Grecia: è una sconfitta, ma non deve trasformarsi in una disfatta. Serrare i ranghi, la guerra continua.

grecia ue Non ci giriamo attorno: il rospo da ingoiare è grande e brutto. Non così orribile come la propaganda e le grancasse neoliberista lo fanno apparire, ma sufficientemente indigeribile. Ho letto sul post i primi dettagli del piano: Sono condizioni dure. Di positivo c’è un prestito da oltre 80 miliardi (ben più dell’elemosina stanziata pre referendum) e c’è il fatto che anche la Merkel è stata costretta a concedere una “rimodulazione” del debito. Non la chiama “ristrutturazione” perchè è un tabù, ma di fatto di questo si tratta. Il resto sono condizioni dure: la Troika che rientra a pieno titolo, il “fondo di garanzia” da 50 miliardi (che grazie alla Francia sarà gestito in Grecia e non in Lussemburgo come voleva il Dottor Stranamore Wolfgang Schaeuble per sancire la “perdita di sovranità” greca, ma che sarà comunque “supervisionato” dalla Troika). E una serie di riforme importantissime da fare in pochi giorni, una sorta di ultimatum: riforma dell’Iva e delle pensioni, tanto per iniziare.
Ebbene, sarà dura da far digerire questa minestrina al Parlamento di Atene, e c’è il rischio concreto che Syriza si spacchi e Tsipras sia costretto a dare le dimissioni. Varoufakis parla apertamente di sconfitta, dicendo che lui non avrebbe ceduto. Probabile, ma qual’era il piano B di Varoufakis? Quando dice che era “già pronto a stampare una moneta parallela per far vedere che la Grecia prendeva in considerazione il Grexit” dice una mezza verità: o sei proprio disponibile al greexit, e ti ci prepari affrontando quello che ne consegue (banche chiuse, tracollo totale delle istituzioni economiche e possibili scontri di piazza con il rischio di una guerra civile), oppure stai solo prolungando il bluff.
Insomma diciamola chiara: non esisteva alcun “Piano B”. Il problema è che a forza di sparigliare, hanno sparigliato i tedeschi: quando Wolfgang Schaeuble ha detto per la prima volta che stava “lavorando al greexit, intimando ai greci di starsene fuori 5 anni”, si è capito che i tedeschi erano disposti a giocarsi tutto, anche l’appoggio degli americani, e che la partita era chiusa. Perchè voleva dire che la Germania aveva deciso di rinunciare al proprio credito e avrebbe anche corso il rischio di un contagio e del tracollo dell’eurozona pur di cacciare fuori i greci. Ed essendo più strutturata aveva certo più tempo a disposizione, più risorse e più determinazione per affrontarne le conseguenze.
A questo si deve aggiungere la nota propensione tedesca a sacrificare anche i propri interessi e la propria razionalità (al limite della follia) pur di “non cedere”. Pensate a Stalingrado: sarebbe bastato un banale e veloce ripiegamento per salvare la sesta armata ma preferirono sacrificarla per “non cedere”.
Certo, fa piacere pensare che dopo persero la guerra…

E propio su questo concludo: la battaglia non è stata vinta, anzi, abbiamo subito una sconfitta, Siamo dovuti arretrare, per restare vivi.
Ora però sarebbe autolesionistico spaccarsi e sbranarsi vivi, facendo come gli antifascisti di Spagna che finirono per spararsi tra di loro mentre i fascisti di Franco conquistavano il paese. Spero che Syriza non si spacchi, o comunque che ci sia la possibilità di riorganizzarsi, al limite andando alle elezioni anticipate dopo la firma dell’accordo. Soprattutto penso che la guerra sia ancora lunga e che anche il nostro fronte abbia conseguito un risultato, notevolissimo: chiunque ha ormai capito che le favole del “rigore” e “dell’austerità” spacciate per discipline economiche “cartesiane”, dogmi indiscutibili, altro non sono che ciniche politiche per perseguire il potere, sia in campo economico che di supremazia di uno Stato su tutti gli altri. Il Governo Greco ha avuto il non indifferente pregio di costringere gli avversari a scoprirsi, tanto che sono stati costretti ad ammettere che se ne fottono, dei voti, della democrazia e dei referendum. Sono arrivati perfino ad affermare, platealmente, la “cessione di sovranità”: ma senza la propria sovranità non si è più tra “uomini liberi”, dunque la democrazia europea si rivela una finzione. E anche la Germania paga un prezzo: lo strapotere tedesco inquieta, la ferocia e il cinismo dimostrati cominciano a suscitare indignazione in ampi settori popolari (anche nella stessa Germania.. ) e a livello di Governi ci si chiede se non sia ora di ridimensionare la potenza tedesca.
Ripartiamo da lì dunque: in Spagna lo hanno capito, arriviamo ad ottobre e facciamo vincere Podemos cercando però di mantenere al potere Syriza in Grecia, da “1 contro 18” passeremo a “2 contro 17” e magari a “3 contro 16”, col Sinn Fein irlandese in vantaggio nei sondaggi.
Come diceva uno che se ne intendeva: “la rivoluzione non è un pranzo di gala…”

