Bologna fc: una stagione sbagliata

Ieri guardavo scorrere i minuti di recupero di Bologna-Juventus e pensavo malinconicamente che ci avrebbero fatto gol. Poi mi dicevo “ma no dai…vuoi dire vada tutte le volte così?”
Si. Tutte le volte così. Una stagione fotografata tutta in quell’ultimo gol segnato dal diciassettenne Kean appena entrato, all’ultimo minuto di recupero. L’ennesima sconfitta beffarda e bruciante di una squadra che squadra vera non è mai stata.
Questa stagione è stata una delle più brutte e noiose tra quelle che ho vissuto da quando seguo il Bologna: e di stagioni brutte ne ho viste tante…
Da cosa si riparte ora? Difficile dirlo, visto che non si sa neanche se ci sia un euro per far mercato.
Quindi non starò qui a dar ricette particolari, che poi son sempre quelle, su chi vendere o comprare. Mi piacerebbe però che la società di calcio Bologna FC 1909, facesse qualcosa per tornare “grande”.
Qualcosa che peraltro non costa nulla… eccole.

  1. Per tornare grandi bisogna giocare sempre con la propria maglia, quella rossoblù: in casa sempre e se si può anche in trasferta. Altrimenti si usa una seconda maglia che deve rispecchiare la tradizione del club
  2. Per tornare grandi la società non deve comprare giocatori in leasing  già accasati a campionato in corso alla casa madre canadese.
  3. Per tornare grandi bisogna esser capaci di scegliere non solo i giocatori ma anche gli uomini. Perchè alla fine sono gli uomini quelli che decidono se mollare o tener duro, se sentirsi sempre vinti o mai darsi per vinti.
  4. In una grande società non esistono calciatori che si allenano per i fatti loro con il loro “staff”.
  5. Per tornare grandi non è sempre necessario comprare grandi giocatori, soprattutto quando non ci sono le risorse, ma è necessario che giocatori che prima non erano nessuno qui diventino grandi giocatori e per farlo la grande società non vende i suoi talenti appena sbocciano per fare cassa.
  6. Per tornare grandi tutti devono remare dalla stessa parte e chi non rema sta fuori e viene presto ceduto, indipendentemente dal nome e dall’ingaggio.
  7. La differenza tra una grande società e una piccola e mediocre società non è che la grande vince e la piccola perde. La differenza sta nel fatto che la piccola società è mediocre e modesta anche quando vince, la grande società è applaudita ed acclamata anche quando perde.
  8. Per tornare grandi serve un grande pubblico che incita sempre la propria squadra, anche se è sotto cinque a zero perchè dall’altra parte vede che comunque ci sono giocatori che danno tutto e non tirano mai indietro la gamba.
  9. Un grande pubblico di una grande squadra non è quello che deve fare sempre il coretto al Presidente quando si siede in tribuna per paura che si alzi e vada via.
  10. Per tornare ad essere grandi bisogna entusiasmare il proprio pubblico che deve essere orgoglioso del proprio club. Se si ottiene questo si riesce  a suscitare anche il rispetto degli avversari. Sempre. che si vinca o che si perda.

Come vedete queste sono cose che non costano nulla, e che quindi non si comprano.
Ed è per questo che sono le più difficili da conquistare.

Paolo Soglia

La passione per l’impossibile

 


Una volta un conoscente che aveva stima di me e apprezzava la qualità del mio lavoro, guardandomi serio – un po’ in imbarazzo – mi fece la testuale confessione:
“Scusa se te lo dico, ma non riesco a capire come faccia una persona intelligente come te a occuparsi di calcio…”.
Avrei voluto rispondere come dovuto: “Perchè è il mio unico divertimento…”
Risposta secca, di grande dignità, in cui esponendoti completamente al disprezzo altrui rivendichi una tua essenza. In realtà il calcio non è affatto un divertimento…

In una memorabile sequenza del film argentino “Il Segreto dei suoi Occhi”, il personaggio di Pablo che indaga su un efferato omicidio assieme al suo collega Benjamin e non riesce a scovare l’inafferrabile colpevole, a un certo punto ha un’illuminazione: “Quell’uomo può fare qualsiasi cosa per sembrare diverso, ma c’è una cosa che non può cambiare né lui, né te, né io, né nessun altro… Un uomo infatti può cambiare tutto: la faccia, la casa, la famiglia, la ragazza.. la religione.. anche Dio! Ma c’è una cosa che non può cambiare, Benjamin: non può cambiare la passione..”.
E la passione di quell’uomo, crudele omicida, è la sua squadra: il Racing Avellaneda. E sarà proprio allo stadio che lo troveranno.

