Salviamo il Dall’Ara: il Comune batta un colpo

Sulla vicenda Stadio aleggiano corvi. Mi riferisco alle voci sempre più insistenti che si rincorrono: abbandonare il Dall’Ara al suo destino e costruire un nuovo stadio, in aree da definire (tipo parco nord, ma non solo).
E’ un errore gravissimo, uno scempio che si deve assolutamente evitare: questa soluzione evidentemente farebbe felici alcuni costruttori e forse anche il club (che spenderebbe meno) ma non è certo nell’interesse di Bologna.
Quale sarebbe infatti l’interesse della città ad avere in zona semicentrale una cattedrale del deserto abbandonata, un monumento storico immodificabile (perchè tutelato) ma a quel punto completamente inutile e destinato al degrado, pur sapendo che comunque peserebbe sui contribuenti perchè la manutenzione, se non si vuol che vada in pezzi, andrebbe fatta?
Lo Stadio Dall’Ara è uno degli impianti storici più belli del mondo: bisognerebbe andarne fieri e non trattarlo come un problema ingombrante.
Ma oltre ad essere un monumento lo Stadio Dall’Ara ha un destino segnato: è fatto per giocarci a calcio. Per questo fu pensato e a questo serve e lo fa ancora ottimamente essendo – a quasi un secolo dalla sua costruzione – il tappeto verde migliore d’Italia.
Dunque per salvare il Dall’Ara è necessario fare un passo indietro, cambiare approccio. Ed è necessario che il Comune di Bologna batta un colpo.
La storia ci dice che una volta arrivato “lo zio d’America” (Saputo) in Comune hanno accarezzato la ghiotta opportunità: rifare il Dall’Ara nuovo e liberarsi di tutti gli oneri di manutenzione a costo zero.
Ma qui casca l’asino: ristrutturare il Dall’Ara costa quasi il doppio che fare uno stadio nuovo, inoltre, se lo fa un privato, non ne godrebbe la proprietà. Tecnicamente il Dall’Ara è inalienabile. Lo si può dare in concessione, anche lunghissima, ma rimane sempre di proprietà pubblica (come è giusto che sia).
Ora, l’approccio “zio d’America” prevede che a fronte degli oneri da sostenere lo “zio” sia ricompensato da aree compensative di proprietà comunale, da utilizzare in proprio o da rivendere per progetti altrui.
E qui nascono i problemi: perchè lo “zio” si trova a dover fare a un investimento doppio rispetto a quello per un nuovo stadio, con una sostanziale differenza: lo stadio nuovo sarebbe di sua esclusiva proprietà (e quindi andrebbe in patrimonio) il Dall’Ara ristrutturato no.
Ma così facendo il Comune, che vuol la botte piena e “lo zio” ubriaco, non ha più in mano il pallino, o ce l’ha solo parzialmente: da un lato non mette un euro sul Dall’Ara, ma dall’altro deve trattare da posizione di debolezza sulle aree compensative, non avendo più come faro la valorizzazione di beni pubblici, secondo principi urbanistici definiti, ma dovendo venire incontro alle esigenze dei privati che da quelle aree – evidentemente (e io aggiungo: legittimamente) – vogliono poi avere dei ritorni economici.
Infatti, come ha fatto garbatamente notare  l’Ad del BFC Claudio Fenucci al Sindaco, che in questi giorni gli sta facendo fretta e alza la voce, “è la prima volta che viene chiesto a un privato di ristrutturare completamente uno stadio pubblico, senza acquisirne la proprietà”. Un caso unico al mondo.
Da qui dunque nascono tutti i problemi: al Cierrebi come ai Prati di Caprara (ma c’è anche la questione antistadio, il destino delle società sportive all’interno del Dall’Ara, etc, etc).
Per sciogliere questo nodo è necessario dunque cambiare radicalmente approccio.
Ecco dunque la mia proposta, che parte da una considerazione: chi l’ha detto che il Comune non debba investire sul Dall’Ara, monumento storico di immenso valore e impianto efficiente e prezioso per lo sport bolognese? Perchè si postula che debba essere una operazione “a costo zero” per il Comune e a totale onere dello “zio d’America”?
Il Dall’Ara vale forse meno del Nettuno o delle Torri o di altri monumenti storici?
Alcuni rispondono: perchè il Comune non ha i soldi.
Balle.
Saputo è disposto a metterci 35 milioni (meno di quello che gli costa fare uno stadio nuovo) il resto deve saltar fuori dalle aree compensative.
Ebbene, per non impiccarsi sulle aree compensative, consentendo obtorto collo piccole/grandi speculazioni, il comune a mio avviso deve mettere l’altro 50%.
In parte è quello che propone l’amico Fausto Tomei, consigliere del quartiere Saragozza. Ma Tomei parla di un gesto oblativo della cittadinanza, una sorta di colletta tutta sulle spalle dei cittadini.
No: i soldi devono venire dal Comune, facendo ricorso al Credito Sportivo.
Coi tassi estremamente agevolati della banca pubblica per lo sport, un mutuo venticinquennale di 35/40 milioni peserebbe sul Comune per meno di 2 milioni l’anno.
Una cifra ridicola per una città area metropolitana come Bologna.
Senza contare che questa rata annuale potrebbe essere in qualche modo ammortizzata. Se non del tutto, almeno parzialmente: basterebbe che dopo la ristrutturazione il Comune si riservasse nel nuovo stadio 500/1000 posti da destinare – annualmente – ad aziende o privati che volessero contribuire al salvataggio del Dall’Ara mettendoci la firma, comprando abbonamenti speciali assegnati in base a donazioni a prezzi maggiorati.
Se metti 500 posti a 1000 euro per i privati e altri 500 a 5000 euro per le aziende, puoi ricavare fino a 3.000.000 di euro l’anno. E potresti anche prevedere che una volta coperta la rata pubblica del mutuo la parte eccedente vada nelle casse del BFC che così avrebbe tutto l’interesse a promuovere questo tipo di sovvenzione (detraibile…).
A questo punto il Comune potrebbe fare a meno di esporsi così tanto sulle aree compensative (o ridurle a qualche minimo spazio attorno allo stadio Dall’Ara, in modo che siano incluse solo quelle funzionali al progetto di ristrutturazione).
E al tempo stesso la città avrebbe un Dall’Ara riqualificato invece di una cattedrale abbandonata e dell’ennesimo progetto di ipercementificazione per un nuovo impianto (più chissà cosa…) in periferia.
Vi torna?
Paolo Soglia
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La legittimazione del fascismo come strategia elettorale?