Paolo Soglia

Grecia: sparigliare ancora, annullare il referendum

The famous photo - fountain Nelle situazioni eccezionali, così come nelle guerre di movimento, bisogna prendere decisioni estreme in tempo rapidissimo. Lo dico alle ore 23 del 30 giugno (tra un’ora, un giorno, nulla sarà come adesso). Ritengo che dopo la riapertura della trattatativa da parte di Junker, e l’immediato irrigidimento dei falchi e della Merkel, il governo Greco dovrebbe nuovamente spiazzare l’avversario.
Annullare il referendum fino a a che non sia dato esito alla trattativa. La mossa del referendum infatti aveva spiazzato l’Eurogruppo, però nelle ultime 48 ore si sono riorganizzati: cavalcandolo. Hanno perso ogni pudore di ingerenza e hanno fatto aperta campagna per il “SI”. Molto probabilmente lo vinceranno…
Bene. Ora Tsipras dovrebbe annullarlo: hanno riaperto la trattativa? Si tratti allora, a oltranza. Togliendogli l’arma a doppio taglio della vincita nelle urne referendarie, che imporrebbe le dimissioni del Governo in caso di sconfitta, si troverebbero nuovamente in un vicolo cieco.
Ragazzi: siamo a Stalingrado, si arretra, si arretra, ma poi la terra finisce: dietro non c’è più nulla, quindi adesso o si avanza, oppure….

Paolo Soglia

Rischio “Allende” per Tsipras?

E’ iniziata la fase due: la destabilizzazione della Grecia. I continui tentativi dell’arpia Lagarde di alzare l’asticella per far fallire un negoziato che era in dirittura d’arrivo non hanno alcun motivo tecnico. La distanza tra il debitore e le richieste dei creditori era ormai assotigliata a 300 milioni: in termini macroeconomici è più o meno il costo di tartine e frizzantini che l’FMI spende per i suoi vertici internazionali.

La realtà è che gli Usa non si fidano e temono che la Grecia finisca nell’orbita di Mosca. Uno scenario con Putin che sbarca sull’egeo e controlla il mediterraneo è per loro inaccettabile. Dunque, dopo aver provato a comprarlo adesso l’alternativa è abbatterlo. Ieri in Belgio si è svolto un summit coi capi delle opposizioni greche. Obiettivo: preparare un governo di “salvezza nazionale” ligio sia economicamente che politicamente. Una mano potrebbero darla anche le frange estremiste anarchiche o della stessa Syriza che abilmente manovrate provochino disordine, manifestazioni e contestazioni a Tsipras “da sinistra”.

Il golpe è pronto. Non coi carri nè bombardando la Moneda, nè coi colonnelli. Temo che entro domani venga posto a Tsipras il classico ultimatum irricevibile: accettare condizioni impossibili che portano alla sconfessione totale del programma elettorale e conseguentemente al tracollo del consenso. Tsipras non accetterà, ma l’alternativa è il famigerato “grexit”. A quel punto inizierà ad abbattersi sul paese una tempesta di inaudita potenza, dirompente: obiettivo il tracollo economico immediato, col blocco dei capitali, il blocco della fornitura delle materie prime e dell’energia  per mettere in ginocchio il paese e creare le condizioni per “ristabilire l’ordine”. Non esluderei nemmeno attentati e morti in piazza per aumentare la tensione… orchestrati da quelle forze di polizia e forze armate controllate da Alba Dorata. Non c’è da stare allegri, e soprattutto non si può commettere alcun errore.

