Rischio “Allende” per Tsipras?

E’ iniziata la fase due: la destabilizzazione della Grecia. I continui tentativi dell’arpia Lagarde di alzare l’asticella per far fallire un negoziato che era in dirittura d’arrivo non hanno alcun motivo tecnico. La distanza tra il debitore e le richieste dei creditori era ormai assotigliata a 300 milioni: in termini macroeconomici è più o meno il costo di tartine e frizzantini che l’FMI spende per i suoi vertici internazionali.

La realtà è che gli Usa non si fidano e temono che la Grecia finisca nell’orbita di Mosca. Uno scenario con Putin che sbarca sull’egeo e controlla il mediterraneo è per loro inaccettabile. Dunque, dopo aver provato a comprarlo adesso l’alternativa è abbatterlo. Ieri in Belgio si è svolto un summit coi capi delle opposizioni greche. Obiettivo: preparare un governo di “salvezza nazionale” ligio sia economicamente che politicamente. Una mano potrebbero darla anche le frange estremiste anarchiche o della stessa Syriza che abilmente manovrate provochino disordine, manifestazioni e contestazioni a Tsipras “da sinistra”.

Il golpe è pronto. Non coi carri nè bombardando la Moneda, nè coi colonnelli. Temo che entro domani venga posto a Tsipras il classico ultimatum irricevibile: accettare condizioni impossibili che portano alla sconfessione totale del programma elettorale e conseguentemente al tracollo del consenso. Tsipras non accetterà, ma l’alternativa è il famigerato “grexit”. A quel punto inizierà ad abbattersi sul paese una tempesta di inaudita potenza, dirompente: obiettivo il tracollo economico immediato, col blocco dei capitali, il blocco della fornitura delle materie prime e dell’energia  per mettere in ginocchio il paese e creare le condizioni per “ristabilire l’ordine”. Non esluderei nemmeno attentati e morti in piazza per aumentare la tensione… orchestrati da quelle forze di polizia e forze armate controllate da Alba Dorata. Non c’è da stare allegri, e soprattutto non si può commettere alcun errore.

Paolo Soglia

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La gestione della barbarie

Califfato

Molti parlano di guerra al Califfato, come se il fenomeno si fosse materializzato da pochi mesi, come una sorta di fantasma sconosciuto.
Eppure di Califfato parlava continuamente Bin Laden, ben prima dell’attentato del 2001 e della guerra in Afghanistan.
Ora vorrei sottoporre alla vostra attenzione questo documento che circola sui siti islamisti da oltre vent’anni. Difficile sia sfuggito ai nostri “strateghi”, anche perchè dal 2005 questo scritto attribuito a Abu Bakr Naji è addirittura tradotto in francese e pubblicato (lo potete pure comprare su Amazon…).
Si chiama “La gestione della barbarie” ed è un documento politico molto preciso, una sorta di “Mein Kampf” Jihadista che delinea la strategia della gestione del caos selvaggio prima della istituzione del Califfato.

Ebbene, di questo libro si parla anche in un articolo di Marco de Martino che ho trovato negli archivi di Panorama del 2006:
“Nei siti islamici circola anche un dettagliato piano ventennale di Al Qaeda per raggiungere la vittoria finale. A parlarne tra i primi è stato Fuad Hussein, un giornalista giordano che nel 1996 trascorse un periodo nella stessa prigione in cui era detenuto Abu Musab al-Zarqawi, il leader di Al Qaeda ucciso lo scorso giugno in Iraq (giugno 2006 ndr).
Quello che i terroristi vogliono veramente è alterare gli equilibri geopolitici fino a creare un nuovo ordine mondiale”.
Nel centro antiterrorismo dell’accademia militare di West Point, a poca distanza da New York, McCants lavora a identificare i principali documenti che articolano il piano di Al Qaeda contro l’Occidente. Uno di questi, da poco tradotto da McCants, è un saggio intitolato La gestione della barbarie. Nelle quasi 300 pagine dello studio, l’autore Abu Bakr Naji sostiene che nel passato gli estremisti islamici hanno fallito perché le superpotenze sono riuscite a governare il mondo arabo per interposta persona, appoggiando economicamente regimi e governi amici.
La vittoria è invece arrivata quando lo scontro è stato diretto, come è successo con i sovietici in Afghanistan, e secondo Naji lo stesso accadrà ora che gli americani sono caduti nella trappola di intervenire prima in Afghanistan e poi in Iraq.
Le difficoltà della campagna americana hanno già avuto l’effetto di annientare l’immagine di invincibilità di cui godevano gli Stati Uniti. Ma il vero punto di svolta arriverà se gli americani si ritireranno dall’Iraq, perché allora anche i governi mediorientali che hanno sostenuto gli Stati Uniti sembreranno più vulnerabili.
E i terroristi potranno lavorare per farli cadere.”

