dei giornalisti RAI dall’invadenza dei partiti metteva sinceramente pena: ero in imbarazzo per lui.
In questi anni poi, tanti (ma proprio tanti..), anche quando non hanno direttamente rubato, corrotto o approfittato di entrature politiche per acquisire vantaggi personali a scapito di quelli collettivi, hanno taciuto. Un silenzio assordante, che metto al pari solo a quello attuale di tanti intellettuali senili, osannati da sempre come “libertari”, che adesso si sbracciano con Grillo sui palchi o sulle spiagge mascherate e non trovano una parola, dico UNA, per denunciare – o quantomeno criticare – le derive antilibertarie e regimeggianti di Grillo. Un conformismo della rivolta davvero rivoltante. D’altronde anche a Sartre, ai suoi tempi, veniva difficile criticare Stalin e l’Unione Sovietica, preferendo incensarne solo gli aspetti positivi…
Senza poi parlare dei corifei settuagenari del mondo dello spettacolo o del jet set rampante: Albertazzi, Villaggio, Mina, la Laurito, Ramazzotti, Lapo Elkan e via osannando.

Ma torniamo a noi. Grillo e Casaleggio sfruttano un potenziale di situazione enorme: ogni critica alle loro farneticazioni da regime viene sistematicamente rivoltata contro gli interlocutori accusati di difendere l’esistente e il sistema corrotto e marcio che si vuole abbattere. Le elezioni svolte nel momento di più alta crisi sistemica ed economica del dopoguerra hanno dimostrato che un quarto della popolazione lo ha seguito e altrettanti potrebbero esser pronti a farlo, a dispetto di ogni ragionamento critico o di paventato rischio di deriva autoritaria.
Cercare di “sputtanarlo”, come si usa fare comunemente in questo paese, nel tentativo di dimostrare che essendo tutti delle merde nessuno si può ergere a moralizzatore non funziona, anzi, può rafforzarlo: non saranno le accuse di fascismo né le case in Costarica a fermare il grillismo a cui in tanti sembrano in procinto di abbandonarsi.
In questo contesto difficilissimo Bersani si è mosso in modo intelligente, ma sconta gli errori del passato (anche recentissimo) per essere credibile. Primo fra tutti il fatto che nessuno crede che il Pd avrebbe intrapreso un cammino di cambiamento e discontinuità senza aver il fiato sul collo dei 5 stelle. E anche Sel appare in difficoltà: pur incassando la sterzata a sinistra della coalizione è evidente che gli elettori non hanno creduto che questo potesse avvenire rafforzando Sel e gli hanno preferito Grillo che si opponeva frontalmente al Pd dall’esterno.
Infine nel Pd l’appoggio unanime alla svolta di Bersani appare, ai più, solo un espediente tattico del funzionariato, più che un vero e proprio cambio di linea: molti sembrano acquattati ad aspettare il “cadavere” del segretario scendere dalle scale di Palazzo Madama, per poi vedere cosa fare.

Il paradosso del Pd è che molti di quelli che hanno approvato la linea in Direzione sono già pronti ad appoggiare Renzi che di quella linea è il più fiero oppositore: dunque l’ennesima prova di trasformismo di un ceto politico disposto a tutto pur di perpetuare se stesso.
Servirebbe una forza nettamente più innovatrice e al tempo stesso più autorevole rispetto a quella che sta mettendo in campo ora l’attuale centrosinistra. Servirebbe una linea chiara di discontinuità dal passato che si incarni in nuove facce e nuove parole. Ma per farlo serve tempo e soprattutto occorre “liberare” i parlamentari cittadini eletti coi 5 stelle dall’ammorbante controllo del “caro fratello” e del suo guru. Vendola quando andrà da Napolitano, oltre a confermare l’appoggio scontato al tentativo di Bersani, dovrebbe suggerire al Capo dello Stato, in caso di fallimento della prima ipotesi, un governo civico presieduto da una personalità di indiscussa garanzia (si faceva il nome di Rodotà..) che componga un governo di scopo, aperto nella sua composizione anche a persone molto in gamba (non “personalità”: persone)  che possano far camminare questa voglia di cambiamento andando oltre gli otto punti di Bersani.

