UNO BIANCA RELOAD, 5 PUNTATA: IL BRIGADIERE INFAME

La scia di sangue della banda della Uno Bianca inizia nel 1988, con l’assassinio della guardia giurata Carlo Beccari e col duplice omicidio nell’aprile ’88 a Castel Maggiore dei carabinieri Cataldo Stasi e Umberto Erriu. Tutti questi episodi videro il depistaggio organizzato dal brigadiere Domenico Macauda, che seminò la scena del crimine di false prove per sviare le indagini dai veri assassini: i fratelli Savi. In questa puntata presento una eccezionale testimonianza, quella dell’ex maresciallo Paolo Mazzolani che svela come fu smascherato Macauda. Non solo, vedrete i documenti che attestano come anche in quella occasione non si diede conto degli indizi e delle soffiate che portavano ai veri colpevoli, in particolare a Fabio Savi.

Lo squadrismo in Emilia-Romagna 1920 – 1922

Domani inzia l’avventura…
Assieme all’amico e regista Lorenzo K. Stanzani stiamo realizzando un progetto per ANPI Bologna: un documentario-educational storico sullo squadrismo in Emilia-Romagna dal 1920 al 1922.
Sarà un road movie in cinque puntate, in giro per cinque città della Regione, assieme a un gruppo di 20 ragazzi delle scuole medie Guido Reni di Bologna. In ogni località incontreranno i nostri narratori che racconteranno loro eventi emblematici e drammatici avvenuti oltre un secolo fa. Spiegheranno ai ragazzi come lo squadrismo fascista, con la violenza e la complicità di agrari e industriali riusci in poco meno di due anni a stroncare il movimento operaio e contadino, scacciare i socialisti, ditruggere il movimento cooperativo, la stampa di sinistra, le case del Popolo.

Vorrei ringraziare tantissimo per la loro disponibilità i nostri narratori, tutti attori e attrici di chiara fama che hanno accettato con entusiasmo questo viaggio: Donatella Allegro, Miro Gori, Moni Ovadia e Bruno Stori. E l’amico Ivano Marescotti , pure lui grande attore, la cui voce fuori campo accompagnerà le varie puntate.
Abbiamo una bella troupe affiatata: assieme a noi autori e registi lavoreranno il direttore della fotografia Andrea Dalpian, il fonico Francesco Piazza e la fotografa di scena Penelope Soglia.
Tutto questo è stato possibile grazie alla volontà della Presidente dell’Anpi Anna Cocchi, che ha subito sposato il progetto, e all’apporto fondamentale degli insegnanti Marisa Vesentini e Mirco Pieralisi che sono riusciti nella straordinaria impresa di mettere insieme un gruppo interclasse di ragazze e ragazzi che viaggeranno con noi. Il tutto non sarebbe stato possibile ovviamente senza la grande disponibilità della scuola Guido Reni e in particolare della preside Claudia Giaquinto.

Ecco i temi di ogni puntata:

19 ottobre – Bologna: “Battesimo” – 1920 l’assalto squadrista per impedire l’insediamento della giunta socialista e la strage di Palazzo D’Accursio. Narratrice: Donatella Allegro

20 ottobre – Ferrara: “Egemonia” – la provincia più rossa dell’Emilia Romagna conquistata dagli squadristi, in cui intere masse passarono armi e bagagli col fascismo. Narratore: Moni Ovadia

21 ottobre – Forlì: “Radici” – la terra natale di Mussolini, dove tutti lo conoscevano come agitatore socialista, segretario locale del PSI e dove tornò con le camicie nere. Narratore: Miro Gori

24 ottobre – Ravenna: “Capitolazione” – la presa della città nel luglio 1922 da parte degli squadristi di Italo Balbo e la distruzione del movimento cooperativo. Narratrice: Donatella Allegro

25 ottobre – Parma: “Resistenza” – agosto 1922, l’unica città che respinse gli squadristi grazie all’unità delle forze antifasciste e all’organizzazione militare degli “Arditi del Popolo”. Narratore: Bruno Stori

Si ringrazia per la collaborazione e il sostegno: Regione Emilia-Romagna – bando per la Memoria del ‘900, Cosepuri Bologna, Gruppo Unipol e i Comuni di Bologna, Ferrara, Forlì, Ravenna e Parma.

Il Pippone Elettorale

Miei personalissimi pronostici (che puntualmente verranno smentiti dalle urne).


1) FdI: Meloni, la predestinata
E’ partita in testa e finirà in testa. Di quanto? Accreditata di un 24 / 25 percento potrebbe anche andar più su e fare il botto. Non è però una vittoria scontata, perchè essere il primo partito, per la difficile congiuntura internazionale e per un rapporto assai precario coi suoi alleati potrebbe non bastare. E’ debole sul piano internazionale, in Europa non la sopportano e gli alleati alla Salvini non l’aiutano. Non dimentichiamoci che l’incarico lo dà Mattarella (Napolitano a Bersani lo mandò a spendere…). Il primato nelle urne potrebbe anche tramutarsi in una “vittoria mutilata”.

2) Lega
Per il felpa Salvini tira brutta aria: tremano le roccaforti lombardo-venete del nord, dove fa man bassa la Meloni, mentre al sud rischia addirittura di sparire non essendosi mai realmente radicato. Se fa il 12% è delusione, se va sotto il 10% è tracollo. A quel punto i pavidi governatori leghisti lo defenestreranno e anche il rapporto con Fratelli d’Italia torna in discussione.

3) Forza Italia
Berlusconi in versione ospizio non tira più. Le defezioni dei quadri passati a Calenda pesano, sono clientele che porteranno via voti al Cavaliere. Potrebbe finire tra il 5 e il 7 percento. Dalla sua però ha la consueta sfrontatezza: passate le elezioni potrebbe guidare il suo piccolo gruppo verso gli attesi lidi del governone tecnico di salvezza nazionale, tornando ad avere in Parlamento voce in capitolo (con tanti saluti alla ducetta…).