Il PD di Renzi e Minniti perderà le elezioni. Sperano di non perderle troppo male, e se ciò accadesse è già pronto l’accordo con Forza Italia e responsabili vari che spunteranno come funghi per un governo di larghe intese. Essendo in grande difficoltà, sia sul piano politico che su quello sociale, il PD di Renzi ha ben poco da offrire: la propaganda si limita alla chiamata alle armi contro “le destre” (ma quali?) e all’invito al “voto utile”. Ci sono però due aspetti particolarmente curiosi da analizzare:

  1. Il Pd ha prodotto una legge elettorale fatta apposta per farli perdere e far vincere Berlusconi, da qui l’appello al voto utile che in realtà sarà ben poco utile.
  2. Il Pd non avendo una proposta chiara nè un’identità politica forte, ha bisogno assoluto di un nemico da sbandierare: la destra. Però funziona poco, visto che le politiche assunte dal Pd ricorrono costantemente le destre sul loro stesso terreno.

Evocare il solito mostro Salvini e la Lega non basta più, anche perchè Salvini ha il vento in poppa e le politiche del PD sull’immigrazione fatte da Minniti e company non si differenziano, anzi inseguono, quelle di Salvini. Ecco dunque il necessario salto di qualità, diciamo così, dettato più dalla disperazione e dal calcolo di basso profilo che non da una strategia compiuta: rilegittimare formazioni fasciste, piccole ma altamente “evocative”, aprendogli le porte alle elezioni politiche.
Il che significa visibilità, comizi in piazza, cortei e propaganda elettorale su tutte le tv pubbliche e private:
Il calcolo è tanto gretto quanto politicamente indecente: intanto Casapound e Forza Nuova, per quanto minoritari, rosicchieranno voti alla Lega: pochi ma magari sufficienti per non farli arrivare ad avere una maggioranza assoluta.
In secondo luogo, accendendo la mina della ri-legittimazione del fascismo, il PD renziano si sta invischiando in una farsesca (ma vedendo Macerata mica poi tanto..) mini “strategia della tensione”: alimentare l’instabilità, le provocazioni e quindi gli scontri di piazza, e subito dopo additare ai moderati spaventati “gli opposti estremismi responsabili dei disordini”.
La linea appare chiara, soprattutto dopo la giornata di ieri a Bologna gestita in perfetta sintonia tra Prefettura, Comune e Viminale: da Renzi a Fassino, da Minniti a Gentiloni, passando per le retroguardie locali dei De Maria e dei Merola, il coro era identico: “Rossi e Neri” tutti uguali, tutti portatori di “violenza”.
Mentre il fascismo per un cinico e sciagurato calcolo elettorale viene pedissequamente equiparato all’antifascismo, paro paro, l’antifascismo, lungi dall’esser più considerato un pilastro fondativo della Repubblica, viene declassato a fenomeno residuale: una sorta di conventicola di “violenti” tutta gestita dai temibili centri sociali (cosa peraltro falsa vista l’eterogeneità della gente che ieri era in piazza).
Insomma, è la riproposizione in salsa renziana della vecchia teoria anni ’70 della DC: “avanti al centro contro gli opposti estremismi”.
Il PD è alla frutta, e per restare sull’arcione pensa forse di blandire la paura dei moderati per limitare l’astensione e far votare “la grande forza tranquilla”.
Un calcolo cinico perchè basato su meschine esigenze di marketing elettorale, ma dalle conseguenze devastanti sul medio lungo periodo.

