Da oggi la Grecia è la linea del fronte

Partigiani_mortirolo

Finalmente dopo tante teorie ecco irrompere la realtà: semplice, comprensibile, a suo modo spietata, ma chiara. In Grecia ha vinto democraticamente una forza che si oppone al neoliberismo e alle sue follie finanziare, giudicate peraltro assolutamente fallimentari ormai da quasi tutti gli economisti mondiali.
Alla chiara volontà espressa dal popolo Greco di non voler più sottostare al regime di usura messo in piedi dalla Troika (pur dichiarando di voler rientrare dal debito e di non voler “pesare” sugli altri popoli europei), la trimurti ha risposto immediatamente e concretamente.
La decisione della BCE di Draghi di impedire alle banche greche di approvvigionarsi di liquidità in cambio di titoli di Stato non è un tecnicismo, è una decisione politica gravissima che mira a tre obiettivi:
Il primo: chiarire che in Europa comanda una tecnostruttura economico-finanziaria che si appoggia ad alcune enclave politiche e non è sottoposta a nessuna autorità democraticamente eletta (il vecchio detto: “noi siamo noi e voi non siete un cazzo…”)
il secondo obiettivo: mettere da subito Tsipras e il suo governo con le spalle al muro, soffocarlo economicamente e politicamente, sgretolare il suo consenso interno, creando le condizioni per evitare qualsiasi negoziato. Casomai qualche piccola concessione, minima, ma pretendendo che la debba mendicare, ringraziando pure quando un piccolo osso di consolazione gli verrà gettato per terra come a un cane.
L’ultimo obiettivo riguarda gli altri governi e cancellerie, soprattutto dei paesi in difficoltà, per i quali il messaggio è chiaro: “attenti a non fare troppo i furbi e a spendervi in sostegno alle richieste greche: oggi bastoniamo loro, poi domani potrebbe toccare a voi”.

A questo punto è chiaro che senza eventi esterni che producano un cambiamento dei rapporti di forza, alla Grecia verranno “stroncate le reni” con poco sforzo.
Ma se viene sconfitto il Governo Greco non sarà solo una sconfitta di Syriza, o della cosiddetta sinistra radicale, ma una sconfitta popolare dalle conseguenze enormi: la trimurti avrà la strada spianata per ennesimi furti legalizzati, spostando continuamente i crack delle banche e i buchi degli speculatori sui conti pubblici degli Stati (a 4500 miliardi di euro ammontano gli aiuti di Stato concessi a fondo perduto dalla UE alle banche dopo il 2008, altro che debito greco…).
E continuerà indisturbata anche la distruzione di quanto rimane dello stato sociale, con l’accaparramento delle risorse in mano a pochissimi a scapito dei più: tagli alle pensioni, agli stipendi, nel tentativo (peraltro ormai a buon punto) di riportare la cosiddetta “forza lavoro” nelle condizioni di mera riproduzione di se stessa, come agli albori della rivoluzione industriale.
Dunque non è possibile permettere che questa battaglia si svolga solo sul piano politico-diplomatico, lasciando che il Governo greco resti solo a districarsi nella lotta coi poteri finanziari e con le lobby politiche che li spalleggiano, schivando anche quei (finti) “amici” di alcuni Governi, compreso il nostro, pronti a fare dichiarazioni di sostegno da quattro soldi e poi a scomparire appena i padroni veri fanno la voce grossa.

La Grecia oggi è la linea del fronte: se crolla non ci sarà nessun “Podemos” in Spagna a novembre, nè alcuna reale ripresa economica in Europa.
Ma se crolla il fronte non sarà solo responsabilità di Tsipras e del suo Governo, ma di tutti coloro che potevano fare qualcosa e non lo hanno fatto.
Cosa possono fare però in concreto cittadine e cittadini d’Europa? Una sola cosa: determinare la maggiore pressione politica possibile sui propri Governi che all’interno dell’Eurogruppo dovranno decidere le sorti della Grecia.
Dunque è necessario fare una delle poche cose che ormai sappiamo e possiamo fare: manifestare in sostegno delle richieste del Governo Greco, per una revisione dei trattati europei e contro l’attuale politica economica e monetaria della UE.