Il calcio dunque è una passione, e come tutte le passioni riserva più delusioni che gioie (soprattutto se tifi per la squadra della mia città).
Il calcio è anche un rito: le anticipazioni della partita, la strada che fai a piedi fino allo stadio, i saluti ai conoscenti di tribuna, il caldo asfissiante e le notti gelate, i pensieri del prima e i commenti del dopo partita.
Il consueto malumore dopo una sconfitta o le notti in cui non riesci a dormire perché sei distrutto da una ignominiosa retrocessione.
Ma c’è anche l’epica della vittoria, col gusto di rileggersi mentalmente le azioni della gara prima di addormentarsi.
Tutti sentimenti autentici, incomprensibili e inconfessabili se non ai tuoi simili.

In genere le donne con cui condividi la vita guardano questa passione con materna indulgenza e sufficienza: una cosa straordinariamente senza importanza che ti assecondano come se fosse il gioco di un bimbo.
E infatti lo è: ma i giochi, per i bimbi, sono straordinariamente importanti.
Il calcio esercita su di me il suo fascino perverso esattamente per gli stessi motivi che lo rendono a molti detestabile. Sono affascinato dalla rappresentazione.
La partita è una commedia, un parco a tema che inscena una battaglia campale, o se giocano le Nazionali una guerra simulata. La società è rappresentata sugli spalti in ogni sua componente, rigidamente suddivisa in classi, in maniera molto più sincera di quanto il politically correct dei media riesca mai a descrivere.
A prevalere non sono sempre i valori tecnici, tantomeno quelli sportivi. In genere vince il mercato e il potere economico/politico conseguente, spesso massicciamente corretto con generose dosi di slealtà, demonizzazione dell’avversario e corruzione. Ma non sempre. Per le stesse intrinseche caratteristiche del sistema, a volte accade l’imprevisto.

In quasi tutti gli sport di squadra guardando il tabellino si può già indovinare chi ha vinto, chi ha perso e come. Nel calcio no.
Ciò che rende il calcio unico è proprio la caratteristica di poter prescindere dal dato oggettivo: La tal squadra è fortissima, ha avuto il 60% di possesso palla, ha battuto venti angoli ad uno ed è andata al tiro diciassette volte di cui undici nello specchio.
Peccato che abbia incredibilmente perso, perché dopo aver preso tre pali e due traverse e aver sbagliato un rigore, al 92° – nell’unica azione in cui quei bidoni degli avversari si sono affacciati fuori dalla propria metà campo – su calcio d’angolo (peraltro inesistente) il centravanti ha colpito di testa e la palla sarebbe scivolata a lato se non fosse casualmente finita sullo stinco di un terzino carambolando in rete. Autogol, sconfitta per uno a zero, tutti a casa.

Il calcio riassume in sè tutte le contraddizioni presenti nella società: è uno sport dove non esiste l’oggettività, dove l’arbitro non è un giudice imparziale ma esercita il suo potere sulla base di regole che vanno spesso interpretate di volta in volta e questo spalanca la porta all’arbitrio. E’ uno sport corrotto, nè più nè meno della società tutta che gli sta intorno, è volgare, spesso ingiusto e gli attori incarnano come maschere della commedia dell’arte i vizi (tanti) e le virtù (poche) della commedia umana.
Avidità, furbizia, generosità, slealtà, altruismo, ricatto, corruzione: c’è tutto il campionario, che trova un suo specifico linguaggio nell’instancabile ripetizione di atti e parole sempre uguali.