La parte più interessante è questa, dove gli ideologi della Jihad profilano il piano di Al Qaeda che prevede sei fasi, iniziate con l’attacco dell’11 settembre. Eccole:
2001-2003: IL RISVEGLIO
Secondo Hussein, gli attentati di New York e Washington sono stati ideati per portare le truppe americane a intervenire direttamente in Medio Oriente: “Colpito alla testa, il serpente ha perso lucidità e ha reagito caoticamente” scrive il giornalista. La prima fase si è esaurita con l’entrata dei soldati americani a Baghdad.
2003-2006: LA SCOPERTA
Per gli strateghi di Al Qaeda, il prolungato conflitto in Iraq non ha solo permesso di addestrare una nuova generazione di terroristi, ora pronti a combattere su altri fronti. Ha anche aumentato la popolarità dell’organizzazione di Bin Laden, che si è trasformata in una ideologia.
2007-2010: L’ASCESA
Al Qaeda intende destabilizzare e infiltrare i paesi confinanti con l’Iraq, a partire da Siria e Turchia. “I recenti attacchi contro l’ambasciata americana a Damasco e nelle località turistiche sono il preludio di questa nuova fase” sostiene Hussein. Secondo l’analista, la pressione americana contro il regime di Damasco non farà altro che giocare in favore degli uomini di Bin Laden, che nei prossimi tre anni concentreranno i loro attacchi anche contro Giordania e Libano.
2010-2013: IL RECUPERO DEL POTERE
Impegnati su troppi fronti, gli americani non potranno più sostenere i governi amici mediorientali, che inizieranno a cadere. I terroristi di Al Qaeda pensano di poter facilitare il processo con attacchi contro le strutture petrolifere e attentati elettronici contro i centri nevralgici del sistema economico americano. Secondo Hussein, l’intenzione è aumentare lo scetticismo degli investitori esteri, soprattutto in Cina e Giappone, fino a causare la caduta del dollaro e l’adozione dell’oro come valore di scambio sui mercati internazionali.
2013-2016: LA NASCITA DEL CALIFFATO
Con l’istituzione del califfato di cui spesso parla Bin Laden, diventerà impossibile il controllo occidentale sui paesi arabi e Israele non sarà più in grado di operare attacchi preventivi contro chi lo minaccia. “L’equilibrio internazionale cambierà” scrive Hussein. “Cina e India a quel punto saranno superpotenze, mentre la tendenza all’unità europea si sarà fermata”. Il nuovo sistema di potere mondiale sarà meno ostile ai musulmani di quello attuale e si creeranno nuove alleanze, che porteranno la Cina ad allearsi con gli islamisti.
2016-2020: LA VITTORIA FINALE
Il califfato formerà un esercito che porterà a una guerra mondiale contro i non credenti. “Il mondo realizzerà il vero significato della parola terrorismo” scrive Hussein pronosticando la creazione di una sorta di utopia islamica.

Noterete con quanta inquietante precisione la scadenza temporale delle fasi e degli eventi è stata finora rispettata…
Concludo con una domanda: se questa è la strategia Jihadista, conosciuta e studiata da almeno vent’anni da analisti e governi, perchè gli errori che loro si aspettano che faccia l’Occidente li sta  commettendo tutti, sistematicamente, senza mancarne uno?

Paolo Soglia

L’11 settembre… tredici anni dopo

Siamo abituati a scrivere sull’onda degli eventi, condannati a vivere un eterno presente.
E’ un salutare esercizio critico invece guardarsi un po’ indietro: anche per avere il coraggio di rileggere le analisi fatte a caldo di quello che si riteneva fosse successo o stesse per succedere.
Subito dopo l’11 settembre scrissi questo pezzo: alcune previsioni si sono rivelate errate, influenzate dalla straordinarietà del momento, altre mi appaiono ancora attuali.
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ATTACCO AGLI USA:
LA RIVINCITA DEGLI STATI NAZIONE?