In sostanza si è sdoganato il diritto di formazioni neofasciste come Forza Nuova e Casapound non solo di esistere e partecipare al gioco democratico presentandosi alle elezioni politiche, infischiandosene della Costituzione, ma pure di poter impunemente rivendicare un atto terroristico di tentata strage, come ha fatto Forza Nuova con Traini a Macerata, e il tutto senza fare una piega.
Anzi: si schiera la polizia a loro difesa, pur essendo 4 gatti che potrebbero benissimo esser decentrati altrove, con un dispendio di forze degno del G8, e gli si concedono le piazze più importanti nelle ore di punta in modo che possano fare più danno possibile rivendicando con slogan e urla il suprematismo nazionalista, ammiccando a una tentata strage di cui hanno assunto la responsabilità politica, pagando pure le spese legali allo stragista. E se c’è chi si oppone allora botte, salvo poi il giorno dopo lanciare accorati strali contro la violenza dei manifestanti, e fare la semplice equazione: “rossi o neri, sono tutti uguali”.

Pura DC anni ’70, pura e semplice strategia della tensione a bassa intensità, per il momento con qualche sparo ma senza bombe.
Per il momento…

Paolo Soglia

Perchè Luca Traini non è un “terrorista”

Cos’è che differenzia Luca Traini da coloro che comunemente vengono definiti “terroristi”?
Formalmente, nulla: Traini è spinto da un’ideologia (è un fasciorazzista convinto), agisce lucidamente, pianifica, identifica il suo bersaglio nella massa indistinta di coloro che considera “il nemico”: delle non-persone, tutte egualmente colpevoli in quanto espressione di ciò che egli aborrisce e quindi sacrificabili.
L’evento scatenante, come per ogni terrorista, è fondamentale per innescare l’azione esemplare violenta che viene giustificata dalla presunta violenza subita: vittime innocenti colpite “dall’infame nemico” necessitano altre vittime innocenti, in modo che “il nemico” paghi dazio e si pareggi il conto.

Tutto questo sarebbe abbastanza ovvio, ma qui scatta l’elemento percettivo e il particolare contesto sociale e politico in cui il Traini compie la sua tentata strage.
L’Italia del 2018 è una piccola Weimar: lo stato democratico è assai indebolito, alcuni capisaldi del concetto stesso fondativo della Repubblica sono ormai stati rimessi completamente in discussione. In primis l’antifascismo, ma potremmo continuare: la discriminazione razziale per esempio è sempre più ostentata ed espressa a voce alta, senza determinare per questo particolari allarmi o reazioni.
Senza scomodare Casapound e Forza Nuova, basti pensare che partiti come la Lega salviniana che si candidano a governare sono esplicitamente razzisti e xenofobi, non tanto e non solo per inclinazione ideologica ma semplicemente per aderire come carta assorbente a sentimenti presenti in massa nel paese e quindi usufruirne in termini elettorali.

Torniamo però a Traini: tenta una strage colpendo bersagli a caso, accomunati da un’unica caratteristica, il colore della pelle: uomini, donne, giovani o meno giovani, pure bambini se si fossero trovati in mezzo.
Tuttavia Traini non è percepito da una grande massa di cittadini italiani come un “terrorista”: non è scuro ma bianco, non è straniero ma autoctono, non urla “Allah Akbar” ma sfoggia sulle spalle la bandiera italiana.
La dinamica dell’azione terroristica, pur identica nella sostanza, espone simboli che sono completamente diversi. Traini, a differenza dell’affiliato on line all’Isis che falcia cittadini occidentali con un furgone lanciato sulla folla, gode di un ampio consenso. L’atteggiamento nei suoi confronti è in molti casi giustificatorio: “era esasperato dall’invasione”, “ha compiuto una azione sconsiderata, ma la colpa è di coloro che riempiono le strade di immigrati”.
E questi concetti non sono da sottovalutare perchè sono condivisi se non dalla maggioranza del Paese sicuramente da una cospicua minoranza. Non a caso le prime reazioni della Lega, principale partito fasciorazzista in doppio petto di cui il Traini era peraltro aderente convinto, non vertono sulla condanna del gesto bensì sulla presenza massiccia sul suolo patrio di stranieri e clandestini, cosa che già in sè “giustifica” anche se non “assolve”, il gesto di Traini.
I fasciorazzisti di Forza Nuova invece non perdono nemmeno tempo a spendere ipocrite parole di generica condanna: si schierano apertamente con Traini e ne assumono la responsabilità del gesto, offrendosi di pagargli le spese legali.
Di fatto rivendicano politicamente la tentata strage, facendo di Traini un “eroe” nazionalfascista, esattamente come succede in diversi contesti sociali islamici per i “martiri di Allah” quando arriva la notizia di una bomba o un massacro avvenuto a Parigi, Londra o Bruxelles: una giusta punizione ai “crociati” per le bombe sganciate dai loro aerei sulla popolazione inerme.
Legare l’atto terroristico di Traini alla cruda cronaca nera, con l’orrendo omicidio di una giovane donna fatta a pezzi dal suo presunto assassino di colore è infine la chiave di lettura, l’espediente semplice ma potente, che suscita moti di comprensione anche in persone insospettabili.