Paolo Soglia

The Network of Global Corporate Control*

take the money

30.000 miliardi di liquidità sono depositati nei paradisi fiscali (ma la stima è assai per difetto…), una fittissima ragnatela di società off-shore è stata costruita appositamente per spostare continuamente i capitali sottraendoli al controllo degli Stati Nazione.
In questo contesto agisce quello che si usa chiamare “libero mercato”. In realtà si tratta di una enorme rete concentrata in pochissime mani: 147 super multinazionali controllano infatti oltre il 40% del mercato finanziario mondiale.
La parte del leone la fanno le istituzioni finanziarie. La top 20 include Barclays Bank, JPMorgan Chase & Co, e The Goldman Sachs Group:

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Tassare e controllare questi soggetti sovranazionali da parte degli Stati Nazionali è semplicemente impossibile (e infatti nessuno di questi versa una lira all’erario, o nel caso si tratta di spiccioli. Sono loro infatti quelli che determinano il sistema e quindi che possono stabilire anche le elemosine da versare ogni tanto per tener buoni governi nazionali o Federazioni imperfette come la UE).
Stati di fatto impotenti, con opinioni pubbliche sempre più impoverite.
Anche i timidissimi accordi tra Stati nazionali, vedi il caso Svizzera-Italia, in questo contesto sono gocce nel mare. Chiudiamo un po’ i cordoni con la Svizzera? Benissimo, restano altri 49 paradisi fiscali certificati da poter scegliere.
Senza spostarsi troppo basta andare in Gran Bretagna con la sua “City”, una vera e propria porta d’ingresso alla piattaforma off-shore: metà dei “paradisi”, infatti, sono stati inventati sotto la corona britannica che li controlla e li protegge.

Cosa contano popoli e persone in questo contesto? Nulla, diciamolo chiaramente.
Anzi, non parlerei neanche più di persone, meglio dire “utenti” , la cui funzione si riduce alla possibilità o meno di diventare “consumatori”, quindi di alimentare il sistema.
Ai più fortunati, diciamo così, viene riservata anche una parodia di democrazia: il rito del voto dei governanti locali. Un rito sempre più inutile (al di là del profilo politico dei competitors), visto che le leve del potere risiedono altrove.

Visto sotto questa luce anche l’ottimo proposito di Tsipras di tassare armatori e oligarchi può risultare un’arma spuntata. La minaccia abbastanza scontata è già partita: “Ci vuoi tassare? Bene spostiamo le flotte sotto un’altra più ospitale bandiera e tanti saluti”.
L’effetto perverso di questa situazione è una tassazione inversamente proporzionale alla ricchezza posseduta: si va dal nulla che pagano i soggetti sovranazionali, al pochissimo per i patrimoni personali dei ricchissimi. Poi si passa al poco dei ricchi, al già più consistente esborso per la classe media che diventa poi un macigno enorme e insostenibile per lavoratori dipendenti, autonomi, piccole e medie imprese residenti e commercio residente: chiunque non possa fuggire al fisco viene scorticato vivo da Stati Nazionali gabellieri sempre più strangolati dal loro stesso debito.
Un debito pubblico che nel nostro caso non può che aumentare visto che rinunciando alla Sovranità monetaria e al potere di emissione (e tutela) della moneta gli Stati Nazionali si indebitano esattamente con quelle stesse entità finanziarie sovranazionali di cui parlavamo sopra, che a loro volta sfuggono alla tassazione.
E’ un circolo vizioso irrazionale e mortale.
L’unico dato positivo ottenuto con la vittoria in Grecia è che sia caduto qualche velo su questo meccanismo infernale e si sia delineato più chiaramente, anche a livello popolare, qual è il problema e chi è il nemico.
L’aumento della consapevolezza non è certo indice di vittoria ma è la condizione “sine qua non” per determinare delle possibilità di reazione.