Dopo l’11 settembre il mondo è cambiato e nulla sarà più come prima.
Quante volte abbiamo sentito dire questa frase nelle ultime settimane?
Centinaia di volte.
Eppure sono poche le analisi seguite a questa affermazione epocale che
cerchino di spiegare in cosa consista questo cambiamento col quale si
inaugura il nuovo millennio.
Senza alcuna pretesa di esaustività, tentiamo allora di addentrarci in
qualche riflessione: puliamo la mente da ogni considerazione legata alla
cronaca e cerchiamo di evitare l’approccio dietrologico.
Fatto questo, analizziamo come era la situazione il 10 settembre e come si
è radicalmente modificato lo scenario il 12.

I dati sono questi: il 10 settembre (ma anche il giorno prima, e quello
prima ancora) l’economia globale batteva in testa.
Il boom della new economy era già finito da tempo, i titoli tecnologici
andavano allegramente in caduta libera, le società di telecomunicazioni si
ritrovavano indebitate fino al collo dopo la spensierata corsa alle
meravigliose e progressive sorti delle nuove tecnologie digitali (UMTS etc,
etc).
Gli Usa registravano per la prima volta da un decennio un forte aumento
della disoccupazione interna mentre le prospettive di crescita
dell’economia venivano giorno dopo giorno aggiornate verso il basso.
Nelle piazze finanziarie aleggiava una parola che nessuno osava pronunciare
ad alta voce: recessione.
C’è di più: se la crescita in Usa e in Europa era in forte rallentamento,
il pilastro orientale del capitalismo, il Giappone, si trovava (e si trova)
in una situazione più grave.
La bancarotta imminente nel paese del Sol Levante pesava come una spada di
damocle sull’intero sistema finanziario internazionale.
Una crisi di tale portata avrebbe sicuramente travolto l’intera economia
capitalistica, poiché nessun organismo finanziario (FMI, Banca Mondiale)
avrebbe potuto controllare un effetto domino dalla portata così devastante.
Tutto questo alla vigilia dell’entrata ufficiale nel WTO di una potenza
economica in fortissima espansione come la Cina, che col suo enorme mercato
interno si apprestava a diventare il vero regolatore del mercato del nuovo
millennio.
Dotata ancora di una solida leadership politica, la Cina poteva assumere
una posizione del tutto inedita: aprendo o restringendo il proprio immenso
mercato interno – l’unico canale di sbocco alla sovraproduzione occidentale
– aveva potenzialmente in mano un’arma micidiale, capace di far la fortuna
o viceversa di deprimere le borse di tutto il mondo, a cominciare da Wall
Street.
Sul piano politico si registrava intanto il progressivo isolamento degli
Stati Uniti nel contesto internazionale: la nuova amministrazione
americana, preoccupata di non mortificare i consumi interni, aveva
stracciato il trattato di Kioto sui gas serra, subendo le critiche compatte
dell’Unione Europea. Subito dopo gli alleati storici degli Usa avevano
mortificato gli entusiasmi di Bush sul progetto di scudo spaziale,
Le guerre stellari non solo non ottenevano consensi tra i partners europei, ma
provocavano la denuncia della Russia sulla sospensione unilaterale degli
USA dei trattati SALT sui missili balistici. Contemporaneamente prendeva
vigore un nuovo asse di cooperazione politico/militare tra Russia e Cina,
potenze apertamente ostili al piano di riarmo americano.
Sul fronte diplomatico si profilava l’empasse completa dell’amministrazione
americana rispetto all’incancrenimento della situazione mediorientale. Il
conflitto tra palestinesi e israeliani era completamente sfuggito di mano
agli americani, con la prevedibile prospettiva di una progressiva
espansione della crisi a tutto il medio oriente. Tale scenario non era
certo sfuggito a Wasinghton.
Ricordiamo che il primo provvedimento dell’amministrazione Bush era
orientato ad arginare le conseguenze di una crisi energetica causata da un
conflitto mediorientale e prevedeva il maggior sfruttamento delle riserve
petrolifere interne (Alaska), un accordo col Messico, e la ripresa del
piano energetico nucleare.
La difficoltà dell’amministrazione Bush era palese anche nei confronti
dell’ONU, organizzazione che rappresenta ormai solo le istanze di
visibilità dei paesi del terzo mondo: il ritiro della delegazione dalla
conferenza di Durban sul razzismo dava il segno di questa debolezza.
Continuamo pure. Il 10 settembre ancora erano accese le luci sul
sostanziale fallimento del vertice del G8 a Genova. Le polemiche interne,
in Italia, vertevano principalmente sulle violenze poliziesche; sul piano
internazionale invece si traducevano nella consapevolezza delle elite
politiche e istituzionali dell’occidente sulla debolezza intrinseca che la
globalizzazione portava alle loro capacità di orientamento e di guida del
processo stesso.
Il bisogno quasi spasmodico di celebrare vertici internazionali celava la
necessità di ritagliarsi un ruolo all’interno di un processo che per molti
aspetti era completamente sfuggito al controllo della politica: le elite
politiche che basavano la loro legittimità su criteri di rappresentanza di
Stati Nazionali risultavano ormai completamente inadeguate nel governare un
tale processo.
I cosiddetti “governanti del mondo” erano perfettamente consapevoli di
perdere giorno dopo giorno fette di potere reale. Sempre più spesso si
trovavano nell’imbarazzante posizione di portaborse: decisioni strategiche
di portata globale relative ai processi di produzione, all’impatto delle
nuove tecnologie, alle nuove esigenze di penetrazione economica, con tutte
le derivanti conseguenze in termini politici, strategici e militari,
passavano sopra le loro teste, all’interno del vortice incontrollato
prodotto dal turbocapitalismo transnazionale.
Il processo, pur non essendo governato politicamente, pesava però
inesorabilmente sulle loro teste: il peso delle contraddizioni della
globalizzazione si scaricava sulle spalle delle comunità degli Stati
Nazionali sempre più in affanno nel cercare di metter delle pezze.
Nel giro di pochissimo, parliamo più di mesi che non di anni, si sarebbe
arrivati al punto di rottura, con l’esplosione di gravissimi disordini che
dalle “periferie” (sia quelle poste all’interno degli stati ricchi, sia le
disgraziate “banlieue” del terzo mondo) si sarebbero rapidamente estese
verso il centro.
E’ paradossale, ma in fondo i capi di Stato impegnati ad autocelebrarsi al
G8 di luglio avevano un buon motivo per essere grati alla contestazione no
global: gli assegnava, infatti, un’importanza e un potere di intervento sui
processi in corso che avevano smarrito da tempo.
L’imbarazzante e impronunciabile verità era, infatti, un’altra: il mondo
così com’è non va bene? Ci chiedete di intervenire, di cambiare le
politiche economiche, di correggere le aberrazioni, di riequilibrare gli
squilibri, di governare le migrazioni? Spiacenti, anche se volessimo (e non
è detto che vogliamo) non siamo assolutamente in grado di farlo. Il nostro
potere è molto più limitato di quanto la gente comune tenda a credere (e
che a noi fa comodo continui a credere). La realtà è che sempre più spesso
siamo ridotti a fare i cani da guardia di processi che non controlliamo più
e rispetto ai quali abbiamo pure parecchie difficoltà ad esercitare una
qualche influenza.
Altro che Tobin Tax! Per mettere un po’ di sabbia nei fin troppo oliati
meccanismi del turbocapitalismo finanziario, come affermava James Tobin 25
anni orsono, ci vorrebbe ben altro.
Ci vorrebbe una grande crisi mondiale.