Ma il calcio è anche sovversivo, l’unico sport veramente sovversivo che esista perché è l’unico sport in cui anche ai massimi livelli si rende possibile – in determinate situazioni – che il risultato atteso possa essere ribaltato da imponderabili varianti.
Come una società a volte viene scossa da turbolenze e rivoluzioni, da guerre e colpi di Stato che sovvertono il vecchio ordinamento e creano un nuovo equilibrio, così può capitare che l’esito della partita sia sovvertito e vada a catafascio il naturale stato delle cose.
L’ordine naturale lo tutela la forza tecnica intrinseca di una squadra che deriva dalla potenza politica ed economica del club e dei suoi padroni, poi c’è il condizionamento delle tifoserie che diventa anche un valore di mercato in termini di audience.
E quando questo non basta sovente arriva in soccorso l’arbitro, che come la “forza pubblica” è sempre pronto a correre in aiuto dei più forti.
La chiamano elegantemente “sudditanza psicologica”, un modo fine per descrivere l’umana propensione a leccare il culo ai più ricchi e ai più potenti.
Se poi forza intrinseca e spinta arbitrale non sono sufficienti ecco che si affaccia la scorrettezza e la vera e propria corruzione.

L’Argentina dei generali vinse il suo Mondiale corrompendo il Perù e comprando la partita.
Un’altra Argentina, quella del Pibe, sfogò la frustrazione della guerra persa delle Falkland andando a battere l’Inghilterra con un gol di mano, la “Mano de Dios” la battezzò Maradona.
I tedeschi drogati sconfissero la grande Ungheria nella finale del ’54, mentre gli italiani, amanti da sempre dell’arte pasticcera, si assicuravano spesso i passaggi ai turni arrabattando combine con centramericani e africani.
Svezia e Danimarca, in quanto a correttezza nordica, hanno dimostrato di non essere da meno.

Ciò nonostante, può sempre accadere l’imprevedibile.
Anzi: la slealtà, la corruzione, il doping e i favoritismi arbitrali sono tutte cose scientemente organizzate per limitare il più possibile l’eventualità che succeda l’imponderabile.
Che prima o poi però inevitabilmente accade.
La Danimarca del ’92, già in vacanza, viene ripescata in fretta e furia per sostituire la nazionale Jugoslava dissoltasi dalla guerra civile e così undici calciatori mediocri strappati all’ombrellone e alle infradito, in un crescendo trionfale, vanno in finale e diventano Campioni d’Europa.
1950: la Celeste sbanca il Maracanà, impietrendo una nazione a cui bastava un pareggio per salire la cima del mondo. A Montevideo è festa, a Rio – letteralmente – c’è chi si suicida buttandosi dagli spalti (come capitò ancora nell’82 dopo l’imprevedibile terzo gol di Paolo Rossi…).
E più recentemente è accaduto che partite stradecise siano state sovvertite incredibilmente, contro ogni logica: pensate alle finali di Champions del ’99 col pareggio e il sorpasso del Manchester sul Bayern nei 3 minuti di recupero o la rimonta del Liverpool sul Milan a Istanbul nel 2005.

Robe che possono farti raggiungere il Nirvana o buttarti addosso uno sconforto dal quale è difficile riprendersi.
Il calcio è anche questo: marcio, corrotto e succube dei più forti, spesso scontato e prevedibile, ma in cui è permesso (molto raramente) che accada l’impossibile.

Paolo Soglia

 