Quanti pensando ai bersagli della pistola di Traini avranno detto (e quanti ancor più avranno pensato) “se la sono cercata” ? Tantissimi, poichè queste persone non fanno alcuna distinzione tra un omicidio efferato avvenuto in una situazione di degrado e l’azione successiva di Traini, quindi l’atto terroristico non è vissuto come tale.
La vendetta deve scattare, prima o poi, e infatti scatta esprimendosi nella caccia all’uomo senza distinzioni, chi c’è c’è: seminare il terrore nella comunità dei “nemici”, rei, a giudizio del terrorista, di essere sodali (per ragioni di pelle) con l’assassino non viene percepito da alcuni (molti) come un’aggravante bensì come una risposta sproporzionata (gli spari addosso) a un’istanza giusta (la cacciata degli immigrati neri dal suolo patrio).
Per altri poi (pochi, ma significativi) l’azione di Traini è addirittura esplicitamente condivisa.

Ecco perchè Luca Traini, nell’Italia del 2018, non è percepito come un “terrorista” ma semplicemente come un camerata che sbaglia…

Paolo Soglia

War on Var

La guerra al Var: chi la sta facendo? E perchè?

Nell’autunno scorso è avvenuta una rivoluzione copernicana nel calcio, e a inaugurarla è stato un paese notoriamente conservatore come l’Italia: è stato introdotto il Var, ausilio tecnologico che permette di verificare la correttezza di un’azione che può essere determinante ai fini del risultato.
Fin da subito alcune grosse società (leggi su tutte: Juve) si sono dichiarate scettiche ed estremamente infastidite dal cambiamento. La tesi è che così “si stravolge il calcio”.
Esatto.. come dar loro torto? E’ proprio così: il calcio ne esce un po’ stravolto. Decisioni prima inderogabili dell’arbitro sono sottoposte a una successiva lettura che grazie all’ausilio delle immagini spesso portano a invertire il giudizio finale.
E così un supposta simulazione si trasforma in calcio di rigore (o viceversa), un gol buono viene annullato per un fuorigioco non visto (o viceversa), e via discorrendo.
Ci siamo pure abituati alla “suspense da Var”, quel tempo che intercorre tra l’intervento del Var e la decisione finale dell’arbitro in campo.
E ha preso piede l’esultanza posticipata: spesso non si esulta più sul gol, ma due minuti dopo, quando l’arbitro dopo aver rivisto tutto indica il centro del campo.

All’inizio del campionato il Var è stato grande protagonista, a volte pure eccessivo: al netto di tutte le polemiche strumentali della Juve, diedi ragione ad Allegri quando si lamentò per un gol di Mandzukic annullato a Bergamo (Atalanta – Juventus 3 a 3): la tesi del Var era che c’era stato un fallo precedente sulla trequarti su Papu Gomez, poi da lì l’azione si sviluppò e la palla arrivò sulla testa di Mandzukic che segnò un gol assolutamente regolare. Ecco, questo è uno dei casi secondo me in cui il Var non può intervenire, perchè se quel fallo l’arbitro non lo ha interpretato tale l’azione prosegue e a quel punto è tutto buono, altrimenti dovremmo fare i replay delle partite tutte le volte…
Ma a parte qualche eccesso in buona sostanza il Var funzionava: nove volte su dieci venivano corretti errori più o meno marchiani di arbitri e assistenti.
E qui è cascato l’asino… Eh si, perchè per sua ovvia natura il Var è oggettivo, e questo cozza con la cosiddetta “sudditanza psicologica”: difficilmente una grossa squadra si lamenta di errori arbitrali quando gioca con le medio-piccole, semmai è tradizione il contrario. Quindi il riequilibrio giova statisticamente di più alle meno forti, storicamente discriminate, rispetto a quanto possa esser utile ai top club.
E anche nel caso di scontri al vertice tra top club la situazione si fa più delicata, perchè decresce la possibilità di una gestione politica da parte dell’arbitro: tutti quei contentini, le compensazioni, etc etc, su cui spesso si regge l’equilibrio della partita.