12 settembre 2001, cos’è cambiato?
I giornali continuano a parlare di guerra, cercando di descrivere quale
sarà la risposta americana all’attacco suicida alle torri gemelle.
In questo parossismo quasi tutti si esercitano in valutazioni
strategico/militari di vario genere, e mentre si aspetta la guerra futura
(Missilistica? Chirurgica? Guerrigliera? Duratura? Invisibile?) si
tralasciano considerazioni su quanto sta già succedendo.
Il mondo, infatti, è già cambiato, e c’è un fenomeno che non sarà più lo
stesso di prima: questo fenomeno, variamente analizzato soprattutto in
tempi recenti, passa sotto il nome di globalizzazione. Consideriamo gli
aspetti essenziali di questo processo che sono entrati in crisi.
La mobilità
Negli Usa il concetto di mobilità è strettamente associato a quello di
libertà, ma l’amministrazione americana ha già avvertito che negli anni a
venire gli americani (e quindi gli occidentali tutti) sacrificheranno un
po’ della loro libertà per privilegiare la sicurezza.
In un’economia globalizzata l’interdipendenza è fortissima; questo implica
che la mobilità è un fattore essenziale, che non si esercita solo nel
processo di scambio ma anche in quello di produzione.
Il concetto di produzione just in time, come quello di outsourcing,
dipendono da questa variante fondamentale. Mentre alla produzione fordista
bastava la consapevolezza di poter usufruire (controllare) le materie
prime, nella produzione just in time si associa al controllo delle materie
prime la delocalizzazione della loro trasformazione e del loro
sfruttamento. Il concetto di magazzino è abolito: le materie prime e la
componentistica arrivano da altri centri di produzione dislocati spesso
nelle periferie del mondo.
Successivamente le varie componenti sono assemblate e soprattutto
valorizzate (il famoso concetto di logo) in tempo reale, seguendo così
minuto per minuto l’andamento del mercato.
La stessa flessibilità del lavoro è una componente essenziale di tale
processo. Lavoro flessibile nel tempo (quantità di forza lavoro occupata) e
nello spazio (delocalizzazione dei centri di produzione e sfruttamento di
manodopera immigrata a bassa o elevatissima qualificazione).
Mentre nel sistema di produzione fordista la possibilità di mettere in
crisi il sistema di produzione capitalistico poteva essere raggiunto
organizzando la classe operaia all’interno dei singoli Stati nazionali,
l’odierna economia globalizzata si sentiva invulnerabile, poiché il
processo di produzione esternalizzato e atomizzato in ogni angolo del
pianeta era al riparo da qualsiasi forma di contestazione organizzata.
Non è un caso che si contestasse la globalizzazione con manifestazioni che
prendevano di mira i vertici internazionali, oppure si agisse sul fronte
del consumo rispetto a quello della produzione: chi avrebbe la forza di
organizzare uno sciopero su scala globale per bloccare e danneggiare
seriamente le principali organizzazioni multinazionali? Tuttavia l’economia
globalizzata è stata messa la tappeto con molto meno: un unico colpo, bene
assestato, ha dimostrato ampiamente i limiti e la vulnerabilità del sistema.
Le frontiere nazionali che nel sistema globalizzato devono essere
estremamente flessibili, diventano, al contempo, estremamente perforabili.
L’impatto devastante dell’attacco non sta nei danni, seppure ingenti,
provocati dall’attentato in sé. Consiste nel mettere l’economia in uno
stato di soggezione permanente: essendo inutili gli strumenti militari
tradizionali, efficacissimi quando c’è da garantirsi le risorse ma spuntati
per difendersi dal terrorismo, ecco che i costi e le misure necessarie per
la difesa (limitazioni alla mobilità di persone e merci, blocchi alle
frontiere, tracciabilità dei movimenti finanziari, limitazione del segreto
bancario, lotta ai paradisi fiscali) diventano immediatamente incompatibili
con la struttura di flusso dell’odierna economia capitalistica globalizzata.
Dopo l’11 settembre, infatti, si apre una crisi non congiunturale ma di
lungo termine: la mobilità delle merci è fortemente rallentata così come la
mobilità delle persone. Questo rallentamento però costituisce un attentato
al processo di produzione just in time.
Si presuppone quindi una riconversione del processo di produzione
capitalistico di dimensioni non indifferenti.
Ma l’aspetto cruciale legato alla mobilità nel processo di globalizzazione
è quello legato ai movimenti del capitale finanziario.
Al giorno d’oggi non v’è nulla di più mobile del denaro. La quantità di
scambi raggiunta negli ultimi anni ha volumi impressionanti e viaggia alla
velocità della luce.
Tutti i segnali che abbiamo a seguito dell’attentato lasciano pensare che
questa estrema libertà di movimento sarà ridimensionata: la guerra al
terrorismo implicherà una stretta alla facilità di scambio, si stringerà la
morsa sulle piazze off-shore, si cercherà di schedare, per quanto
possibile, le anonime e vorticose manovre del capitale speculativo.
L’annientamento delle torri gemelle ha raggelato le inattaccabili certezze
dei Chicago Boys sulle capacità autoregolatrici e taumaturgiche del libero
mercato: adesso tocca allo Stato il compito di ristabilire la legalità e
combattere il terrorismo, è lo Stato che deve sedare il panico delle piazze
finanziarie e rivitalizzare l’economia, è lo Stato che fa le guerre e che
chiama i suoi cittadini a combattere ed eventualmente a morire, ed è ai
rappresentanti dello Stato (degli Stati) che si torna a guardare con
trepidazione per sapere casa riserva il futuro.
Con la non trascurabile conseguenza che ora c’è sicuramente chi è disposto
a combattere e a morire per gli Stati Uniti d’America. Difficilmente lo
farebbe per la Coca Cola.
C’è da scommettere che questa situazione decreti la fine dell’arretramento
dello Stato nell’economia e che anzi si determini una nuova stagione di
interventi forti e di processi di regolazione del sistema economico che
segneranno una netta discontinuità con le politiche seguite negli ultimi
tre decenni.