Curva Ubaldo Sabadoni

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Con mirabile piglio decisionista il nostro Sindaco ha risolto d’un colpo la querelle dell’intitolazione della curva sud del Dall’Ara. Ci si chiedeva:  San Luca o Arpad Weisz ?
Merola, novello Salomone, ha sciolto il rebus: la curva del Dall’Ara si chiamerà con tutti e due i nomi: “San Luca Arpad Weisz”.
Non pago, e per equità, anche l’altra curva si chiamerà Andrea Costa Giacomo Bulgarelli.
Un genio… manco al più incallito democristiano doroteo sarebbe venuto in mente un compromesso così perfetto che tacitasse gli sbuffi del Monsignore più potente della città e le pretese laiche di intitolare la curva all’allenatore più vincente del BFC, nonchè martire del nazifascismo.
Ma non è finita qui. Perchè Merola una ne fa ma cento ne pensa.
Siamo dunque in grado di anticiparvi che questo è solo il primo passo: perchè un domani alle curve potrebbero essere aggiunti anche altri nomi, tipo: Curva AndreaCostaGiacomoBulgarelliAngelinoSchiavioHelmutHaller.
Oppure: SanLucaArpadWeiszSanPetronioBrunoPesaoladetto”ilPetisso” (in questo caso ad ogni nome di allenatore dovrà essere alternato quello di un Santo…).
E via così, fino a dare soddisfazione anche a Sauro Frutti e Giancarlo Cadè, oppure (perchè no?), persino a Vittorio Zerpelloni e Aldo Cerantola…
Ma la rivoluzione non è finita: non solo gli sportivi ma anche i personaggi particolarmente meritevoli potranno ambire ad aggiungere il proprio nome alla curva: il famoso giurista, l’insigne accademico, il brillante letterato, il talentuoso musicista, etc etc.
E a poco a poco si potrebbe anche aprire ai comuni cittadini non particolarmente insigni: un  Ermete Procaccini o un Ubaldo Sabadoni potrebbero così vedersi, al fine, insigniti della prestigiosa onorificenza, magari con una semplice estrazione a sorte…

Paolo Soglia

La tragedia di una squadra ridicola

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Mi costa abbastanza scrivere questo post, ma purtroppo ce ne sono le ragioni.
Nello sport, nel calcio in particolare, può accadere tutto. E molto spesso le amarezze sorpassano di gran lunga le gioie.
Se sei un tifoso del Bologna poi questa non è una probabilità: è una certezza…

Ma questo non è mai stato un motivo per fermare la passione. Anzi questa si alimenta spesso anche dalle epiche difficoltà con cui la squadra si deve confrontare, vista la sua condizione quarantennale di claudicante nobile decaduta, sempre a cavallo tra A, B (ma anche serie C), tra proprietà balneari e fallimenti.

Poi un bel giorno, due anni fa, tutto è cambiato: il club sembra aver vinto il superenalotto: sull’orlo dell’ennesimo precipizio il Bologna viene rilevato da una proprietà tra le più solide del pianeta. A seguire viene creato un staff dirigenziale di ottimo livello e ingaggiato un allenatore di grande prestigio e di sicura affidabilità.
Vengono spese montagne di soldi, prima per ripianare i debiti, poi per rinforzare la squadra e infine per dare l’avvio a rilevantissimi investimenti strutturali: dal centro tecnico allo stadio.
Ebbene, il bengodi. Nulla di quanto è stato fatto, se lo analizziamo sulla carta, appare sbagliato: anzi. Sembra talmente perfetto da non poter che promettere gioie e soddisfazioni che la piazza  non vive da quasi mezzo secolo,

E invece, a parte alcuni sprazzi, alcuni rari momenti di impennata in cui la squadra sembra poter prendere il volo, da quando è risalito in serie A il Bologna ha collezionato più rovinose cadute che epiche gesta: tante sconfitte, alcune rovinose, altre incolori, tantissime poi sul filo di lana a risultato ormai quasi acquisito, che fa ancor più male.
E poco spettacolo, a parte come dicevamo alcuni lampi nel buio.

Ma quello che certamente addolora di più è l’incombente sensazione di un pericolo: la tragedia di veder trasformata la propria squadra nello zimbello del campionato, peraltro senza nemmeno rischiare l’ennesima umiliante retrocessione.
E’ il peggior incubo del tifoso.
Puoi vedere tutto: meste partite in cui in 94 minuti mai (dico mai) la tua squadra tira in porta, orrende prestazioni, errori marchiani e torti arbitrali.

Ma quello che un tifoso proprio non può sopportare è una squadra che fa ridere di se tutta Italia.
Quelle squadre che fanno sempre l’epopea al contrario: capaci di abbattere record negativi e la partita successiva di superarsi.
L’uno/due della sconfitta in casa col Napoli per 1 a 7, passivo mai subito nella centenaria storia rossoblù, unito all’incredibile partita fatta tre giorni dopo contro il Milan, in cui siamo riusciti nella titanica impresa di non segnare mai e poi addirittura di perdere al 90° contro una squadra ridotta in nove, candidano il Bologna a essere il peggio che un tifoso possa aspettarsi, l’unica cosa che può disamorare anche il più inossidabile innamorato dei colori rossoblù:
Essere una squadra ridicola.