4) PD
Ahi ahi ahi, come la vedo male… Letta non ne ha imbroccata una, pure Stevie Wonder giocando a golf avrebbe fatto meglio. Ha puntato sul perdere la partita di coalizione per disputare un testa a testa con Meloni come primo partito. Se poi però finisce 27 a 19 per Giorgina te saluto Letta: per lui è pronto un bel biglietto di sola andata per Parigi. A quel punto inizierà la lotta per la segreteria. Bonaccini, che partecipa al gioco, inizialmente si era schierato anche lui per lo sfanculamento immediato di Conte, il “draghicida”, ora invece parla di riaprire ai 5 stelle. Che abbia fiutato il paglione e si stia riposizionando? Ah saperlo…

5) M5S
Conte era dato per morto, soprattutto dalle elite e dai giornali. Mai però fidarsi troppo dei propri desiderata… Conte una sua popolarità l’ha sempre avuta e dopo aver fatto piazza pulita di tutta la sbargiuzza che aveva in casa adesso può fare risultato, complice un Pd che gli ha aperto un’autostrada a sinistra. Il suo bacino è soprattutto al sud, con la difesa ad oltranza del reddito di cittadinanza . Se sta sul 12/13 % è dignità, se passa il 15 è successo e potrà pure mandare in pensione Grillo e prendersi in pugno il partito

6) Sinistra e Verdi
Tante belle parole, alcuni bei candidati, ma linea politica frustra: fare gli ascari del Pd non paga più. Paga solo per le piccole nomenclature dei Fratoianni e dei Bonelli che avevano da tempo contrattato i posti in lista, ma credo che paghi meno nei voti. Sono quotati sul 4%: se lo prendono è successo. Per loro come per il PD vale la sovrastima dei sondaggi che danno sempre alla sinistra, sulla carta, un risultato migliore di quello che poi fanno nelle urne.

7) Azione
Bullo e più Bullo hanno destini diversi. Bullo Matteo ha già stappato quello buono da un pezzo: se andava da solo faceva prima a iscriversi al torneo autunnale di boccette di Rignano, la sfanculata di Calenda a Letta gli ha invece riaperto le porte del Parlamento dove tornerà a fare i suoi intrighi e a farsi pagare dall’amico saudita Bin Salman (quel bel tipo rinascimentale che adora i giornalisti, soprattutto quelli morti…).
Bullo Carlo è invece vittima di se stesso e della sua proverbiale megalomania: continua a spoloquiare di risultati a 2 cifre, il 10 o il 12 %. Se finisce al 6/7 % – risultato dignitosissimo peraltro – si è già dato da solo del perdente.

8) + Europa
Un 1,5% non si nega a nessuno, tanto hanno già il culo al caldo. L’importante è partecipare.

9) Unione Popolare
Sarebbe salutare che andasse in Parlamento: è da più di 15 anni che il Pd non ha nessuno alla sua sinistra autonomo e indipendente, e conseguentemente guarda solo al centro e a destra. Il 3% è obiettivamente difficile, ci vogliono circa un milione di voti, però data la crisi a sinistra non è impossibile. La difficoltà di Up è che lo conoscono in pochi e che al sud dove dovrebbe raccogliere voti De Magistris adesso c’è la rimonta di Conte. Nel 2018 Pap in solitaria e sconosciuta fece l’1,13%, credo che a sto giro se UP non fa il 3% ci andrà comunque vicino.

10) Altri
A Di Maio auguro un sereno ritorno al San Paolo, non più da bibitaro ma con un bel chiosco acquistato dopo i lughi anni di servizio parlamentare (magari in società con Tabacci). Su Italexit di paragone, assembramento di neo fascisti e novaxeggianti, non ho idea: sicuramente quel blocco esiste, i sondaggi lo davano sempre attorno al 3%, poi non lo so. Noi moderati fa parte del folclore delle liste civetta, tanto per tirar su qualche sbargiuzza. Italia Sovrana e Popolare? No comment…


C’è la guerra. E a Bologna, intanto, tornano i “Nemici del Popolo”

C’è un clima di regressione generale, culturale ancor prima che politica.
In Europa è tornata la guerra, sia quella calda che quella fredda: ci si riarma e la prospettiva è quella del conflitto permanente tra blocchi, quello Occidentale e quello Euroasiatico. Una guerra per la supremazia mondiale e le aree di influenza che si annuncia già cruentissimo, con focolai di guerra guerreggiata sempre pronti ad accendersi localmente e sullo sfondo lo spettro della guerra atomica, perchè le potenze coinvolte sono tutte potenze nucleari (Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia, Cina, India, Pakistan solo per citare gli attori principali).
Ci si aspettava che questa congiuntura internazionale non turbasse più di tanto l’aria serena dell’ovest che si vive a Bologna e il suo pacioso tran tran dell’amministrazione locale.
La nuova giunta si è insediata con l’ambizione di diventare la “città più progressista d’Europa”, concetto che si è arenato subito poiché legato a un mondo globalizzato e lineare che sta andando in pezzi giorno dopo giorno, lasciando il posto a un mondo multipolare, alla logica delle armi e dello scontro, costi quel che costi.
La stessa parola “progressista”, già molto ambigua, mutuata dalle sinistre post marxiste (per mancanza di alternative), è sfiorita col passare degli anni fino a perdere significato: quale progresso? Per chi? A quali costi e con quali benefici? Tutte domande che necessiterebbero di una teoria politica solida e di una ideologia forte che manca totalmente alla post sinistra.