La sicurezza
Una prospettiva di guerra di lungo periodo implica una serie di
conseguenze, molto ben conosciute.
Tuttavia in questo caso non siamo di fronte a uno scenario tradizionale
poiché, in effetti, non si tratta di una vera e propria guerra, né calda né
fredda.
Sarebbe, infatti, più appropriato chiamarlo Stato di Allarme Permanente
(S.A.P.), uno stato di cose che implica naturalmente anche conflitti
bellici di varia intensità, ma che a differenza delle guerre tradizionali
non ha una definizione spazio-temporale precisa.
Lo scenario ha delle similitudini con la guerra fredda: anche qui si
tratta, infatti, di una sorta di conflitto permanente a bassa intensità.
Nella logica di contrapposizioni in blocchi però avevamo una definizione
chiara delle rispettive aree d’influenza e un’organizzazione speculare
delle due superpotenze.
Il S.A.P. ha conseguenze ed effetti differenti:
1) Permette di ridisegnare le geometrie delle alleanze ereditate dalla
guerra fredda.
2) Consente (e per certi versi impone) allo Stato di riappropriarsi del
governo dell’economia, sia attraverso interventi di sostegno sia con la
gestione diretta di comparti e servizi dai quali era stato progressivamente
estromesso attraverso i processi di privatizzazione. Tra i più importanti
potremmo citare: sorveglianza e controllo, trasporti, sanità, produzioni
strategiche di primario interesse nazionale.
3) Determina la reintroduzione del concetto di frontiera consentendo un più
capillare controllo nel processo di trasferimento di merci e persone.
4) Tende a riassorbire i flussi di capitali off-shore riallocandoli
all’interno delle suddette frontiere, permettendo all’occasione di
usufruirne per finanziare le spese militari, di sorveglianza e controllo, o
per effettuare abbondanti iniezioni di danaro pubblico col quale
rivitalizzare i consumi interni e dare slancio all’economia fiaccata dalla
recessione.
La situazione futura non sarà però caratterizzata dalla stabilità e dalla
fiducia e certo non sarà esente da rischi. L’equilibrio del terrore su cui
si basava la guerra fredda con la deterrenza nucleare non escludeva per
niente che l’acuirsi periodico di scenari di crisi potesse innescare il
conflitto.
Un mondo caratterizzato dal S.A.P. non è un mondo tranquillo e tantomeno
democratico. La guerra sarà spesso sporca e brutale perché al terrorismo si
risponde con una strategia che dal terrorismo mutua le feroci metodologie
d’azione (assassinio sistematizzato dei bersagli individuati
dall’intelligence, azioni di commandos, rappresaglie in territori definiti
ostili con armi tradizionali o di sterminio).
L’eterna ricerca di un nemico invisibile e indefinito, all’interno di un
contesto in cui il conflitto stesso, per ragioni di sicurezza, è sottratto
alla discussione e alle autorizzazioni dei parlamenti, in cui si presuppone
l’oscuramento dei media e la perdita di influenza dell’opinione pubblica,
può indurre in errori gravi che possono causare anche l’esplosione di
guerre generalizzate.
Sarebbe però erroneo pensare che tale situazione non possa anche portare,
paradossalmente, alla risoluzione di antichi conflitti, come quello in
corso in medio oriente.
Sicuramente si apre una nuova stagione in cui risorgono gli Stati
Nazionali, variamente confederati, e in questo nuovo contesto ognuno
giocherà le proprie carte.
Inutile dire che l’Italia si appresta a entrare in questa nuova fase nel
peggior modo possibile: è rappresentata da un governo totalmente screditato
sul piano internazionale, privo degli strumenti culturali e politici per
comprendere il nuovo contesto e che si muove unicamente sulla spinta di
interessi particolari e corporativi di basso profilo.
Il dramma è che una tale compagine da avanspettacolo può anche essere
tentata di forzare la situazione cercando la svolta autoritaria.