La responsabilità dell’organizzazione spetta in primo luogo alla Sinistra europea raggruppata  nel GUE/NGL, ma organizzazioni sociali, sindacati e partiti a vario titolo critici con lo status quo non dovrebbero chiamarsi fuori.
Personalmente, vista la posta in gioco, non andrei troppo per il sottile: auspico anzi che alle proteste si uniscano quanti più soggetti possibile, anche movimenti che non si riconoscono nella sinistra, come da noi il Movimento 5 Stelle, o i tanti movimenti euroscettici presenti in varie forme in europa.
Qualcuno storcerà il naso, ma come dice un vecchio proverbio cinese: “quando sei inseguito dalla tigre non puoi camminare maestoso…”

Paolo Soglia

Monster & Co: la fabbrica della governabilità

monsterCapita di leggere sempre più spesso dotti editoriali che dissertano di politica enunciando curiose teorie.
Quella che va per la maggiore, tra gli editorialisti e i politologi sia di area Pd che di area moderata e centrista, è che a sinistra si stia verificando uno smottamento di elettorato dal partito democratico a un’area ancora indistinta ma variamente definita come di “sinistra estrema”, “reducista”, “nostalgica”, “utopista” e via elencando.
C’è chi rozzamente evoca gli “Inti Illimani” e chi magari più forbitamente ne parla dalle pagine del Corriere della Sera, ma il senso è quello.
Ovviamente a supporto di siffatte definizioni non viene proposta alcuna analisi politica: basta che su un palco salgano due o tre personaggi per parlare di un “nuovo asse a sinistra”, basta criticare la svolta presidenzialista di Letta per diventare da esimi costituzionalisti a vecchi rincoglioniti, ottusamente chiusi nella difesa intransigente della Carta e ostili pregiudizialmente a ogni cambiamento.

La chiosa finale poi è immancabile. Si teorizza, in sostanza, che esista una sinistra incarnata dal Pd piena di problemi, divisa su quasi tutto, flagellata dalle correnti e priva di una visione politica, ma che in virtù dell’accettazione delle “larghe intese” e del fatto che ha in qualche modo fatto sue gran parte delle istanze del campo avversario, è l’unica sinistra a rappresentare la “modernità”.
Una sinistra balbettante, talmente confusa da non saper opporsi neanche alle distorsioni più macroscopiche generate dalla crisi, dai conflitti d’interesse, dagli abbracci consociativi più imbarazzanti, che però (guarda caso..) è quella che viene ritenuta adatta a governare.
Dall’altra parte c’è il coagulo ancora informe di una sinistra diffusa, sociale, che ragionando nel merito delle cose, e ponendole spesso in discussione, viene bollata come irresponsabile e massimalista.
Se da quest’ultima qualcosa dovesse in qualche modo prendere forma il risultato, secondo i dotti, è solo uno: impossibilità di vincere e impossibilita di governare.

Ebbene, a nulla vale ricordare che negli ultimi anni tutte le volte che una sinistra di massa è tornata a vincere (e a governare) questo è avvenuto solo in virtù dello spostamento del pendolo, all’interno del campo del centrosinistra, da una parte all’altra.
Spesso questo spostamento si è incarnato con figure dipinte durante le primarie esattamente in quel modo (utopiste, massimaliste, troppo spostate a sinistra, etc etc), salvo poi stupirsi e gridare al miracolo quando alla fine non solo spiazzavano tutti alle primarie, ma andavano a vincere le elezioni e a governare città e regioni.

Quello che in realtà non va giù e che viene percepito come estremo pericolo, è il fatto che prima queste episodiche vittorie dovevano sempre fare i conti con una struttura di partito orientata in ben altra direzione. I governatori, i sindaci, ancorchè vincenti, restavano comunque confinati a una dimensione civica e individuale.
Ora invece si comincia a pensare, seriamente, di mettere in discussione l’intero modello: c’è spazio per un partito di massa che non sia ostile al cambiamento, che non viva il prevalere delle proprie energie più significativamente critiche come “un rospo da ingoiare” per poi tornare sulla “retta via” delle intese strette o larghe coi centristi o addirittura col Pdl.
Anzi: se questo spazio venisse riempito si verrebbe a creare la base per significativi cambiamenti non solo nelle aree locali e periferiche ma proprio dall’interno del Governo centrale, con la possibilità reale di mettere finalmente in discussione anche il rigorismo suicida dell’Europa a trazione tedesca e più in generale gli effetti più deturpanti e nocivi prodotti dal neoliberismo selvaggio.

L’operazione dei “dotti” quindi è piuttosto scoperta: una “Monster&Co” per spaventare il più possibile il confuso e sfiduciato elettorato del centrosinistra raccontando loro che l’unica minestrina possibile è quella passata dal governo Letta / Alfano a Roma e dal sindaco Merola a Bologna.
Non è vero, e lo si è visto anche recentemente, quindi coraggio: si vada avanti ben sapendo che esistono insidie, fragilità, spinte centrifughe che portano spesso ad avvitarsi in un minoritarismo testimoniale, ma che la barra deve essere ferma e diretta a orientare un cambiamento reale, sia che lo si faccia dall’opposizione, sia quando (e questo è il vero obiettivo) si assumono responsabilità di governo.