Così, iniziato il girone di ritorno, adesso che i giochi si fanno duri per tutti, ecco che assistiamo a una sorta di guerriglia silenziosa contro il Var.
Chi la sta facendo? La stessa classe arbitrale, ma più in generale quella componente del calcio, grandi club compresi, che auspica il ritorno alla “gestione politica” e che dell’obiettività ne fa volentieri a meno, soprattutto quando sono in ballo titoli e milioni, scudetti e posti Champions.
Questo avviene soprattutto perchè, essendo una sperimentazione, le “regole d’ingaggio” del Var sono assai opache: quando interviene il Var? Chi lo chiama? E perchè? A inizio campionato sembrava che comandasse il Var, adesso vediamo arbitri che non si degnano minimamente di consultarlo per tutta la gara.
Inoltre, non a caso, sono aumentati anche gli errori umani degli arbitri Var, quelli messi nel furgoncino con regia mobile a vivisezionare alla moviola gli episodi.

E’ legittimo pensare che stia andando in scena una sorta di restaurazione silenziosa: stiamo assistendo a una delegittimazione strisciante del Var. Lo ripetiamo, il Var in sé è solo una tecnologia accessoria, molto precisa, per determinare la valutazione dell’azione nel modo più corretto possibile.
Sport illustri già usano la tecnologia da tempo e con grande successo: la palla è dentro o fuori (tennis, pallavolo)? Il tiro è stato scoccato in tempo utile o no (basket)? Gli esempi sono tanti e ogni sport ne ha tratto giovamento e credibilità.
Può essere così anche per il calcio?
Si, ma solo se si verificheranno nuove condizioni, ne elenco alcune:

  1. REGOLE CHIARE. Passata la sperimentazione il Var deve diventare uno standard, ratificato dalle federazioni internazionali e con un regolamento certo. Deve essere chiaro quando interviene e quando no, e soprattutto chi lo chiama. Personalmente, penso che riservare una chiamata per tempo anche ai protagonisti in campo (nella veste dell’allenatore) sia una possibilità da prendere in seria considerazione, così come avviene in altri sport. Parimenti dovrebbe essere mostrata nei maxischermi allo stadio e in tv l’azione incriminata sottoposta a giudizio. Massima trasparenza insomma.
  2. NO AI CONFLITTI D’INTERESSE. Uno dei problemi del Var è che sono arbitri in carriera sia quelli in campo che i loro colleghi  al Var. Che magari la settimana dopo si ritrovano a parti invertite: quello che era in campo è nel furgoncino e l’altro sul terreno verde. Così non va, perchè è ovvio che possono nascerne antagonismi e dissapori, o compiacenze, o peggio interpretazioni interessate, colpi di acceleratore o di freno a tutela della lobby arbitrale.
    Se l’arbitro in campo è un giudice ordinario, l’arbitro Var è come la Corte di Cassazione: e non è che uno un giorno fa il giudice ordinario e il giorno dopo quello di Cassazione. Bisogna distinguere gli ambiti. Personalmente allungherei le carriere degli arbitri: finita per limiti d’età la carriera sul campo, uno – se ne ha le capacità e la riconosciuta idoneità – può proseguire facendo l’arbitro Var, coadiuvato da assistenti Var più giovani (che però non possono fare gli arbitri). Si verrebbero così a creare delle separazioni nette tra chi sta in campo e chi davanti alla tv, evitando quella sovrapposizione di ruoli che può ingenerare conflitti, compromessi, dispetti o compiacenze.
  3. MAGGIORE CONCORRENZA. Questo è un aspetto delicato e che va anche oltre al Var: il calcio a differenza di altri sport è episodico e non necessariamente statistico. Questo determina molto anche in termini di rapporto tra investimenti effettuati vs risultati acquisiti. La finanziarizzazione del calcio ha avuto serie conseguenze: chi effettua mega investimenti non può permettersi risultati negativi che determinerebbero gravi scompensi economici, ergo perdere un titolo o l’accesso alla Champions non è solo un insuccesso sportivo ma un danno economico molto pesante. E’ per questo che spesso i posti sono come pre -appaltati e i terzi incomodi assai poco graditi.
    E questo comporta che manine e manone siano interessate ad aggiustare la classifica in un senso o nell’altro. Dunque delle due l’una: o si fa un campionato europeo senza retrocessioni, solo per top club, con delle wild card annuali riservate a determinate squadre vincitrici di campionati nazionali, oppure non se ne esce. Anche perchè se siamo arrivati a pagare dei Coutinho 160 milioni di euro questo vuol dire che nel calcio si vive in due mondi diversi e non comunicanti: è come organizzare corse in cui uno arriva in Ferrari o in Porsche e un altro in Lambretta, che senso ha?Paolo Soglia