Ebbene in questo contesto epocale molto complesso e grave ha fatto capolino in città una vicenda che, nel suo piccolo, evidenzia una regressione anche a livello locale.
Il fatto di per sè è ben poca cosa se lo rapportiamo al dramma internazionale in atto: un coagulo di associazioni e “realtà” (come si usa dire) che aveva vinto un bando per un piccolo spazio all’interno del contesto che fu l’ex XM24, dopo due anni di tiramolla con l’amministrazione sulle procedure di assegnazione l’ha occupato.
La vicesindaca Emily Clancy ha incontrato gli assegnatari invitandoli a disoccupare per poi tornare al tavolo per una (eventuale) riassegnazione, senonchè – con straordinario tempismo – due giorni dopo è intervenuta la polizia a sgomberare e murare i locali.
Ora, comunque la si veda la delegittimazione della mediazione della Clancy è abbastanza evidente e gli strali e le accuse che piovono su Coalizione Civica (composta anche da ex occupanti) da parte di diverse “realtà” e sigle della galassia antagonista ne è la logica conseguenza.

Mi ha colpito, tuttavia, l’intervista pubblicata su Repubblica Bologna al Sindaco Lepore.
Uomo solitamente misurato, il sindaco abbandona i toni moderati e impugna la clava.
Parla di “provocatori”, di “violenza politica” e di tolleranza zero nei confronti dei suddetti provocatori coi quali non vuole sprecare “neanche mezz’ora di tempo”.
Era dal marzo del ’77 che non si sentiva un sindaco usare queste espressioni.
Allora però i fatti erano ben più gravi: l’uccisione di Lorusso, gli scontri con la polizia, le vetrine a pezzi, i lacrimogeni e la città in stato d’assedio coi blindati nelle strade.
Il PCI di Bologna visse quel momento come un attentato alla sua egemonia politica, una provocazione contro la città vetrina del socialismo all’emiliana, uno sfregio che considerava una provocazione inaccettabile. A quei tempi, va detto, Bologna era sicuramente (e per davvero!) la “Città più progressista d’Europa”: il PCI bolognese era la federazione comunista più forte d’occidente e quindi i disordini vennero letti dal Partito Comunista come un piano preordinato per scardinare e infangare la giunta di sinistra, un piano che andava contrastato con la massima durezza.
Solo successivamente anche nel PCI maturò la consapevolezza che quella frattura aveva una sua origine autonoma, e che aveva a che fare con un passaggio epocale ben più ampio rispetto alla lettura congiunturale della “Provocazione”, un contesto che annunciava l’epoca post industriale, una ristrutturazione capitalistica sociale e politica che sarebbe andata ben oltre le ristrette mura della città e l’attacco al (declinante) sistema del socialismo emiliano.
Tuttavia durante i disordini del marzo la lettura che veniva da via Barberia era quella della “Provocazione fascista” e la mobilitazione degli operai comunisti avveniva proprio attraverso queste direttive.
Nel trentennale del ’77 assieme all’amico giornalista Amedeo Ricucci, che doveva fare un servizio per Mixer, avemmo l’idea di vedere quella frattura non coi soliti occhi degli ex contestatori del movimento, stracitati e straintervistati mille volte, ma con quello degli ex militanti del PCI che furono chiamati a reprimerlo.
Grazie a una mia conoscenza, un ex operaio PCI della Sasib, riunimmo una decina di ex operai che erano scesi in piazza a difendere la città dai disordini, contro gli studenti del movimento, con le chiavi inglesi.
Ci interessava a distanza di tempo capire il loro punto di vista, oscurato da ogni rilettura successiva, e la loro opinione dei fatti.
Ebbene, alcuni (non tutti) di quegli operai ex PCI erano ancora convinti, trent’anni dopo, che i disordini del marzo fossero una provocazione ad opera di fascisti infiltrati.

Ho citato questa circostanza perchè mi sembra surreale oggi, in un contesto storico cittadino completamente diverso, sentire parlare di “provocazione”, “provocatori”, e inusitata violenza politica (ma dove?).
Il ritorno alla retorica dei “Nemici del Popolo”, dei provocatori e degli infiltrati che tramano per sabotare il buon governo cittadino è una regressione culturale ben più grave che la mera polemica politica sull’assegnazione di uno spazio.
Gli attuali amministratori – come l’intera post sinistra – hanno da almeno quarant’anni dismesso il socialismo e il marxismo come base ideologica di riferimento e sono – oggettivamente – approdati a un liberalismo classico.
Ora, se c’era un merito inconfutabile di alcune società liberal democratiche avanzate rispetto ad altri sistemi, era quello – nei casi più lungimiranti – di sapere adattarsi a contenere al proprio interno anche comunità non conformi e non assimilabili al sistema dominante. Una sorta di tolleranza sociale che ammetteva, in certi casi, l’elasticità della regola: se non puoi assimilarlo, includilo.

Volenti o nolenti ci sono in città aree sociali organizzate non totalmente assimilabili al sistema. In gran parte di tendenze anarchiche, ostili alla logica ferrea dei bandi e degli obblighi di firma derivanti.
Una giunta che aspira ad essere “la più progressista d’Europa” dovrebbe trovare gli strumenti culturali e politici per rapportarsi con queste realtà, inventare strumenti nuovi. Anche perchè non mi pare che esperienze come l’XM24, o altre analoghe, fossero pericolosi centri di sovversione, a meno che non si consideri sovversivo e violento il mercatino della terra e qualche concerto autogestito.
Per alcuni, specie i potentati locali, i bandi si interpretano (o addirittura si scrivono), per altri si applicano: trovare il modo di pensare un bando ad hoc anche per i “non conformi” non è un cedimento al “disordine” ma sarebbe la dimostrazione pratica di voler perseguire (non solo a parole) la via dell’inclusione, anche con chi ti sta sul gozzo. Solo così puoi aspirare a fare un salto di qualità vero.
Invece, gridare ai “nemici del popolo” che “provocano” e sporcano la bella città ben amministrata, invocando la ferrea logica del bando è un urlo di forza che nasconde la grande debolezza di voler emarginare tutto quello che non è assimilabile.