Paolo Soglia

L’assurdo “veto” della Curia alla curva “Arpad Weisz”

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Ai funerali di Ezio Pascutti Monsignor Vecchi ha lanciato il suo monito: “Non si cambi nome alla curva San Luca”.
Difficile capire a che titolo parli il vulcanico prelato bolognese: la curva ospiti dello stadio Dall’Ara non è un luogo sacro per la Chiesa Cattolica, nè la medesima ha titoli di proprietà nè di usufrutto da vantare per avere voce in capitolo.
Ma in una città in cui si è usi dare credito ad ogni esternazione di via Altabella, senza mai chiedersi il perchè, la cosa non stupisce più di tanto.
Annotiamo dunque che Vecchi, subito sostenuto dalle truppe di complemento (Pierferdinando Casini e altri) rivendica un potere di veto su una decisione che spetta unicamente al Comune in accordo con la Società Bologna Football Club 1909.

La polemica si è improvvisamente riaccesa quando dal Comune, per bocca dell’assessore Matteo Lepore, è stata confermata la decisione.
Perchè Vecchi non vuole sia nominata la curva ospiti all’ebreo Arpad Weisz, il grande allenatore ungherese d’ante guerra più titolato e vincente nella storia centenaria del Club, cacciato come un cane da Bologna e dall’Italia a causa delle leggi razziali volute dal fascismo e poi morto con la sua famiglia ad Auschwitz? Questo non lo dice e non si sa.
Un’offesa alla Madonna di San Luca? E perchè mai? San Luca continuerà a stagliarsi sopra Bologna e la Madonna non ne sarà turbata.
Bisognerebbe ricordare a Vecchi, e a tutti coloro che gridano allo scandalo, che la titolazione delle curve del Littoriale e poi Comunale ha avuto una mera origine toponomastica: la “Andrea Costa”, catino del tifo rossoblù, si affaccia sulla via omonima, così come la “San Luca” si appoggia di fatto al Meloncello e ai portici che conducono alla basilica sul colle. Tutto qua.

E d’altronde: quando l’Andrea Costa venne rinominata “Bulgarelli”, in onore del glorioso capitano, mica si sono alzati in piedi sdegnati migliaia di laici e l’intero popolo di sinistra. Nessuno storico del pensiero socialista si è eretto con foga ad evitare che venisse “cancellata” l’intitolazione della curva al primo deputato socialista del Regno d’Italia, al fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, pluriarrestato per le sue battaglie e più volte condannato come organizzatore di manifestazioni sediziose, come quella repressa a cannonate a Milano da quella canaglia del generale Bava Beccaris.
Nessuno ha detto beo: perchè è evidente a tutti che con l’omaggio a Bulgarelli nulla si toglieva alla figura di Andrea Costa, di cui la curva portava il nome solo per il fatto di affacciarsi sull’omonima via.

E dunque stia tranquillo il Monsignore: la curva “Arpad Weisz” non cancella San Luca e non offende la Madonna. Anzi: è un gesto doveroso nei confronti di un uomo che ha reso grande il Bologna, che alla sua epoca era “la squadra che faceva tremare il mondo”, la squadra da battere, come oggi lo sono Barcellona, Bayern o Real Madrid.
E che questa città ha lasciato fosse espulso in silenzio, in quanto ebreo, senza dire nulla, costringendolo a fuggire braccato in tutta Europa, scordandosi persino – per tanti anni – della sua stessa esistenza e dell’orribile fine nel mattatoio nazista quando – purtroppo – le SS lo catturarono in Olanda e lo deportarono in Polonia.

Un po’ più di rispetto e di moderazione da parte della Curia su questa vicenda, prima di lanciar moniti e scomodare categorie come “la sensibilità” e le “offese”, non guasterebbe…

Paolo Soglia

Fenomenologia del rancore italico

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Sono un automobilista, un ciclista e un pedone.