Addio Don Novello

 
Per noialtri di San Mamolo, noi nati in quel microcosmo che va da Porta D’Azeglio fino alle vie dei Colli e di Roncrio, Don Novello era una delle “istituzioni”: presenti, eterne e inamovibili.
Come lo erano il Moretto e i suoi osti, a cominciare da Artemio, come il Bar Ciccio con Ciccio, Fausto e la Dolly.
Come lo era la Casa del Popolo, che oltre a ospitare il circolo Arci coi suoi biliardi (poi Bar Ciccio), e pure casa mia dal lato di San Vittore, ospitava l’enorme sezione del PCI, la “Martelli”, coi suoi saloni sempre pregni dell’odore di fumo per le mille riunioni, i ritratti del santuario comunista, i manifesti di propaganda.
Poco più su c’era la chiesa di Saverio e Mamolo, regno incontrastato di Don Novello, fin dall’anno 1970.
Lo conobbi ovviamente prestissimo Don Novello: io ero un bambino comunista che a dieci anni girava la domenica la via San Mamolo per distribuire L’Unità, lui era sempre in giro, da solo o con il suo seguito di chierichetti.
Ci incrociavamo quindi, e quando mi vedeva mi fermava per far due chiacchiere. Era furbo Don Novello, mica mi faceva prediche,o si lamentava perchè non facevo catechismo, anzi… mi diceva con nonchalance: “Paolo, perchè non vieni qualche volta su da noi (in Parrocchia, ndr), abbiamo messo su la squadra di basket e facciamo i corsi di judo e karate..”. Insomma, un vero “diavolo tentatore” per la mia fede di giovane comunista.
Ci siamo incrociati poi tante altre volte nel corso del tempo, coi miei vecchi, Ciro e Anna, aveva instaurato un rapporto che andava oltre le rispettive chiese e il reciproco rispetto. Correva una vena di simpatia, anche perchè Don Novello era uomo di grande ironia e intelligenza, e dove ci sono queste componenti l’empatia scatta immediata.
Quando facevo il fotoreporter una volta lo immortalai mentre donava un’ambulanza all’Ospedale Bellaria (era anche nei Cavalieri dell’Ordine di Malta). Le stampai e gliele feci avere e lui ne fu contentissimo. Nel corso del tempo ci siamo scambiati lettere e soprattutto libri: era teologo, esprimeva un cattolicesimo tradizionale ma non privo di umanità. Io a quel punto per ricambiare gli regalavo i miei di libri (con qualche pudore), perchè lui era attento e quando usciva qualcosa di mio subito ne parlava con mia madre e io glielo facevo avere.
Ma di Don Novello, come dicevo, mi faceva sangue la sua ironia, il “motto di spirito” freudiano di cui era dotato. Passati gli ottanta ancora andava in giro a benedire, una volta andò su da mia madre e faceva fatica a far le scale, mia madre gli aprì e disse: “Ben Don Novello, va ancora in giro a far le benedizioni alla sua età ?” E lui senza scomporsi: “Cosa vuol mai cara Anna, non abbiamo più preti: ci stiamo estinguendo come i comunisti..”.
Caro Don Novello, se avevi ragione tu avrai sicuramente avuto modo di notare che ieri non ero al tuo funerale, in chiesa a San Mamolo, con Zuppi e tutti i tuoi fedeli.
Massimo rispetto, ma quello era il tuo ambiente, non il mio: ancora una volta, come quarant’anni fa, non mi son presentato in Parrocchia…
Ma questo non significa che non ti abbia pensato.
Un abbraccio,
Paolo

Bologna fc: una stagione sbagliata

Ieri guardavo scorrere i minuti di recupero di Bologna-Juventus e pensavo malinconicamente che ci avrebbero fatto gol. Poi mi dicevo “ma no dai…vuoi dire vada tutte le volte così?”
Si. Tutte le volte così. Una stagione fotografata tutta in quell’ultimo gol segnato dal diciassettenne Kean appena entrato, all’ultimo minuto di recupero. L’ennesima sconfitta beffarda e bruciante di una squadra che squadra vera non è mai stata.
Questa stagione è stata una delle più brutte e noiose tra quelle che ho vissuto da quando seguo il Bologna: e di stagioni brutte ne ho viste tante…
Da cosa si riparte ora? Difficile dirlo, visto che non si sa neanche se ci sia un euro per far mercato.
Quindi non starò qui a dar ricette particolari, che poi son sempre quelle, su chi vendere o comprare. Mi piacerebbe però che la società di calcio Bologna FC 1909, facesse qualcosa per tornare “grande”.
Qualcosa che peraltro non costa nulla… eccole.