Paolo Soglia


La fine della globalizzazione e la nascita del mondo multipolare

La guerra in Europa determina simbolicamente l’inizio della fine della globalizzazione e l’apertura di una nuova fase storica: il multipolarismo.
La globalizzazione economica celebrata negli anni ’90 e contestata all’alba del nuovo millennio nasce in realtà con la ristrutturazione capitalistica degli anni ’70.
Negli anni ’90 con la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’Urss è dunque, in realtà, già al suo apogeo.
Un processo che però ha iniziato a incrinarsi con l’attacco alle Torri Gemelle.
All’epoca scrissi un pezzo che si intitolava: ATTACCO AGLI USA: LA RIVINCITA DEGLI STATI NAZIONE. Ebbene, a distanza di 20 anni le considerazioni che espressi allora, pur con l’inevitabile approssimazione ed errori in alcune previsioni, rimangono valide nella sostanza.
La guerra in Ucraina certifica storicamente questo passaggio, ne è lo spartiacque, d’ora in poi si parlerà di un prima e un dopo e nulla sarà più come prima.
In quel pezzo preconizzavo un nuovo tempo caratterizzato dal S.A.P: Stato di Allarme Permanente.
E’ sconfortante notare come gli ultimi 20 anni siano andati esattamente in quella direzione: le guerre occidentali per il mantenimento del controllo delle risorse, le guerre al “terrorismo”, hanno inciso soprattutto nell’area mediorientale e – come previsto – invece che spegnere gli incendi hanno alimentato teorie politiche le più diverse, tutte però con l’ambizione di ribaltare il tavolo creando un nuovo assetto territoriale e geopolitico, vedi il tentavo dell’Isis di costituire il Grande Califfato ridisegnando le mappe e i confini dei paesi sanciti dagli ex colonizzatori europei. Il grande Califfato altro non era che il progetto costitutivo di un nuovo Stato Nazione.
In quel contesto, contemporaneamente, ha assunto la dimensione di superpotenza globale la Cina, sia su un piano economico-politico che su quello militare.
E si è andato realizzando quanto avevo previsto: il S.A.P.
Vent’anni fa descrivevo lo Stato di Allarme Permanente con queste caratteristiche:
“…uno stato di cose che implica naturalmente anche conflitti
bellici di varia intensità, ma che a differenza delle guerre tradizionali
non ha una definizione spazio-temporale precisa.
Lo scenario ha delle similitudini con la guerra fredda: anche qui si
tratta, infatti, di una sorta di conflitto permanente a bassa intensità.
Nella logica di contrapposizioni in blocchi però avevamo una definizione
chiara delle rispettive aree d’influenza e un’organizzazione speculare
delle due superpotenze.
Il S.A.P. ha conseguenze ed effetti differenti:
1) Permette di ridisegnare le geometrie delle alleanze ereditate dalla
guerra fredda.
2) Consente (e per certi versi impone) allo Stato di riappropriarsi del
governo dell’economia, sia attraverso interventi di sostegno sia con la
gestione diretta di comparti e servizi dai quali era stato progressivamente
estromesso attraverso i processi di privatizzazione. Tra i più importanti
potremmo citare: sorveglianza e controllo, trasporti, sanità, produzioni
strategiche di primario interesse nazionale.
3) Determina la reintroduzione del concetto di frontiera consentendo un più
capillare controllo nel processo di trasferimento di merci e persone.
4) Tende a riassorbire i flussi di capitali off-shore riallocandoli
all’interno delle suddette frontiere, permettendo all’occasione di
usufruirne per finanziare le spese militari, di sorveglianza e controllo, o
per effettuare abbondanti iniezioni di danaro pubblico col quale
rivitalizzare i consumi interni e dare slancio all’economia fiaccata dalla
recessione.
La situazione futura non sarà però caratterizzata dalla stabilità e dalla
fiducia e certo non sarà esente da rischi. L’equilibrio del terrore su cui
si basava la guerra fredda con la deterrenza nucleare non escludeva per
niente che l’acuirsi periodico di scenari di crisi potesse innescare il
conflitto.
Un mondo caratterizzato dal S.A.P. non è un mondo tranquillo e tantomeno
democratico. La guerra sarà spesso sporca e brutale perché al terrorismo si
risponde con una strategia che dal terrorismo mutua le feroci metodologie
d’azione (assassinio sistematizzato dei bersagli individuati
dall’intelligence, azioni di commandos, rappresaglie in territori definiti
ostili con armi tradizionali o di sterminio).


Ecco, direi che ci siamo.
Prima però di descriverne le conseguenze attuali cerchiamo di determinare come siamo arrivati a rivedere – dopo la fine del secondo conflitto – la guerra in Europa: non una guerra civile come successe in Jugoslavia, ma una guerra tra stati, che annovera tra i suoi progenitori la guerra Nato alla Serbia del 1999 col distacco forzoso del Kosovo dalla piccola federazione Jugoslava (o Grande Serbia).
L’implosione improvvisa del blocco sovietico e dell’Urss ne 1991 colse un po’ tutti impreparati: avvenne senza sparare un colpo, merito a cui non si è mai dato il giusto riconoscimento alla dirigenza sovietica di allora, Gorbacev in primis.
Il disfacimento pacifico dell’Urss rappresentava un’enorme occasione di pace: avrebbe implicato però una visione molto più ampia e alta di quanto non venne effettivamente realizzato.
I deboli stati europei, attorcigliati e divisi tra loro e stretti in una unione economica mai diventata politica (la UE) non avevano (e non hanno) una politica di lungo respiro quindi si sono mossi in ordine sparso come sempre, lucrando su benefici e/o costi limitati, sempre più o meno eterodiretti dagli USA.