Paolo Soglia

*The Network of Global Corporate Control
è uno studio condotto da tre ricercatori (Stefania Vitali, Stefano Battiston e James Glattfelder) dell’ETH, il Politecnico federale di Zurigo, una delle migliori università del mondo, cui sono legati una ventina di premi Nobel.
Alcuni abstract in italiano:
http://www.swissinfo.ch/ita/una–super-entit%C3%A0–controlla-l-intera-economia/31476812
http://www.onb-analytics.com/the-network-of-global-corporate-control/
https://publicintelligence.net/global-network-of-corporate-control/
http://it.peacereporter.net/articolo/30376/Poteri+forti%3A+nomi+e+cognomi+dei+signori+della+globalizzazione

Grecia: analisi del primo scontro

Alexis-Tsipras-e-Janis-Varoufakis

La partita è lunga.
La prima battaglia europea del fronte antiliberista si è conclusa con un sostanziale pareggio in trasferta, un ottimo risultato se consideriamo le condizioni date.
Tsipras non poteva non sapere che l’impatto del dopo vittoria sarebbe stato durissimo. Quello che ha fatto in questo mese è tuttavia straordinario: in meno di 30 giorni Syriza ha dovuto formare un governo di coalizione perchè non aveva i numeri, eleggere un presidente della Repubblica e al contempo battersi in un durissimo confronto in sede europea avendo tutti contro e con una pistola puntata alla testa: la minaccia di asfissia economica e il default del paese.

Dalla sua parte giocava una situazione geopolitica favorevole, con gli Stati Uniti fortemente contrari a una destabilizzazione della zona euro e preoccupati di una eventuale deriva della Grecia verso lidi non controllabili.
Naturalmente poteva contare anche su un ampio consenso popolare, sia in patria che  in altri paesi UE, e godeva di una sostanziale simpatia di fondo anche da parte di settori di opinione pubblica non di sinistra stanchi delle fallimentari politiche di austerità imposte dalla Germania.
Ma il consenso popolare con tempi così stretti non è un’arma così cruciale al tavolo dei negoziati, soprattutto a breve termine.
Infine c’è stato l’ambiguo e mellifluo appoggio a corrente alternata da parte di Francia e Italia, un canale sotterraneo per ammorbidire un po’ le condizioni imposte dalla Troika senza però schierarsi apertamente: se andava male, a sbattere la faccia doveva essere solo la Grecia, se andava bene i paesi indebitati avrebbero goduto dell’apertura in sede politica di un negoziato sull’austerità. Insomma la solita politica da pusillanimi, in cui si gioca sempre col sedere degli altri.

Di positivo c’è che l’operazione di isolamento della Grecia e dell’implosione del progetto Syriza con la minaccia del default e del ribaltamento del Governo Tsipras è fallita.
Per ottenere tempo naturalmente Tsipras e Varoufakis devono accettare molti compromessi: il proseguo del programma con un sostanziale allentamento dei vincoli ma senza quella autonomia totale che chiedevano. La Germania non poteva assolutamente  uscirne ammettendo il totale fallimento delle sue politiche economiche: dunque – formalmente – si rimane all’interno del quadro tracciato dalla Troika negli anni scorsi.
In sostanza però la Troika deve incassare una sconfitta politica: il Governo Tsipras ha dettato una nuova agenda politica alla UE. Ha imposto il dibattito sulle politiche di austerità e ha già imposto una declinazione lessicale negativa: non si devono più pronunciare le parole “Troika” e “Memorandum”.
Il governo greco ha dimostrato un grande pragmatismo: nelle condizioni date è un buon risultato. La battaglia prosegue.