Sui nomi e sui contenuti però devono esprimersi anche i parlamentari a 5 stelle. Sicuramente ci sono tanti parlamentari grillini felici di assecodare i “cari fratelli” seguendone diligentemente ogni ordine. Ce ne sono sicuramente altri, che per ora stanno in silenzio, che potrebbero presto aver voglia di affrancarsi: a loro deve essere restituita la parola, vanno assolutamente liberati dal condizionamento di sorveglianza poliziesca e di intimidazione dei “grandi fratelli” Grillo/Casaleggio.  Insomma, bisogna cercar di far vincere quello che c’è di buono in questa (presunta) “rivoluzione” arginando e combattendo i “cari fratelli” che la promuovono e la cavalcano per i loro obiettivi di potere. E avviare la legislatura è l’unico modo per cominciare a provarci.

Paolo Soglia

Europa: democrazia cercasi…

democrazia vendesiAlcune considerazioni sulla giornata di inaugurazione della campagna elettorale di SEL, aperta con la presentazione del libro “Democrazia Vendesi”, dibattito con Loretta Napoleoni e Ugo Mattei.
Come spesso accade le cose che iniziano con qualche problema poi invece finiscono bene. Pomeriggio intenso: bellissimo l’intervento conclusivo di Ugo Mattei (che ci ha raggiunti dopo mille peripezie) su economia, creazione del consenso e difesa dei beni comuni. Chapeu..

Anche il confronto con la Napoleoni è stato interessante. Personalmente condivido alcune analisi del suo libro, non tutte. Mi convince la parte descrittiva, storica, la descrizione del processo di formazione del debito, delle privatizzazioni e della costruzione di un’Europa monetaria zoppa, confusa e drammaticamente schiava delle imposizioni di un’elite liberista.

Sono perplesso assai invece sulle considerazioni politiche dell’autrice: dopo 170 pagine di analisi Napoleoni ne dedica solo una ventina alle effettive proposte e queste non mi convincono. Uscire dall’euro non è come non esserci mai entrati, quindi il paragone con la Gran Bretagna è, a mio parere, fuorviante. Oltretutto l’economia britannica è  radicalmente diversa dalla nostra: la Gran Bretagna è un paese assoggettato completamente al capitalismo finanziario e la sua City ne è la capitale mondiale. Attraverso i brandelli del Commonwealth dà copertura (sotto il cappello della corona inglese) a gran parte delle piazze offshore mondiali, a cominciare da quelle caraibiche.  La Gran Bretagna resta nell’Unione, a mio avviso, con un unico scopo: garantire che l’ingombrante vicino continentale a guida franco-tedesca persegua il più possibile rigide politiche economiche liberiste, e questo ruolo da cane da guardia del neoliberismo viene svolto sia che al Governo ci siano i Conservatori o il New Labour. Rappresenta quindi – a mio parere – uno dei principali nemici da battere nella costruzione di un’Europa sociale, un’Europa dei diritti, decisamente democratica. La Gran Bretagna non è la soluzione: è (in parte) il problema…

Veniamo poi alla singolare proposta di uscita dall’euro, così come descritta dall’autrice e da realizzare – semplicisticamente –  con un secco “si o no” referendario, tesi fatta propria e rlanciata da Grillo. Ebbene, come verrebbe ripagato l’enorme debito pubblico italiano? Per Napoleoni si dovrebbe continuare a garantire il pagamento degli interessi per quella parte del debito in mano a cittadini e imprese italiane. E questo è ovvio perchè se lo Stato va a dire a 50 milioni di persone che i suoi buoni del tesoro sono quasi carta straccia e i conseguenti risparmi degli italiani vanno in cavalleria, scoppia la guerra civile. Napoleoni propone però di rinegoziare il debito con gli investitori esteri (che sono poi quelli che stanno nella City di Londra, le massime espressioni della speculazione finanziaria mondiale..) proponendo questo singolare accordo, cito testualmente: “Dato che i mercati hanno accettato uno sconto del 75% del debito greco nelle mani del settore privato, un taglio del 50% di quello italiano non sembra un’ipotesi assurda…”