Gli Stati Uniti, paradossalmente, dell’Urss sconfitta (pacificamente) non sapevano più che farsene. Non era più un nemico ma non sapevano che farsene di un nuovo “amico”, di cui continuavano a diffidare. Quindi non hanno attuato alcuna grande strategia: ebbri della vittoria del capitalismo, avendo ormai creato un mondo in cui il capitalismo neoliberista è l’unico sistema economico riconosciuto, hanno pensato che le cose potessero andare avanti indefinitamente, col pilota automatico, cullandosi su concetti tanto ingenui quanto erronei come quelli propugnati da Francis Fukuyama sulla “Fine della Storia”.
Per cui la politica nei confronti della Federazione Russa nata dalle ceneri dell’Urss è stata una “non politica”: negli anni ’90 quando la Russia di Eltsin in pieno caos guardava all’occidente, e in particolare all’Europa, le preoccupazioni statunitensi erano limitate al cercare una relativa stabilizzazione per evitare che un paese con seimila testate nucleari allo sbando diventasse un serio problema.
La non-politica statunitense non prevedeva però una vera e propria integrazione russa in ambito europeo occidentale perchè avrebbe comportato la creazione di una unione economico-politica europea coincidente con quella geografica: troppo grande, con troppe risorse e troppo piena di incognite.
Queste non-decisioni si sono risolte nel considerare la Russia un residuo: una potenza declassata dallo stato di “Super” a “Regionale”, semplicemente da controllare e da contenere. Da qui l’espansione Nato a est mantenendo il vecchio concetto della Guerra Fredda (Rompendo peraltro il patto di non espansione fatto con Gorbacev dal Sottosegretario di Stato Usa Baker ai tempi della caduta del muro).
Dopodichè, quando il gallo Putin alzava un po’ troppo la cresta, gli si creava periodicamente un po’ di “scompiglio” nel cortile di casa, negli stati ex sovietici confinanti con la Federazione Russa per tenerla impegnata e contenuta.
Dunque una non-politica, senza una visione, senza una prospettiva.
A cui però andava benissimo il primo Putin: un sergente di ferro che teneva in riga il paese e ringhiava senza mordere, da cui gli europei potevano attingere risorse energetiche mentre si combattevano le guerre del petrolio e si imponevano embarghi alle esportazioni in giro per il mondo (Iran,Venezuela, etc). Insomma una miopia assoluta, ma tant’è: il confronto si stava spostando in Asia, la Cina era velocemente diventata il nuovo obiettivo di scontro, mentre l’Europa era destinata a diventare uno scenario geopolitico secondario.

Intanto però, con buona pace di Fukuyama, la storia è andata avanti e abbiamo insistentemente negato quello che ormai è sotto gli occhi di tutti: esiste una parte consistente del mondo, composta da paesi diversi, con sistemi, ordinamenti, culture e visioni diversissime tra loro, e spesso antagoniste tra loro, che però è ormai unita nel considerare superato un ordine mondiale basato su una globalizzazione capitalistica diretta e controllata dall’occidente a guida statunitense. E che non condivide, anzi osteggia, il sistema valoriale liberal democratico. Piaccia o non piaccia è così.
La politica di “democratizzazione” basata sulla guerra e sull’imposizione di una visione valoriale liberal occidentale della società ha prodotto il risultato opposto: il rigetto di quei valori nei paesi occupati. L’Afghanistan occupato militarmente da vent’anni ne è un esempio: finita l’occupazione militare i Taliban si son ripresi il paese in tre settimane.
Ma la vera sconfitta è culturale, ancor prima che militare.
La concezione globalizzata dell’economia che abbiamo conosciuto si basa su una accettazione del modello capitalistico su vasta scala che non presuppone necessariamente alcuna condivisione valoriale liberal democratica: comporta il libero scambio economico su scala globale con la movimentazione delle merci e delle risorse, e vi si può partecipare anche con sistemi antidemocratici, autoritari, dittatoriali, che accettino però la regolamentazione dell’occidente sul sistema, che detiene il controllo su istituzioni e organismi regolatori del mercato (WTO etc etc), ma è anche basata sulla supposta superiorità dell’occidente in termini economici e – indirettamente – su una supposta superiorità etico/politica del proprio sistema di valori (il modello liberal/democratico occidentale).
Il tragico fallimento dell’esportazione della democrazia a suon di bombe ha eroso però fortemente l’appeal di questo sistema valoriale.
Anche in occidente peraltro è cresciuta a vista d’occhio l’opposizione al globalismo. I partiti sovranisti, la Brexit della Gran Bretagna e persino l’elezione di un presidente USA (Donald Trump) apertamente sovranista e multilateralista ne sono il plastico esempio.
Con il ritorno dei democratici alla Casa Bianca è ripartita una campagna etico/valoriale (ma anche politico/militare) per riproporre la superiorità del modello globalista liberal/democratico a direzione occidentale, ma ormai, probabilmente, è troppo tardi: la Cina è ormai diventata una super potenza. E altre potenze regionali si muovono in maniera sempre più conflittuale e disordinata in base alle proprie ambizioni e interessi territoriali.
La mossa di Putin di aggredire l’Ucraina militarmente, proprio ora, riportando la guerra in Europa, è un azzardo assoluto – pericolosissimo e criminale – che si basa però sulla scommessa di un nuovo ordine mondiale multipolare, in cui un’unica potenza o alleanza non possa più imporre le regole del gioco.
Le durissime sanzioni occidentali e l’isolamento economico della Russia sono il prezzo imposto a Putin, nella speranza di farlo saltare. Ma questo embargo paradossalmente si ritorce anche contro l’occidente perchè in un mondo a economia globalizzata non puoi staccare la spina a un pezzo senza metter in crisi tutto il sistema, accelerando conseguenze che non erano state messe in conto.
Prendiamo gli ambigui stati del Golfo, Arabia Saudita e Emirati in testa: grandi finanziatori di Al Queda e dell’Isis e contemporaneamente partner da sempre degli Usa nell’area.
Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina si sono permessi di non rispondere a una richiesta di colloquio telefonico del Presidente Biden, che avendo decretato l’embargo del petrolio russo voleva chiedergli (leggi: imporgli) di aumentare la produzione del greggio per calmierare i prezzi.
Insomma, gli hanno sbattuto il telefono in faccia, a un presidente degli Stati Uniti!
Perchè contemporaneamente stanno trattando con la Cina la conversione del pagamento di una parte di produzione del petrolio in yuan (la moneta cinese) e non più in dollari.
Intanto la Russia sta vendendo all’India greggio scontatissimo, sempre con pagamento in yuan e non più in dollari.
La fine o il ridimensionamento del dollaro, finora moneta unica di transazione negli scambi internazionali, a favore della moneta cinese, è sul piano economico il punto di non ritorno e il passaggio dal globalismo al multilateralismo, così come l’invasione Russa dell’Ucraina per ridefinire i confini dell’impero russo lo è sul piano politico e militare.