  1. Per tornare grandi bisogna giocare sempre con la propria maglia, quella rossoblù: in casa sempre e se si può anche in trasferta. Altrimenti si usa una seconda maglia che deve rispecchiare la tradizione del club
  2. Per tornare grandi la società non deve comprare giocatori in leasing  già accasati a campionato in corso alla casa madre canadese.
  3. Per tornare grandi bisogna esser capaci di scegliere non solo i giocatori ma anche gli uomini. Perchè alla fine sono gli uomini quelli che decidono se mollare o tener duro, se sentirsi sempre vinti o mai darsi per vinti.
  4. In una grande società non esistono calciatori che si allenano per i fatti loro con il loro “staff”.
  5. Per tornare grandi non è sempre necessario comprare grandi giocatori, soprattutto quando non ci sono le risorse, ma è necessario che giocatori che prima non erano nessuno qui diventino grandi giocatori e per farlo la grande società non vende i suoi talenti appena sbocciano per fare cassa.
  6. Per tornare grandi tutti devono remare dalla stessa parte e chi non rema sta fuori e viene presto ceduto, indipendentemente dal nome e dall’ingaggio.
  7. La differenza tra una grande società e una piccola e mediocre società non è che la grande vince e la piccola perde. La differenza sta nel fatto che la piccola società è mediocre e modesta anche quando vince, la grande società è applaudita ed acclamata anche quando perde.
  8. Per tornare grandi serve un grande pubblico che incita sempre la propria squadra, anche se è sotto cinque a zero perchè dall’altra parte vede che comunque ci sono giocatori che danno tutto e non tirano mai indietro la gamba.
  9. Un grande pubblico di una grande squadra non è quello che deve fare sempre il coretto al Presidente quando si siede in tribuna per paura che si alzi e vada via.
  10. Per tornare ad essere grandi bisogna entusiasmare il proprio pubblico che deve essere orgoglioso del proprio club. Se si ottiene questo si riesce  a suscitare anche il rispetto degli avversari. Sempre. che si vinca o che si perda.

Come vedete queste sono cose che non costano nulla, e che quindi non si comprano.
Ed è per questo che sono le più difficili da conquistare.

Paolo Soglia

La passione per l’impossibile

 


Una volta un conoscente che aveva stima di me e apprezzava la qualità del mio lavoro, guardandomi serio – un po’ in imbarazzo – mi fece la testuale confessione:
“Scusa se te lo dico, ma non riesco a capire come faccia una persona intelligente come te a occuparsi di calcio…”.
Avrei voluto rispondere come dovuto: “Perchè è il mio unico divertimento…”
Risposta secca, di grande dignità, in cui esponendoti completamente al disprezzo altrui rivendichi una tua essenza. In realtà il calcio non è affatto un divertimento…

In una memorabile sequenza del film argentino “Il Segreto dei suoi Occhi”, il personaggio di Pablo che indaga su un efferato omicidio assieme al suo collega Benjamin e non riesce a scovare l’inafferrabile colpevole, a un certo punto ha un’illuminazione: “Quell’uomo può fare qualsiasi cosa per sembrare diverso, ma c’è una cosa che non può cambiare né lui, né te, né io, né nessun altro… Un uomo infatti può cambiare tutto: la faccia, la casa, la famiglia, la ragazza.. la religione.. anche Dio! Ma c’è una cosa che non può cambiare, Benjamin: non può cambiare la passione..”.
E la passione di quell’uomo, crudele omicida, è la sua squadra: il Racing Avellaneda. E sarà proprio allo stadio che lo troveranno.

Il calcio dunque è una passione, e come tutte le passioni riserva più delusioni che gioie (soprattutto se tifi per la squadra della mia città).
Il calcio è anche un rito: le anticipazioni della partita, la strada che fai a piedi fino allo stadio, i saluti ai conoscenti di tribuna, il caldo asfissiante e le notti gelate, i pensieri del prima e i commenti del dopo partita.
Il consueto malumore dopo una sconfitta o le notti in cui non riesci a dormire perché sei distrutto da una ignominiosa retrocessione.
Ma c’è anche l’epica della vittoria, col gusto di rileggersi mentalmente le azioni della gara prima di addormentarsi.
Tutti sentimenti autentici, incomprensibili e inconfessabili se non ai tuoi simili.

In genere le donne con cui condividi la vita guardano questa passione con materna indulgenza e sufficienza: una cosa straordinariamente senza importanza che ti assecondano come se fosse il gioco di un bimbo.
E infatti lo è: ma i giochi, per i bimbi, sono straordinariamente importanti.
Il calcio esercita su di me il suo fascino perverso esattamente per gli stessi motivi che lo rendono a molti detestabile. Sono affascinato dalla rappresentazione.
La partita è una commedia, un parco a tema che inscena una battaglia campale, o se giocano le Nazionali una guerra simulata. La società è rappresentata sugli spalti in ogni sua componente, rigidamente suddivisa in classi, in maniera molto più sincera di quanto il politically correct dei media riesca mai a descrivere.
A prevalere non sono sempre i valori tecnici, tantomeno quelli sportivi. In genere vince il mercato e il potere economico/politico conseguente, spesso massicciamente corretto con generose dosi di slealtà, demonizzazione dell’avversario e corruzione. Ma non sempre. Per le stesse intrinseche caratteristiche del sistema, a volte accade l’imprevisto.