A me pare invece assurdo che un paese debitore, costretto ad accettare il commissariamento di Monti e il rigore per garantire il pagamento degli interessi a questi signori, detti le condizioni di pace ai creditori.. Questo compito spetterebbe, per Napoleoni ad “abili negoziatori”. Dunque un paese a rischio default, screditato dal ventennio berlusconiano e costretto ad applicare sotto dettatura le rigide politiche del rigore, come ben descrive Napoleoni in tutto il suo libro, manda poi “abili negoziatori” a convincere gli strozzini stessi ad abbuonargli metà del debito… Con quali possibilità di successo?
Non solo. Parliamo dell’uscita dall’euro: certi slogan possono andar bene a Beppe Grillo per scaldare la piazza, trovo però politicamente irresponsabile proporre soluzioni al buio, sulla pelle dei lavoratori e delle imprese produttive, senza prendere in considerazione cosa succederebbe dopo.Esci dall’euro? Bene. Ti scontano il debito? Ma non scherziamo...se non paghi, succede come con  gli strozzini che applicano il pizzo, quelli si prendono tutta la baracca.  L’Italia non è la Grecia: ha una grande industria, ha delle banche, ha patrimonio immobiliare, ha un immenso patrimonio culturale, ha risorse naturali, ha territorio, ha un mercato interno importante ed è uno dei paesi a più alto tasso di risparmio accumulato. Boccone ghiottissimo. Daltronde è la stessa Napoleoni a spiegare molto bene come funziona questa appropriazione e la conseguente svendita del patrimonio pubblico e dei beni comuni nelle sue analisi sulla formazione del debito e sulle politiche d’austerità.

Infine: forse a qualcuno sfugge che gran parte della nostra economia è inquinata dalla corruzione o addirittura direttamente prodotta da una delle principali imprese del paese: la criminalità organizzata. Se esci dall’euro in posizione di estrema debolezza, senza alcun paracadute politico, e inventi una nuova moneta, questa in men che non si dica si svaluterà moltissimo creando un’iperinflazione. Per mandare avanti imprese e settore pubblico ci sarà un immediato bisogno di valuta forte. L’unica “banca nazionale” che ne dispone in modo ingentissimo (lo sanno bene le imprese in questi momenti di stretta del credito..) è la criminalità organizzata che entrerebbe così dal portone principale, e non più in modo occulto, in ogni ganglio dell’economia italiana diventando in poco tempo – legalmente – il vero player economico del paese. Il rischio concreto dunque è quello della trasformazione dell’Italia in uno Stato offshore, una piattaforma incuneata in Europa, ricettacolo di ogni traffico illecito e di ogni riciclaggio di danaro. Un paese controllato completamente, in tutti i suoi settori, dalla criminalità organizzata e dalla speculazione internazionale: ovviamente quella “pulita”, elegante e dal bell’accento, mica con coppola e lupara…Se queste sono le soluzione le lascio volentieri a Beppe Grillo e compagnia. La nostra proposta politica, ben sintetizzata dall’intervento conclusivo di Luca Basile si basa su un altro programma:
A queste regressioni, allo spread sociale e culturale,andrà contrapposto il rilancio del processo costituente europeo per gli Stati Uniti d’Europa. L’Italia come paese fondatore dell’Unione Europea deve tornare a essere protagonista non solo attraverso la costruzione di un’architettura di governo fondata sulla partecipazione diretta dei cittadini, ma anche e soprattutto attraverso il sostegno a politiche fiscali eque, che contribuiscano a redistribuire la ricchezza e rilanciare un piano europeo, un Green New Deal, che costruisca le basi per la buona e piena occupazione, per la conversione dell’economia e dei cicli produttivi, per politiche di welfare e di cittadinanza, per il reddito minimo su scala continentale. Al Fiscal Compact contrapporremo pertanto un patto dei cittadini per la democrazia, i diritti sociali, il reddito minimo, i diritti dei lavoratori, l’equità e la giustizia.