Quando vado in auto mi incazzo con quei ciclisti protervi che stracciano i semafori come fossero coriandoli: ad ogni incrocio, anche su strade cieche, arriva sempre il pirla che tira lungo e se non stai attento tu che stai guidando a fine giornata potresti averne stesi almeno una decina. Poi naturalmente mi stanno sul cazzo quelli che girano appaiati e in massimo grado quelli che si ostinano a girare lungo i viali e si guardano bene dall’usare la famosissima “tangenziale delle bici” – con cui ci hanno rotto le palle per anni – e che ha causato l’ingolfamento di tutti i viali di circonvallazione.
Ma oltre ai ciclisti nutro anche un certo rancore verso gli altri automobilisti con cui combatto ogni giorno sulle strade: gli idioti al volante sono in drastico aumento, senza contare l’invecchiamento della popolazione e l’abitudine a consentire anche a centenari che stanno in piedi solo perchè non tira vento di guidare i loro Bmw o Mercedes o utilitarie creando ingorghi pazzeschi.
Provo  poi una vera avversione per i motociclisti, sia quelli giovani e prepotenti, sia quelli sempre più anziani che guidano ai venti (rompendo i coglioni: perchè se hai la moto sotto al culo e puoi guizzare via veloce dall’inferno fallo no? Invece stanno li impalati come umarell che guardano un cantiere).
Infine detesto gli Apecar che vanno ai tre all’ora e riescono sempre ad occupare con traiettorie diagonali anche strade a tre corsie e i pedoni che non sanno stare al loro posto e invadono la strada in continuazione.

Quando vado in bici non sopporto quegli automobilisti del cazzo che mi guardano in cagnesco: vorrebbero uccidermi, lo sento.
Percepisco il loro incazzo mentre li guardo smadonnare tutti isterici in mezzo al traffico bloccato, tutti impazziti perchè devono andare a lavorare o portare i figli a scuola.
E poi guidano da bestie: beati i tempi in cui il problema era parlare al cellulare. Adesso chattano, gli imbecilli, scrivendo sul loro cazzo di smartphone mentre guidano, sbirciando la strada solo ogni tanto, di sottecchi.
E non solo loro: pure il ragazzotto in moto lo vedi guidare con una mano sola e a chattare con l’altra e io prevedo sempre l’ineluttabile schianto che però spesso non avviene per misteriose cause del destino.
E che dire dei pedoni? Razza inferiore, teme l’automobile, ma sta sempre in mezzo ai coglioni nelle piste ciclabili. Ma dico io, non hai visto che è una pista, coglione? Perchè non vai a passeggiare sulla tangenziale in mezzo ai tir se proprio hai del fegato?
E poi ci sono i pedoni che te la menano se fai dieci metri sotto un portico quando piove, o il Vigile Urbano bigotto – che non fa un cazzo tutto il giorno – che mentre tutto intorno a lui il traffico è in tilt e le macchine son parcheggiate in seconda fila ti ferma se fai una strada del centro in controsenso e si mette a farti la morale e a citarti il codice della strada: ma vai a dirigere il traffico, pavido essere, invece che stare in ufficio a scaldar la sedia tutto il giorno…

A me piace camminare. Se posso farlo non uso altri mezzi se non i miei piedi.
Purtroppo al pedone ne capitano di ogni: gli altri cosiddetti “utenti della strada” se ne sbattono di loro e li considerano dei “paria”. Quegli stronzi in auto tentano sempre di investirti sulle strisce pedonali, e anche quando ti fanno passare lo fanno con malcelato disprezzo, come a dire “te lo concedo, anche se mi fai perdere 20 secondi della mia merdosa vita, che adesso poi mi girano le palle che devo anche andare fino all’ipercoop a far la spesa…”.
Per non parlare di quelli che parcheggiano sui marciapiedi, belli impuniti, oppure che avendo il permesso da residente per passare su una strada pedonalizzata strombazzano protervi, pretendendo che tutti si facciano da parte, che devono passare loro.
Ma anche i ciclisti non sono da meno. Adesso hanno le loro cazzo di piste ciclabili con cui ci hanno fracassato la minchia per 10 anni e invece che fanno? sfrecciano a velocità supersonica su marciapiedi, sotto i portici, sfiorando i passanti e rischiando di travolgere anche i bambini. Non si fermano mai sulle strisce, o ai semafori, perchè tanto loro sono esenti da ogni regola e codice della strada.
I peggiori poi sono i ciclisti “ideologizzati” quelli che si sentono dei salvatori dell’umanità solo perchè vanno in bici, manco avessero fatto la Rivoluzione Francese o passato vent’anni in galera come Mandela. Si sentono “martiri e unti dal signore” e quando fanno le loro idiote “critical mass” spero sempre che prendano contro a un corteo di Tir di camionisti incazzati per l’aumento del prezzo del gasolio…

