“Nulla sarà come prima”? Magari…

Gira un luogo comune: “nulla sarà come prima”
Io personalmente ne dubito, ma me lo auguro. La realtà è che nulla come il corona virus ha reso così evidente a così tante persone, in un lasso così breve di tempo, i limiti e i danni di un modello di sviluppo basato sulla globalizzazione capitalistica orchestrata e organizzata secondo i dettami del neoliberismo.

Per sua natura il capitalismo teorizza una crescita e uno sviluppo dei consumi esponenziale e senza limiti, il ché, in uno spazio limitato, è già di per sé una contraddizione in termini. Ma finchè non si giunge al livello di saturazione, fintanto che c’è un nuovo mercato da aggredire, un nuovo territorio da conquistare questa illusione viene propagandata a piene mani.
Inoltre l’ideologia del capitalismo neoliberale uscita vincente dagli scontri del ventesimo secolo è camuffata meglio che in Matrix, e per ora non c’è “pillola rossa” che tenga:  non si presenta neanche più come tale, come un’ideologia, bensì come un pensiero unico e inscalfibile: null’altra idea di organizzazione umana è data se non quella dell’asservimento dell’uomo al “processo di sviluppo”, anche se nel corso del processo la stragrande maggioranza dell’umanità va progressivamente impoverendosi a scapito di minuscole minoranze i cui patrimoni assommano ormai, in molti casi, a somme assai superiori al pil di interi stati nazionali.

Le immense risorse di capitale accumulato e privatizzato non sono chiamate a contribuire all’attuale sforzo per combattere la pandemia. Al contrario: si impone agli Stati l’onere di indebitarsi senza intaccare i capitali accumulati dalla finanza speculativa internazionale. Le donazioni di singoli ricconi sono solo briciole di pane fatte cadere dal tavolo, enfatizzate da servili articoli di giornale. E’ facile ipotizzare che un qualunque signorotto feudale in tempi di peste medievale sia stato proporzionalmente più sensibile e generoso con la sua comunità. Ma il capitalismo non ha più nemmeno, e da tempo, una dimensione patriarcale. Non esiste più un “padrone delle ferriere” che vive nella villa a ridosso della fabbrica e degli squallidi sobborghi: il turbocapitalismo finanziario globalizzato non ha nazione, non ha empatie di comunità.
La morte di diecimila persone in Italia, piuttosto che in Cina, in Usa, in Sud Africa o in Australia è qualcosa di asettico: non è che un numero e una statistica, da studiare solo per capire in quali tempi, a seconda della diffusione, quei paesi riapriranno i mercati.

Nonostante la pandemia abbia reso evidenti ai più tutte queste contraddizioni, dalla precarizzazione del lavoro, alla sistematica distruzione di tutte le protezioni sociali, in primis la sanità pubblica, la risposta di prospettiva spacciata da tutti i governi rimane identica: facciamo passà a ‘nuttata con ingenti iniezioni di danaro pubblico (che peseranno come debito da ripagare a carico delle comunità di cittadini dei singoli Stati), per poi ricominciare il gioco, come e più di prima.

La crisi pandemica andrebbe invece sfruttata per rilanciare un’idea di società socialista (da non confondere con il sistema dittatoriale del blocco “comunista” del secolo scorso) che imbrigli “il Drago”, il capitalismo finanziario in primis, e lo metta alla catena, demolendo al contempo i dogmi del pensiero unico della società globale neoliberista.
Già da tempo diversi economisti hanno ricominciato a domandarsi come ripensare il capitalismo, modificandone la struttura, per arrivare a una sorta di “capitalismo sociale”, in cui i concetti di crescita siano rigidamente riparametrati e i profitti meglio ripartiti e distribuiti alla società umana. E’ un approccio timido, ma comunque importante.
L’approccio tuttavia, a mio modo di vedere, deve essere molto più energico e deve uscire dai pensatoi per diventare uno strumento di massa, proposto con adeguate teorie sociali che capillarmente diffuse e propagandate si incarnino nella società in termini di azione politica.
Facile a dirsi, molto meno a farsi.

Una utile alleanza, momentanea e di scopo, può determinarsi in questo frangente con il cattolicesimo proposto da Papa Francesco e con la sua idea di un rilancio di un neo umanesimo cristiano. Parlo di unità di scopo perchè inevitabilmente i piani tendono a divergere, in particolare quando si entra nel campo della laicità della società e dello Stato. Ma in una prima fase d’azione non bisognerebbe andare troppo per il sottile: la prima regola per ribaltare il tavolo è l’unità di tutte le forze disponibili a combattere il neoliberismo, e non certo il settarismo e la puzza sotto al naso che contraddistingue le attuali sparpagliate e macilente sinistre.

Ha da passà a ‘nuttata. Speriamo che non passi invano.

Paolo Soglia