Particolarmente significativi mi appaiono questi tre punti:
1) Daremo sostegno ad un’Assemblea Costituente ed un processo
di revisione dei Trattati nel quale il Parlamento Europeo eletto nel 2014 avrà un ruolo centrale (..) La BCE dovrà sostenere i paesi in crisi operando come prestatore di
ultima istanza per i titoli di Stati, ed emettendo eurobond;

2) Sosterremo l’introduzione della tassazione sulle transazioni
finanziarie, allargando il numero di paesi sostenitori e
utilizzando il gettito per obiettivi di tipo nazionale (welfare,
politiche del lavoro etc) e internazionale (cooperazione allo
sviluppo, lotta ai cambiamenti climatici) nell’ottica di un
maggior coordinamento a livello europeo;
3) Chiederemo la rinegoziazione del Patto di Stabilità fissando i
parametri secondo i quali definire come produttivi specifici
capitoli di spesa (welfare, conversione ecologica, spese per
occupazione, innovazione, cultura) ed impegno alla revisione
della Golden Rule al fine di escludere tali spese dal Patto di
Stabilità;

Paolo Soglia
Candidato alla Camera per Sinistra Ecologia Libertà

ps
Un particolare ringraziamento, oltre ai partecipanti, va a Maurizio Tarantino che ha organizzato l’incontro e a tutti coloro che hanno contribuito a realizzarlo

Sulla casa, risposta all’appello dei sindacati inquilini

ristrutturare-casa-672I sindacati inquilini hanno lanciato un appello ai candidati relativamente alla questione della casa, questione esplosiva di cui si parla pochissimo e che invece è centrale e determinante per la vita di milioni di persone.

SUNIA, SICET, UNIAT-UIL e UNIONE INQUILINI, ritengono indispensabile che il nuovo Parlamento ponga il problema dell’abitare tra le priorità da affrontare e per questo chiedono che i candidati alle elezioni della Camera e del Senato, una volta eletti, si impegnino a sostenere:
1) L’ampliamento dell’offerta di abitazioni in affitto compatibile con i redditi della domanda attraverso un piano poliennale, finanziato con un apposito fondo, che preveda programmi con una quota prevalente di edilizia residenziale pubblica a canone sociale integrati da altri interventi di edilizia sociale indirizzati prioritariamente alla locazione.
2) Il contrasto all’ulteriore espansione e consumo del territorio privilegiando l’aumento dell’offerta abitativa in affitto attraverso operazioni di rigenerazione urbana su aree già urbanizzate ed il recupero qualitativo e funzionale del patrimonio abitativo esistente a partire dalle periferie degradate e dai quartieri di edilizia pubblica. Sulla gestione di questo ultimo comparto è necessaria una revisione degli indirizzi e delle finalità di carattere generale e la definizione dei livelli minimi del servizio abitativo e degli standard di qualità per renderla compatibile con gli obiettivi di inclusione sociale e di risposta al disagio abitativo.

Ritengo che i due punti siano assolutamente condivisibili e per quanto mi riguarda, se venissi eletto, il mio impegno non mancherà. Aggiungo altre due considerazioni:
1) Siamo in una situazione di grande criticità: anche in Italia sta per esplodere la bolla immobiliare generata dalla finanza “creativa” ( vera e propria finanza “suicida” che i liberisti continuano però a difendere a spada tratta..): banche e assicurazioni hanno infatti i bilanci gonfiati da patrimoni immobiliari sopravvalutati, stimati sulla base dei valori antecedenti la crisi economica. Una repentina svalutazione di questo patrimonio può generare un effetto domino i cui esiti sono difficili da prevedere, ma sicuramente preoccupanti. E’ dunque necessario porvi riparo con anticipo e non quando la situazione è ormai fuori controllo: una soluzione potrebbe essere quella di immaginare una “rivalutazione sociale degli immobili”. Una forma di assicurazione pubblica sul patrimonio immobiliare che viene data dalla Stato a patto che il suddetto patrimonio, o parte di esso, venga rimesso sul mercato dell’affitto a prezzi calmierati. Banche e assicurazioni riceverebbero questa garanzia a patto, inoltre, che una quota degli immobili sia destinata con canoni simbolici a finalità sociali e di emergenza abitativa, e cioè, in sostanza, vada a integrare quella dotazione a disposizioni degli enti locali che non solo è assolutamente insufficiente, ma che gli stessi enti locali, con i tagli a cui sono sottoposti hanno grandi difficoltà a gestire e mantenere.