Chiudiamo con una considerazione sul valore simbolico dell’attentato
dell’11 settembre.
Gli obiettivi erano tre e ognuno di questi rappresentava un simbolo
istituzionale.
L’aereo abbattuto a Pittsbourgh era diretto contro la Casa Bianca, cioè il
principale simbolo del potere politico. Un altro velivolo ha centrato il
Pentagono, il luogo che nell’immaginario collettivo rappresenta la più
forte e articolata struttura del potere militare. Ben due aerei, infine,
sono stati lanciati contro le torri gemelle di New York, il simbolo del
potere economico e finanziario nell’epoca della globalizzazione.
Analizzando la sequenza temporale degli attentati possiamo dire che per
ordine d’importanza la scala dovrebbe essere ribaltata, infatti, la
priorità dei terroristi è stata data alle Twin Towers, poi al Pentagono e
infine alla Casa Bianca.
Gli effetti fisici dell’attentato sono simili a quelli simbolici: il potere
politico, preservato dai caccia dell’Air Forces, ha sventato l’attacco
rimanendo illeso. Il potere militare ha accusato il colpo, è rimasto ferito
subendo l’umiliazione di non saper difendere neanche se stesso. Il potere
finanziario è stato investito in pieno dall’onda d’urto dell’attentato:
colpite al cuore le torri sono crollate lasciando sul terreno morte e
distruzione.