In questo nuovo mondo tornano a essere pienamente protagonisti gli Stati Nazione, vicendevolmente alleati o in lotta tra loro, in un mondo non più globalizzato ma multipolare, con tutte le incognite geopolitiche che questo comporta.

Paolo Soglia

UNO BIANCA RELOAD – Il caso Claudio Bravi, il poliziotto suicidato

La scia di sangue della Uno Bianca si lascia dietro non solo numerosissimi episodi criminosi, ma anche strane vicende su cui ci si è spesso interrogati per capire se avessero o meno a che fare con la banda di poliziotti capeggiata da Roberto e Fabio Savi.
Il caso in questione è legato a uno strano suicidio avvenuto il 29 marzo 1989, in quel di Loiano in provincia di Bologna.
Quel giorno viene trovato dentro la sua macchina il cadavere di un giovane poliziotto della questura di Bologna, Claudio Bravi. Viene rinvenuto disteso sul sedile reclinato della sua auto, il corpo è composto, la pistola pende ancora da una mano al suo fianco.
E c’è un biglietto scritto in stampatello, con una frase piuttosto oscura: “Ho una pistola in dotazione, chissà se funziona, adesso voglio provarla su di me”.
Poco prima di morire aveva rivelato al padre di sentirsi in pericolo perchè volevano fargli “fare cose che non voleva fare” e a lui questo non stava bene a costo di lasciare la polizia. Si riferiva ai colpi della banda dei poliziotti della Uno bianca? In questa intervista esclusiva Zeno Bravi, padre di Claudio e sua figlia Silvia esprimono tutti i dubbi su questo suicidio anomalo e gli indizi che indicherebbero un’altra spiegazione.

Uno Bianca Reload è anche un progetto di crowfunding: chi vuole contribuire alla realizzazione può fare una donazione sul sito produzionidalbasso.com, selezionando il progetto “Uno Bianca Reload” e pagando con carta di credito, pay pal o bonifico: https://sostieni.link/30631
Questa mini serie prevede la produzione di 5 puntate della durata di 25/30 minuti:
Puntata 0. Intro
Puntata 1. L’armeria di via Volturno
Puntata 2. il caso Claudio Bravi
Puntata 3. Spari al campo nomadi
Puntata 4. L’inchiesta interna sulla Questura di Bologna
Puntata 5. La cattura dei fratelli Savi

UNO BIANCA RELOAD – armeria Volturno, seconda parte: chi era il secondo killer?

In questa seconda parte dedicata al duplice omicidio dell’armeria Volturno del 2 maggio 1991 ci occupiamo di un altro aspetto singolare: mentre l’identikit fornito dai supertestimoni sul primo killer è la copia perfetta di Roberto Savi, il secondo identikit non corrisponde affatto a Fabio Savi. Sentiremo l’assurda ricostruzione fatta da Fabio Savi su quell’episodio e ricostruiremo i passaggi processuali con le testimonianze dei due supertestimoni che videro i killer quella mattina.

Uno Bianca Reload si occupa di fatti specifici, di singoli episodi, indagini giornalistiche che seguii personalmente o assieme ad altri colleghi della radio, che vengono ora riattualizzati in base ai nuovi elementi che sono emersi in tempi più recenti.
Queste mini inchieste non portano certezze, non contengono tesi dietrologiche, ma pongono dubbi, facendo emergere tutte le ambiguità e le zone oscure che ancora esistono nella triste vicenda della banda di poliziotti che per sette anni terrorizzò Bologna e la Romagna, lasciando sul terreno 24 morti e 102 feriti.
Uno Bianca Reload è anche un progetto di crowfunding: chi vuole contribuire alla realizzazione può fare una donazione sul sito produzionidalbasso.com, selezionando il progetto “Uno Bianca Reload” e pagando con carta di credito, pay pal o bonifico:

https://sostieni.link/30631


Questa mini serie prevede la produzione di 5 puntate della durata di 25/30 minuti:
Puntata 0. Intro
Puntata 1. L’armeria di via Volturno (prima parte / seconda parte)
Puntata 2. il caso Bravi
Puntata 3. Spari al campo nomadi
Puntata 4. L’inchiesta interna sulla Questura di Bologna
Puntata 5. La cattura dei fratelli Savi

“Uno Bianca Reload”, intro e prima puntata: il duplice omicidio all’armeria Volturno