Paolo Soglia

Da oggi la Grecia è la linea del fronte

Partigiani_mortirolo

Finalmente dopo tante teorie ecco irrompere la realtà: semplice, comprensibile, a suo modo spietata, ma chiara. In Grecia ha vinto democraticamente una forza che si oppone al neoliberismo e alle sue follie finanziare, giudicate peraltro assolutamente fallimentari ormai da quasi tutti gli economisti mondiali.
Alla chiara volontà espressa dal popolo Greco di non voler più sottostare al regime di usura messo in piedi dalla Troika (pur dichiarando di voler rientrare dal debito e di non voler “pesare” sugli altri popoli europei), la trimurti ha risposto immediatamente e concretamente.
La decisione della BCE di Draghi di impedire alle banche greche di approvvigionarsi di liquidità in cambio di titoli di Stato non è un tecnicismo, è una decisione politica gravissima che mira a tre obiettivi:
Il primo: chiarire che in Europa comanda una tecnostruttura economico-finanziaria che si appoggia ad alcune enclave politiche e non è sottoposta a nessuna autorità democraticamente eletta (il vecchio detto: “noi siamo noi e voi non siete un cazzo…”)
il secondo obiettivo: mettere da subito Tsipras e il suo governo con le spalle al muro, soffocarlo economicamente e politicamente, sgretolare il suo consenso interno, creando le condizioni per evitare qualsiasi negoziato. Casomai qualche piccola concessione, minima, ma pretendendo che la debba mendicare, ringraziando pure quando un piccolo osso di consolazione gli verrà gettato per terra come a un cane.
L’ultimo obiettivo riguarda gli altri governi e cancellerie, soprattutto dei paesi in difficoltà, per i quali il messaggio è chiaro: “attenti a non fare troppo i furbi e a spendervi in sostegno alle richieste greche: oggi bastoniamo loro, poi domani potrebbe toccare a voi”.

A questo punto è chiaro che senza eventi esterni che producano un cambiamento dei rapporti di forza, alla Grecia verranno “stroncate le reni” con poco sforzo.
Ma se viene sconfitto il Governo Greco non sarà solo una sconfitta di Syriza, o della cosiddetta sinistra radicale, ma una sconfitta popolare dalle conseguenze enormi: la trimurti avrà la strada spianata per ennesimi furti legalizzati, spostando continuamente i crack delle banche e i buchi degli speculatori sui conti pubblici degli Stati (a 4500 miliardi di euro ammontano gli aiuti di Stato concessi a fondo perduto dalla UE alle banche dopo il 2008, altro che debito greco…).
E continuerà indisturbata anche la distruzione di quanto rimane dello stato sociale, con l’accaparramento delle risorse in mano a pochissimi a scapito dei più: tagli alle pensioni, agli stipendi, nel tentativo (peraltro ormai a buon punto) di riportare la cosiddetta “forza lavoro” nelle condizioni di mera riproduzione di se stessa, come agli albori della rivoluzione industriale.
Dunque non è possibile permettere che questa battaglia si svolga solo sul piano politico-diplomatico, lasciando che il Governo greco resti solo a districarsi nella lotta coi poteri finanziari e con le lobby politiche che li spalleggiano, schivando anche quei (finti) “amici” di alcuni Governi, compreso il nostro, pronti a fare dichiarazioni di sostegno da quattro soldi e poi a scomparire appena i padroni veri fanno la voce grossa.

La Grecia oggi è la linea del fronte: se crolla non ci sarà nessun “Podemos” in Spagna a novembre, nè alcuna reale ripresa economica in Europa.
Ma se crolla il fronte non sarà solo responsabilità di Tsipras e del suo Governo, ma di tutti coloro che potevano fare qualcosa e non lo hanno fatto.
Cosa possono fare però in concreto cittadine e cittadini d’Europa? Una sola cosa: determinare la maggiore pressione politica possibile sui propri Governi che all’interno dell’Eurogruppo dovranno decidere le sorti della Grecia.
Dunque è necessario fare una delle poche cose che ormai sappiamo e possiamo fare: manifestare in sostegno delle richieste del Governo Greco, per una revisione dei trattati europei e contro l’attuale politica economica e monetaria della UE.

La responsabilità dell’organizzazione spetta in primo luogo alla Sinistra europea raggruppata  nel GUE/NGL, ma organizzazioni sociali, sindacati e partiti a vario titolo critici con lo status quo non dovrebbero chiamarsi fuori.
Personalmente, vista la posta in gioco, non andrei troppo per il sottile: auspico anzi che alle proteste si uniscano quanti più soggetti possibile, anche movimenti che non si riconoscono nella sinistra, come da noi il Movimento 5 Stelle, o i tanti movimenti euroscettici presenti in varie forme in europa.
Qualcuno storcerà il naso, ma come dice un vecchio proverbio cinese: “quando sei inseguito dalla tigre non puoi camminare maestoso…”

Paolo Soglia

Gatto bianco e gatto nero

“Non importa che il gatto sia bianco o nero; ciò che importa è se acchiappa i topi”
Deng Xiaoping

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Non passano neanche 24 ore è già per i commentatori italiani il pesce Tsipras puzza…
Ma come? Si è alleato coi nazionalisti indipendenti?
In casa Pd alcuni ridono beotamente. Molti renzidi infatti gongolano: “Visto? E’  proprio una merdaccia come noi che stiamo con Berlusconi e Alfano…”
Mentre nella sinistra purista iniziano i mal di pancia: abituati a viver d’apparenze e di frasi fatte, senza mai fare i conti con la sostanza, ad alcuni si è spento il sorriso.
Si è rianimato persino il Movimento 5 Stelle che non ne ha azzeccata una (e ormai conta come il due di coppe quando briscola è a bastoni) per giustificare a posteriori la sua alleanza in Europa con Nigel Farage.