Paolo Soglia

Perchè stiamo tornando alla guerra fredda rischiando la guerra nucleare?

 

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Il reporter indipendente Robert Parry scava: Per gli USA l’Ucraina non è strategica, quindi perchè stiamo rischiando la guerra termonucleare in Europa?
Secondo Parry Obama è ormai ostaggio dei neocon statunitensi che si giocano le ultime carte per la supremazia mondiale e vogliono togliere ai russi la loro miglior arma, che non sono i missili ma il gas, e impedire che Russia e Cina e altre potenze emergenti si affranchino dall’egemonia finanziaria USA basata sul dollaro spodestando la dittatura di Wall Street.
due informazioni importanti:
1) Dopo il colpo di Stato a Kiev la più grande azienda privata di gas dell’Ucraina, Burisma Holdings, ha nominato il figlio del vicepresidente degli Stati Uniti Biden, Hunter Biden, nel suo consiglio di amministrazione (un piccolo conflitto d’interessi?).
2) Secondo la US Energy Information Administration, l’Ucraina ha le terze maggiori riserve di gas di scisto in Europa, pari a 42.000 miliardi di metri cubi, un bersaglio invitante soprattutto perché le altre nazioni europee, come la Gran Bretagna, Polonia, Francia e Bulgaria, hanno resistito alla tecnologia fracking a causa delle preoccupazioni ambientali.
Piccolo particolare: le riserve sono nell’est dell’Ucraina… (guarda un po’…)

Ecco l’intero articolo, da leggere assolutamente:
http://consortiumnews.com/2014/09/03/the-whys-behind-the-ukraine-crisis/

MH17, il mistero malese d’Ucraina: Gli USA condannano ma non mostrano le prove. Perchè?

bare MH17
E’ uno strano processo quello che sta imbastendo l’amministrazione americana sull’abbattimento del boing malese in Ucraina. Fin dai primi minuti dopo lo schianto gli Usa hanno dispiegato tutta la potenza comunicativa di cui dispongono per affermare sostanzialmente tre cose:
1) Si dicono certi che non c’è alcuna responsabilità Ucraina nella vicenda.
2) Si dicono certi che ad abbattere il boeing e uccidere quasi 300 persone sono state le milizie filorusse con un missile terra/aria BUK e dicono di averne le prove.
3) Si dicono certi che  I miliziani hanno ricevuto i missili dalla Russia quindi anche se non è provato un diretto intervento russo nella vicenda i russi sono comunque responsabili.

Se fossimo in un’aula di tribunale dopo un’arringa così infuocata, in cui si indica con il dito l’imputato, ci aspetteremmo che il rappresentante della pubblica accusa si avvicinasse alla Giuria e affermasse: “E queste signori sono le prove che inchiodano il colpevole”, e poi ce le mostrasse:
Invece nulla di tutto questo: nell’ultimo “briefing” convocato dalla CIA a uso e consumo delle principale testate americane, alla fine di dell’arringa è stato detto che le prove ci sono ma non possono essere mostrate per “non mettere in pericolo le strutture di intelligence sul campo” e che comunque hanno validato le accuse ucraine “circolate sui social network”.
C’è pure un problema: la divisa del militare che spara il razzo pare sia ucraina, quindi si tratterebbe di un “disertore” passato coi filorussi.
Ora, ditemi voi: se fossimo in un tribunale la pubblica accusa sarebbe immediatamente convocata a colloquio dal giudice per sapere se sta scherzando e in quel caso si beccherebbe pure una sanzione per oltraggio alla Corte.