Uno Bianca Reload è un progetto di mininchieste in 5 puntate, basate su conoscenze e documenti che ho raccolto durante la mia esperienza giornalistica.
Alcuni documenti, in particolare quelli audio sono quasi del tutto inediti essendo stati mandati in onda su un’emittente locale, Radio Città del Capo, solo una volta. In questa prima puntata si parla del duplice delitto avvenuto il 2 maggio 1991 all’armeria Volturno, a Bologna, in cui i killer dell’Uno Bianca uccisero la proprietaria dell’armeria Licia Ansaloni e il commesso, l’ex carabiniere Pietro Capolungo.
Durante le indagini successive il marito della Ansaloni, Luciano Verlicchi, comproprietario dell’armeria, vedendo l’identikit di uno dei killer disse agli inquirenti: “Questo assomiglia a uno dei vostri”. Roberto Savi infatti era un cliente abituale, ma questa preziosa informazione non venne tenuta in conto dagli inquirenti e la banda venne catturata solo tre anni dopo, continuando a uccidere.
Nell’inchiesta presentiamo un documento eccezionale: sentirete un’intervista inedita realizzata nel 1994 al vicedirigente della Squadra Mobile di Bologna che all’epoca seguiva le indagini e che raccolse le dichiarazioni di Verlicchi.
Ma non è tutto: mentre l’identikit di Roberto Savi è precisissimo, quello del secondo Killer non somiglia affatto a Fabio Savi: i testimoni infatti hanno descritto un uomo coi baffi che parlava senza alcun accento, mentre Fabio Savi non portava i baffi e aveva un forte accento romagnolo.
Lo stesso Luciano Verlicchi in una recente intervista si è detto convinto che a sparare a sua moglie non sia stato Fabio Savi, condannato in quanto reo confesso, ma un’altra persona mai identificata. In questa puntata infine parleremo del mistero delle armi usate per l’omicidio, confutando la tesi ufficiale sostenuta nel processo.
Uno Bianca Reload si occupa dunque di fatti specifici, di singoli episodi, indagini giornalistiche che seguii personalmente o assieme ad altri colleghi della radio, che vengono ora riattualizzati in base ai nuovi elementi che sono emersi in tempi più recenti.
Queste mini inchieste non portano certezze, non contengono tesi dietrologiche, ma pongono dubbi, facendo emergere tutte le ambiguità e le zone oscure che ancora esistono nella triste vicenda della banda di poliziotti che per sette anni terrorizzò Bologna e la Romagna, lasciando sul terreno 24 morti e 102 feriti.
Uno Bianca Reload è anche un progetto di crowfunding: chi vuole contribuire alla realizzazione può fare una donazione sul sito produzionidalbasso.com, selezionando il progetto “Uno Bianca Reload” e pagando con carta di credito, pay pal o bonifico:

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Questa mini serie prevede la produzione di 5 puntate della durata di 25/30 minuti:
Puntata 0. Intro
Puntata 1. L’armeria di via Volturno
Puntata 2. il caso Bravi
Puntata 3. Spari al campo nomadi
Puntata 4. L’inchiesta interna sulla Questura di Bologna
Puntata 5. La cattura dei fratelli Savi

“Uno Bianca Reload”: il trailer! Dalla prossima settimana la prima puntata integrale.

Uno Bianca Reload è un progetto di inchieste audiovisive in 5 puntate, basate su conoscenze e documenti che ho raccolto durante la mia esperienza giornalistica.
Alcuni documenti, in particolare quelli audio sono quasi del tutto inediti essendo stati mandati in onda su una radio locale, Radio Città del Capo, solo una volta, circa trent’anni fa. Questo è il trailer della prima puntata: si parla del duplice delitto avvenuto il 2 maggio 1991 all’armeria Volturno, a Bologna, in cui i killer dell’Uno Bianca uccisero la proprietaria dell’armeria Licia Ansaloni e il commesso, l’ex carabiniere Pietro Capolungo.
Durante le indagini successive il marito della Ansaloni, Luciano Verlicchi, comproprietario dell’armeria, vedendo l’identikit di uno dei killer disse agli inquirenti: “Questo assomiglia a uno dei vostri”. Roberto Savi infatti era un cliente abituale, ma questa preziosa informazione non venne tenuta in conto dagli inquirenti e la banda venne catturata solo tre anni dopo, continuando a uccidere. Ma non è il solo elemento anomalo della vicenda: chi fu veramente a sparare in via Volturno? e con quali armi?
Nella prima puntata sentirete una intervista inedita INTEGRALE del 1994 a uno dei dirigenti della Squadra Mobile di Bologna che seguiva le indagini e che raccolse le dichiarazioni di Verlicchi: questo trailer contiene una breve clip di quella conversazione.
Uno Bianca Reload si occupa dunque di fatti specifici, di singoli episodi, indagini giornalistiche che seguii personalmente o assieme ad altri colleghi della radio, che vengono ora riattualizzati in base alle evidenze che sono emerse negli anni: ulteriori elementi sul’omicidio dell’armeria Volturno sono emersi anche recentemente.
Queste mini inchieste non portano certezze, non contengono tesi dietrologiche, ma pongono dubbi, facendo emergere tutte le ambiguità e le zone oscure che ancora esistono nella triste vicenda della banda di poliziotti che per sette anni terrorizzò Bologna e la Romagna, lasciando sul terreno 24 morti e 102 feriti.
Uno Bianca Reload è una mini serie che prevede la produzione di 5 puntate della durata di 25/30 minuti:

Puntata 0. Intro 
Puntata 1. L’armeria di via Volturno 
Puntata 2. il caso Bravi 
Puntata 3. Spari al campo nomadi 
Puntata 4. L’inchiesta interna sulla Questura di Bologna
Puntata 5. La cattura dei fratelli Savi

Uno Bianca Reload si sostiene col crowfunding: versa il tuo piccolo o grande contributo qui: https://www.produzionidalbasso.com/project/uno-bianca-reload/

Tutte le puntate vengono caricate sul canale youtube: “Countdown – storie dal vivo che condivido con Donatella Allegro e contiene diverse produzioni audiovisive e teatrali: iscrivetevi al canale per rimanere sempre aggiornati.

Elezioni comunali a Bologna 2021, alcune riflessioni

Poche sorprese alle Comunali: Lepore stravince come previsto e Battistini fatica ad arrivare al 30%.
Qualcosa in più dice l’affluenza, scarsissima, che supera di appena un punto la soglia “vitale” del 50%, e qualche curiosità c’è nei voti di lista.
Complessivamente, a parità di risultato percentuale, tutti perdono voti rispetto al 2016 per effetto della minore affluenza: il Pd ha 6500 voti in meno pur aumentando di un punto in percentuale (da 35,46 a 36,5%), Coalizione Civica che bissa (con un 0.2 in più) il risultato del 2016 ha 1.300 voti in meno, ma questo è fisiologico per tutti i partiti: meno partecipazione, meno voti assoluti.
Si può rilevare però che Lepore aveva una sua lista personale (che prima non c’era), che si piazza al 6,35% con 9.300 voti, quindi il risultato complessivo dell’area Pd, trascinato dal candidato, è comunque in aumento .
Non ascrivo a quell’area la lista contiana col suo 5.72 % perchè potrebbe aver drenato anche un voto moderato di centro, non necessariamente leporiano pro Pd, come era già emerso alle primarie.