Infine una confessione.
Devo ammetterlo non sono un automobilista irreprensibile: quando guido non cedo il passo, accelero sui gialli (a volte tendenti al rosso), sgommo e smadonno , perchè ragazzi diciamocelo:  la strada è una giungla. Mors tua vita mea…
Anche quando pedalo, sentendomi più libero, mi prendo le mie libertà: se devo andare in bici e fare la fila ai semafori, fermarmi a ogni cazzo di striscia pedonale, non far le strade in controsenso o un pezzetto di portico, allora tanto vale che vada in macchina.
Quando son pedone mi trovo finalmente a mio agio, anche se ammetto che se c’è da far qualche “dispettuccio” ai protervi in auto in moto o in bici, non mi tiro indietro e spesso li guardo fisso negli occhi, quando si fermano, e li sfido. Come a dire: “Ti senti forte con un mezzo sotto al culo? Perchè non scendi da quell’auto o da quel sellino e ce la vediamo qui, su due piedi, da uomini? Vedrai che dopo fai meno lo sborone…” .

Ma è tutto inutile: tanto in sto cazzo di paese nessuno rispetta le regole…

Paolo Soglia

Aforismi calcistici di personaggi famosi (leggermente apocrifi)

Cover soglia calcio

Esistono 5 categorie di bugie nel calcio; la speranza del tifoso, i buoni propositi del giocatore, la conferenza stampa del Mister, la cronaca del giornalista e il comunicato ufficiale della società” (George Bernard Shaw)

La formazione è una cosa troppo importante per lasciarla fare agli allenatori” (Georges Benjamin Clemenceau)

Dio non gioca a dadi, ma neanche a zona: ti marca a uomo…” (Albert Einstein)

Eppur si muove! (Galileo Galilei, osservando la classifica)

“La partita non è che la continuazione della guerra con altri mezzi”  (Karl von Clausewitz)

Disapprovo le scelte del Mister, ma difenderò fino alla morte il risultato” (François Marie Arouet Voltaire)

Non tiferei mai per una squadra che mi accetta fra i suoi giocatori” (Groucho Marx)

Ci sono due errori che si possono fare lungo la via della rete… non crossare dal fondo, e non tirare in porta”  (Confucio)

Alea iacta est: ludemus cum III-IV-III” (il dado è tratto: giochiamo col 3-4-3) (Giulio Cesare)

Il Mondiale non è un pranzo di gala” (Mao Tse-tung)

Nessun selezionatore tecnico è bene accetto in patria” (Gesù Cristo)

Vivi ogni minuto della partita come se fosse l’ultimo”  (Seneca)

Ci sono cose peggiori della morte. Se hai condotto tutta la finale in vantaggio e ti fai raggiungere e superare nel recupero sai di cosa parlo. (Woody Allen)

Primum non prender gol, deinde philosophari” (Aristotele)

Sii il cambiamento tattico che vorresti veder avvenire in campo” (Mahatma Gandhi)

Gli italiani perdono le guerre come fossero delle partite di calcio e le partite di calcio come fossero delle guerre” (Winston Churchill)

Il contropiede è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri progetti” (Allen Saunders, ma citata anche da John Lennon)

E’ meglio giocar chiusi con il rischio di essere considerati scarsi che prender tre pere subito e dissipare ogni dubbio” (Anonimo. La frase è stata attribuita a personaggi assai eterogenei: Abraham Lincoln, Oscar Wilde, Confucio, ma propendo a credere che sia di Nereo Rocco)

Paolo Soglia