Un ulteriore elemento di incongruenza sta nel fatto che a differenza della pubblica accusa l’imputato, da parte sua, ha raccontato la “sua verità” mostrando quelle che ritiene siano le sue prove a discolpa: i russi infatti hanno fatto vedere le immagini satellitari dei siti ucraini (3 postazioni) che avevano dislocato le batterie BUK attorno al luogo dell’abbattimento.
Non solo: hanno mostrato anche le tracce radar di un caccia Sukoy-25 che volava proprio sotto al boeing malese al momento dell’impatto.
E poi hanno rilanciato chiedendo:
1) Perchè gli ucraini hanno sempre smentito la presenza di batterie missilistiche e aerei in volo confermate invece dalle immagini e dalle tracce dei radar?
2)  Perchè gli ucraini non hanno ancora diffuso (sono state secretate) le conversazioni tra l’aereo e la torre di controllo di Kiev?
E infine hanno lanciato il guanto di sfida alla pubblica accusa: i russi affermano che un satellite spia americano era posizionato proprio sopra il cielo di Donetsk all’ora dell’impatto e ha visto tutto e quindi chiedono agli americani di mostrare al mondo le loro immagini.

Cosa hanno risposto gli americani? Zero.
E gli Ucraini? Ancor più muti.
A questo punto, se fossimo in un’aula di giustizia il processo andrebbe in tutt’altra direzione, invece, visto che siamo nel mondo reale, le macchine della propaganda vanno avanti a tutto regime.
Quanti giornalisti si sono alzati per chiedere perentoriamente alla Casa Bianca di mostrare le prove di quel che dice? Forse qualche free lance autorevole tipo Robert Parry, l’unico ad aver svelato che le immagini in possesso dell’intelligence Usa non collimano con la versione ufficiale (i soldati della postazione BUK da cui sarebbe partito il missile hanno divise ucraine). Tutti gli altri si sono accontentati della versione dell’intelligence senza porre domande. Eppure i casi delle “armi di distruzione di massa” di Saddam e degli attacchi chimici di Assad denunciati con la stessa sicumera dagli USA (“abbiamo le prove…”) avrebbero dovuto insegnare qualcosa.

Cos’è successo dunque sui cieli di Donetsk?
Proviamo a ipotizzare i possibili scenari partendo dalle domande più importanti.
1) Perchè quell’aereo si trovava proprio su quella rotta pericolosissima (i filorussi avevano già abbattuto precedentemente 12 velivoli militari con missili terra aria)?
2) Perchè gli Ucraini smentiscono la presenza di batterie antiaeree e di caccia in volo e hanno secretato le conversazioni radio col boeing?
3) Perchè le milizie filorusse che smentiscono di avere lanciato il missile hanno più volte lasciato trapelare che potrebbe essersi trattato di un errore “indotto”?

4) Perchè gli americani che asseriscono di avere le immagini del lancio del missile non le mostrano al mondo e non forniscono il materiale alla commissione d’indagine internazionale?
5) Perchè i russi che sono così prodighi di immagini satellitari e le mostrano al mondo non dispongono a loro volta di quella fondamentale: il lancio del missile?

A questo punto gli scenari possibili sono questi:
1) Il boing è stato abbattuto in modo intenzionale, sapendo di fare 300 vittime innocenti.
2)  Il boing è stato abbattuto per errore nell’ambito di una battaglia tra le forze Ucraine e i miliziani filorussi
Il primo caso è il più improbabile, poichè una simile responsabilità non gioverebbe a nessuna delle due parti in conflitto nè ai loro protettori e una volta che fosse accertata la dinamica i responsabili ne uscirebbero estremamente indeboliti sia sul piano militare che sul piano politico.
Il secondo caso è quello più probabile, ma a questo punto bisogna chiedersi se “l’errore” è stato dovuto solo all’impreparazione e alla cinica irresponsabilità di una delle parti in causa, oppure se si è trattato di un “errore indotto”, in cui una delle due parti ha costruito una trappola utilizzando un’esca per attirare il fuoco nemico, inducendolo a sparare su un obiettivo civile pensando che fosse un obiettivo militare.
Il tutto al fine di sfruttare cinicamente una tale barbarie e rovesciare le sorti del conflitto, imponendo una resa ai combattenti o quanto meno inducendo il paese protettore a prenderne le distanze, cessando i rifornimenti militari e ritirando l’appoggio politico.

Paolo Soglia