2) La proposta di Sinistra Ecologia e Libertà di istituire il reddito di cittadinanza vuole andare incontro anche a tutte quelle situazioni di disagio e di pericolosissima discesa nella povertà in cui possono incorrere cittadini e famiglie che perdendo il lavoro si trovano nella condizione di non poter più pagare l’affitto o il mutuo, trovandosi anche senza casa. Con il reddito di cittadinanza potremo dare un sostegno concreto a queste persone, un sostegno concreto che va ad aggiungersi alle misure richieste dai sindacati inquilini e quelle a cui accennavo al punto uno.

Paolo Soglia – Candidato per Sel alla Camera in Emilia-Romagna

Primarie di Sel: in risposta a Andrea Chiarini

chiarini_tCaro Andrea, la premessa che fai sul tuo blog è corretta: le primarie di Sel sono state in gran parte svuotate da una presenza troppo ingombrante di paracadutati, una presenza numericamente troppo consistente per essere ben distribuita e assorbita sui territori soprattutto per un piccolo partito.
Non sono d’accordo con te però su due punti.
Il primo è di analisi generale, ti concentri troppo sul caso Frascaroli vedendo la forma e non la sostanza. La sostanza l’ha detta bene Don Nicolini sul tuo giornale, quando ha affermato che il “congelamento” di Amelia sarebbe stato in contraddizione con il suo percorso politico incentrato sulla partecipazione: «Osservo che i mesi che hanno preceduto le elezioni amministrative in città, e che hanno poi portato ad un grande successo elettorale per Amelia – afferma Don Nicolini – sono stati molto interessanti, luogo di conversazione e ricerca. Fare le primarie voleva dire a tornare a quella vivacità. Una candidatura fatta in modo diverso avrebbe invece impoverito il senso di quello che sto dicendo».
Non può sfuggire a nessuno quindi (a parte a molti media..) che la candidatura di Amelia è frutto di un accordo tra Vendola e il clan Prodi di cui, come ha ammesso Amelia, lei stessa era all’oscuro… Visto che per me è importante la forma unita alla sostanza penso, come Don Nicolini, che  la candidatura eventuale di Frascaroli, ottima per la figura e la persona, sarebbe però dovuta passare anch’essa per le primarie, come ha fatto per esempio Ulivieri in Toscana.
Questo tuttavia non era possibile perchè avrebbe creato problemi non tanto a SEL ma al clan prodiano, tutto concentrato a sostenere la candidatura di Zampa nel PD, costringendoli a disperdere le forze, correndo così il rischio di perderle entrambe. Basti pensare al caso Zampa / Bolognesi per rendersi conto di quanto fosse delicata la partita..
Ragione strategicamente valida, ma per me politicamente ed eticamente discutibile.

Il secondo punto su cui non concordo è che le primarie siano state un fallimento “in sè” e che elettori e volontari se ne debbano tornare scornati e impotenti a “imparare la lezione”.
Quale lezione? Quella degli equilibri degli apparati? Quella degli accordi tra leader e famiglie “potenti”?
La lezione semmai è di segno opposto e l’indignazione montante per questa decisione che c’è nell’area vasta di Sel, ma non solo, direi nella sinistra diffusa, è un ottimo segnale: significa non accettare affatto, oltre alle blindature, quello che molti vorrebbero, cioè tornare supini e muti. Adesso è il momento dell’indignazione, verrà anche quello dell’orgoglio: eleggere quanti più “primaristi” possibili, a dispetto delle blindature romane e degli accordi tra “famiglie”. Quella dev’essere la battaglia, non in ritirata ma all’attacco: non è una battaglia facile, ma i diritti, la democrazia reale, il cambiamento vero non te lo regala nessuno bisogna conquistarselo. Quanto più sarà vasta la pattuglia dei “non blindati” in Parlamento, tanto più sarà libera, aperta e plurale la sinistra.

Un abbraccio
Paolo