I commentatori alla Scanzi chiedono invece a tutta la sinistra italiana di sentirsi imbarazzata e di fare pubblico vergognino (Ma perchè? Ma tu poi chi sei?).
Ora: di cose di cui imbarazzarsi a sinistra ce n’è a iosa, su questa però non provo il minimo imbarazzo.

Mi chiedo infatti dove sia il problema. Se Tsipras avesse fatto un’alleanza al centro, tipo col Pasok, annacquando la sua linea di intransigente battaglia contro il neoliberismo ci sarebbe stato di che preoccuparsi.
Non avendo l’appoggio dei comunisti del KKE, che odiano Tsipras e Syriza, e avendo mancato di due voti la maggioranza assoluta ha stretto un’alleanza con i “greci indipendenti”, costola fuoriuscita da Nea Demokratia, fatta di conservatori di centrodestra, il cui programma anti troika è però molto simile a quello di Syriza.
Qual’è la sostanziale differenza con la situazione italiana? Che Tsipras ha quasi la maggioranza assoluta e che a differenza di Renzi non fa un’alleanza con una piccola formazione di destra per fare una politica di destra, ma fa un accordo che gli dà la possibilità di sviluppare un programma di sinistra.
Mi sembra un punto piuttosto dirimente.. Inoltre mancandogli solo due voti non si è messo a fare campagna acquisti per far cambiar casacca a qualcuno (come avrebbero subito fatto da noi).

La mossa era evidentemente già stata preparata perchè si è giocata in pochissimo tempo: Tsipras può dunque diventare immediatamente Primo Ministro con tutti i poteri e non incartarsi in una logorante ricerca di alleanze a destra, al centro o a sinistra sottoponendosi ai ricattini e alle mediazioni.
Il tempo in questi casi è fondamentale: l’FMI, la Bundesbank, e tutta la compagnia di giro hanno già iniziato a lanciare colpi di mortaio e si apprestano alla controffensiva.
Tispras non può permettersi di temporeggiare: deve avere alle spalle un governo già in carica per fronteggiare l’attacco, che si svilupperà attraverso minacce e blande promesse. Lo scenario di uno strangolamento finanziario della Grecia però non è da sottovalutare.

Tsipras si è dunque preso l’onere di una alleanza alla luce del sole con un (piccolo) partito di destra antiliberista, che difficilmente potrà condizionare più di tanto la sua azione. Adesso che ha messo a posto il fronte interno può concentrarsi sul fronte esterno che è ben più preoccupante e aggressivo.
L’operato di Tsipras non va giudicato su questa che è una mossa obbligata, ma andrà giudicato sulla base di cosa saprà fare o non fare. Il guanto di sfida è sul tavolo: o cambiano gli equilibri e le politiche in Europa innescando una grande offensiva antiliberista e neo socialista a livello continentale o l’esperienza di Syriza perirà miseramente.

Quindi o ne esce vivo portando la Grecia fuori dal tunnel o non ne esce affatto…
Certo per me è preferibile uno che rischia e si gioca tutto, facendo i conti con la realtà data,  rispetto a chi non rischiando mai nulla non ha mai nulla da perdere.

Paolo Soglia

Quello che ho da dire su Flores, Camilleri e la lista Tsipras

tsipras_EUROPAFlores e Camilleri, dimettendosi da garanti hanno compiuto un gesto grave e sbagliato.