Paolo Soglia

“Se non dopo ieri, quando?”, una prima riflessione

lettereA tutti gli amici di penna.
Ho letto con grande interesse le vostre mail  relative al ragionamento “Se non dopo ieri.. Quando?” scritto con Mirco Pieralisi, che si aggiungono ai commenti pubblici e privati che sono stati espressi su fb.

Partiamo da un dato:
Per la prima volta da vent’anni non siamo solo di fronte a una sconfitta elettorale o politica del centrosinistra, ma alla definitiva implosione di un modello che (al di là delle intenzioni) nasceva già vecchio: l’ulivo/unione prodiana, maltradotta nel contenitore PD con la simbiosi di tutti i ceti politici preesistenti.
Questo partito non ha solo perso dando negli ultimi giorni la peggiore prova di sè con la lotta tra bande e i killeraggi. Ha perso perchè non è in grado di interpretare la società. Ha assistito impotente per anni all’avanzamento e all’esplosione dell’M5S senza mai fare uno sforzo minimo per capire cosa succedeva: semplicemente negava il fenomeno.
Nè tantomeno ha mai cercato di proporsi come strumento di traduzione politica di un’idea di società, per il semplice fatto che non ha evidentemente – come partito – un’idea di società.
Detto quindi che la crisi del Pd non è episodica e non potrà essere coperta dall’ennesima operazione trasformistica o cambio di marchio, nè dalla rottamazione dell’ennesimo uomo della provvidenza, il problema immediatamente successivo è cosa nascerà dalle macerie.
La riflessione mia e di Mirco è iniziata da lì: a prescindere da quello che farà Sel, Vendola, Barca e altri. Tanto siamo già in questa fase, volenti o nolenti.
La scorciatoia più pericolosa a nostro avviso è quella del nuovo/vecchio partito di sinistra: il classico contenitore dei delusi e degli scontenti, che mette dentro tutto il ceto politico e sindacale transfuga dal Pd e si proponga così al “popolo della sinistra”, con i vecchi riti conosciuti e consolatori e con le stesse ennesime facce, una sorta di refugium peccatoris.
Dinanzi a questa prospettiva noi abbiamo voluto non solo dare un netto altolà, ma anche un percorso alternativo, ovviamente non esaustivo nè tantomeno dettagliato, diciamo anche assai carente dal punto di vista dell’analisi.  Ma almeno abbozzato sì.
C’è una società reale da interpretare, da riconoscere e con cui condividere i bisogni: abbiamo riferimenti valoriali alti e plurali per ancorare queste richieste a una prospettiva politica. La questione comunque è di sostanza, ma è anche di forma.
Nel nostro pezzo evidenziamo come la forma che porta alla costruzione del ragionamento politico, della discussione e condivisione, nella scelta delle persone che vanno poi a rappresentare queste ragioni, non sia un mero problema organizzativo: è sostanza.
Così come è sostanza la lotta al corporativismo e al conservatorismo che alberga in tanti gangli della società e anche della sinistra organizzata.
Dunque quello che a noi interessa è questa prospettiva: la differenza epocale che c’è tra un’operazione di ri-fondazione o ri-costruzione e una rinascita. Per questo parliamo di un partito che non abbia come fondativo il suo identitarismo di sinistra, ma quello laico e costituzionale: non perchè non debba “essere di sinistra”, ma perchè dovrà fare ben di più. Dovrà essere partito di massa, interpretare i bisogni e tradurli in azione politica senza escludere a priori nessuno da questo percorso, ma anzi formarlo a questo percorso.
Detto con franchezza, negli ultimi tempi abbiamo assistito a un dato inequivocabile: gli “interessi” (individuali, collettivi, strutturati, etc) si rivolgevano ai partiti, mentre i “bisogni” (individuali, collettivi, etc) bussavano (e spesso venivano accolti) dai 5 stelle.
A loro modo certo, che magari non ci piace, ma è così.
Con altrettanta franchezza vi dico che ai portatori di questi bisogni individuali e collettivi noi non possiamo dire: “li conosciamo, li abbiamo pure scritti nel nostro dettagliatissimo programma, ma adesso scusate: siamo impegnati nella ricostruzione della sinistra..”.
Vorremmo partire da qui. Il senso del documento è questo.
Visto che l’articolo ha suscitato un po’ di interesse e che le cose vanno avanti velocemente, visto che l’11 maggio Vendola ha annunciato un’assemblea a Roma per aprire “il cantiere delle fabbriche di una nuova sinistra di governo”, sarebbe un bene discuterne anche a Bologna, on line e faccia a faccia.
Stay tuned..
Paolo Soglia