Veniamo a Coalizione Civica, che ha dati interessanti dal punto di vista statistico e territoriale. Innanzitutto si conferma molto forte l’effetto trascinamento dei singoli candidati, quasi tutti con ottimi risultati in termini di preferenze.
Il botto lo fa Emily Clancy che con 3.541 preferenze straccia tutti ed è la più votata in assoluto. Nel Pd, che ha 5 volte i voti di Coalizione Civica, il più votato (Mattia Santori) gli sta dietro di 1.000 preferenze. Non solo: su 10722 voti complessivi CC esprime 11.284 preferenze (il Pd su oltre 53.000 voti ne esprime “solo” 19.833), confermando il trend che a partire dal voto alla lista “Amelia” del 2011, a sinistra del Pd, vede queste compagini puntare moltissimo sul trascinamento dei suoi candidati, assorbendo almeno in parte la debolezza sul piano dell’organizzazione territoriale.
La scomposizione del voto ci dice infatti che Coalizione Civica è molto forte tra i ceti medi riflessivi o comunque culturalmente attivi e – territorialmente – in centro storico e nei quartieri alti, Costa Saragozza e Santo Stefano, mentre crolla verticalmente in certe zone popolari come Borgo Panigale (minimo cittadino col 2,82%), Corticella (3,87%), Barca (4,03%).
CC infatti spacca in zona Irnerio (15%), Malpighi (12,5%), Galvani, Saffi e Marconi (oltre il 10%), tiene bene sui Colli, in Saragozza e S.Stefano (tra il 7 e il 10 %), ma poi cala nelle periferie e crolla alla distanza.
Il dato su cui CC dovrebbe riflettere è che dopo 5 anni di presenza la sua distribuzione territoriale è identica al suo esordio, va forte in centro e tra il ceto medio ma nei quartieri popolari è rimasta semisconosciuta, ha scarsissimo radicamento. Se questo poteva essere fisiologico nel 2016, certo non è un bel segnale nel 2021: significa che nel voto popolare tradizionale della ex “cintura rossa” CC è ininfluente.

Passando alla lista Lepore qualche sorpresa c’è: il “caso Grandi” ha scombussolato un po’ la gara per le preferenze e sono andati in Consiglio due candidati che in partenza non erano probabilmente tra i papabili: Sefaf Siid Negash Idris, da tutti conosciuto come Siid, attivista eritreo molto presente alla Casa dei Popoli di Corticella e nell’ambito dell’integrazione e il giovanissimo Giacomo Tarsitano redattore di Radio Cap, una web radio giovanile nata a Borgo Panigale che ha avuto come tutor il mio buon amico Federico Lacche, direttore di “Libera Radio, voci contro le mafie”. I due candidati bruciano sul filo di lana la professoressa Nadialina Assueri, molto staccata invece la capolista (dopo il ritiro di Roberto Grandi) Teresa Lopilato. Data la sensibilità politica dei due eletti probabilmente non dispiacciono all’ala sinistra della coalizione.
Nel Pd invece stacca tutti la sardina Santori, secondo assoluto sul podio delle preferenze, mentre il restante voto di preferenza si distribuisce abbastanza uniformemente sugli altri componenti, confermando la distribuzione per aree del partito (anche perchè l’ala renziana e antileporiana del Pd l’avevano fatta fuori prima).

Veniamo alla destra: Forza Italia si conferma in caduta libera dimezzando sia in percentuale che voti assoluti (3,79%). Paga dazio anche la Lega che perde tre punti e viene nettamente scavalcata e quasi doppiata da Fratelli d’Italia che col 12,63% è il secondo partito alle spalle del Pd e adesso smazza le carte della destra cittadina.
Il travaso tra la Lega a FdI è un processo in corso a livello nazionale, in cui si vede la componente fascioleghista del Carroccio sempre più attratta dai postfascisti della Meloni.
La lista di Battistini, candidato del centrodestra per mancanza di idee alternative, prende un non disprezzabile 4,5%, segno che un po’ di seguito anche Battistini ce l’aveva, pur essendo entrato in scena in ritardo, con la destra che non ci credeva e già virtualmente battuto.

Veniamo ai 5 Stelle. A Bologna non sono mai andati benissimo anche quando avevano il vento in poppa ma il risultato è più che pessimo: perdono 23.000 voti, passano dal 16,6 al 3,37 %, un risultato che li relega alla testimonianza.
Max Bugani e Marco Piazza, esponenti storici dei 5 stelle bolognesi prendono rispettivamente 361 e 138 preferenze: siamo più o meno agli amici più i parenti stretti.
Però sul piano politico usufruiscono del patto Conte /Letta e dell’apertura del laboratorio Bologna tra PD e Movimento 5S Contiano, così Bugani entrerà in giunta liberando il posto in consiglio all’amico Piazza.
Fossero stati all’opposizione sarebbero probabilmente evaporati, così possono ancora avere un ruolo, quantomeno come portabandiera del nuovo progetto di Centrosinistra allargato.

Infine la sinistra d’opposizione: mi raccomando, sempre rigorosamente divisi che non capiti mai che passiate lo sbarramento e facciate un consigliere…
Infatti sommando le due liste, Potere al Popolo e Sinistra Unita, si arriva al 4%.
Anche se in politica le somme spesso non tornano e 2 + 2 non fa quasi mai 4, forse in questo caso, però, poteva fare 5: la Marta Collot ha una sua freschezza, quindi, sai mai?
Essendo entrati sia CC che M5S in maggioranza una sinistra/sinistra d’opposizione con speranza di seggio (invece che di voto perso) poteva – forse – anche andare oltre la semplice somma matematica.

Paolo Soglia