Quando Alexis Tsipras è venuto al Teatro Valle ha detto una cosa semplice, lineare e inequivocabile. Il candidato alla Commissione Europea aveva rimproverato la nostra sinistra “divisa ed errante”, invitandola a mettere da parte le “differenze” e a fare qualcosa “tutti insieme”.
“Ho accettato di essere qui” – disse Tsipras – “non per entrare a far parte della politica italiana o per mettermi in mezzo alle vostre contrapposizioni, ne’ tantomeno per essere a capo di un nuovo partito politico. Sono tra voi come uno di voi, solo per portarvi l’esperienza di chi è arrivato a un passo dal governo, per unire e non per dividere.
Un concetto tradotto con un semplice slogan: bisogna fare tutti un passo indietro per farne due in avanti.”

Ecco: Camilleri e Flores non hanno avuto né la sensibilità politica né l’intelligenza umana di convivere con le contraddizioni che inevitabilmente il loro progetto avrebbe generato, e che andavano condivise faticosamente, direi con sofferenza.
Hanno preferito percorrere il facile solco tracciato in tutti questi anni dal frazionismo e dal settarismo, comportandosi come antichi capipartito bizzosi e irascibili: non vedendosi accontentati si sono prima offesi poi pubblicamente tirati fuori, cercando come sempre in questi casi la più ampia risonanza mediatica possibile in modo da fare più danno possibile.
Bravi.
Qualcuno a questo punto mi chiederà del merito. E il merito sono le candidature, un banco di prova delicatissimo in cui ovviamente sarebbero venute a galla tutte quelle contraddizioni che è molto più facile annullare in un documento astrattamente unitario, o sedare in un’assemblea, che gestire giorno per giorno.
Invece non è possibile annullarle come per incanto: bisogna conviverci. Che senso ha avuto l’alzata di scudi di Camilleri per Sonia Alfano quando era stato enunciato fin dal principio che non si poteva presentare chi aveva avuto un incarico elettivo regionale o nazionale negli ultimi 10 anni? Derogare su Alfano avrebbe avuto come immediato effetto quello di ritirare dentro tutto il vecchio ceto politico che giustamente si voleva lasciar fuori.

E veniamo al caso Battaglia. Dico subito che nel merito del caso Ilva non ho certo una posizione politicamente benevola nei confronti di Vendola. E questo può essere ben riassunto con quanto scrissi all’epoca dello scandalo delle intercettazioni. Ma come si può pensare che un partito come Sel che con grande fatica (e sorpresa) si spacca al congresso decidendo di non presentarsi alle elezioni per appoggiare il progetto Tsipras, che decide di annullarsi completamente come lista, non abbia a quel punto neanche il diritto di presentare delle candidature di persone incensurate e senza incarichi parlamentari?
Come si può inoltre accettare che un candidato (qualunque esso sia), in questo contesto ponga l’aut aut: “io dentro e tu fuori”, come in una qualsiasi lotta intestina tra correnti? Ha senso in una lista che presenta candidature che tengono dentro dai No Tav a Curzio Maltese un atteggiamento di totale contrapposizione?

Allora tanto valeva che la lista Tsipras si presentasse da sola facendo la fine dell’ennesimo frammento di sinistra in competizione con tutti gli altri. Invece la posta in palio è molto più alta, ambiziosa e vitale, anche per il futuro del Paese.
La linea passata a Rimini ha spiazzato tutto il ceto politico Vendoliano, in particolare quello che non vede altro approdo che una confluenza nel Pd (Questo Pd, quello di Renzi…). Un risultato a mio modo di vedere insperato e salutare.

Ebbene, anche a fronte della fortissima contraddizione che c’è a Taranto sull’Ilva bisognava che Flores e Camilleri dessero come garanti della lista una prova ben diversa di unità e compattezza: gli altri garanti hanno provato in tutti i modi a convincere Battaglia a convivere con quella che sicuramente per lei è una contraddizione lacerante. Non ce l’hanno fatta.
Il problema però non è la scelta della Battaglia ma quella compiuta da Camilleri e Flores, che hanno deciso su questa vicenda di vanificare quanto sin qui avevano contribuito a costruire consumando il loro malessere montato sui casi Alfano e Casarini.

La costruzione di una lista unitaria fra soggetti diversissimi e molto conflittuali fra loro è una scommessa difficilissima, non un pranzo di gala: ci vogliono cabeza, corazon y cojones.
Flores e Camilleri hanno dimostrato di non averli e di non aver capito nulla di quanto detto e auspicato da Alexis Tsipras.
Peccato.

Paolo Soglia