In quasi tutti gli sport di squadra guardando il tabellino si può già indovinare chi ha vinto, chi ha perso e come. Nel calcio no.
Ciò che rende il calcio unico è proprio la caratteristica di poter prescindere dal dato oggettivo: La tal squadra è fortissima, ha avuto il 60% di possesso palla, ha battuto venti angoli ad uno ed è andata al tiro diciassette volte di cui undici nello specchio.
Peccato che abbia incredibilmente perso, perché dopo aver preso tre pali e due traverse e aver sbagliato un rigore, al 92° – nell’unica azione in cui quei bidoni degli avversari si sono affacciati fuori dalla propria metà campo – su calcio d’angolo (peraltro inesistente) il centravanti ha colpito di testa e la palla sarebbe scivolata a lato se non fosse casualmente finita sullo stinco di un terzino carambolando in rete. Autogol, sconfitta per uno a zero, tutti a casa.

Il calcio riassume in sè tutte le contraddizioni presenti nella società: è uno sport dove non esiste l’oggettività, dove l’arbitro non è un giudice imparziale ma esercita il suo potere sulla base di regole che vanno spesso interpretate di volta in volta e questo spalanca la porta all’arbitrio. E’ uno sport corrotto, nè più nè meno della società tutta che gli sta intorno, è volgare, spesso ingiusto e gli attori incarnano come maschere della commedia dell’arte i vizi (tanti) e le virtù (poche) della commedia umana.
Avidità, furbizia, generosità, slealtà, altruismo, ricatto, corruzione: c’è tutto il campionario, che trova un suo specifico linguaggio nell’instancabile ripetizione di atti e parole sempre uguali.

Ma il calcio è anche sovversivo, l’unico sport veramente sovversivo che esista perché è l’unico sport in cui anche ai massimi livelli si rende possibile – in determinate situazioni – che il risultato atteso possa essere ribaltato da imponderabili varianti.
Come una società a volte viene scossa da turbolenze e rivoluzioni, da guerre e colpi di Stato che sovvertono il vecchio ordinamento e creano un nuovo equilibrio, così può capitare che l’esito della partita sia sovvertito e vada a catafascio il naturale stato delle cose.
L’ordine naturale lo tutela la forza tecnica intrinseca di una squadra che deriva dalla potenza politica ed economica del club e dei suoi padroni, poi c’è il condizionamento delle tifoserie che diventa anche un valore di mercato in termini di audience.
E quando questo non basta sovente arriva in soccorso l’arbitro, che come la “forza pubblica” è sempre pronto a correre in aiuto dei più forti.
La chiamano elegantemente “sudditanza psicologica”, un modo fine per descrivere l’umana propensione a leccare il culo ai più ricchi e ai più potenti.
Se poi forza intrinseca e spinta arbitrale non sono sufficienti ecco che si affaccia la scorrettezza e la vera e propria corruzione.

L’Argentina dei generali vinse il suo Mondiale corrompendo il Perù e comprando la partita.
Un’altra Argentina, quella del Pibe, sfogò la frustrazione della guerra persa delle Falkland andando a battere l’Inghilterra con un gol di mano, la “Mano de Dios” la battezzò Maradona.
I tedeschi drogati sconfissero la grande Ungheria nella finale del ’54, mentre gli italiani, amanti da sempre dell’arte pasticcera, si assicuravano spesso i passaggi ai turni arrabattando combine con centramericani e africani.
Svezia e Danimarca, in quanto a correttezza nordica, hanno dimostrato di non essere da meno.

Ciò nonostante, può sempre accadere l’imprevedibile.
Anzi: la slealtà, la corruzione, il doping e i favoritismi arbitrali sono tutte cose scientemente organizzate per limitare il più possibile l’eventualità che succeda l’imponderabile.
Che prima o poi però inevitabilmente accade.
La Danimarca del ’92, già in vacanza, viene ripescata in fretta e furia per sostituire la nazionale Jugoslava dissoltasi dalla guerra civile e così undici calciatori mediocri strappati all’ombrellone e alle infradito, in un crescendo trionfale, vanno in finale e diventano Campioni d’Europa.
1950: la Celeste sbanca il Maracanà, impietrendo una nazione a cui bastava un pareggio per salire la cima del mondo. A Montevideo è festa, a Rio – letteralmente – c’è chi si suicida buttandosi dagli spalti (come capitò ancora nell’82 dopo l’imprevedibile terzo gol di Paolo Rossi…).
E più recentemente è accaduto che partite stradecise siano state sovvertite incredibilmente, contro ogni logica: pensate alle finali di Champions del ’99 col pareggio e il sorpasso del Manchester sul Bayern nei 3 minuti di recupero o la rimonta del Liverpool sul Milan a Istanbul nel 2005.

Robe che possono farti raggiungere il Nirvana o buttarti addosso uno sconforto dal quale è difficile riprendersi.
Il calcio è anche questo: marcio, corrotto e succube dei più forti, spesso scontato e prevedibile, ma in cui è permesso (molto raramente) che accada l’impossibile.

Paolo Soglia